giovedì 20 novembre 2008

L'aria è cambiata, ma in Italia non se ne sono accorti


 
“Al Qaeda ad Obama: “Sei solo un negro filoisraeliano”. “Al Zawahiri minaccia e insulta Obama”. “Al Qaeda agli Usa: convertitevi e ritiratevi”. Aperture in prima pagina, primi titoli dei Tg. Titoli aggressivi, gridati.

Nelle ultime settimane la stampa italiana, come ben descritto in un articolo di Paolo Maccioni su Megachip, si sta smarcando drasticamente dall’agenda informativa mondiale. Se in Italia si aprono telegiornali e prime pagine sulle dichiarazioni più o meno attendibili di terroristi e fondamentalisti islamici, risulta assai grottesco verificare sui più importanti quotidiani americani, dal «Washington Post», al «Wall Street Journal» fino al «New York Times», un totale o quasi disinteresse per le medesime questioni. I nostri media si prodigano in decine di editoriali, approfondimenti e riesumazioni degli episodi più sensazionali dell’11 Settembre. Oltreoceano, paradossalmente, concedono solo brevi, piccoli flash, al massimo articoli di spalla ad eventi correlati all’inasprimento del conflitto in Afghanistan, alla difficile normalizzazione dell’Iraq e ancora alle tensioni con l’Iran. 
L’aria è cambiata, ma in Italia in pochi sembrano essersene accorti. I tempi del neo-teo-conservatorismo estremo del duetto George W. Bush – Dick Cheney volgono a essere solo un brutto ricordo. L’elezione di un democratico del valore di Barack Obama non rappresenterà certo una svolta epocale nella conduzione della politica estera americana, ma il primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America appare particolarmente cosciente che oggi la minaccia più grande per il suo paese non arriva dagli uomini di Al Qaeda ma più propriamente dall’interno, ed ha un volto e un nome preciso: è la crisi economica. 
Maccioni ha additato opportunamente la motivazione originale delle scelte editoriali della stampa italiana nel sensazionalismo, nel tentativo di alzare il tiro e con esso l’audience e le vendite. Senz’altro. 
Ma c’è qualcosa in più. 
Da un lato sui media italiani pesa il complessivo condizionamento a stelle e strisce dell’agenda setting, una condizione di mera dipendenza politica figlia in primis del ruolo subalterno di un paese libero a metà. 


Dall’altro la messa in moto di una raffinata macchina fatta di giornalisti, opinion maker, presentatori televisivi e scrittori votati esclusivamente a rinfocolare lo scontro di civiltà. Un meccanismo che difficilmente raggiunge l’autocoscienza completa, difficilmente comprende quando e come fermarsi. Specialmente in un paese di burattinai come l’Italia, dove un ex ministro della Repubblica come Maurizio Gasparri si permette di dichiarare impudicamente che “l’elezione di Obama renderà felice Al Qaeda”. Come possiamo anche solo ipotizzare che un Massimo Teodori, un Ernesto Galli della Loggia o ancora un Angelo Panebianco, personaggio capace di difendere a spada tratta in prima pagina sul Corsera l’impiego della tortura, possano rendersi conto realmente che è venuta l’ora di mantere basso il profilo? In America la situazione resta comunque molto più semplice e chiara. Come dimostrato da una straordinaria inchiesta apparsa sul «New York Times», se servono sostenitori della guerra, della tortura, delle armi biologiche o nucleari, il Pentagono arruola ex ufficiali in pensione trasformandoli in politologi indipendenti estremamente funzionali per la Tv di massa. In Italia immaginiamo non sia molto differente, ma un fatto è certo: si tratta di gente meno sveglia.
di Alessio Marri

Soffia un nuovo vento di pace da Washington a Gerusalemme


La nascita di una nuova lobby ebraica all’interno degli Stati Uniti, maggiormente incline al raggiungimento di una soluzione pacifica del conflitto arabo-israeliano ed alla creazione di uno stato palestinese, riflette fedelmente la varietà delle posizioni che caratterizza comunità ebraica americana, ed anche la controversia politica attualmente in corso all’interno di Israele – sostiene il quotidiano israeliano Haaretz

L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti genera, giustamente, nuove speranze non solo in un cambiamento delle politiche, ma in primo luogo nella possibilità di mettere in pratica di un diverso punto di vista. Tutti i segnali indicano che Israele farebbe bene a capire che, se da un lato la nuova amministrazione americana si impegnerà a favore della sicurezza dello stato ebraico quanto quelle che l’hanno preceduta, dall’altro potrebbe non essere in grado di accettare la politica di Gerusalemme volta a rimandare all’infinito la soluzione del conflitto.

Non c’è quindi da stupirsi del fatto che molti in Israele, e nella comunità ebraica americana, vedano l’elezione di Obama e le sue politiche come una possibile minaccia.

In passato, Israele  non si è accontentato soltanto dei grandi sforzi dei suoi leader al fine di evitare le pressioni degli Stati Uniti, ma ha anche cercato di reclutare un’aggressiva e potente lobby che assistesse lo stato ebraico: l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Nel corso degli anni questa organizzazione è diventata non solo un’estensione lobbistica della politica di Israele, ma in molti casi, ha anche forgiato una propria politica indipendente, di solito con un programma di destra, che postulava l’assioma secondo cui la rinuncia ai territori occupati avrebbe rappresentato una minaccia per l’esistenza di Israele.

Questo gruppo di pressione, conosciuto per le sue attività a favore di Israele, è riuscito a creare l’illusione che gli ebrei d’America parlassero con una sola voce, e che questa voce fosse esclusivamente ed automaticamente a favore della destra ebraica e del governo israeliano.

Recentemente, si è formata una nuova lobby ebraica, ‘J Street’, che si propone come un’alternativa liberale di sinistra all’AIPAC. Questa è una notizia importante sia per i sostenitori della pace in Israele, sia per la comunità ebraica americana.

A giudicare dai sondaggi d’opinione della nuova lobby, il 76% degli ebrei americani è a favore dell’idea di negoziare con “i peggiori nemici di Israele”, il 58%  appoggia il ritiro dal Golan in cambio della pace, ed il 59% è favorevole al ritiro dai territori occupati. Questa è un’ampia ed importante fetta della comunità ebraica americana, la cui voce rimane solitamente silenziosa, o viene zittita dall’argomentazione secondo cui essa sarebbe un gruppo marginale di “ebrei che odiano se stessi” o che “odiano Israele”.

I risultati di questo sondaggio rendono infondate queste argomentazioni, così come è errato sostenere che questa nuova lobby indebolisca l’influenza ebraica sull’amministrazione e sul Congresso – perché frammenterebbe il potere di pressione degli ebrei. La creazione di una nuova lobby riflette fedelmente la controversia ideologica e politica che esiste in Israele.

L’AIPAC  non può aspettarsi che il dibattito interno ad Israele non raggiunga anche gli Stati Uniti. Questo atteggiamento aggrava solo il sospetto che essa voglia preservare il suo monopolio nel rappresentare la posizione pubblica degli ebrei di fronte all’amministrazione americana. Ma questo atteggiamento è offensivo anche nei confronti della stessa amministrazione americana, poiché sottintende che essa non avrebbe familiarità con le complessità della controversia. Oppure, suggerisce l’idea che l’amministrazione americana sia in realtà una minaccia contro cui gli ebrei americani e gli israeliani devono presentare un fronte unitario.

Israele non dovrebbe decidere quale lobby lo rappresenta, e gli ebrei americani non hanno bisogno del permesso di Israele per dar voce all’intero panorama delle loro opinioni. Infine, la politica del governo israeliano, che è stato eletto dai propri cittadini, è l’unica che dovrebbe determinare i rapporti di Israele con i suoi vicini e con gli Stati Uniti. Detto ciò, è bene sentire una nuova voce levarsi dalla comunità ebraica americana.

Titolo originale: Welcoming a new Jewish voice

Fonte: Haaretz

Link: http://www.haaretz.com/


La Francia dice basta al revisionismo



Commissione parlamentare condanna le 'leggi sulla memoria'

"La nazione esprime la sua riconoscenza alle donne e agli uomini che hanno partecipato all'opera compiuta dalla Francia negli ex dipartimenti francesi di Algeria, Marocco, Tusinia e Indocina, così come in quelli appartenuti alla sovranità francese". Recitava così la contestata legge del 23 febbraio 2005, in seguito alla quale si aprì nel Paese si aprì un dibattito molto esteso, incentrato sulla necessità di riconoscere la storia coloniale come parte integrante della nazione.

Colonialismo 'positivo'. Il voto sulla legge corrispose a rivendicazioni di varie lobby, prima fra tutte quelle delle associazioni di rimpatriati, che intesero fare pressione sull'Assemblea Generale affinchè intervenissero in materia di insegnamento della storia coloniale. Il legislatore che recepì tali richieste preconizzò un controllo governativo sui testi di storia, considerando che "il ministro dell'istruzione nazionale esercita un diritto di supervisione sul contenuto dei manuali". Un emendamento alla legge, poi 'declassato' dalla Corte costituzionale su indicazione di Chirac, prevedeva che anche i programmi scolastici riconoscessero il ruolo positivo della presenza francese oltremare. Da oggi non sarà più possibile legiferare su fatti inerenti alla storia nazionale. Una commissione parlamentare francese ha infatti pubblicato le sue conclusioni sulle cosiddette leggi della memoria, raccomandando che in futuro non vengano più votate simili leggi di natura storica. Dopo aver ascoltato una settantina di storici, ricercatori, sociologi e insegnanti, la commissione ha innanzitutto stabilito che il Parlamento non dovrà più pronunciarsi sui provvedimenti già adottati relativi alla lotta al razzismo, all'antisemitismo o alla xenofobia (legge Gayssot), o al riconoscimento della schiavitù come crimine contro l'umanità (legge Taubira).

Colonialismo 'negativo'. In aggiunta a questo, si è deciso che non spetterà più al potere legislativo pronunciarsi su leggi che qualifichino o esprimano apprezzamento su fatti storici. La necessità di affrontare nuovamente il problema nacque immediatamente dopo l'approvazione della legge del 2005, che mise in luce, per usare la parole dei detrattori del provvedimento, i 'rapporti incestuosi' tra storia e legge, sollevando una polemica nazionale e provocando la furiosa rabbia degli algerini, che accusarono i francesi di aver approvato una legge che "glorifica l'atto coloniale, consacra una visione retrograda della storia" e cerca di giustificare "la barbarie delle gesta coloniali attenuando gli atti più odiosi". La storia è come un coltello - diceva Marc Bloch -, serve a tagliare il pane, ma può servire anche a uccidere.
di Luca Galassi

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