mercoledì 19 novembre 2008

Riccardo Villari creatura del Pd

Un solo brevissimo commento sulla questione Riccardo Villari, deputato del PD, eletto tramite il proporzionale, cioè tramite una fantomatica pessima legge elettorale che consente al vertice dei partiti di scegliersi gli uomini a proprio piacimento, lasciando poco o nulla spazio ai propri elettori. Villari è l'espressione del PD cioè il suo aspetto più vero e più autentico, un uomo mediocre che aspira solo ad una comoda poltrona ignorando gli interessi della gente. Prima che sia troppo tardi sarebbe bene disfarsi di questo parassita (il Pd) che si è impossessato dei voti della gente di sinistra. In Italia esistono ancora elettori di Sx ma non una loro rappresentanza!!!
di F.G.-Nuovediscussioni

La Rivoluzione Colorata di Obama: i presidenti cambiano gli uomini che contano no

Ma allora, la fine dell’Amministrazione Bush e l’ascesa di Obama segnano una fine delle guerre, un ritorno della ragionevolezza sul ponte di comando del pianeta dopo anni di follia ideologica? Obama significa forse pace, speranza, cambiamento, nuovo corso? A sentire certe parole pacate di Zbignew Brzezinski, sembrerebbe di sì. Brzezinski, eminente politologo, profondo conoscitore di strategia e analisi internazionale, membro di lungo corso del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è uno dei padri della politica del nuovo espansionismo imperiale nordamericano, con ruoli di primo piano ricoperti nell’Amministrazione Carter.Oggi Brzezinski è un omaggiato consigliere di Barack Obama, il quale pende dalle sue labbra per riconfigurare la leadership mondiale degli USA post-Bush. All’ascoltare Brzezinski, molti si sentono rassicurati per via della sua radicale critica delle politiche neocon, quando rimprovera l’assurdità della Guerra al Terrorismo. E sebbene nessuno colga accenti gandhiani nelle parole di Brzezinski, non sia mai!, quando dice che con la Russia bisogna tornare alla "negotiation" le lancette sembrano di colpo allontanarsi dalla mezzanotte nucleare. Dopo un sonno di otto anni, la ragione sembra risvegliarsi allontanando i mostri. Ma è davvero così? Ascoltiamo l’intervista rilasciata dal vecchio Zbig a David Frost, conduttore di “Frost On The World” su Al Jazeera International, e ci rassicuriamo un po’.A sentire un altro politologo statunitense, Webster Griffin Tarpley, sembrerebbe invece di no, che Obama proprio non significa pace, ma guerre più grandi e catastrofiche, e proprio perché subirebbe in toto l’influenza di Brzezinski. Uno scenario terribile che qui cercheremo di comprendere e criticare.Webster Griffin Tarpley è un giornalista investigativo statunitense. Si occupa da sempre di terrorismo internazionale, dei lati terribili e poco noti della dinastia Bush, del narcotraffico gestito ai piani alti dallo spionaggio statunitense. Ha scritto dei fatti dell’11 settembre 2001 puntando la sua attenzione sulle decine di esercitazioni militari e di sicurezza a ridosso degli attentati. Tarpley a suo tempo aveva seguito da vicino il caso di Aldo Moro, quando nel 1978 coordinò una commissione indipendente d'inchiesta sostenuta dal parlamentare democristiano Giuseppe Zamberletti, con risultati molto diversi dalle inchieste ufficiali.Tarpley osserva dunque il fenomeno Obama, e lo guarda attraverso la lente di Brzezinski, definito come il puparo della “marionetta” Barack. «Dietro Obama e peggio dei Neocon: il Clan Brzezinski» era il titolo di una conferenza tenuta da Tarpley all’inizio del 2008: tanto per non fare giri di parole, e giusto per puntare senza dubbi su un cavallo vincente. Nelle tecniche elettorali adottate da Obama in USA, Tarpley riconosceva gli stessi metodi spregiudicati, raffinati e “sovversivi” delle “rivoluzioni colorate” attuate in vari paesi post-sovietici. Non che in Hillary Clinton scorgesse chissà che metodi cristallini: in lei vedeva una fazione perdente dell’oligarchia che tentava di vincere le primarie con frodi e voti elettronici taroccati. In cosa si riscontrava l’impronta delle rivoluzioni colorate? Retorica alata, ideali generici e nebulosi, industrie culturali mobilitate in una gigantesca opera egemonica di “soft power”. Il tutto per occultare lo stesso obiettivo di fondo delle altre rivoluzioni colorate, ossia colpire duramente qualsiasi grande potenza che dovesse emergere nella scacchiera eurasiatica. La Russia prima di tutto. Dietro le tranquillizzanti e piatte utopie di Obama – per Tarpley - c’è la catastrofe di un confronto militare con la Russia. Altro che le “negotiation” prospettate da Brzezinski.Tarpley osservava che la prima vittoria del senatore Obama nei caucus dello Iowa si era incentrata su quella stessa esasperazione organizzativa delle tecniche di persuasione usate nelle rivoluzioni colorate di marca CIA. Gli ingredienti c’erano tutti: figuranti e truppe cammellate, uso massiccio e integrato dei media, attivisti dotati di mezzi immensi, simboli, slogan, falsi sondaggi, e un oratore sufficientemente demagogo. In Iowa la tempesta di falsi sondaggi portò a un torpore mentale dei media su Obama e a una proclamazione prematura della sua conquista della nomination del partito democratico.A dispetto dell’enfasi di Obama sulle donazioni popolari alla sua campagna presidenziale, i super-ricchi non gli hanno lesinato finanziamenti. Il «Wall Street Journal» notava che l’altro candidato democratico John Edwards era il più temuto dalla superclasse dei miliardari. A Obama arrivavano viceversa milioni di dollari dalla superbanca Goldman Sachs, dice Tarpley. Tarpley prova a spiegare la freddezza di Obama sulle questioni dell’Iraq e dell’Iran, che invece appassionavano i guerrafondai neoconservatori e la lobby filoisraeliana fino a Hillary Clinton. Come mai il senatore afroamericano, che pure voleva il ritiro dall’Iraq e non dichiarava indisponibilità a un tavolo negoziale con l’Iran, si dichiarava invece a favore del bombardamento di vaste zone del Pakistan, un alleato di lunga data degli USA, fra lo sconcerto di Hillary e altri candidati? Così come si dichiarava favorevole a un massiccio aumento dell’intervento in Afghanistan. Tarpley nota che uno dei progetti eurasiatici più importanti studiati dall’intelligence anglo-americana è una sorta di soluzione jugoslava per il Pakistan, da smembrare lungo le molte linee etniche. Un Pakistan spezzettato finirebbe molto più difficilmente in blocco nell’orbita di Pechino, l’avversario strategico di medio periodo di Washington. Un piano alla Brzezinski insomma, affine al metodo da lui usato trent’anni prima per destabilizzare l’Afghanistan e attrarre l’URSS in una trappola fatale.Si racconta che Winston Churchill, da Ministro delle Colonie, si era vantato di aver inventato la Giordania durante una cena di plenipotenziari. Oggi si potrebbe pianificare la distruzione di uno Stato più popoloso dell’intera Russia, il Pakistan, con altrettanta scioltezza, e con effetti presumibilmente devastanti. Obama ha un’idea di questo tipo? Le sue dichiarazioni non autorizzano questo tipo di speculazione, che si appoggia solo su congetture suggestive ma non documentate.In ogni caso le riflessioni di Tarpley si sono concentrate su Barack Obama, tanto che nel 2008 ha scritto ben due libri critici sul nuovo presidente degli Stati Uniti: il pamphlet “Obama: The Postmodern Coup” (“Obama: il golpe postmoderno”, NdT) e la prima sua ‘biografia non autorizzata’: “Obama: The Unauthorized Biography”. Secondo Tarpley, c’è molto fumo e poca investigazione sulle origini di Obama e sul suo ambiente di riferimento. A rinvangare gli anni della formazione di Barack Obama, Tarpley scopre una cosa importante. Obama si è laureato con Zbigniew Brzezinski. La sua tesi di laurea verteva sullo smantellamento dell'arsenale atomico sovietico. Nemmeno nei giorni dell’Obamamania i media più influenti hanno trovato il modo di scavare su questo fatto.Quel che sappiamo è che Obama aveva speso parole di sentita gratitudine e fiducia verso Brzezinski, con solennità pubblica. Tarpley prova a scavare sull’argomento, tanto da analizzare le biografie di altre figure vicine a Obama. Da questa rassegna ricava la certezza che Obama sia vincolato alla Commissione Trilaterale (fondata dallo stesso Brzezinski) e a circoli politici ed economici molto elitari. Nel frattempo il "culto" di Obama fa conto su discorsi estremamente generici, caratterizzati da formule vaghe ripetute a oltranza (da “Yes We Can” a “Change”), saturabili da qualsiasi camaleontismo. Intanto che masse di giovani sono confluite nel gregge di questo ispirato pastore, perdureranno le infrastrutture del potere costituzionale deviato predisposte negli anni di Bush, come il Patriot Act. Quanto di quel sistema è disposto a smantellare Obama, a parte la vetrina della vergogna di Guantanamo? Tarpley dà per scontato che Obama non si priverà degli strumenti anticostituzionali e li userà in combinazione con il “soft power” per una sorta di fascismo soffice. Per ora, tuttavia, tutto questo è solo una “soffice congettura” di Tarpley.La base carismatica del consenso a Obama, insieme alla sua genericità multiuso, nel contesto di una crisi economica di massima portata e di un sistema ormai sempre più portato allo “stato d’eccezione”, può condurre secondo Tarpley a una catastrofe mondiale sotto la guida dei soliti poteri forti. La funzione della presidenza Obama per Tarpley è stata programmata per dare piena copertura politica a un vasto piano strategico di gittata planetaria:
1) restaurare il “soft power” statunitense, con un’immagine di paese pacifico, di faro democratico, di luogo di accoglienza e tolleranza capace di far dimenticare il disastro Bush; 2) disgregare le potenze emerse (e riemerse) della Cina e della Russia. A parere di Tarpley, il metodo Brzezinski, in questo caso, porterebbe a ricacciare indietro i cinesi dalla presa che si sono conquistati ultimamente sulle risorse africane, petrolifere e non. Mentre già in Congo, in Sudan e in Zimbabwe, ma non solo, una parte delle gravi tensioni e delle guerre si collega già alla dialettica USA-Cina, la presidenza di Obama l’Africano potrebbe spostare l’ago della bilancia. Una sconfitta della Cina in Africa porterebbe costringere Pechino a cercarsi le risorse in Russia. Ne conseguirebbero tensioni molto forti fra le due potenze eurasiatiche e l’affondamento della Shanghai Cooperation Organization. Lungi dall’attaccare l’Iran, come avrebbero fatto i neocon e come potrebbe fare ancora Israele, la 'marionetta di Brzezinski', nell’ottica di Tarpley, cercherebbe un accordo con Teheran – magari concedendogli un aumento della sua influenza in una parte dell’Iraq (come già in parte avviene) – fino a ricomprendere l’Iran in un’alleanza antirussa e anticinese. Sono conclusioni troppo precise per poter essere estrapolate dal rapporto fra Obama e Brzezinski. E le possibili ipotesi si perdono nella complessità imprevedibile degli intrecci geopolitici. Questo è un campo per doppi e tripli giochi. Pensate che il programma nucleare civile iraniano – l’oggetto della disputa più controversa degli ultimi anni – è finanziato per quattro milioni di dollari anche dal Dipartimento dell’energia statunitense, come ha scoperto con raccapriccio la CNN. La preoccupazione di Tarpley è che un confronto militare con due potenze che il nucleare militare ce l’hanno davvero, la Cina e la Russia (per non parlare dei rischi legati al nucleare del Pakistan), porterebbe a una vera catastrofe. Se Tarpley avesse ragione, tutte le recenti dichiarazioni di quelli che considera i pupari di Obama, i maggiorenti del CFR e della Commissione Trilaterale (da Brzezinski alla Albright, dal vicepresidente eletto Biden a Colin Powell), vanno letti in una luce ancora più minacciosa. Il crescendo di allarmi giornalistici sull’imminenza di grossi eventi terroristici che testerebbero subito l’azione di Obama prefigura uno scenario di guerra.In realtà non si possono fare processi alle intenzioni. E la realtà - che nel frattempo ha galoppato come non mai, in questo 2008 accelerato - non fa sconti ai grandi progetti imperiali, erosi come sono da problemi materiali ed economici senza precedenti. Possiamo dire ad esempio che il G8 è morto, e che ormai si ragiona in termini di G20. Così come possiamo dire che Cina e Russia hanno basi materiali e sponde diplomatiche abbastanza solide da rafforzare la loro capacità dissuasiva verso nuove avventure imperiali, nel momento in cui si è innescata una crisi colossale degli Stati Uniti. Persino Berlusconi ha fiutato l’aria di una forte preoccupazione europea che vuole impedire la deriva di una nuova corsa al riarmo in una fase così delicata, e ha anticipato un no ai sistemi antimissile americani nell’Est Europa.Lo Studio Ovale della Casa Bianca è al centro di spinte e intrecci complessi. Molte mani tireranno la giacchetta di Barack Obama per forzarlo a compiere certi atti anziché altri, ad anticipare certi tempi sul calendario dei grandi progetti imperiali. Tuttavia la clessidra si è rotta, è scesa molta sabbia che ormai modella le dune di un nuovo paesaggio cangiante. Quella di Obama sarà un’attraversata nel deserto, fra miraggi, oasi, predoni e terre promesse. Si scriverà la Storia, ma non ha senso scriverla prima che accada, tantomeno sulla base di presentimenti.
di Pino Cabras - Megachip
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8305&page=1

Come si concluderà l'attuale crisi secondo il forum monetario di Ginevra

Sono parecchi anni che spieghiamo, specialmente nei nostri libri, alla luce delle analisi svolte dagli economisti della Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, etc.) e dai loro colleghi liberali francesi (Jacques Rueff, Charles Rist, Maurice Allais, etc.), che la crisi finanziaria, borsistica, obbligazionaria e poi economica a venire era ineluttabile e che la sua causa principale sarebbe di natura monetaria. In effetti, a provocare la cronica instabilità monetaria nazionale ed internazionale è il progressivo abbandono, nel corso del XX secolo, della base aurea e dei tassi di cambio fissi, abbandoni che hanno dato agli Stati e alle banche centrali i poteri esorbitanti di creare sempre più moneta ex nihilo. nonché di manipolare in permanenza i tassi di cambio e d’interesse. Da una parte, perché « quando la moneta cessa di essere un bene reale o di riferirsi ad un bene reale, essa diventa un buono d’acquisto poco distinguibile dal credito » (Raymond Aron) e, dall’altra parte, perché l’esperienza storica dimostra che ogni volta che uno Stato o una banca centrale ha disposto del monopolio di creare moneta, ne ha sempre abusato. A questo proposito, il crollo finale del Sistema monetario internazionale (rinnovato con gli accordi di Bretton Woods del 1944), a causa della voluta cessazione nell’agosto 1971 della convertibilità del dollaro in oro e di tutte le altre monete nel dollaro, fino a quel momento reputato « buono quanto l’oro », ha alla infine dato agli Stati Uniti l’esorbitante privilegio monopolistico di fare della loro moneta nazionale, da quel momento di carta e puramente fiduciaria (« fiat currency »), la moneta mondiale. E dunque, da quel momento in poi, di poterla emettere a seconda dei loro bisogni in quantità sempre più considerevoli, poiché non erano più costretti a limitare la sua produzione in funzione delle loro riserve d’oro. Tutto questo, oltre alla fine di ogni etica di responsabilità nella maggior parte delle gestioni pubbliche come dimostra il lassismo delle « politiche monetarie », ha avuto infine come conseguenze : l’estrema volatilità dei tassi di cambio, la perdita costante del potere d’acquisto di tutte le monete, gli incontrollati slittamenti inflazionistici, l’aumento senza limiti del debito pubblico e privato, il ricorso a tutti i possibili meccanismi di credito basati sul nulla, la moltiplicazione di strumenti finanziari speculativi, la generalizzazione di dubbie pratiche da parte di sempre più intermediari finanziari, etc. E, più in generale, ogni sorta di squilibri economici, commerciali, sociali e politici, all’interno degli Stati come tra di essi, che hanno dato vita a molteplici crisi successive, ognuna più distruttiva della precedente, fino all’attuale debacle, iniziata nel 2007 e della quale avevamo annunciato con molta precisione i tristi successivi sviluppi, come il crac borsistico finale. La cosa non è sorprendente, poiché « nessun sistema monetario può sussistere se i detentori della moneta non sono convinti che il potere d’acquisto di tale moneta resterà stabile per un periodo di tempo relativamente lungo » (Rist) e che « la moneta è il carburante che alimenta sempre l’inflazione… Senza ordine monetario, non ci sono che rovina e schiavitù» (Rueff). L’attuale crisi, iniziata dapprima negli Stati Uniti con l’implosione dei crediti « subprime », sottoscritti con la benedizione dei « regolatori » da debitori privati americani poco solvibili che non sono stati più in grado di assicurarne il rimborso (degli interessi e del capitale) in seguito alla caduta dei prezzi immobiliari in quel paese, trova anch’essa la sua origine nella cartolarizzazione. Questa innovazione finanziaria, sviluppata anch’essa di concerto con i « regolatori » che hanno permesso di integrare questi « subprime » senza valore in molteplici strumenti obbligazionari anch’essi tutti tossici (eppure valutati con favore dalle agenzie di rating complici) venduti dalle banche americane ad ogni sorta di investitori e di banche nel mondo intero, ha alla fine contaminato tutto il sistema bancario americano e poi quello internazionale che ha sfiorato la distruzione. Se la « politica monetaria » americana, decisa da Alan Greenspan per mettere fine al precedente crac borsistico, non si fosse tradotta in un ribasso senza precedenti dei tassi d’interesse americani a breve termine e in un’emissione, anch’essa esagerata, di liquidità, l’attuale crisi mondiale del credito non sarebbe avvenuta in un modo così drammatico. In modo tale che la principale responsabilità del presente disastro non incombe sugli attori dei mercati, ma sui «regolatori» e sulla stessa Federal Reserve, sulle irresponsabili agenzia di rating come sui dirigenti di certe banche, la cui propensione al guadagno e la cui megalomania si sono potute esercitare senza limiti, perché erano persuasi che il denaro pubblico si sarebbe sempre mobilitato per riportarli a galla in caso di difficoltà. Calcolo che, ahimè, si è rivelato esatto, salvo che per i capi di Bear Stearns, di Lehman Brothers e di altra AIG che se ne sono comunque usciti con dei bonus o con altri considerevoli « paracadute d’oro » ! Tali pratiche non hanno niente a che vedere con il liberalismo ma, al contrario, con un «socialismo di mercato » che non ha mai creato ricchezza come ci renderemo conto tra alcuni anni quando faremo il bilancio dell’attuale ondata di nazionalizzazioni delle banche europee, del piano Paulson da 700 miliardi di dollari e di altre azioni irresponsabili come la mobilitazione di una sessantina di miliardi di franchi svizzeri per salvare l’UBS che dovrebbe essere smantellata e poi venduta senza perdite per i contribuenti ! Qui osserveremo, contrariamente a tutte le bestialità proferite negli ambienti più disparati, che il liberalismo economico non è più responsabile dell’attuale implosione monetaria e finanziaria di quanto non lo sia stato delle crisi precedenti, poiché dal 1971 sono in grandissima parte gli Stati e le banche centrali – e non più gli attori economici – a decidere della quantità di moneta emessa, nonché a stabilire i tassi di cambio e d’interesse. In effetti, in quanto si sono liberati dei meccanismi automatici costituiti dall’autentico liberalismo economico secondo i quali funzionava la base aurea, i poteri pubblici hanno potuto condurre delle « politiche monetarie », indebitandosi sempre di più, hanno potuto intervenire in tutti i modi possibili sulle economie, istituire dei monopoli a beneficio dei loro « clienti », fare le più costose guerre della storia, con i risultati disastrosi che oggi si possono constatare. Von Mises, che aveva capito dove tutto questo avrebbe portato, aveva già constatato a ragione che « le crisi economiche sono provocate dalle politiche monetarie delle banche centrali ». Dopo Hayek, tutti sanno che la maggior parte degli squilibri imputati al « mercato » non sono che i sottoprodotti degli incoerenti interventi statali per cui la salvezza non è da ricercare in un maggiore peso dello Stato, ma, al contrario, in più libertà. Essendo il liberalismo economico – che si esprime nell’economia di mercato – inseparabile dal liberalismo politico – che si esprime nella democrazia rappresentativa - tutto ciò che va contro il primo non può che limitare il secondo, in modo tale che la sistematica distruzione della moneta da parte delle « politiche monetarie » non può che portare al totalitarismo. Prima di sotterrare il liberalismo, bisognerebbe che un giorno esso fosse applicato, cosa non ancora avvenuta. In compenso, il comunismo ed il socialismo sono stati applicati e hanno fallito !Come al solito, invece di lasciar andare in fallimento le banche e le imprese che hanno assunto dei rischi sconsiderati, i poteri pubblici hanno deciso di trattare la crisi con il massimo ribasso dei tassi d’interesse a breve termine e con la massiccia creazione ex nihilo di moneta fiduciaria di carta senza, evidentemente, giungere finora ad evitare il crac borsistico e la paralisi del credito interbancario. Questo non sorprende, dal momento che Von Mises già constatava : « bisognerà pure che si capisca che i tentativi di abbassare artificialmente, con l’estensione del credito, il tasso d’interesse che si forma liberamente sul mercato, non possono risolversi che in risultati provvisori e che la ripresa degli affari, che interviene all’inizio sarà per forza seguita da una più profonda ricaduta, la quale si tradurrà in una completa stagnazione dell’attività industriale e commerciale ». Perché « non c’è alcun mezzo per sostenere durevolmente un boom economico risultante dall’espansione del credito, l’alternativa è pervenire ben prima ad una crisi per arresto voluto della creazione di moneta oppure, ben più tardi, il crollo della moneta che sta avvenendo ». Scegliendo di far esplodere i deficit pubblici e di distruggere la credibilità dei bilanci delle banche centrali con la fornitura illimitata di liquidità alle banche e alle imprese e con l’assunzione incondizionata dei loro prodotti tossici, gli stessi poteri pubblici hanno accelerato il processo di distruzione, le une dopo le altre, delle monete fiduciarie cartacee (come attesta il recente crollo dell’euro dopo quello precedente, su un periodo più lungo, del dollaro). Questa alimenta già la prossima crisi, la quale si tradurrà nel crollo delle obbligazioni di Stato nel contesto dell’iper-inflazione che prossimamente non mancherà di svilupparsi quando le centinaia di miliardi di dollari distribuite dai poteri pubblici a tassi d’interesse vicini allo zero cesseranno di essere tesaurizzati e si metteranno a circolare nel sistema economico. Invece di ricreare uno stabile Sistema monetario internazionale con il progressivo ritorno alla base aurea, le grandi potenze hanno recentemente cominciato a concertare per mettere in campo una pseudo riforma che non risolverà le due questioni essenziali da trattare che sono : 1 – chiudere con il dollaro come moneta base, per mettere fine all’eccessiva creazione monetaria, alla maggior parte dei meccanismi speculativi nonché agli immensi squilibri commerciali internazionali;2 – farla finita con le banche centrali, con il Fondo Monetario Internazionale e con alter strutture costruttiviste per ripristinare delle monete stabili agganciate a beni reali, messe al riparo da ogni intervento statale e politico, nelle quali le popolazioni possano avere di nuovo fiducia per svolgere le loro transazioni e risparmiare i frutti del loro lavoro. Per sapere come finirà… Quanto precede permette dunque di pensare che i mercati azionari si stabilizzeranno solo da se stessi, quando il loro potenziale di ribasso a breve termine si sarà esaurito agli occhi di un numero sufficiente di attori economici che giudicheranno esser giunto il momento di comprare, perché le quotazioni delle azioni delle imprese saranno ridivenute attraenti circa la possibilità di loro profitti futuri. A nostro avviso, siamo prossimi a tale percezione in modo tale che il livello più basso dell’ottobre 2008 sui principali mercati azionari (che da un anno a questa parte hanno avuto un crollo tra il 40 e il 50%) dovrebbero tenere e si dovrebbe sviluppare un sostanziale rimbalzo fino alla fine del 2008 (obiettivo : 10.500 sul DJIA). Per poi cambiare discorso agli inizi 2009 e frantumare durante il 2009 i livelli più bassi raggiunto nel 2008, quando la crisi finanziaria si trasformerà in vera crisi economica e non si verificheranno i profitti sperati dalle imprese. In compenso, c’è da scommettere che ad essere molto prossimi a subire un tracollo di grande portata saranno i mercati delle obbligazioni di Stato, in particolare quelli americani che sono la madre di tutte le bolle. Questo farà ripartire violentemente verso l’alto l’euro sul dollaro e abbassare sensibilmente lo yen, sempre contro il dollaro ma, soprattutto, farà rialzare l’oro ( che pensiamo dovrebbe raggiungere – secondo i diversi scenari previsti – tra i 1,400 e i 2,100 dollari l’oncia prima della fine dell’attuale decennio). A questo proposito, si constaterà che l’oro ha tenuto molto bene in un contesto di « deleveraging » e di liquidazione generale di tutti gli attivi ancora in guadagno da parte degli operatori che avevano bisogno di ricostituire più cassa possibile per pagare un po’ dappertutto le loro perdite. Senza contare che certi analisti non esitano a prevedere una mancanza di pagamento degli Stati Uniti nel 2009 che frantumerebbe in modo duraturo il dollaro e le obbligazioni, in particolare quelle di Stato emesse in tale moneta; alla fine, l’oro ridiventa l’attivo da cui nessuno si vorrebbe separare ! Inoltre si noterà che la questione dei CDS (Credit Default Swaps), il cui considerevole ammontare in circolazione è stimato in circa 55.000 miliardi di dollari, che permettono di assicurarsi contro i rischi di mancato pagamento di chi emette obbligazioni, non è in alcun modo regolata e che ogni rialzo dei tassi d’interesse a lungo termine collegato con un crac delle obbligazioni di Stato avrebbe l’effetto di far implodere numerosi CDS, ma anche i rialzisti del credito che già sono sull’orlo del fallimento. Nel 2007 Patrick Artus constatava che « da quindici anni c’è una crisi finanziaria ogni quattro anni perché le banche centrali escono da ogni crisi con una politica monetaria eccessivamente espansionistica che, a sua volta, produce una nuova bolla ». In ragione dell’attuale stato d’indebolimento economico generale dei paesi occidentali e della diminuzione della loro crescita, prevista per il 2009, la prossima bolla, di ampiezza considerevole se si considerano le piramidi di cassa iniettate dai pubblici poteri americani ed europei, probabilmente non colpirà né le azioni né ancor meno le obbligazioni, ma ha tutte le possibilità di portarsi sull’oro e sulle materie prime. Le quali si sono aggiustate fortemente, ma il cui ciclo di rialzo non è terminato in considerazione della domanda dei paesi emergenti che continua a crescere, nonché delle future penurie, le quali romperanno il precario equilibrio domanda/offerta di numerosi di loro. Il rischio mondiale a venire non sta in un’immaginaria deflazione, bensì in una reale iper-inflazione distruttrice per le monete esistenti ! Se le principali potenze economiche e politiche non arriveranno ad intendersi sul ritorno ad un nuovo ordine monetario internazionale in cui la moneta sia depoliticizzata, è molto probabile che il prossimo decennio si aprirà sulla pura e semplice scomparsa della maggior parte delle monete fiduciarie cartacee in seguito al rifiuto delle popolazioni di continuare ad utilizzarle. Il che costituirebbe un grande progresso ma potrebbe temporaneamente funzionare male, se questo radicale cambiamento non fosse condotto in modo concertato.
Versione originale:Pierre Leconte (economista e saggista, presidente del Forum monetario di Ginevra per la pace e lo sviluppo)
Fonte: www.forumpourlafrance.org
Link: http://www.forumpourlafrance.org/spip/Comprendre-la-crise-actuelle-par-Pierre-Leconte.html
Versione italiana:Fonte: www.eurasia-rivista.org Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkkyAFuFpuNApzeRan.shtml

MIKHAIL KHAZIN aveva previsto la crisi finanziaria statunitense fin dal 2000


Cinque anni fa dirigevo le pagine culturali della Komsomolskaya Pravda. Era normale che le case editrici mi inviassero mucchi di novità da recensire. Un giorno, scavando all'interno dell'ultimo carico di libri, mi sono imbattuto in un volume intitolato "Il Tramonto dell'Impero del Dollaro e la Fine della Pax Americana".
Ricordo di essermi ripetuto il titolo, tra me e me, in tono incredulo. Ai vecchi tempi, gli americanologi dell'Unione Sovietica adoravano dibattere sul collasso dell'impero finanziario statunitense. Ma questo libro era del 2003.
Lo sfogliai, dando una rapida occhiata al testo. La conclusione dell'autore (l'economista Mikhail Khazin) sembrava piuttosto convincente. Perciò passai il libro alla sezione economica della KP, curata da Jenya Anisimov, che scrisse una recensione e in seguito intervistò l'autore nella nostra redazione.
In questi anni non mi sono scordato di Khazin e ne ho seguito la carriera, mentre teneva svariate conferenze in tutta la Russia. Sembrava sicuro che gli U.S.A. si trovassero sull'orlo di un crollo economico, teoria che gli altri analisti si affrettavano a rifiutare. E oggi, mentre la sua prognosi, un tempo così ostica, comincia ad avverarsi, la KP ha contattato Khazin per un'altra intervista.

Licenziato dal Cremlino!

KP: Mikhail Leonidovich, cos'è che l'ha portata a predire l'attuale crisi finanziaria? Khazin: Nella primavera del 1997 il Cremlino costituì il Dipartimento Economico della Presidenza, e io ne fui nominato vicedirettore. Il nostro primo incarico fu la stesura di un rapporto per [l'allora Presidente Boris] Eltsin, riguardo la situazione economica. Rilevammo che per la Russia una crisi economica era imminente, e che si sarebbe scatenata tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno del 1998, a meno che la politica economica del paese non fosse cambiata. KP: Quali spunti presero le alte sfere dal vostro rapporto?

Khazin: Nessunissimo, in realtà. A parte il vicepresidente e lo stesso Eltsin, nessuno lesse il rapporto. Nell'estate del 1998, l'Amministrazione ci licenziò tutti, perché avevamo cercato di bloccare un progetto di investimenti chiamato "Titoli di Stato - Corridoio dei Tassi di Cambio". Si trattava della più grande operazione finanziaria dell'era post-sovietica. Come avevamo previsto, la crisi economica colpì quello stesso agosto. Insieme ai miei colleghi, ho continuato a esaminare le ragioni di quella crisi. Dopo aver studiato approfonditamente il sistema finanziario statunitense, rilevammo un parallelo fin lì ignorato. Così come il nostro mercato dei Titoli di Stato aveva prosciugato l'economia russa, il mercato finanziario statunitense stava risucchiando le risorse dell'intero pianeta. Ci rendemmo conto che un destino simile attendeva il sistema finanziario degli U.S.A. Il nostro articolo venne pubblicato nell'estate del 2000, sulla rivista Ekspert, col titolo "Gli Stati Uniti Stanno Spianando la Strada all'Apocalisse?" La nostra conclusione era che una crisi economica statunitense fosse inevitabile quanto il collasso finanziario russo.

Fare gli Scemi

KP: Evidentemente negli U.S.A. non avevano ascoltato la canzone dei LUBE [gruppo rock russo] durante la Perestroka, "Don't Play the Fool, America!" Seriamente, comunque, qual è la vera ragione di questo crollo economico? Cerchiamo di spiegarlo senza ricorrere a un linguaggio troppo tecnico... 

Khazin: Ci proverò! Il modello economico che ha portato al crollo è derivato dalla crisi degli anni 70. Fu una tremenda crisi finanziaria causata dal surplus di capitale. Persino i classici dell'economia del XIX secolo avevano concluso che il capitale tende a crescere più velocemente dei redditi da lavoro. Questo porta a una diminuzione della domanda. Nel capitalismo tradizionale, il problema si risolveva in una crisi di sovraproduzione, e in un'economia di tipo imperialistico in una fuga di capitali. Ma, arrivati agli anni 70, questi sfoghi non funzionavano già più. Eppure, la situazione internazionale esigeva che gli Stati Uniti effettuassero un grande balzo tecnologico in avanti, o avrebbero perso la Guerra Fredda con l'Unione Sovietica. L'amministrazione Carter e il presidente della Federal Reserve Paul Walker elaborarono un'idea molto scaltra. Per la prima volta nella storia del capitalismo, i capitalisti iniziarono ad aiutare la collettività, mettendo in circolazione nuova moneta che stimolasse la domanda aggregata.

KP: Decisero di far andare le stampatrici?

Khazin: Esatto. Nei primi anni 80 cominciarono a stimolare la domanda tramite i contributi dello Stato. Per esempio, lanciarono il programma delle "Guerre Stellari". E nel 1983 misero l'accento sui risparmi delle famiglie.

KP: Intende dire che si affidarono al cittadino qualunque?

Khazin: Sì. Per un intero quarto di secolo, nell'economia delle famiglie è stata riversata una quantità di valuta sempre maggiore.

KP: In parole povere, parliamo di credito?

Khazin: Sì. Gli Stati Uniti furono in grado di raggiungere un ulteriore traguardo del progresso tecnologico grazie a questo eccesso di domanda. Ottennero il collasso dell'Unione Sovietica e fugarono molti dei loro maggiori timori. Ma... L'espansione si era realizzata grazie a risorse che avrebbero dovuto provvedere alla crescita futura. Il paese divorava sostanze con due generazioni di anticipo. Gli Stati Uniti accumularono un debito spaventoso. Risulta evidente se confrontiamo la crescita del debito delle famiglie coll'insieme del debito statunitense e col PIL. L'economia cresce a un tasso annuale del 2-3%, al massimo del 4. Ma il debito cresce a un tasso dell'8-10%.

KP: Be', che cresca pure... Finora gli Stati Uniti se la sono cavata alla grande... Meglio di noi!

Khazin: Sì, gli U.S.A., stimolando la domanda nei consumatori, hanno creato un alto tenore di vita. Intere generazioni hanno vissuto senza conoscere la povertà. Ma è impossibile vivere per sempre a credito. Il debito delle famiglie è diventato più grande dell'economia nazionale, più di 14 bilioni di dollari. E adesso siamo all'incasso. Ovviamente, Wall Street ha cercato di rimandare il crollo. Non voglio entrare nel dettaglio dei titoli derivati e di altri simili prodotti finanziari, basti dire che si trattava di un ultimo respiro prima dell'inevitabile soffocamento.
Un ulteriore problema degli Stati Uniti è che intorno alla domanda in crescita sono state create grandi industrie. Qualunque decisione prenda Wall Street, la domanda è destinata a precipitare. Cosa ne sarà di queste aziende? Nel 200 stimammo che sarebbe scomparso il 25% dell'economia statunitense. Oggi riteniamo che la percentuale più verosimile sia un terzo, se non di più.

KP: È davvero tanto!

Khazin: È una quantità enorme. Ma cosa comporta esattamente questo, la distruzione di un quarto dell'economia degli Stati Uniti? Comporta una crescita incontrollabile della disoccupazione, una gravissima depressione, una brusca impennata dell'incidenza dei servizi sociali sulla spesa pubblica... In questo momento gli Stati Uniti si agitano nel tentativo di salvare questa porzione dell'economia. Il governo sta aiutando banche e industria manifatturiera... Ma nonostante tutto, entro due o tre anni gli Stati Uniti dovranno fronteggiare una crisi simile alla Grande Depressione.

di Yevgeniy Chernyx
Komsomolskaya Pravda
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article21189.htm

Traduzione per Come don Chisciotte a cura di DOMENICO D’AMICO
Link:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5258

(*) Mikhail Leonidovich Khazin è nato nel 1962. Ha studiato matematica all'Università di Stato di Yaroslavl e all'Università di Stato di Mosca. Dal 1984 al 1991 ha lavorato all'Accademia Sovietica delle Scienze. Tra il 1993 e il 1994 ha lavorato al Centro Studi Statale per le Riforme Economiche. Tra il 1995 e il 1997 è stato a capo del Dipartimento per la Politica del Credito presso il Ministero dell'Economia. Tra il 1997 e il 1998 è stato vicedirettore del Dipartimento Economico della Presidenza. Nel giugno del 1998 ha lasciato il pubblico servizio. Attualmente è il presidente della ditta di consulenza Neokon.

Il Darfur e la repressione dei media sudanesi


Come purtroppo temevamo il cessate il fuoco in Darfur non è durato molto. I ribelli del Sla e del Jem hanno denunciato ripetuti attacchi da parte dell'aviazione sudanese sui villaggi di Kurbia e Umraik. Il bilancio delle vittime non è ancora chiaro, ma è lampante la ‘farsa’ attuata a mezzo stampa dal presidente sudanese Omar el Bashir che aveva annunciato nei giorni scorsi il “cessate il fuoco incondizionato”. Il Sudan Liberation Army e il Justice and Equality Movement, i principali movimenti ribelli che si contrappongono al regime da anni chiedendo uguale dignità politica ed economica per il popolo del Darfur, hanno accusato le forze governative di aver colpito la popolazione inerme senza alcun motivo.

E proprio la censura che voleva imporre il governo su notizie come queste ha suscitato l’indignazione e la reazione di un nutrito gruppo di giornalisti sudanesi.
Questi colleghi, arrestati e rilasciati dopo ventiquattro ore dalla polizia di Khartoum, avevano la ‘colpa’ di aver partecipato a una riunione non autorizzata su un memorandum da presentare ai legislatori per chiedere di rivedere le leggi che regolamentano il Diritto dell'informazione e la libertà di stampa.  
Questo incontro seguiva lo sciopero della fame, che ha coinvolto 150 giornalisti, e il fermo stampa di tre giornali, l'Ajras Al-Hurriya, Al-Shab di Al-Maidan e Rayal, che per giorni hanno protestato contro le restrizioni del governo attraverso le quali vorrebbe controllare la linea editoriale.

I giornalisti sudanesi sono quotidianamente sottoposti alle molestie del regime: l'arresto, la detenzione, gli interrogatori, la confisca dei giornali stampati sono vessazioni continue per chi non si piega alla volontà governativa. Tutto questo è stato denunciato in una lettera, a firma degli attivisti per i diritti dell’informazione libera, presentata alla Sessione Ordinaria della Commissione africana sui Diritti umani che si è riunita in Nigeria il 14 novembre scorso. 
L’escalation repressiva nei confronti dei media sudanesi si è intensificata dopo la richiesta di incriminazione del presidente Bashir, accusato di genocidio e di crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale. Da quel momento il servizio di sicurezza del regime ha imposto una serie di controlli di pre-censura. Ogni giornale viene visionato tutte le sere sera da un esponente dei Servizi e decide quali articoli debbano essere tagliati o riscritti. Spesso i direttori sono costretti a cancellare intere colonne o pagine. 

A tutto questo l’intera opinione pubblica sudanese dovrebbe dire basta ma, in un Paese dove esprimere il proprio pensiero può costare la libertà, non stupisce che cali il silenzio.
Ma noi non restiamo zitti. Articolo 21, oltre ad esprimere totale solidarietà ai giornalisti che si contrappongono alla censura della giunta militare, chiede che il Governo italiano e i media del nostro Paese non ignorino le repressioni messe in atto dal regime di Khartoum.

di Antonella Napoli

Cargo cinese nelle mani dei pirati somali


Meno di ventiquattro ore dopo il sequestro dellasuperpetroliera davanti alle coste del Kenya, un gruppo di pirati ha assaltato, alle 15 ora italiana, un cargo di Hong Kong in navigazione nel golfo di Aden, vicino alle coste dello Yemen.  Il Delight, 25 membri d'equipaggio (nessuno cinese né di Hong Kong), trasporta 36.000 tonnellate di farina. Era diretto in Iran, destinazione finale il porto di Bandar Abbas.  Ieri era stata la volta di una petroliera saudita carica di due milioni di barili di greggio intercettata dai barchini dei pirati nell'Oceano indiano, in acqua internazionali a 450 miglia nautiche a Sud Est di Mombasa, in Kenya. Dopo una lunga navigazione, oggi la Sirius Star è attraccata in un porto somalo nella regione del Puntland, roccaforte dei pirati.  "La nostra principale priorità - ha spiegato Salah Kaaki, presidente della società armatrice saudita Aramco - è che l'equipaggio stia bene. Stiamo lavorando perché siano rilasciati al più presto". Dell'equipaggio fanno parte 25 persone: due britannici, due polacchi - uno di loro è il capitano - un croato, un saudita e 19 filippini.  Le trattative per il pagamento del riscatto proseguono.  Il carico di petrolio della Sirius Star vale circa 100 milioni di dollari e la nave, appena uscita dai cantieri, circa 150 milioni. L'ammontare dei riscatti dei pirati è proporzionato al valore delle navi catturate: per la superpetroliera e il suo equipaggio saranno chiesti tra uno e quattro milioni di dollari che andranno ad alimentare le frange armate in guerra civile dagli anni Ottanta.  Catturando la Sirius Star, i pirati hanno chiaramente superato una nuova tappa. Fino a oggi, i pirati agivano prevalentemente nel golfo di Aden, lungo la rotta marittima che passa per il canale di Suez. Il sequestro della superpetroliera segna una svolta nella politica criminale dei banditi somali, anche se prova della loro capacità di attaccare qualsiasi nave i pirati l'avevano data sequestrando il 25 settembre il Faina, un cargo ucraino carico di armamenti, fra cui carri armati, ancora nelle loro mani.  La cattura della superpetroliera mostra anche l'impotenza del piano approntato dalle marine occidentali per fronteggiare i banditi dei mari. Dopo il sequestro del Faina, la Nato ha mandato una forza navale - che deve essere affiancata a dicembre da una operazione dell'Unione europea - nella regione. Altri paesi, fra cui Russia e India, hanno inviato delle navi da guerra al largo della Somalia per lottare contro la pirateria, senza riuscire però a far cessare gli attacchi. 
Fonte: la Repubblica

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