martedì 18 novembre 2008

Gli esuli tibetani mettono in discussione la linea del Dalai Lama



Riuniti in assemblea a Dharamsala i cinquecento delegati per discutere la linea politica del Dalai Lama

Non si può parlare di vero e proprio ammutinamento, ma il risultato dell'assemblea degli oltre cinquecento esuli tibetani riunitisi a Dharamsala, nel nord dell'India, potrebbe segnare un momento storico nella cinquantenaria lotta del popolo himalayano contro la politica accentratrice di Pechino.

Non si può parlare di ammutinamento, solo perché il concetto di "non-violenza" costituisce l'essenza stessa dei tibetani. Per la prima volta, però, viene messa in discussione la linea del Dalai Lama, la guida politica e spirituale, che negli ultimi giorni ha dovuto ammettere, pubblicamente, il fallimento del dialogo con Pechino e della "strategia della moderazione" portata avanti dal 1988. Ancora una volta, l'incontro della prima settimana di novembre tra la Cina e la delegazione tibetana, ha portato a un nulla di fatto. La frustrazione ha preso il posto della perseveranza nei cuori e nelle volontà del popolo di Buddha, soprattutto nei giovani che mai erano stati ben disposti alla linea della semplice autonomia nel seno del Dragone, preferendo l'indipendenza totale da Pechino.
Quella svoltasi tra il 31 ottobre scorso e il 5 novembre è stata l'ottava sessione di incontri, la terza dalla rivolta di Lhasa, repressa nel sangue, a marzo. Il Dalai Lama non ha potuto fare altro che convocare l'assemblea di Dharmsala, sede del governo tibetano in esilio, affinché il suo popolo possa ridiscutere il piano di azione. Per permettere un esame sereno dello stato di fatto, il Premio Nobel per la Pace ha anche rinunciato a essere presente alla riunione per non influenzare i lavori. Si tratta della prima assemblea "generale" dopo 27 anni.

Tsewang Rigzin, presidente dell'influentissimo Congresso dei Giovani Tibetani, non ha dubbi su quale sia la politica da seguire e anche sull'esito dell'assemblea che si concluderà a fine settimana: la causa dell'indipendenza ne uscirà rafforzata. La frustrazione, che ha colpito lo stesso il Dalai Lama, deriva anche dalla cortese indifferenza della comunità internazionale: sebbene la linea moderata sia stata accolta unanimemente con molto favore, anche da intellettuali cinesi, nessun frutto è stato raccolto perché, in fondo, nessuno ha veramente sposato la causa. Anzi, il 29 ottobre, due giorni prima che cominciassero i lavori a Pechino, il governo britannico di Gordon Brown ha annunciato, dopo 94 anni, la revoca di una certa sovranità formale del Tibet nelle relazioni con la Cina. Secondo alcuni giuristi, la mossa di Londra ha, non solo indebolito la "posizione contrattuale" della delegazione tibetana, ma ha rafforzato la già arrogante posizione dei Pechino.

La Cina, da parte sua, non dà alcun rilievo all'assemblea in corso a Dharmsala: "Il Tibet non ha alcuna sovranità, nessuna nazione gliela riconosce. Ogni tentativo di separarsi dalla Cina è destinato al fallimento. Il Tibet è Cina". Queste le parole del ministero degli Esteri di Pechino.

di Nicola Sessa

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12808/Tibet,+i+cinquecento+contro+il+Dalai+Lama

Perchè i cinesi dovrebbero comprare il debito USA ad infinitum?



E pensare che ci avevano detto: Ben Bernanke, il governatore della FED, è un grande intellettuale, il massimo studioso della Depressione anni '30, sta facendo le cose giuste per scongiurare che il crack finanziario si trasformi in un'altra Grande Depressione.

Quanto al ministro del Tesoro Hank Paulson, la sua potenza intellettuale era attestata dal semplice fatto d'essere stato il capo supremo, e strapagato, di Goldman Sachs: come si può anche solo dubitare che la più brillante banca d'affari della storia non dia il comando e miliardi di bonus solo ai «best and brightest», ai migliori e più acuti? 

Saranno anche cinici, ma sono bravi; dunque, la crisi è in buone mani. E invece, a far la cosa giusta subito, senza perdere tempo, è stata la dirigenza cinese. Con lo stanziamento colossale di 600 miliardi di dollari (un sesto del PIL cinese) per il lancio alla grande di infrastrutture come ferrovie e reti elettriche, case a basso prezzo e spese sociali - sanitarie - insomma lo stimolo fiscale keynesiano - ha mostrato più audacia e più intelligenza degli intelligentissimi americani. E adesso sono loro, i maestri, che stanno cercando di imitare l'allievo. Goffamente e in ritardo.

Anche Paulson, come ricordiamo, ha immediatamente stanziato una cifra astronomica, estorcendo ai contribuenti e al Congresso 700 miliardi di dollari. Ma per quale scopo?

Quello che gli suggeriva il suo istinto di finanziere-speculatore: non salvare l'economia reale (di cui a Goldman Sachs non sanno nulla), bensì le finanziarie speculative. E ha cercato di farlo in modo che le banche e gli speculatori non pagassero alcun prezzo per la crisi che hanno provocato. Anzi.

Con i 700 miliardi, Paulson - o meglio lo Stato americano - ha voluto comprare tutti gli «attivi tossici», ossia tutti i titoli-spazzatura oggi invendibili che le banche hanno in pancia, a prezzi superiori alle loro attuali quotazioni (che sono più o meno zero); insomma liberare i bilanci delle banche dai crediti sub-prime ed altri derivati putrefatti, non solo gratis, ma facendo loro anche regali.

Ora però ha rinunciato. Il genio della finanza si rimangia tutto, fa flip-flop.

Il 12 novembre Paulson ha ammesso che «comprare gli attivi illiquidi connessi ai mutui» non è «il modo più efficace di usare i fondi» che ha estorto. E ha annunciato che ne userà una parte per iniettare capitale nelle banche (ossia: in cambio dei soldi, almeno si farà dare azioni delle banche), per sostenere i prestiti dati agli studenti, ai compratori di auto a rate e alle carte di credito; e per ridurre i pignoramenti, aiutando i padroni di casa col mutuo che non possono pagare, a ristrutturare il mutuo, e restare nelle loro case con rate che possano permettersi.

Un aiuto all'economia reale, finalmente: se quelli con il mutuo continuano a pagarlo, essi sostengono anche i titoli composti da mutui, e dunque le case di mattoni sostengono la finanza.

Ma Paulson non ha capito: voleva salvare la finanza e non i debitori col mutuo. Ora lo fa con un ritardo fatale, quando ormai le case sequestrate sono una valanga. Al punto che la superbanca Citigroup ha rinunciato a pignorare gli immobili dei suoi debitori insolventi: ciò che otteneva era solo un parco di case vuote, abbandonate al saccheggio e dunque con valore precipitante, su cui per di più doveva pagare le tasse di proprietà.

La presunta mente superiore si è rivelata una figura meschina di incompetente, guidato non da un sapere economico basato sull'esperienza, ma da una ideologia fallimentare. E dall'istinto di salvare i «colleghi» di speculazione, di ripararli dalla rovina comune e di mantenere il loro potere sul deserto che hanno fatto.

E che dire di Bernanke? Lui non è uno speculatore, ma un economista universitario, un pensatore. Uno che per tutta la vita ha studiato il 1929 e gli errori che allora i governi e la Federal Reserve commisero, trasformando il crack in Depressione epocale, onde non ripeterli più. Ebbene, che ha fatto questo genio?

Dopo aver iniettato capitali sulle banche anche lui, spargendo dollari con l'elicottero senza esito (le banche continuano a non fare credito, nemmeno alle altre banche) ecco che ricorre alla misura che gli sembra acuta: taglia i tassi d'interesse, ormai vicini allo zero.

Insomma commette quell'errore, o meglio quella scemenza intellettuale, che Keynes ha chiamato «pushing on a string». Tenete a mente questa frase, perchè la troverete ripetuta spesso nel prossimo futuro. Significa, letteralmente, «spingere con un filo».

La metafora è quella del filo che tiene un palloncino: con il filo, tu puoi «tirare giù» il palloncino, ma non spingerlo sù se è sgonfio. Agire sul filo per «spingere», non funziona. 

Fuor di metafora: tagliare gli interessi (ossia rendere il denaro meno costoso) è utile ad innescare una ripresa in tempi normali, perchè incoraggia aziende e privati a prendere più denaro a prestito, e ciò stimola economia e consumi. Ma questi non sono tempi normali.

Sono i tempi segnalati da Keynes, in cui le imprese non si vogliono indebitare nemmeno a costo zero, perchè la recessione non dà prospettive di profitti con cui pagare i debiti; e i privati, già stra-indebitati, allarmati dalla disoccupazione incombente, stringono la cinghia e non si vogliono indebitare ancora.

In Italia, i vecchi economisti usavano un'altra metafora: «Il cavallo non beve». Per quanta acqua gli si dia a disposizione (liquidità a costo zero), se il cavallo («the animal spirit of capitalism»), non ne ha voglia, non beve.

E' per questo che Keynes consigliava l'intervento diretto dello Stato nell'economia, a sostituire con la spesa pubblica la mancata spesa delle imprese e dei consumatori. Quel che ha fatto appunto la Cina.

Come uno studente del primo anno alla Bocconi, Bernanke adotta la ricetta semplice - e sbagliata. Per di più, in tragico ritardo. Quando ormai nè le banche vogliono prestare, nè i privati o aziende vogliono chiedere in prestito. Così comincia il guaio vero.

Perchè quando arrivano momenti come questi - che le masse cessano di indebitarsi e cominciano (tutti insieme) a risparmiare, e consumare meno - succede una cosa terribile: la massa monetaria si riduce drasticamente, dato che il denaro oggi viene creato indebitando la gente.

Indebitandola ad interesse, il che significa che la massa dei debitori deve più dell'ammontare che ha preso in prestito; sicchè quando la massa complessiva cessa di chiedere prestiti, l'effetto finale è che non c'è abbastanza denaro - nemmeno abbastanza perchè i debitori che vogliono rientrare possano pagare le bollette e insieme, «servire» (cioè restituire a rate quote di capitale e d'interessi) il debito precedentemente contratto. 

Per questo si dice che, mentre l'inflazione favorisce i debitori (annacquando i loro debiti), la deflazione li strangola.

In deflazione, il debito (mutui, carte di credito, prestiti-auto) diventa schiacciante, anche se il denaro è a tasso zero; perchè i redditi scendono, mentre il debito resta fisso, e dunque a tassi reali comunque troppo alti.

Negli anni '30, i contadini americani non riuscivano a pagare i mutui sui terreni, perchè il grano che mietevano ribassava di continuo. Furono ridotti alla fame e a vagare raminghi nel West, dopo aver perso tutto e sì che negli anni '30 l'indebitamento generale era una sciocchezza, rispetto ad oggi.

Insomma: dopo aver studiato tutta la vita come scongiurare la deflazione post-29, Bernanke - giunto alla prova suprema della sua esistenza, per cui si era preparato - ha fatto cilecca. 

Ormai, in USA ma anche in Europa, la deflazione è instaurata.

Già si comincia a vederne il sintomo più sinistro: rallentano gli acquisti di auto e case. Non solo perchè la gente è più povera; anche perchè c'è l'aspettativa che forse, tra sei mesi e un anno, le case e le auto te le tireranno dietro, pur di venderle.

Questo crea il circolo vizioso deflazionista: ritardi gli acquisti, in attesa di ribassi; a forza di ribassi, le ditte falliscono perchè non riescono a pagare i «loro» debiti; alla fine anche tu non puoi comprare l'auto nuova al 50% di sconto, perchè sei stato licenziato e non hai più reddito.

Anche Bernanke, come Paulson, si è rivelato un cretino storico; e non perchè manchi di cervello, ma perchè anche lui si è lasciato guidare dall'ortodossia economica-liberista, terminale (della Banca Centrale Europea non è nemmeno il caso di parlare: Trichet si è rivelato anche più torpido e confuso economista dei suoi compari americani; qui non siamo alla stupidità, ma al mongolismo clinico).

Bernanke doveva fare subito come il regime di Pechino: lanciare grandi programmi di opere publiche, aiuti agli Stati che rischiano di chiudere scuole e servizi, rinnovare infrastrutture, come minimo mettere i soldi in tasca ai consumatori. Ma poi, poteva?

Un momento: fra Cina e USA c'è una differenza sostanziale. La Cina può stanziare 600 miliardi in opere pubbliche e infrastrutture perchè ce li ha. Sono le sue riserve, guadagnate a forza di esportazioni e di lavoro (malpagato) dei suoi cinesi. E invece l'America, se vuole spendere 600 miliardi in un programma keynesiano di spesa pubblica, dove li prende? 

Come al solito: a credito dalla Cina. Ossia deve spacciare ai cinesi altri Buoni del Tesoro denominati in dollari. 

Fino ad oggi, la Cina ha sempre accettato questi BOT in pagamento delle sue merci, perchè così facendo dava agli americani il denaro per comprare i suoi prodotti. Così ha finanziato e rifinanziato di continuo il consumo americano. Ossia: quando i BOT venivano a scadenza, non pretendeva denaro vero (magari oro), ma si contentava di altri BOT a scadenza più lontana.

Oggi, però, non solo il consumatore americano comprerà meno merci cinesi, e a Pechino lo sanno, dunque il loro interesse per i consumi USA diminuisce; la Cina, soprattutto, oggi ha bisogno dei capitali che prima prestava, per alimentare il suo programma di opere pubbliche. Con ciò, conta di creare lavori per i cinesi che lo stanno perdendo a causa della crisi dell'export mondiale.

Ma, una volta di più, il tipo di rilancio cinese mostra un'intelligenza che manca in Occidente.

Pechino non mette in tasca 600 dollari ad ogni cittadino (come ha fattto Bush con gli americani), nè inventa «rottamazioni» per invogliare a comprare auto con lo sconto (come fanno qui i servi della Fiat). Pechino estende le reti elettriche e i treni nel suo vasto interno rimasto povero, dato che il boom ha sviluppato solo le zone costiere. In altre parole, costruisce le basi per la prossima fase di sviluppo, per un'economia ancora più forte in futuro.

E' persino simbolica la decisione di puntare sulle ferrovie: questo disprezzato residuo dell'Ottocento - disprezzato dalla finanza speculativa - la più trascurata delle infrastrutture (in Italia non meno che in USA), è stata la spina dorsale dello sviluppo europeo e americano di due secoli fa: creò ricchezza che prima non esisteva; lo farà ancora una volta. Ma non più per l'Occidente.

E l'America e l'Europa, intanto, dovranno emettere BOT su BOT, sperando che qualcuno li compri. In tempi di credito diffidente e scarso, sarà da vedere chi li compra. E poi, diciamolo, conviene comprare ancora titoli dei debiti pubblici occidentali?

Si sa che quegli Stati non li ripagheranno mai veramente, ossia con il flusso di cassa proveniente dagli introiti fiscali. Questi Paesi hanno debiti pubblici colossali (USA come Italia), si stanno impoverendo, la loro popolazione (in Europa) è vecchia, la demografia in ribasso, i giovani sono più ignoranti e quindi meno produttivi e creativi, la de-industrializzazione ha fatto perdere competenze tecniche alla nostra civiltà, sicchè il capitale investito qui rende poco; dietro quei BOT, insomma, non c'è prospettiva di un ritorno del capitale e di frutti solidi, risultato di una creazione di ricchezze reali.

Al massimo, l'Occidente li ripagherà stampando moneta, ossia la moneta deprezzata. E perchè i cinesi dovrebbero comprarli, dovrebbero rifinanziarci ad infinitum?

Non sono mica cretini, loro. 

Henry Short
Fonte: www.venexie.org/
Link: http://www.venexie.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9134

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