lunedì 17 novembre 2008

Le ambiguità di Obama in Medio Oriente


I primi nomi che sembrano essere candidati a giocare un ruolo di primo piano nella definizione della politica estera che verrà adottata dalla futura amministrazione americana hanno suscitato perplessità e preoccupazioni presso gli arabi. Si tratta di nomi che ancora una volta fanno temere una politica americana non imparziale in Medio Oriente – sostiene l’editorialista Mostafa Zein

Con il senatore Joe Biden nominato vicepresidente di Barack Obama, Rahm Emanuel nominato capo di gabinetto della Casa Bianca, e Dennis Ross candidato a riprendere in mano la questione palestinese, la nuova amministrazione USA sta cominciando a porre le basi della sua politica mediorientale.

Biden è orgoglioso di essere un sionista, sebbene egli sia cristiano. E’anche orgoglioso di essere l’autore del piano di spartizione dell’Iraq (verso la fine del 2006, Biden si fece promotore di una soluzione che avrebbe dovuto porre fine al problema della violenza confessionale in Iraq: la trasformazione del paese in una confederazione di tre stati, uno curdo, uno sunnita ed uno sciita, legati da un governo centrale dai poteri alquanto ridotti; nel settembre del 2007, il senato americano approvò una risoluzione non vincolante che adottava questa strategia; la risoluzione venne condannata dal governo iracheno come un tentativo di arrivare ad una spartizione di fatto del paese (N.d.T.) ). Emanuel è un israeliano che ha servito nelle Forze di Difesa Israeliane (Emanuel ebbe la doppia cittadinanza fino a 18 anni, età in cui rinunciò alla cittadinanza israeliana; nel 1991, durante la guerra del Golfo, prestò servizio per alcune settimane come volontario civile in Israele; a proposito delle reazioni della comunità araba americana di fronte alla nomina di Emanuel si può consultare l’articolo “Rahm Emanuel and Arab Perceptions”, apparso il 14 novembre sull’ ‘Huffington Post’ a firma dell’arabo americano James Zogby (N.d.T.) ), e suo padre fu un membro attivo dell’Irgun (organizzazione paramilitare sionista che operò in Palestina fra il 1931 e il 1948 (N.d.T.) ).

Rimane Ross, che i palestinesi e gli arabi conoscono bene. E’ quello che ha la maggior familiarità con la questione palestinese; ha redatto i piani dei precedenti negoziati, li ha supervisionati e vi ha preso parte, contribuendo al loro fallimento. E’ sempre stato prevenuto a favore di Israele, in tutte le fasi dei colloqui. E’ sempre stato desideroso di cancellare l’aspetto simbolico della questione palestinese. Compì grandi sforzi per aizzare la gente contro lo scomparso presidente palestinese Yasser Arafat, perché egli incarnava questo simbolismo. Ross, insieme ad altri americani ed israeliani, fu dietro l’imposizione di Mahmoud Abbas come primo ministro, allo scopo di limitare l’autorità di Arafat, poiché Abbas era considerato più moderato e pragmatico.

Nell’aprile del 2002, nel corso di una visita del segretario di stato americano Colin Powell in Israele, Ross scrisse un articolo che esponeva le ragioni del mancato raggiungimento di un accordo di pace. Egli si concentrò sull’ostacolo principale, “il vecchio” (Arafat). Ross disse che “l’opzione di lasciarsi alle spalle Arafat” era un passo difficoltoso, “rivoluzionario”, poiché “egli è il simbolo del movimento palestinese, e chiunque prenda il suo posto sarà considerato un traditore. Perciò i palestinesi, gli arabi e gli europei devono essere convinti che egli è un ostacolo alla pace”. Tuttavia, Ross si aspettava che questa opzione fosse destinata al fallimento. Egli si attendeva anche il fallimento di un’altra opzione, quella di “riconoscere uno stato palestinese sul 40% della Cisgiordania e sul 60% della Striscia di Gaza, stabilendo un calendario per l’applicazione degli obblighi palestinesi nei confronti della sicurezza di Israele, mentre lo stato ebraico deve riconoscere uno stato palestinese e congelare gli insediamenti”.

Ross considerava la terza opzione come quella più attuabile, malgrado le sue difficoltà. Essa consisteva in “un ritiro israeliano unilaterale da Gaza, fino ad un punto che sia meglio difendibile con il filo spinato e con la creazione di zone cuscinetto. Sebbene questa non sia una soluzione al conflitto, essa rende migliore la vita agli israeliani ed ai palestinesi, fino a quando non apparirà un partner palestinese in grado di rendere possibili i negoziati e la pace”.

In questo articolo Ross sembra essere il consigliere di Ariel Sharon, il quale dal canto suo optò per tutt’e tre le opzioni insieme. Egli isolò Arafat nel suo quartier generale di Ramallah, fino a quando quest’ultimo fu avvelenato (Arafat morì nel novembre del 2004 a causa di una insolita malattia del sangue di cui non si riuscì a stabilire le cause; nel mondo arabo è estremamente diffusa la convinzione che egli sia stato avvelenato (N.d.T.) ). Convinse Bush che lo scomparso presidente palestinese era un ostacolo alla pace. Si ritirò da Gaza. Costruì il muro dell’apartheid (il cosiddetto muro di separazione). Egli ed i suoi successori si impegnarono in negoziati con un cosiddetto “partner palestinese”. Gli chiesero di praticare la democrazia. Quando Hamas vinse le elezioni, gli chiesero di punire il movimento islamico e di porre fine al “terrore” creato da quest’ultimo, affinché la partnership potesse essere completa.

Ross è tornato alla questione mediorientale, beneficiando della sua esperienza presso il Washington Institute for Near East Policy (un istituto bipartisan fondato da Martin Indyk, direttore di ricerca dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), e successivamente ambasciatore USA in Israele (N.d.T.) ), per affermare che Obama era impegnato a favore di Israele “con il cuore e con la mente”. Nel definire le politiche di Obama, Ross sarà aiutato da un vicepresidente orgoglioso di essere sionista e da un capo di gabinetto della Casa Bianca di nazionalità israeliana. Questa è una chiara indicazione del fatto che il mondo arabo sta passando da un’amministrazione americana che credeva nei miti e nelle profezie della Torah ad un’amministrazione che ha scelto un israeliano per negoziare con altri israeliani al fine di risolvere le nostre questioni. Quanto a noi arabi, ci siamo preparati alla prossima fase con ulteriori divisioni e controversie, e con un’iniziativa di pace che ha a sua volta bisogno dell’iniziativa di qualcuno per essere salvata.

Mostafa Zein scrive abitualmente sul quotidiano “Dar al-Hayat”; è responsabile dell’area del Golfo e dell’Iraq

Titolo originale:

An Israeli Negotiating with an Israeli

MESSICO, IL PAESE PIÙ PERICOLOSO D’AMERICA PER I GIORNALISTI


Si chiamava José Armando Rodríguez Carreón ma per tutti era “El Choco”. Faceva la cronaca nera per il quotidiano di Ciudad Juárez “El Diario”. E’ morto ammazzato ieri, giovedì mattina mentre portava a scuola sua figlia maggiore Ximena.El Choco era un giornalista dello stato di Chihuahua, vi era nato nel 1968, lì si era laureato in Scienze politiche, era diventato giornalista, si era sposato con una collega Blanca Alicia Martínez, e lì avevano avuto tre figli e volevano continuare a vivere e lavorare. Dal 1993 lavorava a “El Diario” e dal 1997 si occupava di cronaca nera. E per 15 anni aveva convissuto con le minacce di morte.Cronaca nera a Ciudad Juárez vuol dire stare nell’occhio del ciclone dell’industria della violenza, il narcotraffico sempre più rampante, i femminicidi, le connessioni tra la criminalità politica e comune di uno stato che sintetizza la crisi del Messico come nazione e la sua trasformazione in narcostato. Cronaca nera per “El Choco” voleva dire ancora un giornalismo vecchio stile, consumare scarpe, andare a verificare, parlare con la gente, svolgere ancora giornalismo investigativo. Aveva passato l’ultimo pomeriggio della sua vita in un quartiere ad alta densità criminale, ma è improbabile che sia stato quello a segnare la sua condanna a morte. Anzi, come sempre in questi casi dove l’impunità è la regola, non filtrano notizie su quale delle decine di inchieste realizzate da Rodríguez Carreón possa avere indotto qualcuno a inviare i sicari. L’unico dettaglio investigativo importante è che del caso è stata investita la PGR, la Procuradoría General de la República, che si occupa dei delitti commessi dal crimine organizzato. “El Choco” era un giornalista che in altri tempi si sarebbe detto impegnato, come conferma un comunicato della Pastorale operaia della diocesi di Juárez, la Tavola delle donne e altre organizzazioni per i diritti umani alle quali Rodríguez Carreón era vicino e che sono da mesi impegnate in iniziative contro la militarizzazione della città voluta dal governo di Felipe Calderón. Quello della diocesi e delle associazioni dei diritti umani, che sarà pubblicato oggi venerdì e che Latinoamerica ha ricevuto in anteprima, è un vero e proprio appello alla società civile di Juárez:“la causa dell’assassinio di José Armando va ricercata nell’esercizio responsabile della sua professione in questa voragine di violenza nella quale sta affondando tutta la società juarense. […] Di fronte al caos e al terrore i cittadini comuni, le maestre e gli alunni, le donne operaie e i lavoratori, i commercianti […] diciamo basta con l’impunità”.Il Messico è oggi lo stato più pericoloso del continente per l’esercizio della professione giornalistica. Da quando il PAN (destra) è al governo sono almeno 35 i giornalisti assassinati nel paese mentre sei sono i desaparecidos.
fonte http://www.gennarocarotenuto.it/

Autore: Gennaro Carotenuto

Grasso: ''Entita' esterne hanno armato Cosa Nostra''. Ma chi sono?


di Giorgio Bongiovanni - AntimafiaDuemilaE’ passata poco più di una settimana da quando il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, invitato all’inaugurazione dell’istituto superiore di tecniche investigative dell’Arma a Velletri, ha spiegato ancora una volta, con parole più che preoccupanti, la reale natura di Cosa Nostra. “E’ un errore grossolano considerare Cosa nostra un ‘antistato’ perché talvolta è dentro lo Stato e la sua connivenza con il sistema di potere è molto più di una semplice ipotesi investigativa”. Nonostante queste gravissime dichiarazioni la notizia non ha avuto praticamente nessuna eco. La grancassa mediatica continua a propugnare una concezione della mafia siciliana (ma si potrebbe applicare un discorso analogo anche alle altre organizzazioni criminali) limitata alla violenza o alla scontro tra famiglie per il predominio del territorio e per la spartizione del pizzo all’indomani della cattura di Provenzano e degli altri superlatitanti lasciando presagire una sconfitta del sodalizio mafioso. O facendo credere che la repressione giudiziaria o militare possano bastare per risolvere questo atavico problema che affligge il nostro Paese.Eppure il procuratore nazionale è stato piuttosto chiaro: “La forza della mafia è quell’area grigia costituita da individui che vivono nella legalità, forniscono un supporto di consulenza per le questioni legali, per gli investimenti, per l’occultamento dei fondi, per manovrare l’immenso potenziale economico dell’organizzazione criminale”.E ancora più drammatico: “la mafia pur avendo sempre avuto interessi propri è stata anche portatrice di interessi altrui: in tantissime occasioni entità esterne hanno armato la sua mano”.Una dichiarazione del genere avrebbe dovuto sollevare un vespaio, il procuratore sarebbe dovuto essere subissato di domande e contestazioni da parte dei grandi media tutti in fila a chiedergli spiegazioni delle sue parole che fanno il paio con quelle di qualche anno fa: Cosa Nostra in qualche occasione è stata anche il braccio armato dello Stato.E invece nulla. Silenzio e il silenzio, spiega il procuratore, è l’ossigeno della mafia. Forse ci siamo fin troppo abituati al muro di gomma contro cui rimbalzano isolate le voci disperate dei familiari delle vittime. La mafia, il suo vero potere e lo stragismo eversivo di cui si è resa protagonista non fanno più notizia. Non interessano più.Dal nostro piccolo osservatorio, invece, noi vorremmo sapere dal Procuratore Nazionale Antimafia chi sono queste “entità” che hanno armato la mano di Cosa Nostra? Dove sono? In quali settori concreti del potere si annidano? Quello Bancario? Finanziario? Religioso? Istituzionale? Sono nelle Forze dell’Ordine? Nei Ministeri? Nelle Università? Nella Massoneria? Nei servizi segreti? Nell’imprenditoria? Nell’avvocatura? Nei Comuni? In Paesi stranieri? Nei sindacati?Quale potere rappresentano? Hanno a che fare con i mandanti esterni delle stragi del 92 e del 93 e con quelle precedenti? Che relazione hanno con l’area grigia? Quali interessi hanno soddisfatto le stragi? Economici? Politici? Eversivi? Tutti e tre? Altri?Sappiamo che non è possibile conoscere i nomi di soggetti singoli magari sottoposti ad indagine, ma a queste domande vorremmo che potesse rispondere il Procuratore così da tenere desta l’attenzione di tutti e riportare la questione mafia nel suo alveo reale: quello di un potere tra i poteri. Sempre forte e così infiltrato nelle pieghe della società da apparire invisibile e tuttora molto lontano dall’essere sconfitto.

Bomba ecologica sotto Napoli

La Guardia di Finanza ha scoperto un milione di rifiuti pericolosi a trecento metri dal Policlinico NuovoLe cronache giornalistiche e le indagini della magistratura ci avevano raccontato o descritto, fino ad ora, di una Campania Infelix o della Biufiful Cauntri limitata alle zone dell’agro aversano, in provincia di Caserta o a quelle della Terra dei Fuochi, nell’area del giuglianese, fino al triangolo della morte compreso tra Nola e Marigliano.A Napoli, si diceva , o meglio si credeva, che tutto fosse circoscritto a quella “provincia cafona” dove quella camorra che da alcuni anni fa parlare di se, soprattutto per il crescente numero di morti ammazzati, aveva contaminato un territorio un tempo feritile e tra i migliori al mondo.Anche quando scoppia lo “scandalo” della discarica di Pianura, sequestrata dalla Procura della Repubblica di Napoli perché sversatoio di rifiuti tossici, ma altre sostanze altamente cancerogene sono state rinvenute nei giorni scorsi dai tecnici dell’Arpac e dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri in un pozzo adiacente, un po tutte le autorità competenti avevano escluso che, oltre all’emergenza dei rifiuti in strada, anche la città di Napoli potesse essere coinvolta nella mappatura delle discariche abusive. Addirittura quando l’Esecutivo guidato da Silvio Berlusconi aveva individuato la cava di Chiaiano, proprio nel cuore del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, come luogo idoneo per lo sverasatoio di settecentomila tonnellate, oltre alle rassicurazioni del sottosegretario Guido Bertolaso, che da alcuni mesi si avvale di carotaggi che confermano l’idoneità del sito, erano giunte immediate rassicurazioni, proprio all’indomani della scelta, anche dai dirigenti sanitari di tutti i nosocomi presenti nell’intera zona ospedaliera della città. Il resto è cronaca di questi giorni, nella cava di Chiaiano sono stati rinvenute diecimila tonnellate di amianto. Ma la città Capoluogo sembra poggiare le proprie fondamente non più sul tufo o su tunnel costruiti nel periodo bellico del secondo conflitto mondiale del secolo scorso, ma su una vera e propria bomba ecologica. Un’altra discarica abusiva di trecentomila metri quadri è stata scoperta proprio questa mattina dalla Guardia di Finanza di Napoli. Nell’area sono stati rinvenuti, proprio in mattinata, un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi tutti derivati, probabilmente, da inerti da costruzione. L’area sottoposta a sequestro dagli uomini delle fiamme gialle è ubicata ad una distanza di soli trecento metri dall’ospedale Policlinico Nuovo in una zona soggetta a vincolo paesistico. Bastava solamente che qualcuno si affacciasse dalle finestre dell’Ospedale per poter notare l’attività clandestina. Niente di tutto questo e la mappa di discariche di rifiuti pericolosi nel centro abitato di Napoli si allarga. Prima che discariche questo territorio avrebbe bisogno di bonifiche ma a Silvio Berlusconi, che sembra aver completamente commissariato la politica regionale, e ai rappresentanti del suo staff, il sottosegretario Bertolaso ed il generale Giannini, tutto questo sembra non piacere.
di Pietro Nardiello
Link:http://www.articolo21.info/4507/editoriale/bomba-ecologica-sotto-napoli.html

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