mercoledì 12 novembre 2008

"COSI'LA MALEDETTA UNIONE EUROPEA MI HA LASCIATO SUL LASTRICO"


Prima obbligato ad accettare una riduzione del salario del 40% e a rischiare ulteriormente la vita con turni massacranti alla guida del camion, poi licenziato: storia di Camillo, 52 anni, che ha votato i politici che l’hanno rovinato. Intervista registrata in provincia di Brescia domenica 7 settembre 2008. Alcuni dettagli sono stati modificati per non consentire l’identificazione dell’intervistato, che vuole rimanere anonimo «perché – dice – dalle mie parti, se denunci i soprusi di un padrone, ti appiccicano l’etichetta di lavativo e non trovi più neppure uno straccio di lavoro». Ho 52 anni e ho sempre fatto il camionista. Ho cominciato a 20 anni, alla guida di un piccolo camion, distribuendo bevande nella mia zona, che è una valle del Norditalia dove la Dc l’ha sempre fatta da padrona. Poi è arrivato Bossi, che ha cominciato a prendere più voti di quanti ne avessero mai raccolti i culibianchi [i democristiani, ndi]. Ma con la Lega le cose, come sto per raccontare, invece di migliorare sono peggiorate. A 23 anni ho cominciato a guidare un Tir per conto di un padroncino della città. Trasportavo tondino di ferro. Sempre sovraccarico di 100-150 quintali. Vuol dire che per fermare il camion ti servono decine e decine di metri supplementari: se ti trovi un’auto o un ciclista o un pedone a una distanza inferiore è inutile che freni. Il camion non si ferma e maciulli tutto quanto. Ad alcuni miei colleghi è successo. Ma nessuno mi ha mai controllato. Eppure sarebbe bastato scortarmi sino a una pesa pubblica e lì avrebbero scoperto che il padrone mi mandava in giro con un sovraccarico che era un’arma: un imprevisto e demolisci tutto, lamiere e corpi. Un giorno ho detto al padrone: – Capo, ma c’è bisogno di sovraccaricare il camion in questa maniera? – Sono obbligato, perché per vincere l’appalto con la ferriera ho dovuto abbassare le tariffe e se rispetto i limiti di carico devo fare più viaggi e non ci sto dentro. Se non te la senti di guidare sovraccarico prendo un altro al tuo posto. Per fare tutti i viaggi che il nostro padrone si era impegnato a fare dovevamo ridurre i tempi di carico e scarico. Così il carico non veniva ancorato al pianale. Un guaio, quando trasporti materiale che può scivolare. Un giorno un collega e amico che trasportava billette [laminato per profilati, ndi] ha dovuto frenare di colpo per evitare un trattore uscito da un campo. Andava come un matto, perché un altro fattore di rischio era la velocità: per rispettare la tabella di marcia e fare tutti i viaggi comandati sei obbligato a superare i limiti di legge. Quando il mio amico ha visto il trattore si è subito reso conto che non aveva alcuna possibilità di fermarsi in tempo, appunto perché era sovraccarico e andava troppo forte. Ma ha frenato lo stesso, spingendo tutto il freno, un po’ per riflesso condizionato e un po’ per la paura di ammazzare il poverocristo alla guida del trattore. Quello del trattore, quando ha visto nello specchietto il Tir avvicinarsi a velocità folle, ha sterzato in un campo, ribaltandosi senza gravi danni. Ma la frenata ha fatto scivolare la montagna di billette sulla cabina. Il mio amico è morto maciullato. La moglie lo ha riconosciuto da una scarpa. «Gliele avevo comprate l’altr’ieri al mercato», ha detto. Il resto di suo marito era brandelli e poltiglia, «Marta, meglio che non vai a vedere», gli ha detto un pompiere che la conosceva. Quando i tondinari han trasferito le loro ferriere nei Paesi dell’Est sono rimasto senza lavoro qualche mese. Finché mi ha assunto un padrone della Valle che lavorava per conto di una grande azienda del Torinese. Era di fatto un reparto staccato, con circa 200 dipendenti. Ma mica tutti della stessa impresa, bensì frazionati in tante piccole aziendine con meno di 15 dipendenti, in modo che i 200 dipendenti, che pure lavoravano quasi gomito a gomito ma sulla busta paga avevano il timbro di 14 aziende diverse, non godessero dei diritti sindacali dello Statuto dei lavoratori, che vale appunto nelle imprese con oltre 15 dipendenti. Così il padrone era libero di licenziare chiunque in ogni momento anche senza motivo. So di uno che è stato licenziato perché soffriva di prostata e andava troppo spesso a pisciare; so di un altro che soffriva di bronchiti e con il freddo faceva troppe assenze per malattia, secondo il padrone; so di altri due messi alla porta perché avevano osato iscriversi al sindacato. Padroni bastardi! Eppure nessuno protestava, nessuno aveva da ridire, pensavano che, in una Valle di fame come la nostra, fosse già tanta grazia avere un padrone e un lavoro di merda perché sono sempre meglio di nessun padrone. Io, che stavo sul Tir dal lunedì al venerdì e spesso anche il sabato e persino la domenica se c’erano consegne urgenti, ero considerato un privilegiato. Salivo in cabina alle sei di mattina e smontavo alle sei di sera, con un’ora di fermo per il pranzo, che poi si è ridotta a venti minuti perché l’intensità del traffico ti costringeva a recuperare. Sempre più spesso mi capitava di smontare dopo le otto di sera. Un paio di anni fa il padrone mi chiama, mi fa sedere, mi mette sotto il naso una lettera con l’intestazione di camion giallo e rosso e mi fa: – Camillo, conosci Willi Betz? – E chi è? – È un tedesco furbo, che ha capito tutto e si è preparato per tempo a entrare in Europa... In breve il padrone mi spiega che questo crucco ha messo su in un Paese dell’Est un’impresa di trasporti con centinaia di camion che, grazie appunto all’Unione Europea che ha buttato giù le frontiere, possono trasportare merci ovunque senza problemi, niente burocrazie né dazi né perdite di tempo. E al volante di tutti questi camion il crucco ci ha messo autisti assunti all’Est, dove le paghe sono un terzo delle nostre. – Insomma, Camillo – viene al dunque il mio padrone – tu capisci che se vendo il mio Tir e faccio trasportare le mie merci da Betz risparmio un sacco di soldi, ecco, guarda qua – e martella col dito la lettera di Betz sulla scrivania – hai visto che tariffe? Calcolando i tuoi contributi e le spese del camion, tu mi costi il 60% in più di un autista di Betz... – Capo, non vorrà mica ridurmi la paga del 60%, no? – Nooo! Per chi mi hai preso? Per uno schiavista? Mi contento di una riduzione del 40%. Mi è andato il sangue alla testa. Avrei voluto mollargli un cazzotto, al bastardo! Ma mi sono controllato. Mia moglie ha perso il posto nel laboratorio di confezioni molti anni fa, ho ancora un figlio che studia e l’altro che guadagna poco e ogni mese mi chiede una mano... Così ho accettato. v Sei mesi fa il padrone mi convoca di nuovo. Con lui c’è un tipo moro, con i capelli che sembrano unti di gel, vestito male. – Camillo – mi fa il padrone – questo è Vilic... il nome sarebbe un po’ complicato ma chiamiamolo Vilic. Viene dalla Romania e per un po’ ti darà una mano. Mi preoccupo. Ogni volta che il padrone mi annuncia una novità si rivela una fregatura. – Vilic – continua il padrone – farà con te qualche viaggio, in modo da imparare la strada. Poi prenderà il tuo posto, ma tu non devi preoccuparti, perché passerai su un nuovo camion a fare consegne altrove, anche all’estero. Sai, quelli di Torino si stanno trasferendo all’Est e io ho bisogno di qualcuno di fiducia, come te, per le consegne nella loro nuova fabbrica, e tu avrai il tuo buon tornaconto. La prospettiva di fare viaggi internazionali e star fuori tutta la settimana mi spaventa un po’, ma penso al guadagno: ho amici autisti che fanno la spola tra il Milanese e la Polonia e si portano a casa uno stipendo che è il doppio del mio. Mi metto in viaggio con Vilic al fianco. Si è portato dietro una sacca, da cui viene odore di cibo. Ha gli stessi abiti di quando l’ho incontrato la prima volta nell’ufficio del padrone e puzza un po’. Parla poco, in un italiano stentato. A ogni deviazione gli segnalo un riferimento che lo aiuti a ricordare. Ecco, vedi quella grande insegna? Attento, qui devi stare sulla sinistra e girare... Lui indica col dito le insegne e i nomi delle località che attraversiamo e prende nota a biro su un quaderno. Ci fermiamo a un autogrill. Lui dice che si è portato da mangiare. Cava dalla borsa un sacchetto di carta con chiazze oleose e comincia a mangiare specie di polpette con uno sgradevole odore di aglio. Quando vado alla toilette lo trovo che beve dal rubinetto. Così per una settimana, lui sempre più sporco e puzzolente, sempre a sgranocchiare polpette. Un giorno gli ho offerto il pranzo, ma ha rifiutato. Ho pensato non avesse soldi e quindi si sentisse a disagio per non poter ricambiare. Così l’indomani mi sono inventato che il padrone aveva offerto il pranzo a entrambi. Ha divorato tutto come un affamato. Con la birra si è lasciato andare per la prima volta a qualche confidenza. Mi ha detto di avere moglie e una figlia, che però l’hanno lasciato. Mi ha detto che la notte dorme in una specie di ripostiglio che gli ha procurato il padrone e che, appena prende la paga, si trasferisce in un bilocale che un bottegaio del paese gli ha promesso in cambio di un anticipo. Mi ha confidato il suo salario: meno della metà del mio e senza contributi perché il padrone lo ha convinto ad aprire una partita Iva, insomma a mettersi in proprio! Guardo questo poverocristo dal nome complicato che non riusciamo a pronunciare e mi fa una pena immensa: eppure, secondo le statistiche, questo pezzente è un imprenditore, è una ditta individuale! Un sabato sera che parlo di queste porcate padronali con mia moglie, lei mi fa: – Camillo, secondo me il tuo padrone non può farti tutto questo! Ti ricordi il Bossi cos’ha detto quel giorno a Ponte? [Ponte di Legno, in Valcamonica, dove Bossi va spesso in vacanza, ndi] Che con l’Europa abbiamo tutto da guadagnare. Perché non vai a parlare della tua situazione all’onorevole Magrelli [nome alterato, ndi]? Così vado dall’onorevole Magrelli, che conosco da molti anni, ci diamo del tu. – Caro Magrelli – gli dico al termine di una riunione nella sede della Lega in Valle – ti pare giusto che mi riducano la paga del 40% e che assumano un polacco a fare l’autista con la partita Iva dunque con una paga da fame? – Caro Camillo, noi leghisti non abbiamo paura della libera concorrenza, perché il libero mercato porterà benessere a tutti. – Se la libertà di mercato è la libertà di ridurre le paghe di noi italiani al livello di quelle degli schiavi dell’Est, l’Unione Europea è una colossale fregatura per i lavoratori! Ma spiegami un po’, onorevole, Bossi predica l’autonomia della Padania e non è capace neppure di difendere l’autonomia dell’Italia?A questo punto Magrelli è corso a salutare un altro e non sono più riuscito a parlargli. Ogni volta che mi avvicinavo a lui e lo fissavo per richiarmarlo alla nostra conversazione, lui mi ignorava, finché se n’è andato. La settimana scorsa il padrone mi chiama di nuovo. Tiene lo sguardo basso e i lineamenti tirati. Mi invita con un cenno della mano a sedermi senza neanche guardarmi. Tira in lungo spostando fogli e leggendoli, come se io non ci fossi. Poi mi fa:– Purtroppo le cose vanno male, dobbiamo tagliare i costi e tu sei un onere che non possiamo più permetterci... Da domani Vilic prende il tuo posto, ormai la strada l’ha imparata...– Dunque io comincio a fare i viaggi all’estero su un altro camion? – No, no... appunto, qui sta il problema, i torinesi han detto che alle consegne oltre frontiera ci pensano loro.Non mi sono mai sentito tanto umiliato. Messo alla porta perché uno schiavo importato dalla Polonia costa molto meno di me, che pure avevo già rinunciato al 40% del salario! E non mi sono mai sentito così preso per il culo! Dal padrone ma soprattutto dalla Lega che mi ha illuso che la rivoluzione di Bossi fosse la rivoluzione di noi Padani! Invece di liberare la Padania dal giogo di Roma l’ha esservita al peggior giogo dell’Unione Europea.Fonte: www.giancarloscotuzzi.orgLink: http://www.giancarloscotuzzi.org/camion080908.html

GLI ORFANI DI MOQTADA

Moqtada al-Sadr. Per cinque lunghi anni è stato l'idolo della sinistra (moderata ed estrema) e della stampa liberal di ogni paese dell'Occidente. Per cinque lunghi anni lo hanno amato, coccolato, vezzeggiato. Cinque lunghi anni in cui, sotto lo sguardo benevolo e spesso con l'aiuto degli occupanti USA e GB, i suoi squadroni della morte hanno torturato e massacrato sunniti, laici, baathisti, sciiti non proni alle direttive di Teheran, donne senza velo (o con velo troppo leggero), rifugiati palestinesi (perché protetti da Saddam), rom (perché danzavano e perché anche loro stavano simpatici a Saddam), gay, venditori di alcool, barbieri e naturalmente chiunque fosse sospettato di avere anche un lontano cugino simpatizzante per la resistenza irachena - oltre a qualche altra categoria che sul momento mi sfugge. Ho letto centinaia di testimonianze di profughi iracheni: la stragrande maggioranza spiegava di aver dovuto lasciare il paese per un preciso motivo: "Mahdi army". Ognuno aveva avuto un parente seviziato e ucciso.
Preciso: i disgraziati catturati dai miliziani sadristi vengono trapanati da vivi, prima di essere finiti.
E più gli assassini del Mahdi trapanavano, massacravano, torturavano, sgozzavano, più le sinistre applaudivano liete e ammirate, fino a spellarsi le mani. Per anni l'"antiamericano" Moqtada ha avuto cinque ministeri nel governo fantoccio Maliki: precisamente i peggiori. In particolare, il ministero della sanità: i sunniti non potevano entrare negli ospedali, perché vi venivano uccisi. E i parenti non potevano neppure andare a riprendersi all'obitorio le salme dei loro cari, perché anche le camere mortuarie erano presidiate dai "combattenti per la libertà" del Mahdi army, che facevano fuori pure figli, genitori e fratelli delle loro vittime. E le sinistre giù ad applaudire sempre più forte. La sua impresa più celebre è stata quando Moqtada ha impiccato con le sue lerce mani il legittimo presidente iracheno Saddam Hussein: in quell'occasione i raffinati intellettuali della sinistra e i siti alternativi ci hanno spiegato che Saddam era un fantoccio degli USA e Sadr il massimo oppositore dell'occupazione. Non fa una grinza: gli americani hanno consegnato il proprio servo ai propri nemici perché lo torturassero, lo linciassero e ne scempiassero il cadavere. Non so neanche come faccio a non arrivarci da sola, a certe ovvie conclusioni, e devo sempre aspettare che mi illuminino questi stimati pensatori progressisti.
Moqtada: "l'uomo più potente dell'Iraq". Quante volte ho letto questa definizione? Migliaia e migliaia. Lo dicevano tutti, in occidente: la sinistra e i media alternativi in ginocchio davanti alla gloria del proprio sanguinario beniamino, la stampa ufficiale per giustificare l'assoluta acquiescenza (in realtà collaborazione) degli USA davanti ai massacri di cui non poteva non filtrare qualche notizia anche nei media occidentali, nonostante i tentativi di silenziarli. Nel suo sadico "esercito" c'erano almeno 60.000 uomini, ci veniva raccontato: i più audaci arrivavano a una stima di 100.000 e oltre. Tutto l'Iraq era con lui, l'unico vero grande leader nazionalista. Si, vabbè, "Moqtada il nazionalista" in Iraq non ci mette piede da ben più di un anno e mezzo, e vive a Qom, in Iran, presso la casa madre e ormai avrà pure dimenticato quel poco di arabo che sapeva: ma questo è un particolare insignificante, ci assicuravano. Qualsiasi cosa facesse, Moqtada vinceva e aumentava la sua già immensa popolarità: ormai l'Iraq era suo, fra poco avrebbe conquistato l'intero globo e da lì a qualche anno la galassia.
Poi ha ordinato il cessate il fuoco alle sue bande criminali. Perché l'ha fatto? Principalmente perché ormai il sud dell'Iraq e Baghdad erano stati ripuliti etnicamente, e non c'era più nessuno da ammazzare. Invece, ci hanno detto che era un'altra manovra vincente, per apprestarsi a mietere il risultato politico finale della sua grandiosa azione. Ci hanno anche propinato la bizzarra teoria che l'"antiamericano" al Sadr aveva decretato una "tregua" con gli USA: no signori, dopo l'estate 2004 e prima della primavera di quest'anno il Mahdi army non ha MAI combattuto contro gli USA, tranne qualche insignificante e occasionale scaramuccia locale, causata dall'incontrollabilità di alcuni miliziani. Il Mahdi army ha combattuto sempre e soltanto contro iracheni innocenti, uomini, donne, bambini e neonati. E contro la resistenza irachena. Le milizie settarie sciite (in particolare Mahdi army e Badr Brigades) sono state il massimo strumento dell'occupazione per eliminare la base popolare della resistenza, che infatti ha sempre dichiarato che Sadr era uno dei suoi peggiori nemici. Gli illustrissimi intellettuali progressisti e gli esponenti dei movimenti anti-guerra (chissà perchè, ogni volta che leggo "antiwar movement" non riesco a trattenermi dallo sghignazzare) invece ci hanno detto che gli squadroni della morte sadristi erano "la resistenza", mentre la resistenza vera erano "terroristi".
Dunque, c'era la "tregua" e "l'uomo più potente dell'Iraq" si apprestava a prendere la guida del paese. In ogni caso, ad un suo cenno, il Madhi army avrebbe potuto cacciare gli invasori, in mezzo a milioni di iracheni inneggianti a Moqtada l'eroe. Era invincibile. Poi, è accaduto qualcosa di non previsto: Maliki e gli USA, dopo che le squadracce assassine di Sadr avevano finito il loro sporchissimo compito, hanno deciso di liberarsene. E così questa primavera è scattato l'ordine di disarmo delle milizie sadriste da parte di Maliki e l'attacco dell'esercito fantoccio contro il Mahdi army a Bassora. "MOQTADA VINCE!!!!!!!!!!!!!!" hanno scritto quasi tutti i media. Sai che novità: Moqtada vince sempre, no? Se qualcuno osava dire che la vittoria non sembrava così radiosa, veniva insultato e sbeffeggiato. Poi, i sadristi a Bassora hanno di fatto deposto le armi in pochi giorni, anche per ordine di Teheran. Un'altra vittoria di Moqtada, sia ben chiaro: erano stati il governo iracheno e gli USA a cedere, ci è stato spiegato. Sarà, ma dopo una settimana l'esercito fantoccio iracheno è entrato in gran parata nei bastioni sadristi di Bassora, e dalla seconda metà di aprile il Mahdi army a Bassora è praticamente scomparso. E gli abitanti hanno ripreso a respirare un po'. Fra l'altro per una del tutto casuale coincidenza la scomparsa delle milizie sadriste ha coinciso con la fine dei massacri delle donne di Bassora, accusate di abbigliamento immorale (ad esempio gli usciva un capello dal velo) e altre consimili nefandezze, massacro di cui gli abitanti del luogo avevano per imperscrutabili motivi sempre accusato gli innocenti uomini di Moqtada.
Subito dopo la "vittoria" di Bassora, c'è stato l'attacco USA alla centrale del Mahdi army, Sadr city. La battaglia è durata alcuni giorni e poi le milizie di Moqtada si sono prontamente arrese, mostrando di saper davvero combattere meglio contro iracheni indifesi che contro gli occupanti. Sono seguiti numerosi arresti di esponenti sadristi, anche di spicco: da parte del movimento di Moqtada non vi è stata alcuna capacità di reazione, tranne continue lamentele e piagnucolii. Infine, il 20 di agosto al-Sadr ha ordinato il disarmo totale dei suoi delinquenti, dicendo che da quel momento gli squadroni della morte dovevano trasformarsi in "associazione culturale": come no, ci devono proprio essere portati. La resa assoluta, e senza condizioni. Però, per tentare maldestramente di salvare la sua brutta faccia, al-Sadr aveva aggiunto che "presto" sarebbe stata annunciata la formazione di un nucleo speciale armato del Mahdi army "per resistere contro gli occupanti". Bene, i giornalisti e gli intellettuali progressisti hanno semplicemente ribaltato la dichiarazione di resa di al-Sadr e hanno titolato: "Moqtada annuncia la formazione di un corpo speciale!" Naturalmente l'annuncio della formazione del "nucleo" combattente, che doveva arrivare "presto", non c'è mai stata, ed era solo una miserabile foglia di fico per tentare di mascherare la capitolazione, come appariva ovvio dal primo momento a chiunque abbia letto il testo originale dell'annuncio e non le stupidaggini scritte dai media liberal e alternativi. L'"invincibile armata" sadrista aveva alzato bandiera bianca in qualche mese, e provocato, nella epica battaglia, forse 20 morti USA, a voler essere di manica larghissima.
E così, quella grottesca quinta colonna dell'imperialismo mascherata da opposizione progressista che per cinque anni l'aveva adorato, si è ritrovata orfana del proprio eroe. Moqtada era scomparso, e certo nessuno in Iraq sembrava rimpiangerlo. A Bassora per la prima volta perfino il fantoccio Maliki ha purtroppo goduto di una certa popolarità, perché aveva liberato la città dai trapanatori del Mahdi army: anche se era stato proprio Maliki a permettere ai sadristi di ripulire etnicamente Bassora, gli abitanti del luogo l'hanno ugualmente plaudito perché il terrore era finito e potevano tornare a vivere. I sadristi hanno pure annunciato che non si sarebbero presentati alle elezioni (per forza, senza il Mahdi army a presidiare i seggi, sai i voti che prendevano: un recente sondaggio accredita Sadr di un superbo 4% scarso di consensi), anche se qualche anima bella continua a scrivere sui media alternativi che sicuramente Sadr vincerà le prossima tornata elettorale amministrativa: come sappiamo, Moqtada vince sempre, lui mica ha bisogno di presentarsi per vincere. Per un po', il battaglione occidentale dei giornalisti sadristi - Patrick Cockburn in testa - ha aspettato trepidante qualche mossa, naturalmente vincente, da parte dell'amato Moqtada. Niente, quello se ne stava a Qom, Iran, a "studiare", e in Iraq tutti parevano averlo dimenticato. Tranne le sue vittime, naturalmente. Ogni tanto i deputati di Moqtada leggevano qualche velina iraniana contro il SOFA (il cosiddetto "Patto sulla Sicurezza" USA-Iraq) e qualche centinaio di sadristi protestava contro l'accordo dopo la preghiera del venerdì. E questo era tutto: una tragedia.
Ma poi c'è stato il grande evento che ha risvegliato tutti i gli orfani di Moqtada. La manifestazione del 18 ottobre a Baghdad. Una riscossa generale: sembrava di essere tornati ai vecchi tempi. Cos'era successo? Come è noto, l'Iran ordina quotidianamente ai suoi fantocci che governano l'Iraq di non firmare il SOFA, perché "viola la sovranità irachena" (testuale). E' chiaro che mai e poi mai i mullah iraniani potrebbero accettare un accordo bilaterale USA-Iraq, proprio perché sarebbe appunto bilaterale, ed escluderebbe dal tavolo negoziale l'Iran, che invece considera l'Iraq come una propria colonia: se gli americani vogliono trattative sull'Iraq, le devono condurre direttamente con il governo di Teheran, e devono accordarsi con gli ayatollah persiani per la spartizione del bottino mesopotamico. E così Maliki si barcamena, tentando di tacitare tutti i suoi padroni, sia quelli di Washington che quelli di Teheran, rinviando la firma all'infinito e sperando che l'attesissima presidenza Obama alla fine gli levi le castagne dal fuoco arrivando a una qualche intesa diretta con l'Iran. Ma in Persia pare che non si fidino ciecamente di lui, e pensano bene di mettere in atto tutta una serie di pressioni ulteriori. Così l'Iran ha sfoderato i suoi uomini migliori, Ahmed Chalabi, che tuona senza interruzione da Teheran contro gli USA, e, appunto Moqtada al-Sadr, che ha bandito la grandiosa manifestazione nazionale contro il SOFA. Come è andata? Mica tanto bene, così a occhio: le stime variavano da qualche migliaio a un massimo di 50.000. Un flop colossale, visto che un tempo la macchina organizzativa sadrista era in grado di portare in piazza centinaia di migliaia di uomini senza grossi problemi, e visto che i giornalisti occidentali per anni avevano dato una stima di almeno 60.000 uomini per il solo Mahdi army, più svariati milioni di seguaci di Sadr. Fosse stata anche vera la cifra massima di 50.000 partecipanti alla marcia di protesta, si sarebbe pur sempre trattato di un numero ridicolo, a Sadr city e con gente venuta da tutte le città dell'Iraq: era chiaro che gli abitanti di Sadr city, visto che ora non rischiano più di finire trivellati dal trapano se non accorrono agli ordini di Moqtada, se ne erano rimasti a casa.
Ma ovviamente questo non ha scoraggiato i sadristi d'occidente, accorsi in massa a celebrare il ritorno sulle scene dell'amato Moqtada (ritorno virtuale, sia ben chiaro: Sadr in carne ed ossa è rimasto rintanato a Qom, Iran, presso i suoi padroni). E così abbiamo letto centinaia di articoli dai titoli e contenuti vagamente surreali: "gigantesca manifestazione di 50.000 persone", "gli iracheni manifestano contro il SOFA" e così via. Ma questo era solo l'inizio, e si trattava dei più corretti. Alcuni si sono spinti ben oltre. Uno per tutti: John Catalinotto, su Workers World, scriveva: "Il 18 ottobre, a Baghdad, CENTINAIA DI MIGLIAIA di iracheni hanno partecipato a una manifestazione di protesta contro il 'patto di sicurezza' firmato dal capo dell'esecutivo Jalal Talabani [....]. Il movimento sciita guidato da Moqtada al-Sadr aveva convocato la manifestazione di protesta, a cui si sono uniti musulmani sunniti provenienti da Fallujah e gran parte della comunità cristiana, ha riferito la Reuters da Baghdad". Lasciamo pur perdere i dettagli (il SOFA non mai è stato firmato e comunque non spetterebbe al "presidente" iracheno Talabani firmarlo, bensì al vero capo dell'esecutivo, Maliki), e arriviamo al sodo: la Reuters ha riferito davvero quanto gli attribuisce Catalinotto? Manco per sogno, naturalmente. La Reuters ha scritto che al raduno di Baghdad hanno partecipato "migliaia di seguaci di al-Sadr". E del resto basta guardare le foto e i numerosi video, comprese quelle della Reuters: c'erano più bandiere, tutte uguali e tutte belle stirate, che persone, e nella manifestazione c'erano molti spazi vuoti. Le "centinaia di migliaia", i sunniti da Falluajah, i cristiani sono tutti parto della fantasia di Catalinotto, che ha così trasformato una mal riuscita adunata di partito in una massiccia adesione di tutto il popolo iracheno all'appello di Moqtada. Ah, Catalinotto! Mi ricordo che nei giorni immediatemente successivi all'attentato al mausoleo di Samarra del febbraio 2006, dopo che in 3 giorni gli squadroni della morte del Mahdi army avevano seviziato e massacrato 3000 persone nella sola Baghdad (cifra ufficiale e prudentissima), dato al fuoco decine e forse centinaia di moschee sunnite trascinando nelle strade i cadaveri degli imam e dando così inizio alla grande opera di pulizia etnica, con gli occupanti USA che stavano a guardare lieti, Catalinotto mi ha fatto pervenire per interposta persona del Brussells Tribunal un peana a Moqtada al Sadr. Ho risposto con un dossier lunghissimo sui crimini sadristi (articoli, blog, fotografie, video girati con i telefoni portatili, dichiarazioni di varie associazioni, etc.). La replica di Catalinotto: Moqtada piace a tale Jabbar al-Kubaysi, dell'Alleanza Patriottica Irachena. E lui di tale Jabbar al-Kubaysi si fida, ohibò. Punto e fine della risposta.
Ma questo era ancora niente: poi è arrivato Raed Jarrar, una delle tante vergogne dell'Iraq. Raed Jarrar ha lasciato la patria dopo la guerra, vive negli USA, coccolato da donne in rosa e dal resto della oscena sinistra soft americana, si oppone all'occupazione dell'Iraq e intanto ha chiesto la cittadinanza degli occupanti del suo paese e - quando non ci ammannisce per la miliardesima volta la storia del martirio subìto quando l'hanno fermato all'areoporto JFK con una T-shirt con una scritta in arabo e gli hanno fatto cambiare maglietta -, scrive solo propaganda sadrista. Dopo la parata del 18 Raed Jarrar è stato intervistato per Democracy Now! insieme all'altro menestrello di Moqtada, Patrick Cockburn. L'intervistatrice, Amy Goodman, per quanto entusiasta per la manifestazione sadrista, ha dato una stima un po' gonfiata ma realistica: "alcune decine di migliaia di persone". E Jarrar, masticando amaro, non ha obiettato. Ma poi si è scatenato sul suo blog, dove ha urlato: "Un'altra dimostrazione di UN MILIONE di iracheni!!" Anzi, precisa nell'articoletto, "più di un milione". E c'erano tutti: arabi e curdi e "altri", islamici e cristiani e "altri", sunniti e sciiti e "altri": Arabs and Kurds and others, Muslims and Christians and others, Sunnis and Shiites and others", tutti belli in fila agli ordini di Sadr (mi piacerebbe giusto sapere chi sono gli "altri"? pellerossa? scintoisti? ). Ora è vero che la stragrande maggioranza degli iracheni si oppone al SOFA, ma di curdi, sunniti e cristiani verosimilmente il 18 a sfilare a Baghdad non ce n'era neanche uno. A parte che i cristiani avevano altri e più urgenti problemi cui pensare - visto che giusto in quei giorni venivano uccisi e costretti alla fuga a Mosul dalla pulizia etnica ad opera dei peshmerga curdi -, mai, assolutamente mai e per nessun motivo al mondo i sunniti sfuggiti alla mattanza sadrista sfilerebbero con il Mahdi army, dietro una bella foto di Moqtada, con la bandiera iraniana in una mano e il trapano elettrico in quell'altra. La variegata composizione della parata sadrista Jarrar se l'è semplicemente inventata, esattamente come aveva fatto Catalinotto, che però in un attimo di distrazione si era dimenticato i curdi. E perché proprio un milione e non due o tre, già che c'era? Perché quando hanno bandito la manifestazione i dirigenti sadristi, come tutte le altre volte, hanno fatto un appello per una manifestazione di un milione di persone. Ovviamente, dopo nessuno si è sognato di dare una stima simile, tranne il sito di propaganda iraniana Press TV, che assai stancamente e non nel titolo ha fatto scivolare in una riga il milioncino. Per il resto, come ho detto, anche i siti arabi e iracheni hanno fornito, senza alcuna enfasi, cifre variabili fra "qualche migliaio" e appunto i 50.000 della filo-iraniana al-Jazeera. E così Jarrar, in crisi di fantasia, si è ispirato alle stime preventive sadriste (dopo, neanche i seguaci di Moqtada hanno avuto il coraggio di dire che avevano portato in piazza un milione di persone), e così si è inventato, oltre a tutto il resto, il milione di manifestanti, concludendo che è " una vergogna" che i media occidentali (e anche quelli iracheni, aggiungo io) non abbiano dato il risalto dovuto all'adunata oceanica e multietnica.
Alla vergogna hanno rimediato prontamente i media alternativi. Il blog di Jarrar non lo legge nessuno, ma il post sulla marcia da un milione di persone era dappertutto, assolutamente dappertutto. E così ai lettori dei siti progressisti e alternativi è stato venduto che mezza Baghdad (evidentemente quella sopravvissuta ai trapanatori: l'altra mezza è sottoterra o in esilio) ha sfilato agli ordini di Moqtada, tutti uniti dietro un vessillo sadrista, magari con un bel trapano dipinto sopra come emblema araldico. Il tripudio delle sinistre schiere dei sadristi d'occidente è però durato poco: le notizie si possono inventare a profusione ma alla fine un minimo bisogna pure tenere conto dei fatti, e dopo la modesta parata di partito di fatti non ne sono seguiti altri.
E così gli intellettuali progressisti si sono trovati di nuovo nella desolazione. Ma mai disperare, compagni. Se permettete, vi do io un umile consiglio. Se proprio Moqtada non torna, vi posso segnalare un nuovo eroe, quasi meglio del precedente.Oltre e più di Moqtada, adesso infatti Teheran sta sponsorizzando un altro dei suoi pezzi forti, il doppio agente Iran-CIA - più Iran che CIA, come oramai si è chiarito - Ahmed Chalabi, il faccendiere e bancarottiere ex-pupillo di Bush, Cheney e dei neocon , che con le sue menzogne ha più di ogni altro promosso la guerra contro l'Iraq. Ora Chalabi è diventato un fiero oppositore degli USA, passa più tempo a Teheran che in Iraq e ogni giorno i siti di propaganda del regime persiano sono pieni delle sue dichiarazioni e "rivelazioni", questa volta contro gli USA. Ascoltatemi, davvero: tutti gli orfani di Moqtada possano trovare in Chalabi un egregio padre putativo, assolutamente adatto alla bisogna. Amico, alleato e complice di Sadr, delinquente conclamato, da sempre alle direttive di Teheran, artefice su ordine iraniano delle menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam e ora anche orgogliosamente contrario a ogni accordo con gli USA. Meglio di così...
Parlo sul serio. Quando, lo scorso 24 settembre, il movimento anti-war americano si è recato a omaggiare Ahamdinejad, il presidente iraniano ha dichiarato alla sinistra folla plaudente che scatenando la criminale guerra di aggressione contro l'Iraq "per una volta i leaders statunitensi erano stati in grado di prendere una decisione giusta", anche se poi hanno mancato nel non consegnare integralmente all'Iran la Mesopotamia ripulita da baahisti, sunniti, laici e nazionalisti. Il movimento anti-war (ANTI-WAR!) ascoltava in ginocchio, estasiato e festante. La più commossa di tutti dicono fosse Sarah Flounders, sodale di Catalinotto, e braccio destro di Ramsey Clark, il cosiddetto avvocato di Saddam Hussein, che mentre il cadavere scempiato del suo cliente era ancora caldo già aveva riempito il suo sito di proclami osannanti i boia del Mahdi army che l'avevano appena linciato.
I tempi sembrano davvero maturi perché Chalabi diventi la nuova icona dei movimenti anti-guerra. Sarebbe assolutamente perfetto: esattamente quello che questa sinistra si merita. 
di Paola Pisi 
Fonte: www.uruknet.info
Link: http://www.uruknet.info/?p=s8705&hd=&size=1&l=i

Obama? Seguite i soldi

Una delle regole più note del giornalismo anglosassone è ‘follow the money’, cioè segui i soldi se vuoi capire come realmente funzionano le cose. Nel caso dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, è istruttivo applicare quella regola... purtroppo. Il Democratico ha raccolto un gran totale di 640 milioni di dollari per la sua corsa alla Casa Bianca, di cui una larghissima parte dai cosiddetti contributi individuali. Certamente in essi vi è una gran massa di donazioni di singole persone comuni, attivisti, gruppi di volontari, che è innegabile siano stati determinanti per il successo del loro beniamino. Ma non ci è dato sapere quale percentuale di quei fondi proveniva invece da settori un po’ meno ‘puliti’. Ricordo anche, è doveroso, che l'afroamericano ha rifiutato del tutto i contributi federali alla sua campagna elettorale. Quest’ultima nota è di sicuro molto edificante, ma se si dà un’occhiata ad altri dettagli, ahimè, il quadro cambia. Si scoprono cose che preoccupano, e che confermano quello che ho scritto in “Obama? Gioire con prudenza, molta”.
Un primo sguardo ai dati pubblicati dalla Federal Election Commission americana fa risaltare la presenza dei ‘falchi’ della finanza di Wall Street fra i maggiori gruppi che hanno versato nelle casse del neo presidente, gli stessi che hanno giocato a biglie col futuro economico dell’intero pianeta, fino al collasso di questi giorni: Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Morgan Stanley fra gli altri. Nel paragone fra i due contendenti alla Casa Bianca, Obama batte McCain per 2.938.556 dollari a 2.185.869 ricevuti delle banche commerciali. Quando poi si considerano gli speculatori più selvaggi della finanza americana, e cioè gli Hedge Funds, il presidente nero batte lo sconfitto bianco con un margine notevole: 2.637.578 dollari a 1.561.865. Questo forse spiega uno dei dettagli meno edificanti del passato politico di Obama: il suo voto al Congresso a favore del pacchetto di salvataggio sborsato direttamente dai contribuenti americani nelle tasche di Wall Street poche settimane fa, che non solo costerà sudore e pene a milioni di cittadini per anni a venire, ma che non risolve neppure uno dei problemi strutturali della finanza impazzita di quel Paese.
Proseguiamo. Da notare, fra le righe, quei 34.454 dollari che Barack Obama ha intascato dall’industria del tabacco. Non proprio morale per chi si presenta come ‘pulito’, per motivi persino troppo ovvi per essere citati. Ma una bruttissima sorpresa arriva quando si incontrano le voci relative ai colossi farmaceutici: Obama si è preso 1.662.280 dollari da questi giganti della speculazione sulla salute, contro i miseri 579.013 di McCain. La cosa è grave, poiché gli interessi di Big Pharma sono direttamente collegati al mantenimento del sistema Sanitario privatizzato americano, causa di ineguaglianze sociali orrende. Inoltre, visto ciò che le multinazionali del farmaco stanno facendo nel Terzo Mondo, dove negano ancora farmaci salvavita o sconti sui brevetti a tanti popoli disperati, di nuovo si fatica a trovare una moralità in questo aspetto di Obama. Si comincia qui a sbirciare qualcosa della realtà dietro i suoi proclami retorici.
Alla voce Comunicazioni ed Elettronica si rimane di sasso. Il Democratico straccia McCain con una somma ben cinque volte superiore, 21.600.186 dollari contro 4.308.349. La cosa grave in questo caso sta nella comprensione di chi in realtà milita in quella categoria: alcune fra le più micidiali industrie di Guerre Stellari americane, di spionaggio e di intercettazioni. Forse è per questo che Obama votò al Congresso la famigerata legge FISA, quella cioè che permette lo spionaggio di immigrati o di americani considerati ‘alieni’, politicamente scomodi, e che fu aspramente contestata da tutti i maggiori gruppi per i Diritti Civili. Inoltre, alla voce più specifica sui finanziatori della campagna elettorale provenienti dall’industria bellica, di nuovo Obama batte il Repubblicano, con 870.165 dollari contro 647.313.
Un altro settore di finanziamenti che preoccupa, è quello del comparto salute e assicurazioni. Ho già detto e scritto che la riforma sanitaria ipotizzata dal neo presidente lascia in sostanza le cose come stanno, con solo ritocchi cosmetici. Tradotto, significa che le grandi compagnie di assicurazione rimarranno gli arbitri della salute degli americani, in particolare dei 44 milioni di essi che oggi non hanno alcuna assistenza. I cittadini di quel Paese invocano in maggioranza e disperatamente un sistema sanitario pubblico, gratuito e finanziato dalle tasse, cosa riportata con chiarezza dai sondaggi ma non dalla stampa americana né dalla nostra. Obama ha ricevuto un gran totale di 49.408.792 dollari dal comparto salute e assicurazioni, McCain 33.286.626. Non sono spiccioli, e soprattutto non vengono donati a fondo perduto. Mi state capendo?
Per concludere, si arriva al tema dell’influenza sui candidati da parte delle lobby e delle professioni che contano. Barack Obama si è sforzato di rassicurare l’America che lui era il candidato degli interessi della persona media, della famiglia media, ma anche dei poveri, degli svantaggiati. Ok, senza perdere altro tempo ecco le cifre. Gli influenti lobbisti americani e gli studi legali (che negli USA hanno un potere enorme) hanno dato al giovane candidato vittorioso il triplo di quanto hanno dato a McCain: 37.122.161 dollari per il primo e solo 10.765.423 per il secondo. Questi non sono idealisti con lo sguardo perso nelle nuvole, sono personaggi, anzi, rapaci che ci vedono benissimo… Perché hanno premiato Obama?
Paolo Barnard
http://www.paolobarnard.info:80/intervento_mostra_go.php?id=53

Da stella a meteora

E' un volto nuovo della politica, ha carisma, buca il video e ai suoi comizi la folla va in delirio. Ma invece di un trionfo come Barack Obama, per l'ambiziosa Sarah Palin ora c'è un'uscita di scena con strascichi amari. Accantonato il sogno di passare in due mesi dall'Alaska alla Casa Bianca, il futuro della candidata repubblicana alla vicepresidenza è tutto da definire. E' adorata da molti e dileggiata dagli altri. C'è chi sogna di poterla votare di nuovo e chi, anche all'interno del partito, spera di vederla tornare alla periferia della politica americana. Di sicuro, c'è che la sua vertiginosa ascesa ha subito uno stop. Per la "hockey mum" soprannominata anche "barracuda", e che si auto-paragonò a un pitbull, ora è tempo di leccarsi le ferite dei morsi ricevuti da altri.Quanta differenza possono fare sessanta giorni. In estate, la governatrice dell'Alaska era virtualmente sconosciuta anche negli Usa. Quando tutta l'eccitazione dei media era per l'atteso discorso di Barack Obama in chiusura della convention dei Democratici, John McCain aveva promesso: "Complimenti senatore Obama, goditi il tuo giorno. Ma domani è il mio". E fu così davvero. Il giorno dopo McCain annunciò la scelta del suo vice, e la rosa di nomi fatta in precedenza finì dritta nel cestino. Dal nulla, sbucò lei. Una donna di 44 anni mai sentita? Diavolo di un McCain! I media ci si buttarono a capofitto. E appena Sarah Palin prese la parola nel primo comizio, si capì perché il candidato repubblicano l'avesse scelta. Sapeva parlare e arringare la base come forse nessuno. Era una faccia nuova come Obama e poteva fare breccia tra le sostenitrici deluse di Hillary Clinton. E aveva tutte le caratteristiche di "conservatrice religiosa" che a McCain mancavano.
Le controindicazioni non tardarono ad arrivare. Venne subito fuori che McCain, un 72enne con quattro ricorrenze di cancro alla pelle, l'aveva scelta dopo averla incontrata sola una volta per un quarto d'ora. E che esperienza poteva avere, l'ex sindaco di una città di ottomila abitanti? La retorica della Palin infiammò d'incanto i repubblicani più conservatori, ma ai più moderati e agli indipendenti fu presto chiaro che quella donna ripeteva sempre gli stessi slogan. E lo staff di McCain la mise subito in una virtuale teca, per proteggerla dalle domande dei media. Bastarono due interviste alla Abc e alla Cbs, per capire perché. La Palin farfugliò parole vuote, con l'ansia di una studentessa impreparata, e difese le sue conoscenze di politica estera sostenendo che "la Russia sta di fronte all'Alaska, quindi...". Era una parodia già in sé. Ma l'ignoranza e la parlata popolana della Palin, come il suo hobby di andare a caccia di alci, erano fucine di spunti comici per i professionisti della risata. Quando l'attrice Tina Fey iniziò a imitarla, sembrava più vera dell'originale. E per ultime, vennero fuori le magagne. I 150mila dollari spesi in vestiti in un mese e mezzo di campagna elettorale, anche per il marito. Per la paladina del popolo contro l'elite, decisamente fuori luogo. O come il ripetuto elogio della "vera America", quella delle piccole città, o di "Joe l'idraulico" e una serie intera di personaggi stereotipati, fino a rendere il tutto una caricatura ambulante dell'America più provinciale.Il problema è che, mentre il 59 percento degli americani giudicava Sarah Palin "impreparata" a essere presidente in caso di necessità, c'erano milioni di persone che la amavano come nessun altro. Donne, sì, ma anche molti uomini giovani, affascinanti dal carisma e dall'avvenenza di "Miss Alaska". E per loro, la Palin è il candidato migliore per sfidare il presidente Obama nel 2012: è già stato creato il sito palin4pres2012.com. Ma non tutti i repubblicani sembrano così convinti. "Anche per avere un lavoro da McDonald's ci vogliono almeno tre interviste", ha detto gelido l'ex capo di gabinetto dell'amministrazione Reagan, a segnalare il disagio dell'establishment repubblicano moderato. Un partito nella mani della pasionaria alaskana è un partito spostato sempre più a destra, probabilmente condannato al quaranta percento dei voti. Servirebbero facce nuove e più presentabili della Palin, ma in giro non se ne vedono.
E ora che la corsa alla Casa Bianca è finita male, vengono fuori gli scheletri nell'armadio. Si annusava da tempo che tra McCain e la Palin i rapporti si erano guastati. Quando le sue lacune erano ormai evidenti, lo staff del senatore ha cercato di farla passare come la palla al piede di McCain, cosa che lei non avrà gradito. Ora è tutto molto più chiaro: per i repubblicani è tempo di notte dei lunghi coltelli, di togliersi le ultime soddisfazioni. Come il rivelare che l'ex candidata vicepresidente, nella full immersion di politica estera per prepararla al dibattito con Joe Biden, dimostrò di non sapere che l'Africa è un continente. L'ultima frizione è arrivata proprio in chiusura, martedì sera, quando McCain ha ammesso la sconfitta. L'ambiziosa "barracuda" era arrivata sul palco col suo discorso, senza rendersi conto che in simili occasioni il protocollo non prevede che parli anche il vice. Forse è per questo che alla fine McCain l'ha salutata freddamente. Ma non è detto che lei si faccia scoraggiare. D'altronde, qualche giorno prima, al finto presidente Sarkozy che l'aveva gabbata alla radio augurandole di vederla presto presidente, Sarah Palin rispose ringraziando ma aggiungendo "forse tra otto anni". Segno che presagiva la sconfitta. Ma anche che ha già in mente di tornare.
Alessandro Ursic
Link:http://it.peacereporter.net/articolo/12678/Da+stella+a+meteora

La produttività scientifica dell'Italia

G.A.Stella ha pubblicato l'8/11/2008 sul Corriere della Sera un articolo in difesa della produttività scientifica dei ricercatori italiani, citando dati sostanzialmente incomprensibili e senza indicare con chiarezza la fonte. R. Perotti e altri hanno pubblicato anni fa un saggio ovviamente molto meglio documentato ("Lo splendido isolamento dell'Università italiana", 2005) in cui concludono che la qualità della produzione scientifica dei ricercatori italiani si colloca agli ultimi posti tra i paesi avanzati. In realtà entrambi si basano sulla stessa fonte (David A. King, The scientific impact of nations, 2004), solo diversamente interpretata.
Riassumendo all'osso: i ricercatori accademici italiani confrontati con quelli degli altri Paesi pubblicano articoli di qualità relativamente inferiore per numero di citazioni, ma in quantità maggiore a diversi paesi anche avanzati. Moltiplicando il numero di articoli per la qualità media, il numero di citazioni per ricercatore accademico in scienze e ingegneria è più che dignitoso, superando Francia e Germania. Sia chi loda, sia chi valuta male la produttività scientifica dei ricercatori italiani ha elementi a suo favore. Personalmente tendo a preferire il criterio della qualità media degli articoli, con R. Perotti et al., e apro la discussione sul tema.
King esamina le pubblicazioni dei ricercatori di scienze e ingegneria delle 30 nazioni più avanzate in due periodi, 1993-1997 e 1997-2001, e riporta (Tav.1), per ogni paese, il numero di articoli scientifici, il numero di citazioni totali sommato su detti articoli, e il numero di articoli che - disciplina per disciplina - appartiene al 1% più citato.
L'Italia ha ovviamente una pessima posizione, come ci si può aspettare anche (ma non necessariamente solo) dal fatto che lo Stato italiano investe in ricerca il 25% in meno della media UE15 e i privati italiani investono in ricerca 2.4 volte meno della media UE15 (dati OCSE relativi al 2001). Sul parametro più significativo, gli articoli più citati, il Canada con 33 milioni di abitanti supera l'Italia con 60 milioni di abitanti, e addirittura Svizzera (6 milioni di abitanti) e Olanda (15 milioni di abitanti) producono un numero di articoli molto citati solo leggermente inferiore a quello italiano.
Oltre al numero totale di articoli prodotti e citazioni ottenute, è interessante anche confrontare la qualità media degli articoli prodotti, per capire se le citazioni sono ottenute pubblicando un grande numero di articoli poco citati (magari pubblicando un elevato numero di articoli sostanzialmente identici sulla stessa ricerca) oppure con un piccolo numero di articoli molto citati. Siccome il numero di citazioni dipende dalla disciplina e dal tempo intercorso dalla pubblicazione, King rinormalizza il numero di citazioni per articolo alla media della disciplina e (in sostanza) per anno di pubblicazione. In questo modo si ottiene un numero pari a 1 per chi pubblica articoli di qualità media tra le 30 nazioni considerate, e superiore a 1 per chi pubblica gli articoli migliori. Nel confronto, l'Italia si posiziona ultima, assieme alla Francia, tra i paesi europei ed anglosassoni avanzati eccetto l'Australia. Arriva tuttavia sopra la media che corrisponde al valore 1 (ottiene 1.12 nel primo periodo e 1.07 nel secondo) e supera i seguenti paesi (nomi in inglese, per rapidità ...): Australia, Israel, Irlanda, Spain, Luxembourg, Japan, Portugal, Poland, Greece, South_Korea, Singapore, Brazil, Russia, China, Taiwan, India, Iran.
L'articolo di King è già stato utilizzato in passato in difesa della ricerca in Italia per mostrare che la produttività dei ricercatori italiana è molto elevata. Cito R. Perotti et al: Come si vede, l'Italia ha un rapporto "pubblicazioni/ricercatore" molto vicino a quello dell'Olanda, e piu alto di quello degli altri paesi nella tavola. Anche il rapporto "citazioni/ricercatore" e nelle primissime posizioni, molto vicino a quello di Regno Unito, Olanda e Danimarca, ma molto maggiore di quello di tutti gli altri paesi. Dello stesso tenore sono i dati illustrati da DTI (UK Department of Trade and Industry, 2004), che include anche scienze sociali e business. Questi risultati, apparentemente incoraggianti per il nostro paese, sono stati ampiamente citati nella stampa italiana, da ultimo nella risposta del ministro Moratti ad un articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 Novembre 2004.Tuttavia essi risultano fortemente ridimensionati quando si tenga conto del fatto che la composizione dei ricercatori varia molto da paese a paese. La definizione di ricercatore include una varietà di figure professionali, di cui i ricercatori accademici sono quasi ovunque una minoranza. Ma è noto che i ricercatori accademici pubblicano molto piu degli altri ricercatori. Usare il numero totale di ricercatori al denominatore delle prime due colonne, anziché il numero di ricercatori accademici, può quindi distorcere notevolmente i risultati. La colonna 3 mostra chiaramente che i paesi sud-europei tendono ad avere una percentuale di ricercatori accademici molto piu alta che i paesi anglosassoni dove la maggior parte dei ricercatori e costituita da scienziati e ingegneri che lavorano in aziende private. In particolare, negli Stati Uniti i ricercatori accademici sono meno di un sesto del totale. Questo e il motivo per cui nella gli Stati Uniti hanno - molto implausibilmente - il piu basso valore "pubblicazioni/ricercatore" dopo il Portogallo.Quando al denominatore usiamo i ricercatori accademici invece dei ricercatori totali, la posizione dell'Italia si ridimensiona notevolmente. Ora l'Italia ha rapporti "pubblicazioni/ricercatore" e "citazione/ricercatore" ben inferiori agli USA, ma anche a Regno Unito, Olanda e Danimarca. R. Perotti e altri continuano il loro studio rapportando quindi le pubblicazioni ai soli ricercatori accademici, e concludono (il riassunto è mio):
per numero di citazioni diviso numero di ricercatori accademici l'Italia supera Portogallo, Spagna, Francia e Germania ma è inferiore tutti gli altri paesi considerati (nord-europei e anglosassoni).
come impact factor medio (numero citazioni diviso numero articoli) degli articoli prodotti, l'Italia precede solo Spagna e Portogallo tra i 10 paesi presi in considerazione.
i due risultati precedenti risentono della ripartizione dei lavori pubblicati nelle diverse discipline, che hanno un numero di citazioni diverso. Rapportando le citazioni disciplina per disciplina alla media di disciplina, si può ottenere un impact factor standardizzato degli articoli pubblicati dai ricercatori accademici italiani, e questo risulta ancora una volta terz'ultimo tra i paesi considerati e superiore solo a Spagna e Portogallo. Si noti che anche King arriva ad una conclusione simile, accomunando però l'Italia anche alla Francia.
Sostanzialmente, i ricercatori italiani producono un numero elevato di articoli, di qualità media però non elevata. Tuttavia moltiplicando i due numeri, il numero di citazioni totali per ricercatore supera Francia e Germania, e questo non è un risultato disprezzabile.
R. Perotti et al. considerano più significativo il confronto sulla qualità media degli articoli, e concludono che l'Italia arranca nelle ultime posizioni. Altri (citati prima) considerano più significativo il numero di articoli o il numero di citazioni per ricercatore e concludono che l'Italia primeggia del mondo (se non si distingue tra ricercatori accademici e del settore produttivo) oppure che ha una produttività più che dignitosa se ci si restringe a considerare i ricercatori accademici.
Ora passiamo a considerare quanto scrive G.A.Stella:
TERZI AL MONDO - La prova? In rapporto al loro numero, i nostri ricercatori sono i terzi al mondo dopo i britannici, che svettano con 3,27 citazioni sulle maggiori riviste scientifiche internazionali, e dopo i canadesi, che seguono a quota 2,44. Ma con il nostro 2,28 noi ci piazziamo davanti agli Stati Uniti (2,06), alla Francia (1,67), alla Germania (1,62) e al Giappone, che chiude il pacchetto di testa con 0,41.
G.A.Stella riporta dati incomprensibili e senza rinviare a qualche pubblicazione. Il suo corrispondente appare essere Ugo Amaldi, così introdotto nel paragrafo precedente:
Il professor Ugo Amaldi, che lavora al Cern di Ginevra [...] dice di essere furibondo, con le classifiche internazionali. Sono bugiarde, spiega. «Perché non viene fuori un dato fondamentale. E cioè che nella ricerca di punta noi italiani restiamo forti. Fortissimi, in certi settori».
Per quanto ciò non sia chiarito da G.A.Stella, i dati provengono effettivamente da una breve nota di Ugo Amaldi: si tratta semplicemente dei rapporti tra il numero degli articoli più citati della tabella 1 di King e il numero di ricercatori (universitari e del settore produttivo) della tabella 3 di King. Questi rapporti sono poi moltiplicati per 100. Non si tratta quindi di "citazioni sulle maggiori riviste" ma di "numero di articoli molto citati prodotti da 100 ricercatori".
Come ho fatto presente privatamente a Ugo Amaldi, questi dati non tengono conto del fatto che in Italia i ricercatori sono prevalentemente accademici, mentre in altri Paesi lavorano tipicamente prevalentemente per il settore privato, rinviandolo all'articolo citato di R. Perotti et.al. Ugo Amaldi ha replicato mostrando attenzione e gentilezza e osservando tra l'altro che almeno come numero di citazioni diviso ricercatori accademici anche R. Perotti assegna all'Italia una posizione più che dignitosa, come già visto sopra.
Aggiungo a tutti i dati precedenti alcuni dati che ho raccolto nel 2006 sulla spesa in ricerca e sulla produttività tecnologica dei paesi avanzati, si riferiscono probabilmente ad anni tra il 2001 e il 2004. Chi ha ragione?
Questo lo lascerei decidere ai lettori. Personalmente non sono soddisfatto del fatto che la qualità media degli articoli italiani sia agli ultimi posti tra i paesi avanzati, e considero questa indicazione prevalente sulla produttività in termini di numero di articoli. Anche il numero di articoli molto citati mi sembra meno che commisurato alla spesa pubblica in ricerca. Per me il ritardo dell'Italia c'è non solo come spesa ma anche come produttività, ma il ritardo di produttività non è tragico (in scienze e ingegneria) come si potrebbe temere: fino al 2001 facciamo molto meglio del Messico e della Turchia e non siamo lontani dai Paesi avanzati, che per alcuni parametri superiamo.
In ogni caso, anche se non concordo nel magnificare la produttività scientifica italiana, sono assolutamente d'accordo sul fatto che sia essenziale per l'Italia aumentare il numero dei ricercatori, che ci vede arrancare nelle ultime posizioni. Il ritardo viene principalmente dal settore privato, che non fa ricerca, ma anche lo Stato italiano spende in ricerca il 25% meno della media UE15. Oltre ad aumentare la spesa, a mio parere è necessario migliorare significativamente anche la sua allocazione in funzione del merito e della produttività all'interno del comparto ricerca, per aumentare la qualità e il rendimento per la società delle spese in ricerca.
di alberto lusiani,
Link: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/La_produttivit%C3%A0_scientifica_dell%27Italia#body

URSS-USA: il crollo avvenuto, il crollo che verrà PARTE II


PARTE II

DIMITRY ORLOV
Energy Bullettin

[15] Il settore agricolo sovietico era notoriamente inefficiente. Molte persone coltivavano e raccoglievano da sole il proprio cibo anche in periodi relativamente prosperi. In ogni città esistevano magazzini di generi alimentari, stoccati secondo uno schema di allocazione fornito dal governo. C’erano pochissimi ristoranti e gran parte delle famiglie cucinava e mangiava a casa propria. Fare la spesa era piuttosto laborioso e comportava il trasporto di pesanti carichi. A volte era simile all’andare a caccia: inseguire quell’inafferrabile pezzo di carne acquattato dietro la cassa di qualche negozio. Perciò la gente era ben preparata per ciò che venne dopo. 

Negli Stati Uniti la maggior parte della gente compra il cibo al supermercato, il quale viene rifornito da luoghi molto distanti grazie ad autocarri refrigerati. Molte persone non si disturbano nemmeno a fare la spesa e mangiano al fast food. Quando qualcuno cucina, raramente lo fa mettendo insieme gli avanzi. Tutto questo è assai poco salutare e gli effetti sul girovita nazionale sono chiaramente visibili in qualunque parcheggio. Un sacco di persone, che escono e entrano ciondolando dalla loro auto, non sembrano pronte a ciò che sta per succedere. Se all’improvviso dovessero iniziare a vivere come i russi, gli esploderebbero le ginocchia. 



        Sopravvivere al crollo

        Sanità
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        • Pubblica

        • Privata

        • Cure di base gratuite

        • Medicinali per profitto

        • Focalizzata sulle cure di base e la prevenzione

        • Focalizzata su geriatria, casi cronici, oncologia, medicina di pronto soccorso, psicofarmaci e chirurgia plastica

        Cure di base

        Rimedi popolari
        © 2006 Dmitry Orlov 16

[16] Il governo sovietico destinava risorse ai programmi di vaccinazione, al controllo delle malattie infettive e alle cure di base. Operava direttamente attraverso un sistema di cliniche, ospedali e sanatori di proprietà dello Stato. Le persone affette da malattie terminali o da condizioni croniche avevano spesso motivo di lamentarsi ed erano costrette a pagarsi cure private, se avevano i soldi. 

Negli Stati Uniti la medicina ha per fine il profitto. Sembra che alla gente questo fatto non importi per nulla. Ci sono ben pochi campi di attività in cui gli americani rinnegherebbero la motivazione del profitto. Il problema è che quando l’economia viene asportata, viene asportato anche il profitto, insieme ai servizi che un tempo contribuiva a motivare. 

        Sopravvivere al crollo

        Educazione
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        • Pubblica e gratuita

        • Prestiti onerosi agli studenti

        • 8 anni di solito sufficienti

        • 12 + 4 anni producono molti semi-istruiti

        • I bambini vanno a scuola a piedi

        • I bambini vanno a scuola con l’autobus o l’autista

        • Piccole scuole di quartiere

        • Enormi scuole grandi come città

        “La generazione perduta”

        Analfabetismo e ignoranza
        © 2006 Dmitry Orlov 17

[17] Il sistema educativo sovietico era generalmente di eccellente qualità. Produceva una popolazione oltremodo colta e numerosi tecnici specializzati. L’educazione era gratuita ad ogni livello, ma le persone che raggiungevano i livelli d’istruzione più alti ricevevano spesso uno stipendio e avevano vitto e alloggio gratuiti. Il sistema educativo resistette piuttosto bene al collasso economico. Il problema era che i laureati non avevano più un lavoro ad attenderli dopo la laurea. Molti di loro persero il proprio tenore di vita. 

Il sistema universitario degli Stati Uniti produce molte cose buone: ricerca governativa e industriale, squadre sportive, formazione professionale... Ma l’educazione primaria e secondaria non riesce ad ottenere in 12 anni ciò che i sovietici generalmente ottenevano in 8. Le enormi dimensioni di questi istituti e le spese necessarie a mantenerli si riveleranno probabilmente non più sostenibili in un ambiente post-collasso. L’analfabetismo è già oggi un problema negli Stati Uniti e dobbiamo aspettarci che peggiori drasticamente. 

          Sopravvivere al crollo

          Energia
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          • Autosufficiente

          • Importa il 65% di petrolio e molto gas naturale

          • L’eccedente viene esportato

          • Produzione nazionale in calo

          • Proprietà del governo

          • Fornita da privati

          • Controllo dei prezzi

          • Affarismo

          Scorte, razionamento

          “Insufficienza del mercato”
          © 2006 Dmitry Orlov 18

[18] L’Unione Sovietica non aveva bisogno di importare energia. Il sistema di produzione e distribuzione in certi momenti vacillò, ma non crollò mai. Il controllo dei prezzi mantenne le luci accese perfino durante l’impazzare dell’iperinflazione. 

Il termine “insufficienza del mercato” sembra adattarsi perfettamente alla situazione energetica degli Stati Uniti. I mercati liberi, di fronte alla carenza di alcuni beni di prima necessità, tendono a sviluppare tendenze perniciose. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo degli Stati Uniti comprese questa situazione e razionò con successo molti beni, dalla benzina ai ricambi per bicicletta. Ma questo accadeva tanto tempo fa. Da allora, l’inviolabilità dei liberi mercati è diventata un articolo di fede. 

        Sopravvivere al crollo

        Conclusione:

        L’Unione Sovietica

        era preparata molto meglio

        al collasso economico

        rispetto agli Stati Uniti

        © 2006 Dmitry Orlov 19

[19] La mia conclusione è che l’Unione Sovietica era assai meglio preparata degli Stati Uniti al collasso economico. 

Ho lasciato fuori due importanti asimmetrie tra queste superpotenze, poiché esse non hanno nulla a che fare con la capacità di essere preparati al collasso. Semplicemente, alcuni paesi sono più fortunati di altri. Ma le citerò adesso per amor di completezza. 

In termini di composizione etnica e razziale, gli Stati Uniti somigliano alla Jugoslavia più che alla Russia, perciò non possiamo aspettarci che dopo il collasso essi rimangano pacifici come lo rimase la Russia. Le società etnicamente miste sono fragili e hanno la tendenza ad esplodere. 

In termini religiosi, l’Unione Sovietica era relativamente sprovvista di culti apocalittici. Ben poche persone in Russia desideravano che una palla di fuoco atomico grande quanto un pianeta annunciasse il secondo avvento del loro salvatore. E questo fu davvero una benedizione. 

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        Politica
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        • Ideologicamente frustrata

        • Ideologicamente frustrati

        • Il Partito Comunista

        • Il Partito Capitalista e… L’Altro Partito Capitalista

        • In grado di annientare la protesta

        • In grado di ignorare la protesta

        • Nascondeva i libri

        • Falsificava i libri

        ¶¶¶¶ Preparazione al collasso totale ¶¶¶¶
        © 2006 Dmitry Orlov 20

[20] Un settore in cui non riesco a scorgere nessun “gap di collasso” è quello della politica nazionale. Le ideologie saranno anche diverse, ma la cieca aderenza ad esse non potrebbe essere più uguale. 

E’ di sicuro più divertente guardare due partiti capitalisti che si azzuffano piuttosto che avere un solo partito comunista per cui votare. Gli argomenti su cui si azzuffano sono spesso piccoli simulacri simbolici di politica sociale, scelti per agevolare la simulazione di un atteggiamento pubblico. Il Partito Comunista offriva un’unica pillola amara. I due Partiti Capitalisti offrono la scelta tra due placebo. L’ultimissima innovazione sono le elezioni al fotofinish, dove ogni partito ottiene il 50% dei voti e il risultato viene estratto dalle dicerie statistiche, come un coniglio da un cappello. 

Il sistema utilizzato dagli americani per affrontare il dissenso e la protesta è certamente più avanzato: perché imprigionare i dissidenti quando si può semplicemente lasciarli strillare al vento finché ne hanno voglia? 

L’approccio americano alla contabilità è più sottile e sfumato di quello sovietico. Perché mettere su certe statistiche il segreto di stato, quando si può semplicemente distorcerle, con metodi oscuri? Ecco un semplice esempio: l’inflazione è “tenuta sotto controllo” sostituendo [nelle statistiche] gli hamburger alle bistecche, allo scopo di minimizzare l’aumento dei pagamenti destinati alla spesa sociale. 

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        Un approccio alla politica nazionale collaudato, che faccia risparmiare tempo, sicuramente funzionante per ogni superpotenza che sta collassando

        1 – Non prestate attenzione ai politicanti nazionali: il collasso serve solo ad incoraggiarli. Rappresentano una distrazione colossale. Restate concentrati

        2 – Non prendeteli neanche in giro (per quanto invitante sia). Se li ignorate del tutto, spariranno dalla vostra vista più in fretta

        3 – Alexander Solzhenitsyn (che nel 1970 vinse il Premio Nobel per la letteratura) creò un’utile massima che lo aiutava a sopravvivere nel GULAG. Può essere utile anche a voi.

        “Non credere a loro, non temerli, non chiedere nulla di loro”. 

        (E’ colui che da solo ha sfidato il governo Sovietico, ed ha vinto!)

        © 2006 Dmitry Orlov 21

[21] Molte persone sprecano un sacco di energie a protestare contro il loro irresponsabile, immobile governo. A me sembra solo un enorme spreco di tempo, vista l’inefficacia di queste proteste. Costoro si accontentano forse di leggere delle proprie imprese sui giornali esteri? Io credo che si sentirebbero meglio se semplicemente togliessero la voce ai politici, come i politici la tolgono a loro. E’ facile come spegnere il televisore. Se ci provassero, probabilmente noterebbero che nulla è cambiato nelle loro vite, proprio nulla, tranne forse il miglioramento del loro umore. Potrebbero anche scoprire di avere adesso più tempo da dedicare a cose più importanti. 

        Sopravvivere al crollo

        Sopravvivere al crollo

        Quali sono le alternative?


        • Un grande sforzo da parte del governo

        • Una soluzione per il settore privato

        • Pateracchi alla riscossa!

        • Fai da te

        (Non tutti i problemi hanno una soluzione).
        © 2006 Dmitry Orlov 22

[22] Ora cercherò di delineare alcuni approcci, realistici e non, per superare questo “gap di collasso”. La mia breve lista di rimedi potrà sembrare un po’ semplicistica, ma tenete conto che si tratta di un problema molto difficile. In effetti, è importante tenere conto del fatto che non tutti i problemi hanno una soluzione. Posso promettervi che non risolveremo il problema entro stasera. Quel che cercherò di fare sarà di illuminarlo un po’ da diverse angolazioni. 

          Sopravvivere al crollo

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          Un grande sforzo da parte del governo?


          • Non c’è un governo capace o competente (11 settembre, Iraq, Katrina, ecc.)

          • La gente non sembra gradire o aver fiducia nel proprio governo (chissà perché)

          • Uno sforzo concertato è improbabile (scarsa comprensione della portata del problema)

          • Cercherebbe di sviare o di ritardare il collasso piuttosto che prepararsi ad esso (perdita di tempo)

          • Potrebbe in effetti accelerarlo (basti ricordare la Perestroika di Gorbaciov)

          (Non è un progetto realistico).
          © 2006 Dmitry Orlov 23

[23] Molte persone se la prendono con l’irresponsabilità e l’immobilismo del governo. Dicono spesso cose tipo “Qui ci vorrebbe un...”, seguito dal nome di un grande progetto governativo di successo appartenente al glorioso passato: un Piano Marshall, un Progetto Manhattan, un programma Apollo. Ma in nessun libro di storia si parla di governi che si preparino per il collasso. La Perestroika di Gorbacev fu un esempio del tentativo di un governo di evitare o rinviare il collasso. Probabilmente riuscì solo ad affrettarlo. 

          Sopravvivere al crollo

          Il programma politico del Partito del Collasso 

          (Un po’ di cose che il governo USA dovrebbe fare se improvvisamente decidesse di rendersi utile)


          • Abbandonare tutti i reattori nucleari (la cosa migliore da fare, dato che nessuno sa come disarmarli)

          • Spostare il carburante nucleare esaurito dalle sacche di deposito nei pressi dei reattori in qualche luogo più sicuro

          • Disarmare e distruggere le armi nucleari prima che cadano nelle mani sbagliate

          • Disarmare e ripulire le basi militari in tutto il mondo. Rimpatriare le truppe invece di lasciarle abbandonate in territori ostili. Congedare i militari, riorganizzarli come unità di autodifesa a livello locale

          • Accelerare la pulizia di siti tossici di scorie, miniere abbandonate, riserve nucleari per prevenire le catastrofi ambientali che sono ancora evitabili.

          • Mettere insieme un programma completo di amnistia per i carcerati prima che le prigioni vengano chiuse per mancanza di fondi. Fornire ai prigionieri rilasciati vitto e alloggi ad uso gratuito per prevenire un’ondata criminale.

          • Proclamare un giubileo: remissione di tutti i debiti, dato che non saranno comunque rimborsabili
          © 2006 Dmitry Orlov 24

[24] Ci sono alcune cose a cui mi piacerebbe che il governo provvedesse in vista del collasso. Sono particolarmente preoccupato per le installazioni, i siti di stoccaggio e le discariche di materiali tossici e radioattivi. Le future generazioni non saranno in grado di tenerli sotto controllo, soprattutto se il riscaldamento globale li farà finire sott’acqua. C’è in giro una quantità di questa robaccia sufficiente ad ammazzare la maggior parte di noi. Sono anche preoccupato per i soldati abbandonati al di là dell’oceano: abbandonare i propri soldati è una delle cose più vergognose che un governo possa fare. Le basi militari d’oltreoceano dovrebbero essere smantellate e i loro contingenti rimpatriati. Mi piacerebbe anche che l’immensa popolazione carceraria venisse ridotta progressivamente, in maniera controllata e preventiva, piuttosto che attraverso una caotica amnistia generale proclamata a causa della sopravvenuta mancanza di fondi. Infine, credo che questa farsa dei debiti che non potranno mai essere ripagati sia durata abbastanza. Un colpo di spugna potrà dare alla società il tempo di rimettersi in piedi. Capite quindi che non sto chiedendo miracoli. Benché, se una qualsiasi di queste cose venisse fatta sul serio, io stesso lo considererei un miracolo. 

      Sopravvivere al crollo

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      Una soluzione per il settore privato?

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      1 – Eliminare la necessità di fornitori

      2 – Eliminare la necessità di profitti

      3 – Eliminare la necessità di flusso di cassa

      4 – Eliminare la necessità di acquirenti

      (Non è un progetto realistico).
      © 2006 Dmitry Orlov 25

[25] Una soluzione al collasso del settore privato non è impossibile: solo molto, molto improbabile. Alcune aziende statali sovietiche rappresentavano di fatto degli Stati nello Stato. Erano a capo di ciò che costituiva un vero e proprio sistema economico completo e potevano sopravvivere anche senza l’ausilio del sistema economico esterno. Esse mantennero tale struttura anche dopo che furono privatizzate. Facevano impazzire i consulenti di management occidentali con i loro immensi asili per l’infanzia, le case di riposo, le lavanderie e le cliniche gratuite. Tutte queste cose, vedete, non facevano parte del loro settore di competenza. C’era bisogno di sfoltirle e di razionalizzare le loro operazioni. Ma i guru del management occidentale trascurarono la cosa più importante: il settore di competenza centrale di queste aziende stava nella loro capacità di sopravvivere al collasso economico. Magari i giovani genii fondatori di Google si faranno un baffo di tutto questo, ma non credo che i loro azionisti faranno lo stesso. 

        Sopravvivere al crollo

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        Pateracchi alla riscossa!


        L’Unione Sovietica aveva raggiunto un livello più alto di prontezza nei confronti del collasso con una totale negligenza ed uno scarso rendimento economico. Quindi possiamo farcela, se (non) proviamo.

        • Scarsità di alloggi

        • Massicci sprechi ed inefficienze

        • Scarsità di cibo

        • Corruzione dilagante

        • Lungaggini burocratiche

        • Cattivo uso delle proprietà del governo

        Tutto ciò aveva aiutato la gente a prepararsi mentalmente e fisicamente per il collasso, dando loro qualcosa di cui occuparsi una volta accaduto
        © 2006 Dmitry Orlov 26

[26] E’ importante capire che l’Unione Sovietica ottenne la propria preparazione al collasso senza volerlo, e non in virtù di qualche programma di esercitazioni. Il collasso economico ha un suo modo di trasformare le negatività economiche in elementi positivi. L’ultima cosa che vogliamo è un’economia perfettamente funzionante, prospera e in espansione che un bel giorno collassa all’improvviso, lasciando tutti nelle peste. Non è necessario per noi raggiungere le leve del comando economico e della pianificazione centrale per eguagliare la spenta performance sovietica in questo campo. Abbiamo i nostri metodi, che funzionano altrettanto bene. Io li chiamo “pateracchi”. Si tratta di soluzioni ai problemi che creano più problemi di quelli che risolvono. 

Datevi un’occhiata attorno e vedrete pateracchi spuntare in ogni dove, in ogni ramo di attività: abbiamo pateracchi militari come l’Iraq, pateracchi finanziari come l’ormai condannato sistema pensionistico, pateracchi sanitari come le assicurazioni private sulla salute, pateracchi legali come il sistema che tutela la proprietà intellettuale. Il peso combinato di tutti questi pateracchi ci sta spingendo lentamente ma inesorabilmente verso il basso. Se ci spingerà abbastanza in basso, allora, quando arriverà il collasso economico, ci sembrerà di saltare dalla finestra del pianterreno. Dobbiamo solo favorire questo processo, o perlomeno non interferire con esso. Perciò se qualcuno vi viene a dire “Voglio costruire un pateracchio che funziona a idrogeno”, incoraggiatelo in tutti i modi! Non sarà utile quanto un pateracchio che bruci i soldi direttamente, ma è comunque un passo nella giusta direzione. 

        Sopravvivere al crollo

        Sopravvivere al crollo

        Fai da te: le cose da non fare


        • Non alimentate i fuochi del progresso e della prosperità economici. Ritirate i vostri soldi dai mercati finanziari. Investite i risparmi in beni durevoli e di valore permanente. Togliete il patrimonio dalla circolazione. Eliminate i debiti e siate meno dipendenti dal reddito fisso.

        • Non sforzatevi di ottenere la realizzazione economica. Considerate con ottimismo il massimo tempo libero, l’indipendenza e la responsabilità limitata. Non lavorate troppo duramente o per troppe ore.

        • Non partecipate inutilmente all’economia. Fatelo il meno possibile. Riutilizzate più che potete. Limitate i vostri bisogni fisici. Progettate di ridurli ulteriormente in seguito.
        © 2006 Dmitry Orlov 27

[27] Certi tipi di comportamento economico, che sono molto diffusi, non sono prudenti a livello personale e sono anche controproducenti per l’obiettivo di colmare il “gap di collasso”. Qualunque comportamento che produca prosperità e continua crescita economica è controproducente: più in alto si salta, più duro sarà l’atterraggio. E’ traumatico passare dall’avere un ingente fondo per la pensione al non avere nessun fondo per la pensione a causa di un crollo del mercato. E’ anche traumatico passare da un salario alto a un salario basso, o a nessun salario. Se poi, oltre a questo, vi siete anche tenuti incredibilmente occupati e all’improvviso vi trovate senza niente da fare, allora sarete davvero in pessima forma. 

Un collasso economico è il peggior momento possibile per avere un crollo nervoso, eppure è proprio questo che accade di frequente. Le persone psicologicamente più a rischio sono gli uomini di successo di mezza età. Quando la loro carriera finisce di colpo, i loro risparmi svaniscono e le loro proprietà non valgono più nulla, sparisce anche gran parte della loro autostima. Essi tendono a ubriacarsi fino alla morte e a suicidarsi in quantità straordinarie. Poiché essi sono le persone più esperte e capaci, questa è per la società una perdita terribile. 

Se l’economia, e il posto che occupate all’interno di essa, è importante per voi, ci resterete molto male quando se ne andrà. Dovete coltivare un atteggiamento di composta indifferenza, ma dev’essere più che un semplice concetto. Dovete sviluppare lo stile di vita, le abitudini e la robustezza fisica per resistere. Sono necessari molta creatività e molti sforzi per vivere un’esistenza soddisfacente ai margini della società. Dopo il collasso, questi margini potrebbero trasformarsi nel miglior posto in cui vivere. 

          Sopravvivere al crollo

          Sopravvivere al crollo: tocca a voi!

          • Il crollo sovietico è stato assolutamente terribile per la maggior parte della gente. Molti di loro sono morti. Quando l’economia degli Stati Uniti collasserà sarà molto peggio.

          • Ci sono voluti 10 anni alla Russia per riprendersi. Gli Stati Uniti non avranno le risorse che hanno permesso alla Russia di riprendersi (energia da esportare, paesi confinanti economicamente integri).

          • Un’ulteriore crescita economica non è né possibile né auspicabile. La moderna economia industriale non è necessaria alla crescita culturale o spirituale, e pone una minaccia alla sopravvivenza dell’uomo.

          • La fiducia nelle istituzioni condannate è nociva. Il governo è già inutile. Il settore del commercio sarà presto fuori uso. Dato che per voi saranno inutili, potete iniziare ad essere inutili per loro prima del tempo.
          © 2006 Dmitry Orlov 28

[28] Spero di non aver dato l’impressione che il crollo sovietico sia stato una passeggiata nel parco, perché al contrario è stato davvero spaventoso, in molti sensi. Il punto che voglio sottolineare è che quando a crollare sarà questa economia, sarà molto peggio. Un altro punto che voglio sottolineare è che un collasso, qui, sarà probabilmente permanente. I fattori che permisero alla Russia e alle altre repubbliche ex sovietiche di riprendersi, qui non sono presenti. 

A dispetto di tutto ciò, io credo che in ogni epoca e in ogni circostanza, le persone riescano a trovare a volte non solo gli strumenti e un motivo per sopravvivere, ma anche illuminazione, pienezza e libertà. Se possiamo trovarli anche dopo che l’economia sarà collassata, perché non iniziare a cercarli adesso? 

Grazie

Dimity Orlov
Fonte: http://www.energybulletin.net/
Link: http://www.energybulletin.net/node/23259


Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA MAZZAFERRO e GIANLUCA FREDA
Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5235

VEDI ANCHE SU QUESTO BLOG: URSS-USA: il crollo avvenuto, il crollo che verrà PARTE I 
(post del 6 novembre 2008)

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