martedì 11 novembre 2008

La dittatura nascosta dal Mediterraneo




Sindacalisti arrestati e torturati, manifestanti uccisi dalla polizia e giornalisti in carcere. La cronaca degli ultimi dieci mesi in Tunisia mostra il lato nascosto di un paese visitato ogni anno da milioni di turisti e ogni anno abbandonato da migliaia di emigranti. Per scriverla ho dovuto raggiungere clandestinamente la città di Redeyef, cuore della rivolta, nel sud ovest del Paese, e incontrare i testimoni chiave di quello che i circoli democratici di Tunisi definiscono già come il movimento sociale più importante e duraturo degli ultimi 20 anni.

Si tratta di una cittadina di 37.000 abitanti, costruita un secolo fa dai francesi nel bel mezzo del bacino minerario di Gafsa. La regione ha un aspetto desolante. Ricorda un paesaggio lunare. Ma sotto le spoglie montagne grigie tra Moulares, Redeyef, Mdhilla a Metlaoui si trova un vero e proprio tesoro: 600 milioni di tonnellate di fosfato. Lo estrae una società pubblica, la Compagnia dei fosfati di Gafsa (Cpg). Nel 2008 il prezzo della tonnellata è raddoppiato per la crescente domanda di fertilizzanti di Cina e India. La Tunisia è il quinto produttore mondiale e ha riserve per 100 anni. Eppure la regione di Gafsa è una delle più povere. La modernizzazione degli impianti ha tagliato il 55% dei posti di lavoro, passati in 20 anni da 11.000 a 5.000. E ha provocato una grave crisi economica nelle città dei minatori, costruite ex novo dai coloni francesi per ospitare la manodopera agli inizi del Novecento. Oggi la disoccupazione colpisce il 40% dei giovani. Giovani che spesso non vedono altra via d'uscita se non bruciare le frontiere, come si dice in arabo. Harrag. Direzione Lampedusa. È da loro che è nata la protesta. 

Inizia tutto il 5 gennaio 2008, a Redeyef, una città di 37.000 abitanti. La Cpg pubblica i risultati di un concorso pubblico per 80 posti di lavoro. Ma la lista è giudicata fraudolenta. I giovani disoccupati si ribellano e occupano per protesta la sede regionale del sindacato dei minatori (Ugtt), ritenuto coinvolto nella truffa. Presto sono raggiunti da 11 vedove che chiedono il rispetto delle quote assegnate ai figli dei morti sul lavoro. La base della protesta si allarga. Le parti pulite del sindacato si uniscono alla denuncia. E intanto a Tunisi nasce un comitato nazionale di sostegno al popolo delle miniere. Il 4 aprile si tiene a Tunisi una giornata di solidarietà. Vi partecipano dei sindacalisti di Redeyef. Ma al loro ritorno, la mattina del 7 aprile, vengono arrestati insieme a decine di attivisti. Tra loro c'è anche Adnan Hajji, segretario del sindacato degli insegnanti di Redeyef. 

Lo stesso giorno gli insegnanti della città sospendono le lezioni e poco dopo viene indetto uno sciopero generale che si protrae per tre giorni. Il 9 aprile una trentina di donne scendono in piazza chiedendo la liberazione dei mariti. La città si unisce alla manifestazione che arriva fin sotto la prefettura. Il giorno dopo, i sindacalisti vengono rilasciati. Al loro ingresso in città, sono accolti da un bagno di folla. Più di 20.000 persone acclamano il loro nuovo leader, Adnan Hajji. 

Intanto in Francia si moltiplicano le iniziative di solidarietà animate dagli emigrati tunisini, soprattutto a Nantes, dove vive una numerosa comunità originaria di Redeyef, che fonda un comitato di solidarietà e scende in piazza. Nel bacino minerario però le proteste non accennano a diminuire. Il 6 maggio 2008, Hicham Ben Jeddou muore fulminato dai cavi dell'alta tensione in un generatore elettrico, a Tabeddit, mentre con un gruppo di disoccupati tentavano di bloccare gli impianti della Cpg. È la prima vittima delle proteste. I testimoni accusano la polizia di aver riallacciato la corrente sapendo che lo avrebbero ucciso.

Da Tunisi, vengono inviati rinforzi. Polizia e esercito controllano ogni accesso a Redeyef. E agenti in borghese sorvegliano gli attori principali della protesta. Il sei giugno la polizia spara sui manifestanti. Hafnaoui Maghzaoui, muore sul colpo. Altri 27 ragazzi sono feriti. Uno di loro, Abdelkhaleq Aamidi, morirà il 14 settembre, in ospedale. Nel giro di poche settimane vengono arrestate duecento persone. Sindacalisti e gente comune. La notte tra il 21 e il 22 giugno viene di nuovo arrestato il leader della protesta: Adnan Hajji. 

Il movimento è decapitato. Nessuna donna però è stata arrestata. Sono loro, le mogli dei sindacalisti e dei militanti detenuti a tornare in piazza, il 27 luglio, per chiedere la liberazione dei detenuti. In mezzo a loro c'è anche Zakiya Dhifaoui. Classe 1966, giornalista e insegnante. È venuta da Kairouan per scrivere un reportage su Redeyef sul giornale di opposizione Muatinun. Ma il reportage non sarà mai pubblicato. Perchè quello stesso giorno Dhifaoui viene portata in carcere. Il suo è un arresto simbolico. Un messaggio a tutti i giornalisti tunisini, di non recarsi a Redeyef e di non scrivere sulle rivolte. È l'altro lato della repressione: il controllo totale dell'informazione. Dhifaoui è stata condannata a quattro mesi e mezzo di carcere. Ma non è l'unica giornalista dietro le sbarre. A finire sotto processo è la stessa libertà di espressione. 

I siti di Youtube e Dailymotion, dove dall'estero sono stati caricati i video delle manifestazioni, dei comizi, e delle violenze della polizia, sono oscurati dal novembre 2007. Masoud Romdhani, portavoce del movimento nazionale di solidarietà, viene malmenato da agenti in borghese a Tunisi. Amor Gondher, corrispondente da Redeyef del giornale di opposizione Tareq al Jadid, viene pestato da due poliziotti la sera del 26 giugno, a Nefta. Fahim Boulqaddous, giornalista della tv El Hiwar - che aveva diffuso i video di Redeyef sul canale satellitare italiano Arcoiris, poi diffusi anche da Al Jazeera - scappa di casa il 5 luglio, per sfuggire al mandato d'arresto. L'autore di quei video, Mahmoud Raddadi, era stato arrestato due settimane prima. Raddadi e Boulqaddous saranno presto giudicati insieme ad altri 38 imputati, tra cui 14 sindacalisti, con l'accusa di associazione a delinquere. Il dibattimento inizierà alla fine di novembre presso il tribunale di Gafsa. Subito dopo i festeggiamenti del 7 novembre per il ventunesimo anniversario della presidenza Ben Ali.

di Gabriele Del Grande

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12700/La+dittatura+a+sud+di+Lampedusa

Crisi: in ginocchio anche la Tesla Motors


Se qualcuno crede che la crisi economica avrà il suo più forte impatto sulle materie e l’inflazione, forse sbaglia, perché in realtà colpirà soprattutto la mentalità dell’uomo e la visione che si ha del mondo. Le idee e lo stile di vita dell'uomo moderno di stanno spegnendo giorno dopo giorno, come la luce che ha portato l’alba della società in cui viviamo. In qualche modo ci aspettavamo che il terremoto della grande depressione colpisse anche progetti rivoluzionari, sebbene viziati dall’adattamento alle vecchie abitudini del mercato attuale. Tra le illustri vittime vi è anche la famosa Tesla Roadcar, della Tesla Motors, che ha annunciato un ridimensionamento delle strategie aziendali. La società ha infatti deciso per la chiusura della filiale di Detroit con un taglio del personale di circa 100-200 unità, nonché del centro ricerche del Michigan chiuderà con il licenziamento di circa trenta ingegneri e ricercatori. In particolare, il centro di Rochester Hills, aperto nel gennaio 2007, era visto da molti come una risorsa per Detroit, in una situazione di grandi difficoltà per l’industria automobilistica in America, e il suo fallimento ha indotto persino le dimissioni dell'amministratore delegato, Ze'ev Drori, che non ha retto il duro colpo.

Nata da un progetto cofinanziato dagli azionisti diPaypalGoogle e Jp Morgan, la Tesla Motors viene creata allo scopo di realizzare un’auto elettrica rivoluzionaria, tratta dai brevetti di Nikola Tesla. Una berlina completamente elettrica con prestazioni da Formula 1, senza alcuna emissione e una percorrenza di 250 miglia con una carica, grazie ad una tecnologia innovativa se non addirittura rivoluzionaria che la pone in una posizione nettamente superiore alle altre auto che sfruttano un'energia eco-compatibile. Dopo circa un secolo viene così realizzata di nuovo l’auto di Tesla, dopo che nel 1931 lo scienziato serbo costruì un’auto con i finanziamenti della Perfor-Freccia Co. e della General Electric, costituendo il motore a benzina di una Perfor-Freccia con un motore elettrico di corrente alternata di 80 cavalli. Nello stupore dei tanti che videro nascere quell’auto, la Teslacar è stata nel tempo offuscata dalle industrie automobilistiche e petrolifere che avevano invaso il mercato controllandone gli sviluppi per i successivi 100 anni. Dopo anni, la Tesla Motors presenta la sua Roadster, con una massiccia campagna pubblicitaria per alzare la febbre dei consumatori, grazie alla partecipazione di una lunga lista di prestigiosi personaggi e di famosi attori, tra cui Arnold Schwarzenegger George Clooney

Questa Tesla Roadster aveva senz’altro qualcosa di diverso dalle solite macchine elettriche per ridurre l’impatto ambientale: uno design moderno, una carrozzeria leggera e dinamica, e prestazioni incredibili. Un vero prototipo di velocità ed efficienza, che con la sua carica elettrica riusciva a raggiungere i 100 Km/h in soli 4 secondi, percorrendo circa 400 chilometri con zero emissioni. Adeguandosi ad un mercato esigente e benestante era stato stabilito un prezzo di circa 99.000 euro, giungendo nella scala di larga produzione nella primavera del 2008. Le sue prestazioni le valgono premi prestigiosi, come quelli di "Time's Best Inventions of 2008" , "Best Green Exotic for 2009" del duPont Registry, "2008 Young Innovator" di Technology Review, Corporate Branding Campaign  & Technology Campaign of the Year 2008, Best Clean Tech Startup 2007 per TechCrunchie. Riconoscimenti dell’innovazione tecnologica e della sua grande innovazione che tuttavia Tesla non ha potuto godere nel corso della propria vita. Le prime difficoltà non hanno fermato neanche la preparazione del primo teaser della berlina elettrica Model S, da produrre in un apposito stabilimento da 143 milioni di dollari a San Jose, per sviluppare poi la nuova tecnologia per le batterie.

Ciononostante, le pressioni del fallimento della Silicon Valley ha messo in ginocchio anche la Tesla Motors che come ogni altra industria automobilistica, ha dovuto scegliere di licenziare i propri dipendenti e ricercatori in attesa dei nuovi fondi dal parte del governo. Nel pieno del suo sviluppo, la Teslacar ha dovuto fare un passo indietro, deludendo tutti quelli che si aspettavano una progressiva evoluzione della produzione su grande scala, rendendola accessibile anche alla classe media e al trasporto pubblico. Stranamente, l’idea prototipo della Tesla roadster non finirà del tutto, in quanto le altre case automobilistiche sono già pronte a rilanciarne il progetto. La Cadillac presenterà la Luxury Sedan con un prezzo non superiore ai 60.000 $, che entrerà in produzione nel 2009, mentre la GM si farà avanti con il modello Volt con un prezzo di mercato di 40.000$. Tra tutte bisogna segnalare il prototipo della Tata Nato, e la diretta concorrenteReva G-Wiz che si presenteranno al mercato medio, insieme alla Mercedes Smart, con un prezzo da sogno di soli 2000$. La macchina elettrica diventa così "un sogno raggiungibile" per tutti i cittadini per superare la crisi economica e entrare definitivamente nel nuovo secondo moderno. Non possiamo non notare, tuttavia, che ancora una volta le idee di Tesla vengono attentamente monitorate nel silenzio, fin quando le grandi società concorrenti non decidono di fermarle per poter sfruttare quelle invenzioni e presentarle come proprie.

A distanza di anni, non accade proprio nulla di nuovo, perché la tecnologia viene sempre utilizzate per scopi puramente affaristici e non per aiutare lo sviluppo e l’evoluzione della società, nell’interesse della comunità. Gli Stati Uniti in questo sono dei grandi maestri, perché se da una parte hanno il coraggio e l’avventatezza di proporre nuove tecnologie, dall’altra hanno l’incoscienza si usarle per fini non molto nobili o realmente utili. È questo il caso del kit per il "test del DNA fai da te", “23 & Me” , che per soli 339$ consente di effettuare un’analisi della propria mappa genetica, per evidenziare le predisposizioni personali per almeno 90 malattie, e confrontare le proprie caratteristiche con quelle altrui. Salute, ambiente, alimentazione sono la maggiori preoccupazioni dell'uomo moderno, ed ogni giorno la scienza tenta di sperimentare nuovi ritrovati per salvare nuove vite. Ovviamente queste idee sembrano non avere alcun valore se non hanno anche un risvolto prettamente economico e commerciale. In questa spregevole logica utilitaristica occorrerà considerare anche l’impatto della crisi economica mondiale, causata dalla megalomania dell'umanità, che in lunghi secoli ha compiuto solo pochi passi. Il cambiamento del concetto economico ha cambiato anche il modo di rapportarsi alle idee innovative: mentre 850 milioni di persone muoiono di fame, vengono salvate solo 25 persone, per la cui salvezza basterebbero solo lo 0,1 % dei fondi spesi dall’industria militare.  Il fallimento dello sviluppo dell’energia rinnovabile e della moderna industria automobilistica sono i primi segnali di una grave situazione economica, che in futuro colpirà la stessa evoluzione dell’uomo se non cambieranno anche le nostre idee.

di Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=15053


Le due lobby all’interno degli USA che decideranno il futuro dei rapporti con l’Iran

Alle recenti elezioni presidenziali americane, l’Iran ha fatto il tifo per Barack Obama, nella speranza che quest’ultimo, una volta eletto, avrebbe adottato una politica differente nei confronti di Teheran rispetto a quella intransigente seguita dal presidente George W. Bush. Tuttavia, il futuro dei rapporti fra Washington e Teheran non dipenderà soltanto dagli orientamenti del nuovo presidente americano – sostiene l’analista egiziano Mustafa el-Labbad – ma anche dalle lobby che ne influenzeranno la politica estera
Fra tutti i paesi del mondo, l’Iran era forse quello che con più ansia attendeva l’esito delle elezioni presidenziali americane. Gli iraniani, senza dubbio, hanno pregato per la sconfitta del candidato repubblicano John McCain, e per la disfatta delle politiche e delle ideologie che egli appoggiava. Per Teheran, McCain era soltanto un altro falco neocon che voleva porre fine al programma nucleare iraniano, ed intralciare le ambizioni regionali della Repubblica islamica. La vittoria di Obama potrebbe portare invece ad una politica USA più realistica – forse perfino a dei negoziati che rafforzino il ruolo regionale dell’Iran.
La preferenza iraniana per un candidato democratico è una novità. Fino alle elezioni presidenziali americane del 2000, Teheran aveva appoggiato i presidenti repubblicani, che sono noti per i loro stretti legami con la lobby petrolifera.
I rapporti fra gli USA e l’Iran sono stati instabili negli ultimi cinque o sei decenni. Il periodo fra il golpe del 1953 e la rivoluzione del 1979 rappresentò una fase di stretta cooperazione. Ma dopo la rivoluzione, i rapporti fra i due paesi hanno oscillato fra la dura acrimonia e l’aperta ostilità, con gli americani che avevano marchiato l’Iran come membro del cosiddetto ‘asse del male’, e gli iraniani che continuavano a scagliarsi contro il ‘Grande Satana’ americano.
Malgrado tutte le differenze ideologiche, gli interessi di Washington e Teheran convergono su diverse questioni cruciali. Eppure le relazioni fra i due paesi si guastarono dopo il 1979, in gran parte a causa di Israele. L’Iran si è vigorosamente opposto agli sforzi di pace tra i paesi arabi ed Israele, ritenendo la nascita di un Medio Oriente guidato da Israele come una minaccia al suo ruolo regionale. Allo stesso modo, Israele ha fatto naufragare ogni tentativo di riavvicinamento fra Teheran e Washington, ancor più vigorosamente dopo l’invasione dell’Iraq.
Con Menachem Begin, Israele aveva cercato la cooperazione con i paesi situati ai margini del mondo arabo, come l’Iran, la Turchia e l’Etiopia. Ora, Israele sta cercando di portare l’India dalla sua parte nel tentativo di accerchiare l’Iran, che si è dimostrato più caparbio, nella sua opposizione alle politiche israeliane, rispetto a molti paesi arabi. Teheran, nel frattempo, sta chiamando a raccolta l’opposizione al Grande Medio Oriente, dall’Iraq alla Palestina. Il successo della linea intransigente dell’Iran – sostengono alcuni – potrebbe alla fine obbligare Washington a cercare qualche formula di intesa con Teheran.
Gli americani, dal canto loro, hanno solo due opzioni: colpire militarmente l’Iran, o aprire un dialogo. Ogni speranza – che Washington può aver coltivato finora – di giungere ad un rovesciamento del regime iraniano dall’interno sembra ormai essere svanita. I gruppi dell’opposizione iraniana sono semplicemente incapaci di sfruttare la situazione regionale ed internazionale per scalzare il regime. E con George Bush ormai sul punto di lasciare il proprio incarico, le speranze di un doppio contenimento dell’Iraq e dell’Iran stanno svanendo.
Polverizzando i Talebani, e poi rovesciando Saddam, Washington ha reso più potente il regime iraniano. Per la prima volta dall’indipendenza irachena, i sostenitori dell’Iran siedono in forze nel parlamento iracheno. Semmai, ciò dovrebbe fornire agli americani una ragione ulteriore per dialogare con Teheran. E gli iraniani non possono aspettare. La loro opposizione ideologica nei confronti di Washington è solo un modo per alzare la posta in un gioco di rivalità geopolitiche.
Gli sforzi volti a determinare un riavvicinamento nelle relazioni irano-americane sono già in corso. La lobby petrolifera all’interno degli Stati Uniti è un importante sponsor dell’American-Iranian Republican Council, un gruppo guidato da espatriati iraniani che hanno stretti legami con il regime, ma anche con responsabili dell’attuale e delle precedenti amministrazioni USA. Fin dalla sua fondazione nel 1997, questo gruppo ha lavorato a varie iniziative per promuovere la cooperazione fra i due paesi.
In qualsiasi futuro dialogo, gli americani esorteranno l’Iran ad adottare una posizione più morbida nei confronti di Israele. All’Iran verrà chiesto di moderare la propria retorica, probabilmente ad un livello analogo a quello adottato dal Pakistan o dalla Malaysia. In altre parole, ci si aspetterà che Teheran possa criticare Israele in qualche occasione, ma che in generale eviti di contrapporsi apertamente allo stato ebraico, o di aizzare gruppi alleati contro di esso. Se un compromesso di questo genere dovesse essere raggiunto, è probabile che l’Iran giungerebbe ad una ridefinizione della propria sicurezza nazionale, concentrandosi sul Golfo e sul Mar Caspio piuttosto che sull’intero Medio Oriente.
Attualmente, l’ostacolo principale ad un compromesso politico fra Washington e Teheran è rappresentato da Israele e dai suoi sostenitori all’interno del complesso industriale e militare americano, mentre i principali fautori di un riavvicinamento sono i membri della lobby petrolifera americana. Gli iraniani hanno fatto il tifo per Obama, ma il futuro dei loro rapporti con Washington non dipenderà soltanto dal presidente, ma dai gruppi di pressione che influenzano la sua opinione in politica estera.
Mustafa el-Labbad è un analista politico egiziano, esperto di questioni iraniane; é direttore dell’ East Center for Regional and Strategic Studies, con sede al Cairo
Titolo originale:
Tehran’s Oval Office
Link: http://www.arabnews.it/2008/11/09/le-due-lobby-all%e2%80%99interno-degli-usa-che-decideranno-il-futuro-dei-rapporti-con-l%e2%80%99iran/

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