lunedì 10 novembre 2008

STATI UNITI: una nazione in ansia



Questa è una nazione in ansia. Per quanto sia refrattario alla paranoia, qualcosa mi spinge a credere che al Ministero del Tesoro ci debba essere qualche ufficio riservato preposto a comprare su tutto il listino Dow Jones, ma al momento opportuno (diciamo 15 minuti prima della campana di chiusura) e secondo le indicazioni del signor Paulson. Già pare che scialacqui una cinquantina di miliardi al giorno in sovvenzioni alquanto sospette. A quei livelli, per acquistare il Dow tutto intero gli basterebbero i soldi per la merenda. L'idea di base, proseguendo nel mio attacco di paranoia, sarebbe quella di risollevare il mercato dei cambi in tempo di elezioni, in modo da dare ai più bamba tra i votanti l'impressione che il crack finanziario sia finito e che i bei tempi siano tornati.
I Repubblicani ne sarebbero benissimo capaci, alla faccia della simpatica apparizione di John McCain a Saturday Night Live, dove ha fatto comunella col "nemico" solo per ridere.



A parte questo, McCain ha condotto la campagna elettorale più sfacciatamente diffamatoria che abbia mai visto, a dispetto della sua reputazione di eroe di guerra e la sua ottima reputazione tra i colleghi senatori. Una campagna di abbiette insinuazioni e calunnie, apparentemente indirizzata a elettori che avrebbero difficoltà a qualificarsi per le Special Olympics. E c'è da chiedersi se McCain abbia realmente richiesto l'appoggio del Vicepresidente Dick Cheney, più che una benedizione un'estrema unzione. Se Cheney si fosse presentato in gran pompa, travestito da Darth Fener, le cose sarebbero andate meglio.
Quello che rende ansiosa parecchia gente, è ovvio, è la possibilità di brogli durante il conteggio. Uno dei tanti segnali della paralisi che strangola la nostra società: non siamo stati capaci di sbarazzarci di quelle mefitiche macchine Diebold per il voto elettronico, con la loro mancanza di documentazione cartacea. Incidentalmente, questi seggi col touchscreen sono un esempio di un calo di credibilità per la tecnologia. Le vecchie macchine elettorali meccaniche andavano benissimo, ma abbiamo dovuto superinvestire in sofisticazione, per trovarci con più problemi di prima. Questo dovrebbe essere un monito per quelli in balia del trionfalismo tecnologico.

La gente è ansiosa non solo perché Obama potrebbe venire scippato della vittoria, ma per l'eventualità che venga eletto McCain. La fiducia nelle sue capacità di giudizio è evaporata all'incirca undici minuti dopo che la sua scelta ha messo la pupa di Wasilla [Sarah Palin] a un tiro di sputo dalla Sala Ovale. Comunque sia, il Partito Repubblicano farebbe meglio a strisciare nel primo buco buio che trova, e mutarsi in qualcosa di meglio oppure estinguersi (come fecero i Whig nel 1856 [1] ). I Repubblicani non hanno ancora finito di rottamare l'America. Gli restano ancora tre mesi per distruggere il dollaro e l'economia che vi si regge. E con un Paulson che sgancia container di contanti a gente come quella della JP Morgan, possono continuare a fare quello che ha già provocato l'attuale catastrofe finanziaria (prestare soldi a chiunque, basta che respiri), magari giusto per finire quello che hanno cominciato.

Altri hanno paura che anche Obama mollerà mucchi di monete, solo a un diverso genere di beneficiari. Suppongo di sì. Spero che manifesti la volontà di scegliere, e che la applichi a opere pubbliche che portino benefici a tutti gli americani (sto pensando a un progetto che mi sta molto a cuore, quello di rimettere in piedi la rete ferroviaria passeggeri, in modo che la gente non sia costretta ad andare in auto, per esempio, da Atlanta a Louisville [677km], o da Cleveland a Columbus [255km]). In ogni caso, il nuovo Presidente avrà a che fare non solo con la marea di lamentazioni provocate dai suoi predecessori, ma con ogni probabilità anche con una burocrazia federale ipertrofica e inefficace, inetta a perseguire anche il più benintenzionato dei programmi.
Dovrà insediarsi durante quello che potrebbe essere l'anno peggiore che l'economia di questo paese abbia mai conosciuto. Il 2009 promette di essere peggiore dell'anno in corso, con un accelerazione di sfratti e sequestri di automobili, emorragia dei posti di lavoro, prezzo dei combustibili di nuovo in ascesa (magari con penuria annessa), con sullo sfondo un'altra bella fetta di ex classe media sempre più fuori dai gangheri. Riuscire a tenere tutto questo sotto controllo dimostrerebbe una capacità di governo di dimensioni storiche. E in parecchi ci si chiede se il Presidente ne uscirebbe vivo. Lo spettro di JFK e le speranze deluse che rappresentava (non importa se concrete o aleatorie) turbano ancora i sogni di questa nazione.

A parte la tremenda debt deflation [la perdita di valore dei beni dati in garanzia per i prestiti] e il probabile contraccolpo di una iper-inflazione che dissanguerà il paese, il nuovo Presidente dovrà affrontare anche il problema energetico. Spero che faccia tesoro di una lezione fondamentale: il solo modo che abbiamo di sperare in una "indipendenza energetica" consiste in una drastica riforma del nostro stile di vita auto-dipendente, per adottarne uno più localistico. Chiunque sia convinto che percorreremo autostrade e centri commerciali su auto a energia solare, eolica, da sabbie bituminose (che comunque sono del Canada), da olio di scisto, gas metano, gasolio dalle alghe, olio fritto usato, resterà deluso. Dovremo vivere l'ambiente nordamericano in maniera diversa, in cittadine tradizionali, villaggi, città (di piccole dimensioni, con minore consumo energetico), e un paesaggio agricolo che richiederà maggiore attenzione da parte degli esseri umani (e magari l'aiuto dei nostri amici animali).

Il grosso del lavoro, per il nuovo Presidente, consisterà nel guidare una transizione fuori da abitudini, modi di vivere e aspettative obsolete di cui, volenti o nolenti, ci dobbiamo sbarazzare. Il doloroso ridimensionamento del settore finanziario, da un ipertrofico 20% e più dell'economia USA a qualcosa che si aggiri sul 5%, è solo la prima di queste rinunce. L'abbandono dei complessi suburbani (un tragico spreco di risorse per infrastrutture e stili di vita senza futuro) sarà ancora più doloroso, data la forma mentis sottesa a questi investimenti, il che porterà al malinteso tentativo di sostenere l'insostenibile, dilapidando così le nostre già scarse risorse. Rifiuto l'etichetta di profeta di sventure, se guardiamo il contesto di queste transizioni. Ci sono molti aspetti del nostro modo di vivere che sono disgustosi, degradanti, abbrutenti e socialmente venefici, dalla nostra dieta suicida a base di grassi raffinati, sale e derivati dello sciroppo di glucosio, alla quotidiana devastazione spirituale delle sopraelevate, alla stupefacente solitudine e alienazione di gente resa ostaggio da una rete tele-consumistica di colonialismo corporativo.
È finita. Ma ancora non ce ne rendiamo conto. Forse neppure Obama ne è consapevole, ma è lui la persona degna di guidarci in questo nuovo, sconosciuto territorio.

James Howard Kunstler
Fonte: http://jameshowardkunstler.typepad.com
Link: http://jameshowardkunstler.typepad.com/clusterfuck_nation/2008/11/a-nervous-nation.html
3.11.08

Traduzione per www.ComedonChisciotte.org a cura di DOMENICO D’AMICO
Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5229

Nota del traduttore

[1] Il riferimento è al partito (pre-Guerra Civile) che negli Stati Uniti della prima metà del XIX secolo rappresentava, grosso modo, un'ideologia conservatrice, protezionistica e protestante. Le divisioni, in particolare sul tema della schiavitù, lo portarono all'estinzione. Molti dei suoi membri (tra cui Lincoln) aderirono al nuovo Partito Repubblicano

Il sogno di un futuro Obama italiano che ognuno può colorarsi a piacere



Che la questione del colore della pelle del prossimo Presidente degli Stati Uniti sia stata preponderante nella prima emozione di fronte alla scelta degli elettori americani, è incontestabile. Il Kenia paterno che festeggia nelle piazze, l'America bianca della mamma di Barack che realizza finalmente il sogno che costò la vita a Martin Luther King.

Prima l'eccezionalità di un afro-americano a capo della superpotenza planetaria poi, cosa vorrà e potrà fare il neo presidente americano per tirare fuori gli Stati Uniti e il mondo dalla catastrofe della presidenza Bush. Il pianeta si interroga e l'Italia della polemica politica a colpi di barzelletta si copre di ridicolo. Non mi sono scandalizzato della battuta di Silvio Berlusconi sulla “abbronzatura” di Barack Obama. Come il mio Sms sul futuro “meno nero” del mondo, quella “abbronzatura” è il primo segno che sottolinea l'evento. Se a molti nel mondo, quel nero di pelle ha portato una speranza di luce, per chi ogni cosa “altra” è automaticamente nemica (altra opinione politica, altro modello di vita, altre necessità, altra cultura, colore della pelle), qualche prurito d'allergia per la “abbronzatura” di Obama è fatto fisiologico. Quindi, basta polemiche strumentali sulla battuta di Berlusconi (per non dimenticare Gasparri). Niente razzismo ma soltanto allergia.

Ovviamente esagero anch'io (ognuno ha le sue allergie). Nella vita professionale Rai m'è capitato di raccontare dal vivo altri pruriti collettivi portati all'estremo. All'inizio degli anni '90 tra croati e serbi, per esempio. In Bosnia lo stesso fenomeno ha portato serbi e croati a dare una grattata terribile ai vicini musulmani. Poi la malattia cutanea kosovara tra serbi e albanesi, e così via. Qui in Turchia, per esempio, bastano due parole a provocare l'orticaria governativa: Kurdistan e genocidio armeno. Non sto bestemmiando. Le guerre non nascono sempre per gravi, alte e strategiche ragioni. A volte servono delle menti criminali, a volte basta un gruppo di imbecilli concentrati. Sia come sia, applaudo Obama e sorrido sotto i baffi pensando allo sconcerto di qualche leader politico italiano che gli africani li chiama “bingo bongo”. Certo che per Obama l'impresa che ha di fronte (non parlo di sconfiggere la stupidità) appare impossibile. Porre fine all'unilateralismo guerrafondaio e fallimentare di Bush, tanto per cominciare. Nel 2003 ci fu raccontato che l'attacco all'Iraq di Saddam Hussein sarebbe costato 20 miliardi di dollari. Cinque anni dopo siamo a 1000 e la previsione punta a 3000. Nessuno s'illuda che saranno soltanto i cittadini americani a pagare il conto. Nel frattempo il debito USA naviga sui 10 trilioni di dollari, che puoi tradurre in un dieci seguito da 12 zero. Barack che trasforma l'assurdo in possibile, come il sogno di un futuro Obama italiano che ognuno può colorarsi a piacere. L'America che fornisce sempre mille buone ragioni per farsi odiare o amare, non riuscirà mai a far ridere il mondo per una battuta scema.
di Ennio Remondino - da Dnews
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8279

La Petrobas e la scoperta del secolo

Brasile, enormi giacimenti scoperti nelle acque di fronte al Paese dalla compagnia petrolifera statale Petrobras. Lula destina centinaia di miliardi alla ricerca. Dubbi sulla fattibilità del progetto. I proventi saranno utilizzati per scopi sociali.
Se confermata, la scoperta fatta dalla compagnia petrolifera brasiliana Petrobras è senza ombra di dubbio una delle scoperte del secolo. Secondo i dati emersi ultimamente, infatti, la compagnia avrebbe individuato a migliaia di metri di profondità sotto il mare giacimenti di petrolio inimmaginabili che potrebbero catapultare il Brasile nel podio dei maggiori paesi produttori di greggio.
Sarebbero, secondo stime approssimative, oltre 33 miliardi i barili di greggio presenti nei tanti giacimenti brasiliani. Una cifra incredibile che potrebbe sminuire anche le prestigiose riserve venezuelane della Faja del Orinoco, tanto pubblicizzate da Chavez. Ma non è tutto. E' vero, una quantità tale di petrolio tale potrebbe cambiare le sorti di un'economia come quella brasiliana. Potrebbe una volta per tutte rendere il paese assolutamente indipendente e perchè no potrebbe essere una voce autorevole nel bilancio delle esportazioni brasiliane. Inoltre, negli ultimi tempi la Petrobras, ha investito un miliardo di dollari e compiuto almeno diciotto operazioni di perforazione lungo la costa del paese: in tutti i casi è stato trovato petrolio. Quanto, non è dato saperlo, anche se si suppone che sia molto. Alcuni giacimenti, infatti, si trovano a tali profondità (quello individuato nelle acque di fronte alla città di Santos, ad esempio, si trova a sei mila metri sotto il livello del mare) che gli esperti non possono quantificare quanto greggio contengano. La conferma arriva dal numero uno di Petrobras, José Sergio Gabrielli, che con soddisfazione ha dichiarato: "Il giacimento della baia di Tupi ha riserve pari a otto miliardi di barili. Non ci è possibile fare valutazioni precise su tutti gli altri giacimenti come Jubarte, Caramba, Jupiter". C'è un dato da non sottovalutare, però: i benefici di questi giacimenti si potranno vedere solo fra qualche anno. Forse dieci, dicono in molti. Rinnovare le strutture esistenti, anche se Petrobras è all'avanguardia nel mondo, crearne di nuove e iniziare a pompare al massimo, non è un lavoro semplice nè veloce. Nonostante queste notizie, che potrebbero apparire positive, il tam tam delle preoccupazioni si è già fatto largo da tempo in rete e c'è preoccupazione per l'uso che l'amministrazione di Brasilia avrà intenzione di farne. E usare il futuro non è solo una comodità giornalistica. Anche se la Petrobras è considerata una delle maggiori compagnie petrolifere del pianeta per via delle sue ottime strutture, macchinari all'avanguardia e progetti di primissimo livello, l'estrazione del petrolio è molto costosa. La maggioranza dei giacimenti, infatti si trova migliaia di metri sott'acqua, nell'oceano atlantico e sotto una coltre di sale (residuo della storia del pianeta) molto spessa. Un'estrazione che risulterebbe difficile e molto costosa. Addirittura per alcuni impossibile e poco redditizia.
Ne abbiamo parlato con un'esperta del settore, Debora Billi
- Dottoressa Billi, cosa ne pensa della scoperta di enormi giacimenti di greggio nelle acque brasiliane? Le scoperte sono sempre una buona notizia. Bisogna però vedere se le consistenti riserve ipotizzate si riveleranno reali: come si usa dire, finché non arrivi in fondo al pozzo non puoi sapere con certezza se il petrolio c'è davvero. In realtà, per il momento le stime sono basate solo su promettenti formazioni geologiche. Inoltre, non è affatto detto che le odierne scoperte "a macchia di leopardo" si riveleranno poi tutte essere parte di un unico enorme giacimento. Nel 90% dei casi non succede, secondo alcuni esperti.
- L'estrazione del greggio è così semplice come sembra? Molti dei giacimenti, tutti offshore, si trovano sotto 2 chilometri di acqua, e 5 di strati di rocce e sale (sono detti appunto pre-salt). Si tratta di una sfida immane. Altri sono più superficiali, e forse di più facile accesso. Esistono poche trivelle in grado di arrivare a grandi profondità, e Petrobras ne ha noleggiate l'80%.- Per quanto tempo potranno durare i giacimenti? Ammesso che le riserve siano davvero di 33, 50 o 100 miliardi di barili (le stime sono ancora completamente aleatorie), il Brasile potrà farne uso per molti anni. Per quanto riguarda il mondo, però, si tratta solo di qualche mese o anno di consumo, visto che usiamo 1 miliardo di barili ogni 12 giorni. Consideriamo inoltre che non ne verrà estratto più del 40%.
- Potremmo essere utili alla popolazione? Dipende. Dipende dal tipo di contratto che il governo ha intenzione di stipulare con le compagnie petrolifere. Al momento, il governo brasiliano ha le migliori intenzioni: prendere in mano tutti i diritti di sfruttamento e concederli poi ad alcune compagnie, Petrobras inclusa. I proventi dovrebbero essere destinati al popolo brasiliano, un po' come si è fatto in Norvegia. Resta da vedere però se le dinamiche internazionali glielo consentiranno.
- E da quando? In genere, quando si fanno gli enormi investimenti necessari per sviluppare nuovi giacimenti, si promette anche un'estrazione rapida. Ricordiamoci però che la Norvegia, con le sue avanzatissime tecnologie, ha dovuto attendere sei anni per vedere il primo barile estratto dal Mare del Nord. Dubito fortemente che la Petrobras riesca a cominciare a produrre dal giacimento di Tupi nel 2010, come annunciato.
- Non c'è forse troppo ottimismo sulla vicenda? L'ottimismo è obbligatorio, quando si parla di petrolio. Fa parte del business. Gli investimenti necessari sono enormi, e ci vogliono anni prima di vedere un ritorno: occorre promettere molto, e in fretta. Inoltre, il poter annunciare di essere una potenza petrolifera ha un grosso peso sulla scena internazionale.
Alessandro Grandi
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12458/L%27oro+di+Lula

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