domenica 9 novembre 2008

La “modificazione antropologica”: il passaggio dall' homo legens all' homo videns



La singolarità della nostra situazione è definita dal fatto che gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione hanno già prodotto una regressione collettiva umana di portata epocale. Qualcuno l'ha definita – e io concordo con l'autore – una “modificazione antropologica”. Questa la definizione di Giovanni Sartori, per tratteggiare il passaggio dall' homo legens all' homo videns. Intendendosi con questo non un passo avanti ma uno indietro.

Cerco di spiegarmi, anche se penso che questo pubblico sia già al corrente del problema, altrimenti non saremmo qui a discutere di “media literacy”, che io tradurrei in italiano come “educazione ai media”.

Tuttavia essere al corrente non significa essere d'accordo. Infatti, se fossimo d'accordo non avremmo i problemi che la società contemporanea sta dolorosamente affrontando mentre si avvia ad una transizione verso un'altra società di cui non sa nulla mentre dovrebbe sapere tutto.

Già, perchè se i telespettatori avessero potuto fruire pienamente dei vantaggi delle tecnologie comunicative moderne, delle possibilità teoriche di accesso a ogni tipo di informazione, della quantità stupefacente di dati che ogni motore di ricerca può mettere a nostra disposizione in una frazione di secondo, allora essi saprebbero da tempo che uno sviluppo crescente indefinito in un sistema finito di risorse è impossibile.

E quindi non avrebbero creduto alle entusiasmanti descrizioni della crescita del Prodotto Interno Lordo che venivano loro ammannite ogni giorno da tutti gli schermi televisivi. Anzi ne avrebbero diffidato e le avrebbero temute come presagi di sventura. Né avrebbero comprato automobili al ritmo forsennato con cui lo hanno fatto se avessero saputo che la quantità di anidride carbonica che avrebbero contribuito a produrre sarebbe cresciuta fino al punto da minacciare la sicurezza dei loro figli.

La singolarità di cui parlo è dovuta al fatto che, nella storia delle tecnologie, ogni passaggio da un grado di sviluppo a uno superiore, la regola è sempre stata quella di un elevamento della cultura, di un allargamento delle possibilità di fruizione del sapere.

Si pensi all'invenzione di Gutenberg, dei caratteri mobili di stampa. Fino a quel momento, per secoli dopo la caduta dell'Impero Romano, il sapere era rimasto confinato all'interno dei monasteri, dove amanuensi, spesso a loro volta analfabeti, copiavano i manoscritti antichi per la fruizione di una ristrettissima élite in grado di leggere e scrivere.

L'alfabetizzazione di massa è cominciata con Gutenberg.

Da quel momento, con una progressione di impressionante velocità, comparata con i ritmi dell'epoca, prima migliaia e poi milioni di individui poterono avere accesso alla conoscenza. La riproduzione tecnologica del libro produsse il cambiamento economico, sociale, culturale dell'umanità intera. Ciò che era conoscibile per i pochi divenne conosciuto per le moltitudini.

Ma gli ultimi venti anni del secolo XX e i primi dieci di questo hanno visto una rivoluzione tecnologica incomparabilmente più grande e possente. Che è avvenuta coinvolgendo non milioni ma miliardi di individui.

Ed essa ha – come ho detto all'inizio – prodotto una involuzione. In che senso?

Nel senso, assai preciso, che ha prodotto un “analfabetismo di massa”. Cioè non un progresso ma un regresso. Alfabetizzazione, analfabetismo sono però termini che hanno a che fare con l' homo legens. Non esistono termini adeguati per descrivere questo “analfabetismo televisivo”, che è un modo sintetico per definire un più vasto analfabetismo, connesso con l'incapacità di lettura delle immagini, specialmente delle immagini in movimento.

L'“analfabetismo televisivo” è quello che io e Giovanni Sartori (ma anche l'illustre neurofisiologo dell'Accademia dei Lincei, Lamberto Maffei) chiamiamo la regressione verso l' homo videns.

In che consista questa regressione è, tutto sommato, presto detto. Le immagini, specie quelle in movimento, rappresentano un linguaggio. Sono un linguaggio, nel senso precisissimo che comunicano. Una immensa quantità di cose, per altro. Cose “già pronte”, cose che appaiono complete in tutti i loro particolari. Cose che lasciano poco spazio alla fantasia perché sono già essere prodotto complesso. Cose che penetrano direttamente nel cervello perché la fisiologia dell'occhio umano è quella stessa del cervello.

Come tutti i linguaggi, quello delle immagini ha una sua grammatica, una sua sintassi, le sue proprie regole insomma. Ma contiene al suo interno un equivoco. Chi guarda immagini in movimento, riprodotte da tutte le innumerevoli tecnologie di cui oggi disponiamo, ha l'impressione di capire tutto ciò che vede. E' l'evidenza stessa dell'immagine a dirgli che non ha bisogno d'altro: ha “visto con i suoi occhi”.

In questo è nascosta l'illusione. Perché per capire ciò che si sta vedendo, è indispensabile conoscere la grammatica e la sintassi di quel linguaggio. Se non la si conosce si crede di avere “visto con i propri occhi”, ma in realtà si è visto ciò che altri hanno visto per noi.

E nemmeno questo è del tutto esatto, perché – non conoscendo la grammatica e la sintassi di quel linguaggio - si vede, nello stesso tempo, molto di più di ciò che, consapevolmente, chi ha girato quelle immagini ha voluto mostrare, e si percepisce , attraverso i suoni che le accompagnano, per esempio, attraverso i contesti visivi in cui quella comunicazione avviene, molte altre cose che con quelle immagini, apparentemente, e sostanzialmente, non hanno nulla a che vedere.

Come ha detto giustamente, in altra sede, Carlo Freccero, da tempo ormai siamo entrati nell'epoca in cui una immagine o serie di immagini può essere interamente creata dal nulla. E può apparire altrettanto reale di una immagine reale. In tal caso credere a “ciò che si è visto” - se non si sa che quella immagine non è reale – equivale a essere totalmente ingannati.

In tutti gli altri casi, non conoscendo la grammatica e la sintassi della lingua delle immagini in movimento, si può essere facilmente manipolati. Noi viviamo esattamente in un contesto del genere.

Tanto più manipolati quanto più la “verità” delle immagini ci appare nitida, in alta definizione, perfetta, senza ombre.

Se poi i detentori della proprietà dei media sono consapevoli della potenza di fuoco che hanno nelle loro mani, allora le ripercussioni, culturali, politiche, sociali del problema in questione diventano gigantesche, modificando l'intera fisionomia della vita collettiva. E mettendo in pericolo la stessa democrazia delle società democratiche.

Si può trovare su You Tube, riesumata da un antico programma Rai, una bellissima intervista a Pasolini di Enzo Biagii, in cui Pier Paolo diceva cose di straordinaria anticipazione, in questo senso, spiegando come la televisione fosse la quint'essenza di una comunicazione “autoritaria”. Non soltanto per il suo carattere unidirezionale, ma per il suo carattere gerarchico. Una gerarchia automatica, prodotta dalla macchina, che pone chi guarda, sempre, in ogni condizione, in stato di subordinazione rispetto a chi parla. E non c'è, sotto questo profilo, nessuna interattività in grado di compensare questa diversità di collocazione rispetto al messaggio. Su questo Mc Luhan ha già detto e scritto cose fondamentali. Il mezzo è il messaggio e non c'è niente da fare per modificare questo stato di cose.

Niente da fare? Forse una cosa da fare c'è ed è quello di cui stiamo qui discutendo.

Si tratta di vedere se non sia possibile “alfabetizzare ai media” grandi masse di popolazione. Insegnare loro questo linguaggio nuovo, che segnerà inesorabilmente la loro esistenza e quella delle generazioni future, poiché siamo ormai nell'era dell'immagine, dello “schermo universale” e non potremo tornare indietro mai più. Il che significa che, se le grandi masse popolari non saranno in grado di leggere quel linguaggio, esse saranno private della conoscenza del Potere. Ci vorrebbe un altro don Lorenzo Milani per descrivere questo rapporto di espropriazione post moderna.

E' possibile porsi questo compito? Di alfabetizzare all'immagine il cittadino? Anzi di considerare il linguaggio delle immagini, la capacità di leggerlo e di “scriverlo”, cioè di creare immagini, come un fondamentale diritto democratico?

Io credo che porsi questo compito equivale a porsi il compito di ricostruire la democrazia nell'era dell'immagine, perché non potrà esservi democrazia in una società di individui analfabeti. Come non vi era democrazia prima che gli individui sapessero leggere e scrivere.

Siamo, come si vede, ben oltre il fondamentale articolo 21 della Costituzione Italiana. Molto più in là – pur senza minimamente contraddirlo – del diritto ad essere informati e ad esprimersi liberamente con la parola e con lo scritto. L' homo videns essendo più minacciato nei suoi diritti dell' homo legens, necessità di una superiore tutela.

di Giulietto Chiesa

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8271


Argentina: educazione pubblica a rischio





Da mesi il governo della città di Buenos Aires non riesce a dialogare con i 17 sindacati dei docenti della capitale argentina. Il motivo del contendere non è solo il salario, ma anche i tagli alle infrastrutture e alle borse di studio per gli studenti disagiati.

In totale sono 11 i giorni di sciopero, e una decina le manifestazioni che si sono ripetute contro il sindaco Macri, che si ostina a dire che: "plata no hay", ossia che non ci sono soldi..
La protesta dei docenti si è allargata anche ad altri settori della società civile che già da tempo non sono soddisfatti della politica del sindaco. In effetti, in quasi un anno di gestione, Macri non ha rispettato le molte promesse fatte durante la campagna elettorale, e l'unica preoccupazione dell'amministrazione porteña sembra essere la sicurezza. 
Secondo il sindaco, il budget a disposizione per l'educazione non è sufficiente a soddisfare le esigenze dei docenti, scaricando così le responsabilità al Governo Nazionale.
In realtà le cose non stanno proprio così. La politica di Macri e del suo Ministro dell'Educazione Mariano Narodowski, indicano chiaramente che l'educazione non è una priorità pubblica ma la si vuole delegare al privato, efficiente, caro e non per tutti.

Un esempio: il Ministero dell'Educazione di Buenos Aires ha dato in gestione ad un'istituzione privata il programma che amministra e distribuisce le borse di studio. Il risultato, scontato, è stato la riduzione di un 48% delle borse concesse. Macri insiste che non ci sono soldi: niente aumento ai docenti, basta con le borse di studio, basta con le ristrutturazioni delle scuole che cadono a pezzi. Non ci sono soldi ma qualche settimana fa si è approvato un sussidio per le scuole private di 100 milioni di pesos. 
I soldi ci sono insomma, e il dato è confermato dal Ministro dell'Educazione della Nazione Juan Carlos Tedesco, che smentisce il suo collega, chiarendo che, come previsto, sono stati regolarmente versati, al governo di Buenos Aires, gli incentivi per l'educazione, inclusi i fondi previsti per le infrastrutture e le borse di studio. 
I soldi ci sono, il problema è come si utilizzano e con quali obiettivi. I fatti dimostrano che i fondi previsti non si stanno utilizzando per rafforzare la scuola, quella pubblica, quella per tutti, quella che dovrebbe contribuire a togliere i ragazzi dalle strade.

Le scuole pubbliche cadono a pezzi, i ragazzi abbandonano lo studio e tornano in strada, soprattutto nei quartieri periferici della città. 
Macri e il suo governo hanno fatto della lotta alla delinquenza una bandiera, senza accorgersi che smantellare il sistema scolastico pubblico equivale ad aumentare la possibilità che un giovane possa delinquere. 
Ma alla classe media, che si può permettere la scuola privata, piace il discorso di Macri. Più polizia, più controllo, più telecamere. Cosi pensano di eliminare il problema. Nel frattempo sempre più ragazzini chiedono l'elemosina per le strade, dove dormono, giocano e passano l'intera giornata. 
Le scuole pubbliche non sono sufficienti per accoglierli e per offrire loro un'alternativa alla strada. 
Sempre di più il ruolo del maestro viene sminuito, sempre meno giovani studiano per diventare insegnanti, con la ovvia conseguenza che, come riconosce anche Macri, ci si trova di fronte ad una reale emergenza educativa. Ma non la si vuole risolvere e così i docenti della capitale argentina minacciano nuovi scioperi e nuove manifestazioni. Intanto la situazione non cambia e sempre più adolescenti perdono il diritto a ricevere un'educazione pubblica e gratuita.

di Alberta Bottini

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12671/L'Onda+di+Buenos+Aires

Guerra in Congo: Scontri in nord Kivu, a rischio tutta la regione dei Grandi Laghi


La guerra in nord Kivu, a est della Repubblica Democratica del Congo-Rdc rischia di allargarsi all'intera Regione dei Grandi Laghi. Sono diverse le fonti che parlano di un intervento dell'Angola, gigante petrolifero africano, a fianco delle truppe governative congolesi, per arginare la violenta offensiva della ribellione tutsi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidata dall'ex generale Laurent Nkunda, appoggiato dal Ruanda di Paul Kagame. 
Secondo l'agenzia Afp, nella zona degli ultimi combattimenti tra esercito regolare e milizie tutsi a nord di Goma, vi sarebbero combattenti di lingua portoghese.
A Kibati dove i soldati fedeli al presidente Kabila hanno organizzato un campo base, un comandante uraguaiano della Monuc, la missione di peacekeeping dell'Onu in Rdc, ha riferito alla stessa agenzia di stampa che da venerdì le truppe angolane si sono unite all'esercito congolese con l'ulteriore appoggio di soldati dello Zimbabwe. La Monuc ha smentito la presenza di soldati di Luanda nella regione, ammettendo tuttavia l'esistenza di una «cooperazione militare» tra Angola ed Rdc e che «la linea del fronte è molto fluida». Stessa smentita arriva da Kinshasa. Anche Luanda smentisce la presenza di proprie divisioni, con la motivazione che «l'interferenza diretta od indiretta di parti terze aggraverebbe il conflitto». 
E su questo non c'e dubbio. Si tratterebbe infatti di una riedizione di quella che è passata alla storia come la "prima guerra mondiale africana", durata in totale dal 1996 al 2004, che ha avuto come terreno di scontro la Rdc e a cui hanno preso parte sei paesi della Regione, con alterne alleaze e uno scopo comune, assicurarsi accesso alle ingenti risorse minerarie custodite a est del Congo: rame e cobalto, oro, diamanti e coltan. 
Durante la seconda fase di tale guerra, Angola, Namibia e Zimbabwe combatterono a finaco di Laurent-Désiré Kabila, padre dell'attuale presidente congolese. 
Intanto dal Kivu continuano ad arrivare agghiaccianti testimonianze di massacri di civili inermi, perpetrati dalle milizia di Nkunda, come dalla guerriglia hutu filogovernativa congolese mai mai. Gli stessi soldati regolari, sono reponsabili, come tutti gli altri umini in armi, di stupri in numero impressionante. Lo denunciano in continuazione le organizzazioni umanitarie che riescono a raggiungere i villaggi, dopo le ondate di violenza. 
Nella città di Kiwanja (75 km da Goma) la sezione locale della Croce rossa parla di centinaia di vittime in seguito agli scontri dei giorni scorsi tra milizie di Nkunda e mai mai. Contadini, insegnanti, amministratori, uccisi a sangue freddo con i kalashnikov puntati sulla faccia. In molti sono stati fatti progionieri, le donne violentate e rapite per farne bottino di guerra. 
Ieri le Nazioni Unite hanno confermato le denunce di Human Rights Watch (Hrw), presente a Kiwanja: Tanto i ribelli tutsi di Laurent Nkunda che i miliziani filogovernativi della Repubblica democratica del Congo (Rdc) hanno commesso in questa zona «crimini di guerra». 
Nonostante l'evidenza, Laurent Nkunda smentisce ogni coinvolgimento. La provincia di Goma, è sempre stata ritenuta dall'ex generale tutsi un focolaio della rivolta hutu. Dunqnue chiunque per Nkunda potrebbe essere un mai mai o un hutu ruandese travesto da civile. Mentre si consumava il massacro di Kiwanja, Nkunda, aria da intellettuale, modi raffinati nell'eloquio, ha concesso un'intervista portandosi dietro un agnellino di nome Betty, simbolo di quella pace che proprio lui affema di volere. Perchè, sostiene il capo della ribellione tutsi che si definisce un pastore avventista "born again", il solo scopo delle sua battaglia è garantire la libertà alla sua gente, i tutsi congolesi. «Devi soffrire per essere libero. C'è un prezzo per la libertà», ha dichiarato il quarantunenne ex generale congolese che ai tempi del genocidio dei tutsi in Ruanda combattè a fianco di Kagame nelle fila Fronte patriottico ruandese, che sconfisse il regime hutu genocidario. Da allora Nkunda, appogiato da Kigali, sostiene di dover difendere i tutsi congolesi dai fuorisusciti ruandesi rifugiatisi in Congo e dai mai mai. E adesso dice di essere pronto, se Kinshasa non tratta, a marciare sulla capitale. Le posizioni conquistate intorno a Goma da Nkunda potrebbero essere il preludio ad una occupazione della zona da parte del Ruanda, che da quindici anni a questa parte ha avuto, come confermano rapporti delle Nazioni Unite, un grosso ruolo nel saccheggio delle ingenti risorse di questa instabile regione.
di Francesca Marretta 

Sopravvivere alla cisi da cannibali


Dopo un secolo di divertimento nelle montagne russe della rivoluzione industriale, affrontiamo la dura prospettiva che tutto stia per finire così all’improvviso che non c’è tempo per infilarsi un giubbotto di salvataggio, acchiappare un paracadute, o cercare una confezione di fiammiferi. Il fatto è che la maggior parte dell’umanità è senza dubbio impreparata per l’ultima crisi che mi apparve davanti agli occhi alcuni anni orsono quando un sondaggio sugli incidenti di navigazione nella baia di Chesapeake fornì un dettaglio interessante: la maggior parte dei cadaveri maschili ripescati dalla baia nel corso degli anni avevano la cerniera dei pantaloni aperta. L’ineluttabile conclusione raggiunta dalle autorità fu che tutte queste persone incontravano la loro fine mentre spensieratamente pisciavano oltre il bordo. La loro ultima emozione, sono sicuro, fu di stupore. La più comune emozione successiva (per quelli che non muoiono immediatamente) è una profonda, e molte volte suicida, tristezza, infine esternata da rabbia, panico e – in alcuni casi – da pazzia temporanea …

Un aspetto affascinante è che… si ha la percezione iniziale, quando i sopravvissuti tornano alla civiltà, che nascondano attentamente molto più di quanto rivelino. Per avere la cruda verità, dobbiamo guardare gli indizi in mezzo alle frasi. Alcune di queste storie sono maggiormente veritiere di altre, ed è divertente vedere i modi con i quali i furfanti si dipingono in abiti nobili. Uno se ne va con il persistente sospetto che le persone buone di solito non sopravvivano ma rimangano affogate, e quando esse sopravvivono, sia spesso per uno strano caso o per un intervento divino. I veri sopravvissuti in questo mondo sono pochi e rari. E se essi sono i più idonei a sopravvivere, allora Dio ci aiuti. 

Quanti di noi, inaspettatamente naufragati in una spiaggia sconosciuta, si sarebbero silenziosamente arresi ai fantasmi piuttosto che affrontare la realtà di bere urina d’iguana, masticare granchi, o mandar giù fegato di tartaruga? Il nonno di lord Byron, naufragato nello stretto di Magellano, vide il suo cane ammazzato e mangiato dai suoi compagni marinai … allora divenne così affamato egli stesso che cercò e divorò le zampe del cane. Siamo tutti così lontani da queste cose – anche dalle fattorie di campagna dei nostri antenati immediati e dalle prosaiche difficoltà che affrontarono – da sapere cos’è realmente infilare carne o poltiglia in un budello, o come tagliare un collo di un uccello. Ai nostri soldati dovevano essere impartiti mesi di addestramento di sopravvivenza nella Giungla per prepararli a pochi giorni di operazioni nelle foreste pluviali dove persone scalze felicemente crescono i loro bambini. Tutto sta nel tuo punto di osservazione. 

Sicuramente aiuta essere abbandonato con qualcun altro, con cui puoi discutere, litigare, e vendicarti come sposini, e quando le cose diventano veramente difficili, puoi sempre mangiarlo, o viceversa … Quando le cose diventano dure, il duro è mangiato. Il cannibalismo così come altre usanze, è semplicemente uno stato mentale. Nei secoli la fame ripetutamente portò sia gli Europei che gli Asiatici a mangiare tutto, e anche a mangiarsi a vicenda. Il genio culinario dei Francesi o dei Cinesi, lavorando con niente di più che poche spezie e un pizzico di aglio, ha mutato cibi da fame in vere e proprie prelibatezze, come serpenti, lumache di mare, pipistrelli in umido, guarniti con larve, crisalidi e uova – tutto, come le escargot, sotto più eleganti nomi. E mentre i vecchi ragazzi nelle trincee della prima guerra mondiale andavano matti per pidocchi e altri parassiti, i prigionieri politici, prigionieri di guerra, e naufraghi li assaporavano nel loro brodo come se fossero state erbe delle Provenza. Per la cultura di qualcuno il cibo è da fame, per qualcun altro è caviale. 

Nel caso del cannibalismo di sussistenza, la società condisce i suoi giudizi con qualcosa simile all’aglio applicando convenientemente alcuni criteri: La portata principale è morta per cause naturali? Se non fosse così, c’è stata una lotteria condotta appositamente prima dell’assassinio, ed erano i colpevoli abbastanza pii, riportando così analogie con la Santa Comunione? In questo modo, i sopravvissuti di un disastro aereo sulle Ande sarebbero giunti alla decisione di gruppo di mangiare alcuni tra di loro, e abbandonarono gli eroismi. C’è una breve distanza tra le Ande e Soylent Green. 

Ma ciò che appartiene al costume è confortante. Il cannibalismo è una questione sociologica. La sopravvivenza no. I sopravvissuti solitari sono un’altra storia. Affrontati dall’estrema solitudine, dalla fame, e da poche prospettive di salvataggio, non si siedono a lungo col desiderio di autocommiserarsi, ma organizzano urgenti problemi pratici. In alcuni casi ciò rivela forza di carattere, spirito tenace, e la voglia di vivere. In altri rivela solo astuzia animale e testardaggine. La sensitività e l’immaginazione rappresentano svantaggi terribili quando ci si trova in difficoltà. Insolita, tra queste storie, è il diario di un naufrago anonimo rinvenuto nell’isola di Ascensione. Differentemente dalle altre classiche descrizioni, nelle quali il sopravvissuto ritorna alla civiltà per allargare all’infinito i racconti della sua ingegnosità, questa vittima era troppo suscettibile per fare il suo stesso bene. Tenne un diario sincero rivelando la sua miseria, i suoi errori, la sua tristezza, la sua debolezza di carattere, e le sue allucinazioni. Il diario in modo singolare, manca di spiegazioni. Forse perché era così tanto assorbito dai suoi fallimenti, inadeguatezze da èerdere la sua battaglia; e il suo diario venne rinvenuto accanto alle sue ossa.


Estratto dall’introduzione di Sterling Seagrave a Desperate Journeys, Abandoned Souls: True Stories of Castaways and Other Survivors[Viaggi disperati, anime perse: storie di naufraghi e altri sopravvissuti] di Edward E. Leslie.

Titolo originale: " Survival of the nicest? "

Fonte: http://cluborlov.blogspot.com

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