mercoledì 5 novembre 2008

I silenziosi 200 morti della guerra ugandese




I ribelli ugandesi del Lra mettono a ferro e fuoco Sudan e Congo, più di 200 morti


Messo in ombra dai recenti scontri nell'est della Repubblica Democratica del Congo, un altro conflitto soppiato da quasi tre anni è riesploso nelle ultime settimane. Secondo quanto riferito da numerosi fonti locali, i ribelli ugandesi delLord's Resistance Army, capeggiati da Joseph Kony, avrebbero condotto una serie di raid mortali contro numerosi villaggi nel Sudan meridionale, in Repubblica Centrafricana e nello stesso Congo. Il bilancio parla di circa 200 civili morti e più di cento rapiti. Nel solo Congo orientale, gli sfollati provocati dagli attacchi degli uomini di Kony sarebbero almeno 50.000.

La nuova, presunta campagna lanciata dal Lra potrebbe essere la pietra tombale sui colloqui di pace con il governo ugandese, avviati tre anni fa ma che, dallo scorso aprile, hanno conosciuto uno stop preoccupante. Al momento della firma finale, costata mesi di faticosissime trattative, Kony non si presentò infatti a Juba, la capitale del Sudan meridionale dove erano presenti le delegazioni del governo ugandese e degli stessi ribelli. Il leader del Lra, braccato da un mandato per crimini di guerra e contro l'umanità emesso dalla Corte Penale Internazionale dell'Aja, chiedeva infatti che la sua posizione venisse stralciata, e non si fidò di uscire allo scoperto senza garanzie sulla sua incolumità. Da allora, il silenzio più completo avvolge le trattative, o quello che ne resta.

Cosa ancora peggiore, stando a quanto rivelato da numerose fonti locali, Kony avrebbe ordinato una nuova campagna militare contro i civili e i villaggi nella zona di confine tra il Congo, l'Uganda, il Sudan e la Repubblica Centrafricana. Se negli anni precedenti i raid erano condotti principalmente per procurarsi cibo e rifornimenti, stavolta sembra che il principale obiettivo di Kony siano i civili. I ribelli sarebbero così tornati alla tattica della terra bruciata adottata durante la guerra nel nord Uganda, che negli anni più duri costrinse l'80 percento dei civili a rifugiarsi nei campi profughi allestiti dal governo. Oltre alle vittime, le comunità colpite dai nuovi attacchi hanno denunciato la sparizione di più di cento bambini. Proprio i minori costituiscono la spina dorsale dell'esercito di Kony, che durante i 22 anni di guerra ne rapì più di 20.000. I recenti episodi fanno pensare a un tentativo del gruppo ribelle, che a causa delle offensive dell'esercito ugandese era arrivato a contare poco più di 500 unità, di ringrossare le proprie fila. E di riprendere il conflitto armato.

Nell'ormai lontano 1986, Kony prese le armi sostenendo di voler difendere i diritti della popolazione Acholi, che vive nell'Uganda settentrionale. Ma sono stati proprio gli Acholi ad aver subìto le peggiori conseguenze del conflitto, con gli attacchi dei ribelli da una parte e i raid dell'esercito dall'altra. Negli ultimi anni i ribelli, che hanno sempre avuto le proprie basi nel Sudan meridionale, hanno allargato il raggio delle loro operazioni al Congo orientale, un po' per sfuggire agli attacchi dell'esercito ugandese, un po' per trovare nuove fonti di approvvigionamento dopo aver saccheggiato tutto il possibile nel nord dell'Uganda. Sospettati di aver ricevuto armi e finanziamenti dal governo di Khartoum durante la guerra civile sudanese, conclusasi nel 2005, ora gli uomini del Lra potrebbero creare nuovi problemi a una regione, quella del Sudan meridionale, ancora alle prese con la ricostruzione e ai ferri corti con Khartoum per il rispetto degli accordi di pace seguiti alla guerra civile, conclusasi nel 2005.

di Matteo Fagotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12573/Uganda,+la+guerra+silenziosa

Chomsky: i resti del liberismo ai tempi del Presidente nero




La crisi finanziaria segna la fine di un modello culturale la cui dottrina è il fondamentalismo del libero mercato.

La crisi finanziaria attuale rappresenta anche la crisi di un modello culturale che ha come principale dottrina il fondamentalismo del libero mercato" ha dichiarato in un'intervista Noam Chomski, indicato nel 2005 come l'intellettuale più influente del pianeta dalle riviste Foreign Policy e Prospect Magazine.

"Dove la liberalizzazione finanziaria ha avuto luogo si è tradotta in un disastro, un caso che dovrebbere essere abbastanza chiaro in America Latina" ha detto il linguista e professore emerito del MIT, nato nel 1928 a Philadelphia.

"Questo modello intellettuale ha subito un colpo durissimo. E' stato radicalmente modificato dall'intervento dello Stato, lo stesso tipo di intervento che è stato impedito nei paesi poveri. Il modello sarà oggetto di nuove modifiche in ossequio alle esigenze dei centri di potere economico che i gran misura controllano le politiche statali"

"Gli Stati Uniti hanno stanziato 700 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche e l'ex Presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ha detto di aver commesso un grave errore nel confidare nel libero mercato, il premio nobel per l'Economia Joseph Stiglitz ha paragonato la caduta del sistema finanziario a quella del Muro di Berlino, quotidianamente le borse valori subiscono perdite e si dice che il peggio debba ancora arrivare."

Quanto è grave l'attuale crisi economica?

Nessuno sa quanto sarà grave. E non è una sola crisi: ce ne sono diverse. Una è la crisi finanziaria di cui si parla nelle prime pagine. L'altra è la recessione dell'economia reale, ossia l'economia produttiva. Una terza, sempre negli USA, è l'imminente crisi dell'inefficiente e costoso sistema sanitario privato, che rischia seriamente di compromettere il bilancio federale a meno di un serio intervento di indirizzo.

Questi fattori interagiscono in maniera complessa.

Non vedo nessuna utilità nel comparare questa crisi alla caduta del Muro di Berlino. Quello fu un passo cruciale per la caduta dell'URSS. Non ci sono indicazioni circa il fatto che gli Stati capitalisti stiano per affrontare un simile destino, eccetto settori specifici come quello delle banche di investimento, alcuni altri istituti del settore finanziario e per ragioni assai diverse, settori industriali come quello automobilistico in USA.

Quali lezioni si possono trarre da questa crisi?

La prima è che il fondamentalismo del mercato è un disastro, cosa che non dovrebbe sorprendere i latinoamericani né altri sottoposti a questa disciplina economica. Più nello specifico, la liberalizzazione economica conduce al disastro. Nel contempo, la liberalizzazione economica dà un serio colpo alla democrazia.

Un'altra lezione è quella sottolineata dall'osservazione del principale filosofo sociale americano del XX secolo, John Dewey: "la politica è l'ombra che le grandi imprese proiettano sulla società".

E' l'inizio della fine del potere degli Stai Uniti e l'inizio di una egemonia della Cina o dell'India?

E' molto poco probabile, nonostante la crisi attuale possa essere d'impulso al processo di diversificazione economica. Gli USA hanno enormi vantaggi, a parte la schiacciante supremazia militare. L'Europa ha un'economia di scala comparabile, ma eterogenea, ed è stata riluttante ad assumere una propria posizione nel mondo degli affari preferendo rimanere sotto l'ombrello americano. Cina e India stanno crescendo alla stregua di altri paesi asiatici che si sono defilati dall'ortodossia neoliberale, ma hanno enormi problemi interni. Un indicatore lo si può trovare nell'Indice di svipuppo umano dell'ONU: la Cina occupa l'81° posto; l'India il 128° (appena sopra Laos e Cambogia). E questo è soltanto quel che appare in superficie.

E' crisi della finanza o crisi di un modello culturale?

E la crisi di un "modello culturale", se con questo ci riferiamo a un sistema dottrinale: il fondamentalismo del libero mercato. Ad esser precisi, la dottrina non è mai stata accettata dagli stessi centri di potere occidentali, anche se sono stati felici di predicarla a altri. Si tratta di un modello vecchio di secoli, ed è un fattore importante nella creazione del Terzo Mondo nelle regioni colonizzate.

Autore di "Egemonia o sopravvivenza. La strategia imperialista degli USA" Chomski ricorda che Ronald Reagan, riconosciuto come il "sommo sacerdote del libero mercato", aumentò la dimensione dell'apparato governativo, ha salvato la Continental Illinois Bank, fondato il consorzio Sematech per salvare l'industria americana dei semiconduttori, solo a menzionare una parte delle azioni.

La crisi economica ha anche evidenziato lo “smantellamento” di cui soffre la democrazia a causa del sistema del mercato libero, ha sottolineato Chomski, […]

"In una democrazia le organizzazioni popolari, i sindacati, partiti politici e altri soggetti, potrebbero formulare soluzioni ai rappresentanti politici affinché siano messe in pratica o meno. Ma non vi è alcun segnale di tutto ciò".

E' sorprendente, ha aggiunto l'icona della sinistra internazionale, l'insistere dei principali mezzi di comunicazione americani affinché si investano fondi pubblici per il salvataggio delle banche, senza un qualsiasi tipo di controllo pubblico, mentre condannano il salvataggio del settore automobilistico

I lavoratori del settore auto guadagnano poco meno di 57mila dollari l'anno, quasi quello che guadagna in un solo giorno Robert Rubin, ora presidente del comitato esecutivo di Citigroup nonché uno dei responsabili dell'attuale disastro economico, nella sua qualità di ex segretario del Tesoro di Bill Clinton".

In cosa può sperare il mondo e gli Stati Uniti se Barak Obama vince le elezioni?

Le basi di Obama sembrano essere quelle di una democrazia centralista, stavolta non come Clinton. Un'analisi più dettagliata dovrebbe far valutazioni caso per caso.

Cosa rappresenta il fatto che un afro americano possa diventare Presidente degli Stati Uniti?

E 'molto significativo, come ad esempio il fatto che nelle elezioni del Partito Democratico i candidati siano stati una donna e un nero. Quarant'anni fa sarebbe stato praticamente inconcepibile. Questo è uno dei tanti segni della militanza popolare degli anni sessanta e delle sue conseguenze.

Quali saranno le conseguenze della crisi economica in ambito culturale?

Imprevedibili. Le crisi economiche spesso si sono tradotte nell'accompagnarsi alla comparsa di grandi fenomeni artistici.

Articolo originale:

"La crisis financiera marca el fin de un modelo cultural cuya doctrina es el fundamentalismo del libre mercado"
da Agencia Reforma

di Noam Chomsky.
Traduzione: Fabrizio Dedoni
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=75405&titular=%22la-crisis-%C3%A2%C2%80%C2%A6-el-fin-de-un-modelo-cultural-cuya-doctrina-es-el-fundamentalismo

Obama tra speranza e cambiamento



Obama non è identico a Bush e McCain, e le sue differenze, sia retoriche che reali, contano: quanto contino dipende dalla vostra prospettiva.

Negli Usa viviamo in una cachistocrazia, una società governata dai suoi peggiori elementi. In questa terra di latte e miele lo schifo sale a galla. Se l'amministrazione Bush è la dimostrazione di questa velenosa verità, molti sperano che una presidenza di Obama fornisca l'antidoto. Nella sua storica campagna elettorale, il termine "speranza" è stato, in modo sorprendente, il giusto motto, assieme con il termine "cambiamento" e alcuni altri sentimenti positivi. 

Non c'è dubbio che una salutare dose di speranza e cambiamento possa fare molto bene al paese e al mondo, ma riconosco anche che si tratta di retorica da campagna elettorale. Le campagne politiche hanno da tempo riconosciuto la presenza di un'opinione pubblica affamata di speranza e cambiamento, questo è il motivo per cui Jesse Jackson coniò la frase "manteniamo viva la speranza" e Bill Clinton mentì sulla sua città di origine in modo da presentarsi come "l'uomo di Hope [speranza n.d.t.], Arkansas". 



Successivamente Clinton (che il compianto James Laughlin soprannominò "Smiley" [" il sorridente" n.d.t.]) tradì le promesse della sua campagna elettorale, deluse per quanto riguarda la salute pubblica, pose fine ai programmi di welfare, istigò omicidi di massa contro l'Iraq, e così via. Oggi, dopo altri otto anni di bugie e randellate da parte del regime cleptocratico di Bush, fatto di guerrafondai e gangster, chi non è pronto per un po' di speranza e di cambiamento? Persino i sostenitori di McCain e Palin sembrano poggiare la loro speranze sul fatto che la loro dinamica coppia porti alcuni cambiamenti a Washington. 

Il problema è che la retorica da campagna elettorale è stata completamente estrapolata dalla realtà. Le campagne di Nader, Mckinney e Barr offrono veramente alcune prospettive alternative, e una qualche vera speranza e cambiamento, ma i loro programmi sono stati ignorati, tranne che per presentarli come possibili cause della rovina di una eventuale vittoria Democratica (ma non democratica). Gli entusiasti di Obama tendono a scocciarsi o a deprimersi quando vengono fatte notare le somiglianze sue con Bush e McCain--per quanto riguarda il "piano di salvataggio" di Paulson, l'espansione della guerra in Afganistan, la genuflessione alla lobby israeliana, la ri-autorizzazione del Patriot Act, l'assegnazione dell'immunità a chi ha compiuto spionaggio nelle telecomunicazioni, e così via. Ma Obama non è identico a Bush e McCain, e queste differenze, sia retoriche che reali (come la sua posizione in favore della libera scelta [in materia di aborto n.d.t.]) contano. Quanto contino dipende dalla vostra prospettiva. 

Come molte persone penso che sarebbe bello avere un presidente che riesce a parlare per frasi compiute, è vissuto all'estero, ammette di essersi fumato uno spinello ed è anche afro americano. Riconosco che queste sono semplicemente qualità personali che attirano alcuni, allarmano o disgustano altri ed hanno al massimo un lascito simbolico sulla sostanza politica di una presidenza Obama/Biden. Come molte persone non riesco nemmeno a guardare o ad ascoltare Bush, con il suo ghigno, la sua risatina soffocata e la sua spavalderia da sangue blu. Ma che sia la notevole coppia Bush/Cheney, la geriatrica, belligerante e timorata di Dio coppia McCain/ Pain, o quella favorita dall'establishment, cioè Obama/Biden, vedo che queste persone sono in gran parte dei prestanome sulla prua di una nave che barcolla. O, per scegliere una metafora più adatta per questa che è stata la più costosa campagna elettorale della storia, Obama/Biden sono l'etichetta attaccata al prodotto chiamato " America". 

Proprio alla vigilia di quella che sembra una imminente vittoria di Obama, questi probabilmente sembrano sentimenti sprezzanti e guastafeste, lo riconosco. Scusatemi amici. Si può dire qualcosa per attribuire una qualche autentica speranza e cambiamento?

"Esperar" in spagnolo significa sia " sperare" che " aspettare". Per molti latinoamericani, che hanno assistito a un'offensiva fatta da decenni di dittature e neoliberismo, queste sono emozioni attorcigliate in modo familiare. Un vero cambiamento significa combattere e costruire dalla base, come c'insegnano gli eventi di tutta l'America Latina, così come della nostra stessa storia. Non significa aspettare pazientemente e docilmente che qualcuno salti su una carrozza e pronunci la parola "CHANGE"! Significa lavorare diligentemente per fare in modo che accada. Abbiamo dimenticato come funzioni e che sapore abbia questo compito? Nonostante tutto sono in qualche modo speranzoso, lo ammetto. Non per quanto riguarda una presidenza Obama/Biden, sebbene debba dire che, per ragioni superficiali, sembrano più tollerabili di una presidenza McCain/Palin. Quello che spero è che l'ondata di appoggio per la campagna elettorale di Obama indichi una profonda trasformazione dell'opinione pubblica Usa. Spero che la gente maturi un disincanto per il suo riproporre ancora di più le stesse vecchie politiche, e si organizzi per un qualche vero cambiamento--chiedendo la fine di queste guerre, la fine delle elargizioni a Wall Street, la riduzione del budget del Pentagono, investimenti nelle infrastrutture, un incoraggiamento ad un'economia più ecologica, la fine della delocalizzazione del lavoro, ecc. ecc--tutte idee che hanno un appoggio popolare.

Ma l'appoggio, sino ad oggi, non si è tradotto nell'organizzarsi, nel cambiare le istituzioni che attualmente tolleriamo o nel crearne di nuove. Non è ingenuo lavorare per queste cose, aspettarle e sperare che arrivino. Continuare a inchinarsi di fronte agli specchietti per le allodole che produce il nostro sistema, accettare il peggio, è in gran parte una questione psicologica, e nel campo della psicologia il trionfo psicologico di speranza e cambiamento conta. È facile sentirsi scoraggiati, ed è perciò una tentazione rimanere catturati dalla retorica della speranza. 

Sebbene abbiamo vissuto sotto il governo dei peggiori, non deve sempre essere così. Stanchezza, pigrizia e cinismo sono i nostri peggiori nemici. Risvegliarsi alle possibilità di un'autentica speranza e di un autentico cambiamento significa sfidare i leader, e significa, ogni giorno, un difficile lavoro di base che alcuni, ma non ancora abbastanza tra noi, fanno. L'aspetto più promettente del messaggio di "speranza e cambiamento" di Obama potrebbe essere che la gente veda queste parole per quello che sono, e richieda a chiunque ottenga l'incarico che alcune politiche reali giustifichino queste emozioni fragili e necessarie a cui molti di noi si aggrappano.

Andrew Gebhardt può essere contattato all'indirizzo gebhardtandrew@hotmail.com

Titolo originale: "How Much Do the Differences Between Obama and Bush Really Matter? "

Fonte: http://www.counterpunch.org

Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5206

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