martedì 4 novembre 2008

Preparativi per una campagna mediatica pro OGM senza precedenti


I Premier dei paesi dell’Unione Europea, cioè l’Unione oligarchica dei banchieri, sono impegnati a promuovere cibi geneticamente modificati e stanno preparando una campagna mediatica senza precedenti per diffondere culturalmente e colturalmente questi cibi in tutto il continente! 
A rivelarlo è il quotidiano britannico Independent on Sunday, che ha pubblicato i verbali di una serie di incontri segreti tra i 27 rappresentanti dei governi. 
Tali documenti dimostrano una serie di programmi per accelerare l’introduzione e l’accettazione degli OGM. 
La stragrande maggioranza dei consumatori non vuole gli OGM, ma le lobbies agrosementiere (leggi lobbies del farmaco) si stanno prodigando per “servircele” in tavola.

Spendono miliardi di euro ogni anno per esperimenti sul campo e in laboratorio; milioni per corrompere funzionari e controllori; i soldi li usano anche per distruggere prestigiose carriere di tutti gli scienziati dissidenti, e pagare parcelle stratosferiche a famosi testimonial, ecc. 
Perché darsi così da fare? Qual è il vero scopo? 
Perché spendono e spandono per un prodotto che nessuno vuole? 
Le miliardarie agenzie di P.R., pubbliche relazioni, vogliono farci credere che lo scopo è quello di sfamare i paesi poveri, sempre più alle prese con problematiche alimentari. Chi avrebbe il coraggio di denunciare cibi dagli scopi umanitari?

Vogliono anche farci credere che gli OGM forniranno in futuro farmaci anticancro direttamente nel piatto. Chi avrà il coraggio di denunciare cibi che ridurranno la moria di tumori? 
Alla prima domanda si risponde velocemente: i paesi del terzo mondo vengono mantenuti artificialmente allo stato brado da secoli, dissanguati da guerre e genocidi (tutti finanziati dall’umanitario Occidente) per motivi geostrategici ed economici. Quindi gli OGM destinati a loro sono un insulto alla loro e alla nostra intelligenza! Ma vedremo che c’è dell’altro… 
L'altra cosa da sapere è che gli OGM necessitano di particolari pesticidi, tutti brevettati dalle stesse lobbies delle sementi, che impoveriranno ulteriormente i già poveri contadini. Per non parlare dei semi transgenici detti “Terminator” (Monsanto-Pfizer), che sono programmati a morire dopo il raccolto, costringendo gli agricoltori a ricomperare ogni anno i semi e a pagare le royalty.

Esattamente quello che si sta verificando nell’Iraq “liberato”. I contadini iracheni stanno morendo non solo a causa delle radiazioni nucleari rilasciate nel terreno dalle armi non convenzionali usate dall’esercito statunitense, ma anche dalle restrizioni economiche provocate dai diritti che devono alla Monsanto. Nessuno ha il coraggio di denunciare questo ulteriore crimine, non di guerra, ma di pace!

Prima di rispondere alla domanda sull’utilizzo degli OGM per produrre farmaci è necessario capire perché rappresentano un pericolo per la società. 
Per questo lavoro mi baserò sul recentissimo libro di Arpad Pusztai, eminente studioso e autorità mondiale della biochimica, scritto assieme alla moglie, Susan Bardocz, biochimica e farmacologa.

La sua vicenda è emblematica ma esemplare: da santo difensore “molto entusiasta” - per usare le sue parole - della modificazione genetica si è trasformato in diavolo da sconfiggere e annientare con ogni mezzo. 
Lo scienziato credeva in quello che stava sperimentando: ma cosa stava sperimentando? 
Il suo primo errore è stato quello di “trovare” le prove che le patate geneticamente modificate che stava studiando, danneggiavano nei topi il sistema immunitario, il cervello, il fegato e i reni.

L’altro gravissimo errore, quello imperdonabile per il Sistema, è stato l’imprudenza di parlarne in televisione durante un programma. Sono cose che non si devono sapere! 
Risultato immediato? Dopo quella intervista televisiva durata solo 180 secondi, cioè 3 minuti, la sua ricerca venne bloccata, il suo team sciolto, tutti i dati degli esperimenti confiscati e Arpad Pusztai costretto al prepensionamento dal prestigioso Rowett Research Institute di Aberdeen in Scozia. Stiamo parlando di uno massimi esperti mondiali di biochimica con circa 270 pubblicazioni scientifiche a suo nome. 
Oggi come ieri, l’inquisizione non guarda in faccia nessuno.

Tutto questo per aver scoperto e dimostrato che l’alimentazione animale con piante geneticamente modificate provoca serissimi problemi alla salute. 
Veniamo ora al tema centrale di questo articolo e cerchiamo di capire se gli alimenti transgenici possono essere un pericolo per la salute umana? Per quella degli animali abbiamo visto che lo sono. 
L’handicap della modificazione genetica riguarda il determinismo genetico. 
Ecco un esempio pratico: 
Quando venne modificato il tabacco affinché producesse un certo composto chimico, i ricercatori ottennero non il tabacco che si aspettavano, ma un altro tipo, che produceva un veleno non presente nella pianta naturale”.[1]

Questi errori, che accadono costantemente in genetica, sono gravissimi e dimostrano la nostra totale ignoranza nei meccanismi che governano i geni e il DNA. Ma l’uomo con il camice bianco, lo sciamano con le provette, si è sostituto a Dio nella manipolazione della Natura. 
L’altro punto oscuro è l’incorporazione, cioè l’inserimento fisico dei transgeni nelle piante e/o animali. Uno dei metodi utilizzato si chiama “Metodo del Cannone”. La superficie di particelle di oro o tungsteno viene ricoperta di DNA in cui è presente il transgene. Queste particelle vengono accelerate e letteralmente “sparate” dentro la cellula. 
Ma dove si vanno a collocare questi geni “sparati”? Nessuno lo sa con precisione, anche se biotecnologi si sgolano nel dire che si tratta di una metodologia sicura.

Il determinismo genetico 
L’errore forse più grande si chiama “determinismo genetico”. Il punto di partenza della grande Scienza genetica è totalmente errato. 
La teoria della genetica classica sostiene da decenni che ciascun gene determina un’unica proteina. 
Quindi 
à UN GENE = UNA PROTEINA

Il discorso è semplicissimo.
Basandosi su questo assioma i genetisti ortodossi portano avanti la strampalata ipotesi di poter estrarre dal genoma di un dato organismo il gene che codifica una specifica proteina (per esempio la proteina del freddo in un pesce del Mare del Nord). Di impiantare questo gene in un altro organismo (pianta o animale che sia) per produrre la medesima proteina (fragola che resiste al freddo) che fabbricava nell’organismo donatore. Questo in via teorica, ma nella realtà non è assolutamente così! 
Nell’uomo si conoscono circa 100 mila proteine diverse, per cui i genetisti si aspettavano di trovare 100 mila geni (1 gene = 1 proteina). Ma quando l’enorme e dispendioso lavoro (miliardi di dollari) di mappatura genetica - chiamato Progetto Genoma Umano - è stato terminato, si sono contati solo 30 mila geni!

[ 30.000 GENI  100.000 PROTEINE ] 
???

Questo significa, con il rammarico della genetica e la soddisfazione dell’epigenetica, che ogni gene può codificare diverse proteine e non una sola.

[ 1 GENE à (codifica) 1,2 o anche 3 PROTEINE ]

Un tale numero di geni, non riusciva a spiegare, in base al fallimentare determinismo genetico classico, l’esistenza di tante proteine. 
Prima abbiamo parlato dell’incorporazione, ma anche quando il gene entra nel genoma di una cellula ricevente, possono verificarsi dei cambiamenti drastici e pericolosi. Il docente dell’Istituto di Patologia molecolare londinese, Michael Antoniou avverte che la tecnica d’inserimento geni: «…può trasformare il genoma dell’organismo ricevente, con conseguenze che non possono essere calcolate a priori»[2]

Perfino Marcia Vincent, portavoce della Monsanto Corp. riconosce la possibilità che si verifichi una riorganizzazione genetica intorno al punto d’inserimento del gene estraneo o esogeno. 
Con le attuali conoscenze è impossibile predire dove andrà a collocarsi il gene esogeno del genoma dell’organismo che lo riceverà. Il punto cruciale è che a seconda del punto esatto di inserimento il transgene può causare errori nel funzionamento di numerosi altri geni! 
Ecco l’indeterminismo della genetica. 
In pratica la genetica molecolare è lontana anni luce da quella che si può definire vera e propria Scienza, ma nonostante questo, si continua a parlare di OGM, di organismi transgenici e dei loro benefici per l’umanità e la salute umana.

Malattie tumorali e altre malattie 
Il Promotore del virus del mosaico del cavolfiore, la cui sigla è CaMV 35S, è un virus usato dai genetisti per via della sua capacità di indurre la cellula a produrre infinite copie di se stessa e del frammento di DNA inserito nel suo genoma, modificando così le istruzioni originali della cellula. 
Nelle cellule endoteliali, il CaMV 35S può riattivare non soltanto geni virali e latenti, ma anche altri geni.
In parole semplici: sapete quali implicazioni ha tutto ciò?

Secondo il patologo dell’Università di Aberdeen, Stanley Ewen, nell’intestino umano i transgeni possono causare uno sviluppo incontrollabile il quale, alla lunga, potrebbe condurre allo sviluppo del tumore al colon.[3] 
Oggi i biotecnologi per produrre le piante GM utilizzano spesso proprio il promotore CaMV 35S…
Si parla tanto di pomodori transgenici anticancro e qualcuno denuncia che gli stessi transgeni possono indurre il cancro? C’è qualcosa che non torna 
Ma allora cosa succede quando mangiamo piante GM?

State tranquilli che non ci sono problemi per l’essere umano: la digestione degrada il DNA transgenico, e che anche se il transgene superasse tale barriera, non potrebbe trasferirsi nei batteri intestinali. Questo è quello che ci dicono… 
Purtroppo la realtà, come spesso accade, è molto diversa: “il DNA non si degrada completamente attraversando i succhi gastrici e il consumo di un solo pasto a base per esempio di soia GM è sufficiente per trasferire i geni dal cibo ai batteri”.[4] 
Un solo pasto a base di OGM è in grado di trasferire a livello batterico intestinale DNA estraneo con le conseguenze e/o modifiche genetiche che nessuno può lontanamente immaginare. 
“Le allergie delle piante GM è minima”, ricorda sempre la voce del padrone. 
Peccato che “dal momento dell’introduzione della soia GM l’allergia a tale alimento è cresciuta del 50%[5]. Alla faccia del “minimo”: l’allergia è raddoppiata!

Il pomodoro viola e altri cibi-farmaco 
Finalmente arriva in tavola il pomodoro viola dalle proprietà anti-cancro. 
A tale importante e fondamentale studio (Progetto Flora, un nome un programma!) ha partecipato anche l’Istituto Europeo di oncologia dell’oncologo Umberto Veronesi, dove lavora assieme alla figlia Giulia. 
Si tratta di un pomodoro a cui sono stati impiantati - nel modo scientifico visto sopra - i geni del fiore “Bocca di Leone”. Questa succosa prelibatezza da color violaceo sarebbe in grado di produrre molte più antocianine, cioè un pigmento (colorante) idrosolubile della famiglia dei flavonoidi. Un semplice antiossidante.

«Sappiamo da tempo – c’illumina il Veronesi - che il cibo è responsabile di un’ampia quota di tumori e che alcuni alimenti come frutta e verdura hanno un valore protettivo»[6] 
Verissimo, lo diceva oltre 2500 anni fa il Padre della medicina moderna: Ippocrate di Cos. 
Padre che molti medici oggi hanno rinnegato. 
«In futuro – continua l’Umberto - la conoscenza del genoma delle piante ci permetterà di individuare meglio veri cibi anti cancro. L
a genetica applicata alla produzione alimentare è una delle aree in cui la ricerca scientifica può migliorare la nostra vita. È uno degli strumenti offerti dalla conoscenza del Dna e con cui possiamo combattere le grandi piaghe del pianeta: fame, malattie tumorali o cardiache».

Siccome la mappatura del genoma umano è stata un totale fallimento della genetica classica - forse uno dei più bei autogol mai visti - oggi stanno dirottando la ricerca, i nostri soldi, alla scoperta del  genoma delle piante. Il tutto ovviamente per il nostro bene e il nostro palato. 
Lo ricorda benissimo Veronesi: con “la genetica applicata alla produzione alimentare (…) possiamo sconfiggere: fame, malattie tumorali o cardiache”. Chi avrà il coraggio di mettere i bastoni tra le ruote a simili ricerche?

Perché allora gli OGM? 
Lo scienziato Arpad Pusztai ha dimostrato in maniera inconfutabile che gli OGM fanno ammalare gli animali in maniera molto grave. E nell’uomo? 
Come mai sono stati tolti dal commercio prodotti che ricerche in laboratorio hanno dimostrato essere pericolosi, mentre gli OGM ce li vogliono far mangiare anche contro la nostra volontà? 
Forse vogliono farci ammalare? 
Abbiamo visto che il DNA transgenico è in grado di superare la barriera gastrica e di giungere nell’intestino, dove mescolandosi con i batteri che vivono al nostro interno, potrebbe indurre proprio quel cancro che i pomodori viola dovrebbero prevenire o curare!

Le persone ammalate o sempre malaticce, dipendenti da medici e farmaci di qualsiasi genere e sorta, non sono veramente libere, e quindi facilmente manipolabili e controllabili, rispetto ad una persona totalmente sana e forte. 
Gli oncologi vedono di buon occhio gli alimenti transgenici: i cibi anticancro. 
Se questi cibi effettivamente riducessero il cancro che lavoro andranno a fare gli oncologi? 
Un Umberto Veronesi o un Umberto Tirelli e le loro rispettive istituzioni miliardarie (l’Istituto europeo di oncologia di Milano e l’Istituto di oncologia di Aviano) cosa faranno se il cancro, domani, grazie al pomodoro viola, sparisse?

Solo le coscienze di coloro che propagandano mediaticamente certa spazzatura alimentare lo sanno. 
Dico forse! 
E’ sottinteso che non può esistere un cibo anticancro (questo gli esperti non possono non saperlo), perché il cancro è un disagio che comprende tutto l’Essere umano nella sua completezza e interezza. 
Non solo il corpo fisico, perché se fosse solo così, invece dell’assurdo quanto ridicolo pomodoro viola basterebbe aumentare la dose di Vitamina C (acido ascorbico) o di frutta fresca di stagione.

Perché gli oncologi invece di consigliare gli antiossidanti contenuti in un pomodoro creato in laboratorio, con tutti i rischi che la manipolazione genetica comporta, non consigliano dosi quotidiane di Vitamina C (acido ascorbico) o di Sodio Ascorbato o di Ascorbato di Potassio? 
Forse perché i risultati non tarderebbero a manifestarsi? 

La fine della scienza 
Quando si accorgeranno che anche la mappatura del genoma delle piante condurrà nel medesimo binario morto, dirotteranno i nostri soldi e la ricerca (tanto le persone non si ricorderanno) verso lo studio, che ne so, del “Riccio di mare”. Perché, dovete sapere, che il riccio è immune dal cancro. 
I grandi geni, allora, partoriranno in provetta il primo “pomodoro spinato”, che se ti punge mentre lo lavi, ben venga, perché i suoi aculei inietteranno nel sangue una sostanza anti-tumorale...

A quel punto partiranno le campagne di PR con il loro prezzolati testimonial, cioè quei personaggi illustri e altamente considerati dalle masse (scienziati, oncologi, uomini dello spettacolo, ecc.) pagati profumatamente per andare in televisione a decantare le proprietà curative del “pomoricci” o a farsi fotografare mentre lo mangiano, o mentre si puliscono in denti a fine pranzo con uno degli aculei. 
Quando verrà scoperto che il “pomoricci” è l’ennesima bufala mediatica creata ad arte dalle lobbies per occupare il cervello delle persone e distogliere l’attenzione dal problema vero (il cancro), se ne inventeranno un altro, e un altro ancora. 
La storia lo insegna alla perfezione, e nel frattempo, le persone continuano a morire…e continuano a sperare nel medicamento o nell’ortaggio miracolosi.

di Marcello Pamio

Concorsi di colpa


Mentre gli americani si mettono in fila per eleggere Obama o Mc Cain, i professori universitari italiani si preparano a votare per eleggere i comissari che dovranno amministrare i 4 mila concorsi banditi dalle Università. Non c'è ragione per pensare che la maggior parte di essi verrà gestita con criteri meritocratici. Che fare?

A novembre si vota. Tutti sanno che si vota per le elezioni americane. Pochi sanno che in Italia si vota per l'elezione delle commissioni per i concorsi per ricercatori e professori (di prima e seconda fascia).
Il Ministro Mussi, prima di passare la mano al Ministro Gelmini, ha consentito che le Università bandissero 2 mila posti da ricercatore (divisi tra il 2007 e il 2008) e 1800 da professore di prima e seconda fascia. Per ciascuno di questi concorsi, i docenti del relativo raggruppamento disciplinare devono votare per eleggere i membri della commissione giudicatrice (per circa 1800 dei 2000 concorsi da ricercatore si è già votato a luglio). Un professore ordinario, uno associato e un ricercatore per i concorsi da ricercatore - 3×2.000 = 6.000 commissari da nominare (o già nominati a luglio). Tre ordinari e due associati per i concorsi da associato e cinque ordinari per un posto da ordinario - 5×1800 = 9.000 commissari da nominare. In ciascuna commissione c'è un membro interno, nominato cioè dall'Università che bandisce il concorso. Gli altri membri sono eletti dai docenti del gruppo disciplinare. Da un concorso per ricercatore esce un vincitore secco che diventa - salvo un giudizio di conferma del tutto formale dopo tre anni - tenured, cioè con un posto a vita. Da ogni concorso per professore escono due idonei, uno dei quali viene chiamato dall'Università che ha bandito il concorso e l'altro può essere chiamato da qualunque università che abbia a disposizione un posto di quella fascia ed in quel raggruppamento disciplinare.
La prima osservazione è che i concorsi banditi sono proprio tanti, dato che l'intero organico dei docenti dell'Università italiana è di circa 62 mila. Perchè così tanti posti banditi? La ragione, almeno per i posti da professore, è che ci si aspetta che questi siano gli ultimi concorsi con la doppia idoneità. Perchè è così importante la doppia idoneità? Perchè consente scambi poco virtuosi. ll professore X, che ha un candidato interno A scarso, chiede al Professor Y, che ha un candidato B bravo (o scarso anch'egli!) di entrare in commissione e promuovere entrambi i candidati. Se tutto va bene, si hanno due nuovi professori, uno bravo e uno no. Se va male, ne abbiamo due scarsi. Ovviamente questo non vale per tutti i concorsi e per tutti i commissari. Ci sono concorsi che sono aperti e ci sono commissari che premiano solo il merito. Ma il rischio che questa tornata di concorsi si tramuti in una massicia immissione di docenti il cui titolo di merito principale è la fedeltà a qualche cordata di potere, esiste. Questi sono posti che bloccheranno per molti anni l'accesso ad altri candidati, magari migliori.
La seconda osservazione è che questi concorsi rivelano la demenzialità del sistema concorsuale: 15mila docenti su un totale di 62mila saranno impegnati come commissari. Facendo l'ipotesi che ad ognuno dei circa 1800 concorsi per associati/ordinari partecipino una media di 5-10 persone occorre aggiungere 9-18mila "concorsanti". Quindi un numero che oscilla fra i 24mila ed i 33mila docenti, su un totale di 62mila, potrebbe, in teoria, essere impegnato, simultaneamente, in attività concorsuali! È vero che una stessa persona potrebbe essere commissario in più concorsi (sino ad un massimo di tre se ordinario, e di due se associato) e che ciascun candidato può partecipare a 5 concorsi, il che ridurrebbe notevolmente il numero totale di persone impegnate ma, ovviamente, aumenterebbero le opportunità di condurre operazioni di "arbitrage" concorsuale ... A questi vanno aggiunti i candidati al posto da ricercatore: un'orgia di carte bollate, raccomandazioni, esami, esamini, esamoni, graduatorie, telefonate, confronti, strizzatine d'occhio, inviti a cena, offerte implicite o esplicite di favori futuri per favorini presenti, riconoscenze ricordate ed antiche offese rinverdite ... e via elencando.
La terza osservazione è che - alla luce di questo concorso e di quanto è stato documentato (qui e qui, oltre che alla parola università più in generale) in relazione al "promozionismo generalizzato" che ha caratterizzato l'università italiana nell'ultimo decennio - si finisce per rendere meno comprensibili le proteste contro il tanto controverso blocco del turnover previsto dalla legge 133/2008. Certamente, si tratta di una classica manovra "alla disperata" tesa a frenare la valanga quando essa sta già rotolando rumorosamente a valle. Certamente, come sempre avviene in Italia, si legifera e si "riforma" solo in condizioni d'emergenza e per bloccare o limitare dei disastri già fatti, con provvedimenti tampone che mancano di lungimiranza e non risolvono quasi mai il problema. Ma è anche vero che, di fronte alla grande italica abbuffata avvenuta sino ad ora ed il cui mega-dessert consiste nei 4000 concorsi, lagnarsi perché mancano le risorse per il personale appare, come minimo, incoerente.
A fronte di tutto questo, cosa si può fare? Più in generale, cosa ci aspetteremmo dal Ministro Gelmini per una riforma dell'Università, blocco del turnover a parte?
Bloccare i concorsi?
Più facile a dirsi che a farsi. Sia un approccio radicale che un altro, più minimalista, appaiono giustificabili.
Chi sostiene l'approccio radicale pensa che il Ministro debba fermare queste procedure concorsuali (non essendo giuristi non sappiamo, però, se ciò possa essere veramente fatto anche se, cambiando un numero sufficiente di leggi, supponiamo sia possibile ...). All'obiezione che il blocco sarebbe ingiusto, perché ferma la carriera ai candidati bravi che hanno la legittima aspirazione ad essere promossi, risponde che non si tratta di bloccarli per sempre ma solo per sei-dodici mesi: il tempo di cambiare radicalmente le modalità con cui tali concorsi si debbano svolgere. Però non illudiamoci. Trovare modalità alternative per i concorsi in un sistema universitario in cui mancano gli incentivi appropriati non è per niente facile. Il ritorno ai concorsi nazionali, visto da molti come la panacea dei mali dell'università italiana, sarebbe, in larga parte, solo demagogia. Chi lo sostiene sembra non ricordare gli esiti prodotti nel passato. Telefonate di pressione sui commissari, scambi fatti sulla pelle dei candidati meno protetti, capi-cordata nazionali che gestivano svariati posti simultaneamente, tempi biblici per gli inevitabili ricorsi. Vi era poi il fenomeno dei vincitori "metropolitani" che andavano nelle sedi "periferiche" per (almeno) tre anni cercando di starci il meno possibile. Programmavano lezioni a settimane alterne, facendo 20 ore in una settimana per un semestre e poi sparivano per il resto del tempo. Stupisce che questa sia ora ricordata come l'età dell'oro. Insomma, se l'ipotesi di bloccare questi concorsi ha senso, lo ha solo se il ministro intende riformare rapidamente e radicalmente non solo il meccanismo concorsuale ('ché da solo non ne vale la pena) ma anche l'intero sistema di incentivi dell'università italiana. Come? Su questo torniamo alla fine, nella vaga speranza che il ministro tale intenzione ce l'abbia, nel qual caso bloccare i concorsi non sarebbe un'idea folle.
Un approccio più minimalista - basato sull'ipotesi che il ministro non abbia alcuna intenzione di alterare radicalmente il sistema di incentivi interni all'università e che occorra, quindi, "arrangiarsi" - è quello di cercare di minimizzare i danni alzando i requisiti di trasparenza. Due semplici proposte.
La prima è quella di replicare per tutte le discipline l'analisi che Roberto Perotti è andato facendo, nel suo bollettino dei concorsi, per economia. Questo dovrebbe avvenire in due momenti. A novembre, appena note le commissioni, si dovrebbero analizzare e rendere pubblici i titoli scientifici dei commissari, segnalando i casi patologici ed anche quelli dubbiosi. Negli anni passati ci sono state intere commissioni senza pubblicazioni di rilievo su riviste nazionali o internazionali. Per alcuni settori è (relativamente) facile classificare le pubblicazioni secondo la loro qualità. Per altri settori, quelli intrinsecamente meno aperti alla dimensione internazionale (es., Letteratura italiana o Diritto Romano) questo strumento sarà purtroppo poco efficace. Non importa: piuttosto di niente, meglio piuttosto. Non solo, oltre a fare le pulci scientifiche ai commissari sarebbe il caso di chiedere una pubblicazione in rete, sede per sede, dei concorrenti, con relativi CV allegati. In un secondo momento, noti gli esiti dei concorsi, si dovrebbero analizzare le graduatorie per identificare casi di palese violazione dei criteri di meritocrazia, e di competenza. Abbiamo aggiunto anche "competenza" perché, data la situazione in essere, non è improbabile che a molti concorsi si presentino solo candidati "invitati", il che vuol frequentemente dire "incompetenti". Si tratta, quindi, di verificare non solo che vinca il migliore ma anche che il vincitore soddisfi criteri minimi di competenza nell'area di studio in questione. La seconda proposta è quella di chiedere ai presidi ed ai direttori di dipartimento che, una volta terminato il concorso e prima di proporre la chiamata di un associato o ordinario, chiedano, a tre/cinque esperti internazionali delle materia privi di relazioni con l'università in questione, delle lettere di valutazione del prescelto. A tal scopo, organizzazioni come ISSNAF potrebbero risultare molto utili a quei presidi o direttori di dipartimento che volessero impegnarsi nell'operazione trasparenza.
Sappiamo che si tratta di iniziative minimaliste che avranno pochi effetti reali. Sappiamo che, persino queste, sono forse irrealizzabili dato il numero dei concorsi: ci sarebbe bisogno di un paio di migliaia di colleghi distribuiti nelle varie discipline, che passassero vari giorni a lavorarci sopra ... se qualche fondazione convinta che la meritocrazia è buona cosa ci legge, potrebbe pensare di finanziare e coordinare il progetto. Sappiamo che ci sarà sempre il collega di qualche oscura (e a volte anche meno oscura) università straniera disposto a giurare che siamo in presenza di un eccellente ricercatore anche se il soggetto non ha scritto niente che sia degno d'esser letto. Ma almeno in alcuni casi le lettere potranno servire da filtro, seppur grossolano. Insomma, se niente altro può essere fatto, che almeno si renda il più trasparente possibile lo standing scientifico di chi giudica e di chi è giudicato in questi concorsi. Forse l'approccio minimalista sopravvaluta l'efficacia delle sanzioni sociali sui comportamenti dei commissari e dei dipartimenti, ce ne rendiamo conto. Se altri hanno proposte più incisive, questo è il momento per avanzarle.
Non di soli concorsi muore l'università
I concorsi non sono l'unica emergenza sul tappeto. Un'altra priorità è quella di allocare meglio i fondi tra le varie Università. A questo proposito si potrebbe usare la valutazione fatta dal CIVR per allocare ai vari dipartimenti una quota rilevante dei fondi di ricerca (60-70%, forse anche di più visto che i fondi per la didattica fanno comunque la parte del leone e sono allocati sulla base della spesa storica) e, soprattutto, iniziare subito la procedura per una nuova valutazione del CIVR visto che quella esistente è oramai "datata". Le valutazioni vanno fatte frequentemente perchè i Dipartimenti cambiano composizione e cambiano anche le pubblicazioni dei loro membri. Anche in questo caso sarebbe opportuno avvalersi di esperti internazionali scelti in maniera meno "teleguidata" di quanto non sia avvenuto nella tornata precedente. Il problema da risolvere, qui, è quello della selezione internazionale di persone che abbiano sia la capacità che gli incentivi per essere ferreamente obiettivi. Problema non semplice. Un criterio di partenza potrebbe essere quello di coinvolgere direttamente le accademie delle scienze di vari paesi (USA, UK, Francia, Germania, Giappone ...) chiedendo loro di nominare i loro esperti. Occorre poi anche compensare queste persone adeguatamente ...
In secondo luogo: è ora che dal ministero arrivino proposte di modifica dei parametri salariali e dei criteri di promozione, modifiche che permettano di legare il salario al merito. È improrogabile cominciare a legare la remunerazione dei docenti alla loro produttività didattica e scientifica. Magari inizialmente gli incentivi saranno, dati i problemi di bilancio delle Università, di piccola entità. Ma meglio poco che niente. Non vi è altra alternativa, signora Ministro: l'università italiana è piena di ordinari che pubblicano finti articoli su finte riviste scientifiche e percepiscono il medesimo identico stipendio di persone che sono in corsa per il premio Nobel o che lo hanno mancato, giusto quest'anno, d'un soffio. Questo scandalo va affrontato ed eliminato. Altrimenti parlare di meritocrazia è una burla.
Bisogna anche iniziare a programmare lo sfoltimento dei corsi di laurea e di dottorato inutili. Prendiamo i dottorati. Nella maggior parte delle università italiane l'insegnamento nei progammi di dottorato non viene considerato nel monte ore dei docenti e non è prevista una compensazione monetaria per le attività didattiche ad esso collegate. Tutto è lasciato alla buona volontà. Il risultato è che si hanno programmi di dottorato con tanti piccoli moduli di 10-15 ore spesso scollegati tra di loro e quindi del tutto inutili per gli studenti. Meglio sarebbe allora usare i fondi delle misere borse previste per gli studenti di dottorato per creare poche generose borse di studio per finanziare la frequenza di un buon programma di PhD all'estero. Bisognerebbe poi proibire che le sedi che organizzano i programmi di dottorato possano assumere come ricercatori i loro studenti. E, dopo tale provvedimento, analizzare la collocazione professionale degli studenti per arrivare a chiudere i programmi che non portano a nulla. Il dottorato non può essere un parcheggio post-laurea ed uno strumento per creare un "esercito di ricercatori di riserva" che regolarmente preme per farsi assumere con concorsi-mostro come quello che inizia in questi giorni.
Perché l'università viva invece di sopravvivere
Occorre andare oltre i provvedimenti d'emergenza costruiti a pezzi e bocconi, come quelli che anche questo ministro sembra intenzionata ad adottare. Il cerchio-bottismo - ossia: concorsi per 4000 e poi blocco del turn-over; creazione delle fondazioni e poi "perequazione" con i soldi pubblici che vanno agli incapaci; dichiarazioni d'intenti favorevoli alla meritocrazia seguite da nessun atto legislativo che la realizzi - il cerchio-bottismo, dicevamo, non porta lontano e non serve all'università. Ha fatto anche il suo tempo perché non ci crede più nessuno: o si rompe in modo verticale con il passato, o non c'è via d'uscita.
L'università italiana non uscirà dallo stato di coma profondo in cui si trova senza uno shock traumatico; questo shock traumatico può venire solo dall'autorità politica che la regola, e che artificialmente alimenta questo corpo altrimenti comatoso. A nostro avviso la situazione oggi permette e richiede tale shock. Su come il ministro Gelmini potrebbe, se volesse, realizzarlo, ci torniamo la settimana prossima. Dopo le due elezioni, quelle del presidente USA e quelle dei commissari italiani.


Congo, la guerra sospesa su coltan,diamanti,rame,cobalto e oro



La testimonianza dei salesiani da Goma

"La situazione qui in città è calma ma tesa. Le violenze e i saccheggi commessi nei giorni scorsi dagli sbandati dell'esercito congolese in ritirata sono cessati. Per le strade, fino a ieri deserte, è tornato un po' di traffico e molti negozi e botteghe hanno riaperto, ma gli scaffali sono vuoti e i prezzi di quel poco che c'è sono proibitivi". A parlare al telefono con PeaceReporter da Goma è Gavin Braschi, volontario del Vis al Centro salesiano Don Bosco di Ngangi, alla periferia est della città.

In attesa del summit di Nairobi. "Oltre ai 350 bambini orfani normalmente ospitati dal centro, stiamo dando rifugio e assistenza a 850 sfollati. Abbiamo scelto di accogliere solo donne, bambini, anziani e malati: di più non possiamo fare. Anche se le organizzazioni internazionali stanno iniziando a distribuire aiuti, c'è ancora un disperato bisogno di viveri e medicine. La speranza è che l'emergenza sia finita e che i ribelli del generale Nkunda, fermi a cinque chilometri da qui, rinuncino ad attaccare Goma. Tutto è sospeso in attesa dell'esito dell'incontro di Nairobi tra il presidente congolese Joseph Kabila e il presidente ruandese Paul Kagame".

Le miniere contese tra Congo a Ruanda. "Dopo che il generale Nkunda ha rifiutato l'offerta governativa di due milioni e mezzo di dollari per rinunciare alla conquista di Goma - spiega don Ferdinando Colombo, vicepresidente del Vis - si spera che il Ruanda e il Congo trovino un qualche accordo sullo sfruttamento dei giacimenti minerari del Kivu (coltan, diamanti, rame, cobalto e oro, ndr.), che sono la vera causa di questo conflitto: il Ruanda, per mezzo dei ribelli di Nkunda da essa sostenuti, vuole prendere il controllo di queste miniere che il Congo lo scorso aprile ha deciso di cedere alla Cina per 9 miliardi di dollari". Altro che hutu e tutsi.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12603/Congo,+la+guerra+sospesa

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