venerdì 31 ottobre 2008

Un'onda che pensi in grande


E’ l’estate del 2000, sono a Boston per la mia prima intervista a Noam Chomsky. A chi non lo conoscesse rammento che Chomsky è il più noto intellettuale dissidente americano di sempre, definito dal New York Times “probabilmente il più importante pensatore vivente”, ed è il linguista di maggior calibro del XX e XXI secolo. Insegna al prestigioso Massachussets Institute of Technology (MIT), dove è professore ordinario.

Bene, sto per incontrare questo mostro sacro della cultura accademica nel suo ufficio all’MIT e vengo avvisato dal suo segretario che l’intervista non potrà durare più di 60 minuti, poiché “Chomsky ha un importante appuntamento alle 17 precise”. Non nascondo a costui il mio disappunto: rappresento un network televisivo nazionale (RAI), sono venuto da oltreoceano per intervistare il professore, ho preso questo appuntamento 3 mesi fa, e ora ho solo 60 minuti per montare la telecamera, i microfoni, fare le prove audio e video, poi sbrigare un tema come il Debito del Terzo Mondo, Fondo Monetario, Banca Mondiale, sperequazione della ricchezza… Niente da fare, il prof. ha un impegno. Fine della discussione.
L’intervista è piacevole, Chomsky è gentile, tutto fila liscio, ma dopo 59 minuti, accidenti a lui, il segretario bussa lievemente alla porta e si mostra a Chomsky attraverso il riquadro di vetro della stessa. Sessanta secondi dopo è l’intellettuale in persona che con un sorriso mi dice “time’s up, sorry..”, il tempo è finito, spiacente. Un rapido saluto, stretta di mano e fuori dallo studio con tutti i marchingegni del mio mestiere. Chomsky richiude l’uscio alle mie spalle.

Sono nell’anticamera indaffarato ad arrotolare cavi, riporre microfoni, controllare le cassette, ma non manco di guardarmi intorno in attesa dell’arrivo di questo ospite così imprescindibile. Non c’è, non arriva, nessuno ha suonato, non ci sono colleghi di altri network in coda per un’intervista. Il segretario armeggia col suo pc, un paio di tizi (presumibilmente docenti) camminano da un ufficio all’altro senza alcuna intenzione di dirigersi da Chomsky, un ragazzino meno che ventenne se ne sta seduto alla mia destra sfogliando testi e appunti. Per il resto calma piatta. Ma dov’è sto pezzo da novanta per cui mi hanno messo le braci al sedere?

Saranno passati sette minuti, quando Chomsky riapre l’uscio dello studio e con fare cortese invita il ragazzino ad entrare. I due si accomodano e iniziano la conversazione, li vedo attraverso il riquadro in vetro. Ancora la mia mente si rifiuta di arrendersi all’ovvia realizzazione, e in un residuo sforzo di capricciosa incredulità mi spinge a chiedere al segretario “ma è quel giovane l’appuntamento importante?”. “Sì, è uno del primo anno, un ordinario colloquio col prof.”, giunge serafica la risposta del mio interlocutore. Riparto per l’Italia.

Devo fare rewind e proprio spiegarvelo? No, sicuramente non serve. Cari studenti, questa scena affatto isolata nel panorama accademico statunitense appartiene a un ‘film’ che se mai verrà proiettato in Italia sarà forse fra un secolo, o probabilmente di più. Essa ci parla di un essere nell’università che dista da noi italiani come Marte dalla Terra, di una riforma vera, epocale, di un concentrato di democrazia, diritti, intelligenza, umiltà, pedagogia, libertà che nessuno qui da noi neppure si sogna di sognare. Noi, poveracci, siamo arditamente alle prese con la preistoria della riforma del sapere e dell’insegnare. Qualcuno, qui, se lo immagina un grande barone universitario italiano sbarazzarsi velocemente della CBS, di France 2 o della ZDF tedesca per onorare un colloquio con un ‘primino’ di neppure vent’anni?

E allora. Chiedo a tutti e con vero pathos: perché abbiamo rinunciato a immaginare un 'altro mondo'? Perché ci facciamo sempre ingannare da chi ci convince che il cambiamento significa conquistare due metri quadri in più di pollaio puzzolente, e non, come dovrebbe essere, miglia e miglia di prati e colline, valli e montagne dove respirare veramente? Perché ci scanniamo per ottenere due metri quadri in più di finanziamenti o di risicate riformucole da strappare alla Gelmini e non lottiamo invece per un’istruzione nuova a cominciare dalla dignità di ogni singolo studente che deve essere il protagonista importante, il numero uno delle priorità di ogni docente, imprescindibile appuntamento senza se né ma, oggetto-soggetto di un diritto attorno a cui ruota tutto il sistema istruzione, e vi ruota con UMILTA'?

Non capite, studenti, che il gioco più perverso dell’era politica contemporanea è proprio il riformismo? E’ quella cosa che ci ha tutti convinti che lottare per i diritti del nostro futuro significhi ottenere qualche decimetro in più nella catena che ci hanno messo ai piedi. Oggi ci hanno convinti, e lo ripeto, che libertà e rivoluzione, che riforma e miglioramento significhino potersi allungare di altri 20 centimetri dal muro cui siamo incatenati nel pollaio in cui siamo rinchiusi. E ce l’hanno fatta: noi siamo proprio ridotti così, completamente dimentichi della possibilità di avere Diritti Veri e una Vita Inedita, ma del tutto inedita, in questo caso un'istruzione da secolo nuovo. Insomma, un'altra esistenza dirompente nel cambiamento, così come l’umanità ha sempre saputo fare nella sua uscita dalla barbarie verso la civiltà. No, nel XXI secolo del riformismo siamo stati ridotto a sentirci trionfanti se un Walter Veltroni riuscirà col referendum a donarci 20 centimetri di riforma dell’istruzione in più. Ed è così in ogni campo del nostro vivere.

No, no e no! Cosa avrete risolto quando e se la Gelmini avrà fatto marcia indietro? Perché non mettiamo tutta questa energia oggi esplosa nelle piazze per arrivare a una scuola che non ci devasti l’anima, che non ci faccia odiare la cultura, che sia il nostro regno del rispetto nell’età più sensibile di tutta la vita, che non ci insegni le virtù del servilismo e dell'arroganza, dove non ci si senta con le ossa svuotate di fronte alle cattedre o ad aspettare nei corridoi i favori dei baroni? Dove a neppure vent’anni si possa entrare a colloquio dal tuo professore sul tappeto rosso, mentre fuori dallo studio, in corridoio, al resto del mondo tocca di aspettare voi e la piena soddisfazione del vostro diritto.

Immaginare in grande, immaginate in grande.

di Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info

Un disastro continuo di nome Palin



 La scelta di Sarah Palin come compagna di ticket per la corsa alla Casa Bianca sta costando cara a John McCain. Secondo l'ultimo sondaggio condotto per New York Times/CBS, la grande maggioranza degli americani pensa che la governatrice dell'Alaska candidata alla vicepresidenza al fianco del senatore repubblicano non sia qualificata per il compito a cui sarebbe chiamata. Lo pensa il 59 per cento degli intervistati, il 9 per cento in più rispetto a un mese fa. Circa un terzo degli elettori sondati afferma che la scelta del candidato vicepresidente sarà determinante per orientare il loro voto, e in grande maggioranza questi elettori dicono che voteranno per il democratico Barack Obama.  Interessante anche il fatto che il fattore razziale stia diventando sempre meno determinante: due terzi degli americani pensano che bianchi e neri debbano avere le stesse possibilità di avanzamento (erano il 50 per cento poche settimane fa).  Il senatore democratico è ormai saldamente in testa in tutti i sondaggi d'opinione, a quattro giorni dal voto. Secondo la rilevazione quotidiana di Zogby per Reuters-C/SPAN, per il secondo giorno consecutivo Obama guida la media nazionale con 7 punti di vantaggio (50 a 43) su McCain, il quale da tre settimane non riesce a superare la soglia del 45 per cento.  Si consolida il favore della vigilia per Obama anche negli Stati chiave, quelli che passando dai repubblicani ai democratici potrebbero determinare l'insediamento alla Casa Bianca del primo presidente nero della storia. Secondo Pollster - che analizza i dati di diversi istituti di sondaggio e fa una media quotidiana - Obama conduce in Florida per 47,8 per cento a 45,2. In Ohio, lo Stato che nel 2004 decretò la riconferma di George Bush, i democratici sono in vantaggio 49 a 43. In North Carolina, Stato del Sud tradizionalmente repubblicano, si profila un testa a testa (48,8 per cento di Obama contro 46,6 per cento di McCain). In Virginia invece Obama conduce i sondaggi in linea con la media nazionale (50,9 a 43,7). Inedito duello anche per l'Indiana, dove McCain resiste con il 47,3 per cento dei consensi della vigilia, insidiato da vicino da Obama che raggiunge quota 46,5 per cento. Infine, la Pennsylvania. McCain vede per ora frantumarsi il suo sogno di strapparla ai democratici: i numeri per ora lo danno lontanissimo da Obama, 41,7 per cento contro il 52,4 del democratico.  Si giocano negli Stati chiave le ultime ore di campagna elettorale. Oggi McCain termina il suo giro in pullman di due giorni in Ohio, dove sta lottando per la sopravvivenza politica. Gli uomini della sua campagna devono essere proprio sconfortati perché ieri sera non sono riusciti a evitargli l'ennesima brutta figura pubblica. Dal palco McCain ha chiamato a gran voce l'uomo simbolo della sua campagna, il famoso "Joe l'idraulico" che avendo sfidato Obama sul tema delle tasse per la strada è finito protagonista dell'ultimo dibattito televisivo ed è diventato immediatamente una celebrità nazionale. "Dov'è Joe? E' qui con noi questa sera?", ha chiesto più volte McCain dal palco, aspettandosi l'ingresso del beniamino del pubblico. Ma lui non c'era: "Mi avevano contattato tempo fa, poi non si sono fatti più vivi e non pensavo di dover andare", ha poi spiegato. Una macchina della campagna di McCain è andata a prelevarlo a casa per portarlo a un altro comizio ma ormai il danno in diretta tv era compiuto.  Obama è in queste ore in Iowa e finirà la giornata in Indiana, dove si profila un interessante testa a testa. Tra l'altro l'Indiana è uno dei primi Stati a chiudere le urne martedì sera e una vittoria di Obama qui potrebbe far premonire unlandslide, una vittoria a valanga.  Che ci sia grande interesse per Obama è confermato anche dagli ascolti record per il suo lungo "infomercial", 30 minuti di video andato in onda mercoledì in prima serata su sette tra i maggiori canali televisivi. Oltre 33,5 milioni di americani lo hanno guardato, un numero che eclissa persino le finali di baseball e che si avvicina solo all'audience del popolarissimo show tv "American Idol".  Ritorno a sorpresa sul "luogo del delitto" per Al Gore. Il premio nobel per la pace ed ex vicepresidente con Bill Clinton, sarà oggi in Florida, nei luoghi dove nel 2000 affondò tra le polemiche e le accuse di brogli il suo sogno di andare alla Casa Bianca e cominciarono gli 8 anni di presidenza di George W. Bush. 
Fonte: la Repubblica

Congo, la vittoria di Nkunda

Per il momento, il colpo del ko non è arrivato. Laurent Nkunda, il capo dei ribelli del Congrès national pour la défense du peuple, che negli ultimi giorni hanno messo in scacco le forze governative nell'est della Repubblica Democratica del Congo, ha fermato i proprio uomini nei dintorni di Goma, rinunciando ad attaccare la città, situata sulle sponde del lago Kivu, al confine con il Ruanda. Nel centro abitato, presidiato da circa 800 caschi blu della Monuc (la forza Onu nel Paese) e da un esercito congolese ormai in rotta, la popolazione attende nervosamente di conoscere il proprio destino.
Nkunda ha decretato un cessate - il - fuoco unilaterale, a detta sua per non peggiorare ulteriormente una situazione umanitaria già grave, e ha annunciato l'apertura di un corridoio umanitario per gli aiuti diretti in città. Ma se le sue richieste non venissero esaudite, è probabile che i 5.000 uomini ai suoi ordini decidano di conquistare Goma e scacciare gli ultimi soldati ancora presenti, che la scorsa notte, presi dal panico, si sono lasciati andare a saccheggi, stupri e violenze contro i civili. Il leader ribelle, che ha buon gioco nell'accusare l'esercito di non riuscire a difendere la popolazione, chiede l'apertura di un dialogo con il governo di Kinshasa, ma pone le sue condizioni: l'annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari, che secondo il capo ribelle avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi, e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda, rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994. Nkunda accusa l'esercito congolese di essersi alleato con le milizie Hutu, tra cui figurano anche alcuni sospetti genocidaires in attesa di giudizio in Ruanda, e che avrebbero dovuto essere disarmati e rispediti in patria, stando a un accordo siglato anni fa a Roma con il governo congolese.
Ma anche gli accordi firmati tra Kinshaha e Nkunda lo scorso gennaio sono rimasti lettera morta. Il trattato che in teoria avrebbe dovuto liberare l'est del Congo dalla presenza di tutti i gruppi armati ancora attivi nella regione, si è rivelato un inutile pezzo di carta. Gli scontri continuano, decine di migliaia di civili vagano senza meta per il Kivu cercando di sfuggire alle violenze e l'esercito, espressione del governo centrale, sembra più debole che mai. Per tentare di salvare Goma dall'assalto dei ribelli, la Monuc prevede di rinforzare la propria presenza in città con l'invio di altri caschi blu presenti nella regione, mentre l'Unione Europea starebbe valutando l'opportunità di inviare un contingente militare di pronto intervento di almeno 1.500 uomini. Per il momento Goma attende, nervosa, con la paura che le armi riprendano il sopravvento sulla flebile pace che, da ieri sera, regna attorno alla città. E con la speranza che, dal tavolo delle trattative, esca fuori una pace ormai insperata.
Matteo Fagotto
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12557/Congo%2C+la+vittoria+di+Nkunda

"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto"

"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto". "Lasciare per una decina di giorni i manifestanti liberi di devastare negozi, incendiare le auto e mettere a ferro e fuoco la città" per giustificare pestaggi "senza pietà" degli studenti che protestano e dei "docenti che li fomentano". Questa in soldoni la ricetta di Francesco Cossiga per fermare l'onda studentesca che in queste settimane ha invaso pacificamente le strade di tutta Italia contro la Riforma Gelmini. Giorno 29/10/2008, Piazza Navona, Roma, è stata la ricetta del Governo
Link: http://it.youtube.com/watch?v=Tk78GrEBfHY

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