giovedì 30 ottobre 2008

29/10/08 Piazza Navona:"Levati Francesco, vai via, vai via"

Ricordate le parole di Cossiga nell'intervista a 'La Nazione'? Dice che "le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti (gli studenti e i docenti, ndr) in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano". Bhe, evidentemente qualcuno ha dato retta a Cossiga, questo qualcuno è l'attuale Governo                                Link: http://www.youtube.com/watch?v=qmKZkCQTwW0

Thailandia: il paradosso del Sud-Est Asiatico




In Thailandia le tensioni politiche degli ultimi mesi sono giunte ormai a un punto morto. La situazione e' in completo stallo e non sembra esserci in vista una via d'uscita che risolva alla radice i problemi di un sistema politico giunto al capolinea. Ma fondamentalmente, agli occhi di un osservatore occidentale, cio' che sta accadendo a Bangkok negli ultimi mesi si sta rivelando un enorme paradosso che continua a crescere man mano che passano i giorni.

Da oltre due mesi infatti i militanti del PAD (People's Alliance for Democracy), in gran parte membri dell'elite economica e della classe medio-alta di Bangkok, si sono asserragliati nel palazzo del governo e non hanno assolutamente intenzione di uscire fino a quando anche questo esecutivo, in carica da poco piu' di un mese, non si dimettera' come il precedente. 

Ma anche in questo caso, la soluzione non e' affatto dietro l'angolo perche' il partito di maggioranza relativa - il PPP legato all'ex premier in esilio Thaksin Shinawatra estromesso dal potere con il golpe militare del settembre 2006 - ripeterebbe cio' che ha gia' fatto nel settembre scorso dopo le dimissioni del premier Samak Sundaravej: scegliere un'altra persona all'interno del partito e metterlo alla guida del governo di coalizione. 

Si ritornerebbe quindi di nuovo al punto di partenza perche' il PAD e', come due anni fa, a favore di un golpe militare che dia il potere nelle mani del Re affinche' scelga la persona giusta per guidare il Paese. Ma il PAD propone anche un nuovo sistema elettorale che preveda solo una certa percentuale, minoritaria, di parlamentari eletti direttamente dal popolo mentre la maggior parte deve essere scelta da un commissione di cosiddetti saggi, composta da membri del mondo accademico, imprenditoriale e militare. 

Il PAD sostiene infatti che l'attuale modello democratico a suffragio universale non funziona in quanto la maggioranza della popolazione in Thailandia vive nel nord del Paese ed e' prevalentemente povera e dedita all'agricoltura. Facile quindi da corrompere per comprarne il voto. E il bacino elettorale di Thaksin Shinawatra e' proprio nel nord rurale e povero del Paese. Quindi, secondo il PAD, il partito di Thaksin uscira' sempre vittorioso dalle urne, ed ecco il perche' di quella proposta di legge elettorale non proprio consona ai canoni democratici occidentali. 

Il paradosso dell'attuale situazione politica thailandese risiede poi anche nel fatto che ormai da due mesi il governo e' costretto a riunirsi nell'ex aeroporto internazionale di Don Muang per via dell'occupazione della Government House da parte del PAD. Viene da ridere al solo immaginare un'analoga scena in Italia con centinaia di persone che occupano Palazzo Chigi per mesi e Berlusconi che deve presiedere il Consiglio dei Ministri a Ciampino o in Malpensa. 

Comunque il 7 Ottobre scorso la polizia ha cercato di disperdere i militanti del PAD che avevano "sigillato" il Parlamento in occasione del primo discorso in aula dell'attuale premier Somchai, cognato di Thaksin Shinawatra. Somchai e' riuscito a lasciare il parlamento solo con l'ausilio di un elicottero, mentre per ore i deputati sono rimasti bloccati in aula. Nel frattempo all'esterno si scatenavano violenti scontri tra polizia e PAD con un bilancio finale di due morti tra i militanti del PAD e 400 feriti circa da ambo le parti. Altro fattore paradossale e' che i medici di alcuni ospedali della capitale si sono addirittura rifiutati di prestare le cure mediche ai poliziotti feriti, in aperto sostegno politico al PAD. 

Le vittime degli scontri sono state una ragazza e un ex poliziotto che si era unito al movimento antigovernativo. E ad assistere alla cerimonia funebre di cremazione delle due vittime c'erano anche la Regina e il Capo delle Forze Armate, il Generale Anupong Paojinda. Un altro segnale del paradosso thailandese e un evidente messaggio di sostegno alle proteste da parte della Casa Reale e delle Forze Armate che non hanno infatti risparmiato critiche alla polizia per l'uso sconsiderato di gas lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Il capo della polizia si e' dovuto scusare pubblicamente, insieme al premier. 

Se si pensa all'Italia e ai fatti di Genova nel 2001 viene solo da ridere. E l'Italia e' riconosciuta nel mondo come uno stabile Paese democratico, mentre la Thailandia ha una lunga tradizione di colpi di Stato e sanguinose repressioni delle proteste politiche. 

Un ulteriore segno della situazione paradossale in cui e' precipitata la Thailandia si e' avuto qualche giorno fa quando lo stesso Gen. Anupong Paojinda ha invitato il premier ad assumersi la piena responsabilita' per gli scontri del 7 Ottobre e a dimettersi, aggiungendo pero' che non ha alcuna intenzione di attuare un golpe. Ma il premier Somchai, che e' anche ministro della Difesa, ha ovviamente ignorato la "richiesta". 

Il quadro e' inoltre ingarbugliato dal fatto che, a differenza del 2006, ora le Forze Armate non sembrano cosi' compatte e unite nello schierarsi a fianco delle proteste, cosi' come la polizia non e' cosi' compatta a sostegno del governo. E col passare dei giorni anche i sostenitori del governo - l'UDD, United Front of Democracy against Dictatorship - si sono organizzati, presidiano una piazza di Bangkok e, come i militanti del PAD, godono del sostegno di membri della polizia e delle Forze Armate. Entrambi i movimenti hanno infatti i rispettivi servizi d'ordine che ogni giorno si allenano al combattimento corpo a corpo anche con l'uso di bastoni, guidati da ex membri della polizia ed esercito. 

Difficile dire che piega prenderanno gli eventi in quanto la situazione si sta sempre piu' complicando col passare dei giorni, diventando un vero e proprio enigma impossibile da sciogliere. Ma gli analisti politici, i professori universitari e gli opinionisti dei maggiori quotidiani sembrano concordare sul fatto che e' ormai solo una questione di tempo prima di vedere per l'ennesima volta i carri armati sfilare nelle strade di Bangkok. 

Questa eventualita' pero', a differenza del 2006, non sara' priva di pesanti conseguenze. L'UDD ha gia' promesso di bersagliare i cingolati con bottiglie molotov. Ma pistole e bombe a mano sono gia' da tempo nelle mani di entrambi i gruppi. 

Quindi un intervento dei militari sblocchera' di sicuro l'attuale impasse ma puo' aprire ben altri scenari, imprevedibili e di sicuro sanguinosi. 

http://enricosabatino.blogspot.com/

di Enrico Sabatino - Megachip 

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8204

Berlusconi esegue l'agghiacciante piano Cossiga


"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto". "Lasciare per una decina di giorni i manifestanti liberi di devastare negozi, incendiare le auto e mettere a ferro e fuoco la città" per giustificare pestaggi "senza pietà" degli studenti che protestano e dei "docenti che li fomentano". Questa in soldoni la ricetta di Francesco Cossiga per fermare l'onda studentesca che in queste settimane ha invaso pacificamente le strade di tutta Italia contro la Riforma Gelimini.

Puntualmente, a non meno di una settimana dall'agghiacciante intervista rilasciata a Il Giorno dall'ex presidente emerito della Repubblica, qualcuno sembra aver preso alla lettera le sconcertanti azioni repressive che Kossiga con tanta disinvoltura ha invocato. Tutte cose che ho fatto da ministro degli Interni - ha ammesso senza esitazioni. E a Piazza Navona non è restato che assistere a scene già viste e riviste: scontri predisposti a tavolino. Perchè altro non può essere. Un camioncino carico di mazze tricolori indisturbato che attraversa le centralissime a traffico limitato della capitale, due cortei di opposte fazioni che terminano il loro percorso nella stessa grande piazza, "gli agenti di polizia che sistematicamente manganellano gli studenti senza armi - come testimoniato da Curzio Maltese di Repubblica - e ignorano gli altri in una scena del peggiore G8 di Genova".

Ora che i telegiornali hanno a disposizione i loro scontri da sbattere in faccia a decine di milioni di persone, non resta che aspettare il commento soddisfatto di Berlusconi e della sua banda, mentre una manifestazione pacifica e quanto mai opportuna viene calpestata senza ritegno. Insieme a una democrazia che, tragicamente, deve ancora far capire di sè quando sia realmente cominciata.
di Alessio Marri - Megachip

Ondata di attacchi suicidi in Somalia: 60 morti decine i feriti


È di diverse decine di morti il bilancio complessivo di un'ondata di attacchi suicidi che ieri hanno investito in maniera pressocchè simultanea Hargeisa e Bosaso, capitali di due regioni secessionistiche della Somalia settentrionale, rispettivamente il Somaliland e il Puntland. Secondo il la Cnn, le persone uccise ammonterebbero ad almeno 60, più i kamikaze; ma si tratta di un computo provvisorio. Per prima è stata colpita Bosaso, dove due attentatori a bordo delle loro auto-bomba, o forse tre, si sono lanciati contro altrettanti uffici delle forze anti-terrorismo, uccidendone in tutto sei agenti. Assai più gravi le carneficine che si sono susseguite ad Hargeisa, nell'ex Somalia britannica: in rapida successione, sempre con la medesima tecnica, sono stati attaccati il Palazzo Presidenziale; quindi il quartier generale in città dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, e soprattutto il consolato d'Etiopia, di fatto un'ambasciata. Soltanto in quel caso si sono contate non meno di cinquanta vittime, per lo più semplici civili in coda all'esterno della rappresentanza diplomatica, dove intendevano chiedere il visto d'ingresso nel Paese confinante: sono stati falciati dall'onda d'urto. Degli altri due attentati non è ancora stato accertato quali siano state le conseguenze in termini di vite umane, anche se diverse fonti hanno subito parlato di molte persone uccise o ferite. Si ignora inoltre se al momento dell'esplosione il presidente Dahir Rayale Kahin fosse presente; funzionari governativi hanno assicurato comunque che è illeso. Le stragi, ufficialmente non ancora rivendicate, sono coincise con i colloqui in corso a Nairobi tra il governo transitorio di Mogadiscio, le forze di opposizione meno intransigenti e i leader dell'Igad, l'Autorità Inter-Governativa per lo Sviluppo che raggruppa tutti i Paesi del Corno d'Africa e tre tati limitrofi: appunto il Kenya, l'Uganda e il Sudan. La riunione è stata invece boicottata dai miliziani fedeli alle deposte Corti islamiche, sconfitte alla fine del 2006 dalle truppe regolari somale grazie però al determinante intervento militare di Addis Abeba. Il fatto che sia stata presa di mira una legazione etiopica induce a pensare che dietro almeno alcuni degli attentati vi sia proprio la mano dei fondamentalisti. Questi ultimi due giorni fa avevano respinto senza mezzi termini l'accordo di cessate-il-fuoco firmato domenica scorsa a Gibuti dalle autorità ad interim e dall'Ard, l'Alleanza per la Ri-Liberazione della Somalia in cui si riconoscono alcune fazioni insurrezionali. L'Etiopia si è impegnata a rispettare l'intesa, che ne prevede il ritiro totale del territorio somalo, sebbene senza una vera e propria scadenza precisa. I colloqui in Kenya dovrebbero servire tra l'altro a convincere il fragile governo di Mogadiscio ad acconsentire a una qualche forma di spartizione dei poteri. Gli islamici si sono però detti decisi a combattere a oltranza, rifiutando qualsiasi compromesso. Somaliland e Puntland hanno proclamato l'uno, nel '91, l'indipendenza da Mogadiscio; l'altro, nel '98, la piena autonomia. Nessuno Stato terzo ne ha tuttavia finora formalmente riconosciuto la sovranità.
Fonte: liberazione

"Craxi avvertì Gheddafi del bombardamento Usa"





Per la prima volta viene detto modo chiaro, e in pubblico, che nell'aprile del 1986 un messaggio del presidente del consiglio italiano salvò la vita al leader di Tripoli


Giulio Andreotti e il ministro degli esteri libico Abdurrahman Shalgam raccontano una storia che più volte è stata scritta, ma mai confermata in modo così chiara e autorevole: il governo italiano avvertì il colonnello Gheddafi che il 14 aprile del 1986 la US Navy avrebbe attaccato Tripoli per punirlo degli attentati che la Libia aveva messo a segno anche contro militari americani in Germania. "Sì, quell'attacco americano era un'iniziativa impropria", ha detto stamattina Andreotti partecipando a un convegno organizzato alla Farnesina, "e credo proprio che dall'Italia partì un avvertimento per la Libia".  In effetti Bettino Craxi, all'epoca presidente del Consiglio, chiese al suo consigliere diplomatico Antonio Badini di avvertire l'ambasciatore libico in Italia, quell'Abdurrahman Shalgam che oggi è il ministro degli Esteri di Gheddafi. E infatti stamane Shalgam ha confermato la storia: "Craxi mi mandò un amico per dirmi di stare attenti, il 14 o il 15 aprile ci sarà un raid americano contro la Libia". Il ministro libico aggiunge che fu proprio grazie a questo avvertimento che probabilmente il leader libico Muammar Gheddafi si salvò. Craxi informò la Libia "due giorni prima dell'aggressione, forse l'11 o il 12 ci disse di stare attenti e che l'Italia non avrebbe permesso di usare il mare e il cielo" agli americani per condurre il raid.  Perché allora, nonostante il gesto italiano, la Libia rispose bombardando Lampedusa, chiedono i giornalisti a Shalgam: "Perché - risponde Shalgam - gli Stati Uniti usarono Lampedusa, la Libia reagì contro gli Stati Uniti non contro l'Italia".  Andreotti e Shalgam stamane partecipavano a un convegno organizzato al Ministero degli Esteri dalla fondazione guidata dall'ex ministro degli Interni Beppe Pisanu. Durante l'incontro il ministro degli Esteri Franco Frattini ha confermato che il governo italiano vuole approvare e poi far ratificare dal Parlamento al più presto l'Accordo di amicizia e partenariato che Berlusconi e Gheddafi hanno firmato a Bengasi il 30 agosto. "Spero che il Consiglio dei ministri adotterà il disegno di legge di ratifica presto", ha detto il ministro. Il processo di ratifica parlamentare dovrebbe poi seguire, secondo il capo della diplomazia, senza particolari ostacoli, perché quella dei rapporti tra Roma e Tripoli è "una questione su cui tra maggioranza e opposizione non ci sarà scontro". Per Frattini stringere i tempi è necessario, non soltanto per un'attuazione rapida dell'intesa, ma anche per dare un "segnale di amicizia" ai libici. 
di VINCENZO NIGRO

L'esercito invade gli Stati Uniti e le sue elezioni presidenziali



Le truppe da combattimento statunitensi in Iraq rimpatriano per "dare una mano nei disordini civili" 

La rivista ufficiale Army Times [settimanale delle Forze Armate e della Guardia Nazionale statunitensi, n.d.t.] riporta che il “First Brigade Combat Team” [prima brigata di combattimento attivo, n.d.t.] della terza divisione di fanteria sta tornando dall’Iraq per difendere la madrepatria, in qualità di “response force federale in servizio per emergenze e disastri naturali o causati dall’uomo, compresi attacchi terroristici”. L’unità BCT è stata posta sotto le direttive dell’Armata Settentrionale statunitense, componente del comando militare dell’America settentrionale (USNORTHCOM). (vd. Gina Cavallaro, Brigade homeland tours start Oct. 1, Army Times, Settembre 8, 2008). 

“A partire dal primo ottobre per 12 mesi, il First Brigade Combat Team sarà sotto il controllo giornaliero dell’Armata Nord statunitense, il servizio delle Forze Armate del NorthCom, in qualità di response force federale in servizio per emergenze o disastri naturali o causati dall’uomo, compresi attacchi terroristici. 

Non è la prima volta che un’unità in servizio permanente effettivo viene richiamata per essere utilizzata in patria. […] 

Ma questa nuova missione segna la prima volta che un’unità in servizio attivo viene destinata al NorthCom, un comando interforze istituito nel 2002 per provvedere e coordinare gli sforzi militari della difesa interna supportando le autorità civili.

Quando il First BCT avrà terminato la sua missione, secondo le previsioni subentrerà un’altra brigata in servizio attivo, ancora senza nome, e così la missione diventerà permanente.

Il Northern Command è di base alla Peterson Air Force Base a Colorado Springs, nel Colorado, ma i soldati del First BCT, che sono ritornati in aprile dopo 15 mesi in Iraq, opereranno presso la loro base in patria, a Fort Stewart in Georgia,

[…]

La prima brigata della terza divisione è ancora programmata per lo schieramento in Iraq o in Afghanistan previsto per l’inizio del 2010, il che significa che i soldati rimarranno a casa per un minimo di 20 mesi prima di imbarcarsi.

Nel frattempo, impareranno nuove abilità, ne useranno alcune tra quelle che hanno appreso in guerra ed è più che probabile che, in questi frangenti, non correranno alcun rischio di essere sparati. (ibidem)


La BCT è un’unità di combattimento dell’armata progettata per affrontare un nemico in un teatro di guerra.

Con le forze statunitensi sovrautilizzate in Iraq, perché il Pentagono dovrebbe decidere di intraprendere questa dislocazione all’interno degli Stati Uniti, appena un mese prima delle elezioni presidenziali?

La nuova missione del First Brigade sul suolo statunitense è quella di partecipare alla “difesa interna” e provvedere al “supporto delle autorità civili”.

È significativa in questa dislocazione di un’unità di fanteria statunitense la possibilità che gli Stati Uniti potrebbero, nel caso di un’emergenza nazionale, dare vita a un “teatro di guerra”, giustificando così lo spiegamento di più unità di combattimento.

Le nuove tecniche da impartire consistono nell’addestramento del First BCT alla repressione dei disordini civili, un compito normalmente regolato dall’applicazione della legge civile.

Ciò di cui parliamo è una militarizzazione delle attività della polizia civile in deroga al Posse Comitatus Act [una vecchia legge federale che proibisce un tale uso delle truppe federali, ossia agire come forze dell’ordine all’interno degli Stati Uniti, n.d.t.]. 

Le procedure FEMA (Federal Emergency Management Agency) in vigore per quanto riguarda le situazioni di emergenza prevedono la promulgazione della legge marziale in caso di attacchi terroristici. Si farebbe ricorso al First BCT e alle altre unità di combattimento per specifiche funzioni militari:

potrebbero essere chiamate a dare una mano nei disordini civili e nel controllo delle folle o per fronteggiare eventuali scenari terrificanti come caos o avvelenamenti di massa in risposta ad attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari o di esplosivi ad alta resa, o CBRNE [acronimo costituito dalle iniziali delle cinque tipologie di attacco sopraelencate, n.d.t.]. 

L’addestramento per le attività in madrepatria è già iniziato a Fort Stewart e comprende compiti speciali come saper usare le “jaws of life” [letteralmente “ganasce della vita”, enormi cesoie idrauliche per lamiera di auto, n.d.t.] per estrarre una persona da un veicolo distrutto; esercitazioni extra-mediche in casi di incidenti CBRNE; lavorare con gli esperti del Servizio Forestale statunitense sull’uso delle motoseghe per tagliare gli alberi e liberare una strada o un’area.


I soldati del First BCT impareranno anche ad usare “i primi armamenti non letali di cui viene fornito l’esercito”, ha detto il colonnello Roger Cloutier, comandante della Brigata, riferendosi all’equipaggiamento per il controllo delle folle e del traffico e alle armi non letali progettate per assoggettare individui rivoltosi o pericolosi senza ucciderli.

“Si tratta di un pacchetto nuovo di potenziale non letale che stanno mettendo in campo. Ne stanno usando alcuni pezzi in Iraq, ma questa è la prima volta che questi moduli vengono consolidati e questo armamento utilizzato, e per questa missione che abbiamo intrapreso siamo stati i primi ad usarlo”.

Questo pacchetto comprende l’equipaggiamento per mettere in piedi velocemente un posto di blocco; strisce chiodate per rallentare, fermare o controllare il traffico; scudi e manganelli; e beanbag [proiettili non letali di solito contenenti sabbia, n.d.t.].


Dato il notevole impatto del collasso finanziario sui depositi di risparmi di una vita, i fondi pensione, le proprietà immobiliari e così via, sono altamente probabili disordini civili dovuti proprio alla crisi economica.

La data di questa militarizzazione pianificata è cruciale: come influenzerà le elezioni presidenziali previste martedì 4 novembre?

La brigata per quanto riguarda la sua attività in madrepatria sarà designata come Consequence Management Response Force (CCMRF) (da pronunciare “sea-smurf”).

Quali “conseguenze” si possono ipotizzare?

In una conferenza tenuta dal NorthCom lo scorso febbraio, la missione della CCMRF è stata definita nel modo seguente:

Proteggere la comunità da attacchi terroristici e biologici è stato il primo punto dell’ordine del giorno la scorsa settimana per più di cento membri in servizio e civili radunati presso il quartier generale della Joint Task Force Civil Support [JTF-CS, letteralmente “task force combinata di supporto civile”, n.d.t.] a Fort Monroe, in Virginia.

La Commander’s Conference [incontro ufficiale dei comandanti, n.d.t.] del NorthCom statunitense sugli attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari e di esplosivi ad alta resa, tenutasi dal 21 al 23 febbraio, ha riunito i comandanti delle unità e della task force subordinata JTF-CS per discutere di argomenti di interesse collettivo per quanto riguarda le condizioni di funzionamento della missione della CBRNE Consequence Management e per iniziare i preparativi per l’esercitazione di guerra “Arden Sentry” 2007.

“Alle nostre unità CCMRF (CBRNE Consequence Management Response Force) stiamo impartendo direttive finalizzate all’operazione per aiutarle a prepararsi e a schierarsi con successo per una missione CBRNE negli Stati Uniti continentali, nei loro territori e possedimenti”, ha detto Hawley Waterman, Specialista nelle Operazioni Correnti della JTF-CS, che ha contribuito all’organizzazione della conferenza. “Questa è anche un’opportunità per conoscere e instaurare rapporti migliori con (i comandanti subalterni)”. (NorthCom, marzo 2007)


Si prevede la possibilità di un attacco terroristico false flag sull’America [“sotto falsa bandiera”, ossia un attacco concepito in modo tale da farne ricadere la colpa su un proprio nemico, n.d.t.] , che potrebbe essere usato per giustificare un’azione militare preventiva o di ritorsione all’estero (per esempio in Iran) o azioni sul fronte domestico. Il fine ultimo di questo dispiegamento del First BCT è quello di utilizzare e applicare la propria esperienza in battaglia nel combattimento in madrepatria:

“Non riesco ad immaginare una missione più nobile di questa”, ha detto Cloutier, che ha preso il comando a luglio. “Siamo stati in tutto il mondo durante questo conflitto, ma adesso la nostra missione è prenderci cura dei cittadini a casa nostra… e a seconda del luogo dove ci sarà bisogno, andremo a casa per prenderci cura della nostra città, dei nostri cari”.

Mentre l’addestramento dei soldati è valido e appropriato, ha detto, alcune sfumature non sono applicabili.


L’operazione ufficialmente ha un mandato d’emergenza per “aiutare i cittadini americani sul suolo americano, per salvare vite, dare supporto in condizioni critiche, contribuire alla ripulita dei rottami”, ma implica anche il decorso di operazioni militari: infatti sembrerebbe che i compiti di emergenza a favore dei civili siano solo una copertura. Si tratta di un’unità di combattimento, addestrata e attrezzata per uccidere:

Alcuni elementi della brigata saranno in servizio 24 ore su 24, tempo durante il quale svolgeranno le loro regolari operazioni di tiro, artiglieria e altre attività di schieramento. Questo perché l’unità continuerà ad allenarsi e a prepararsi per la prossima operazione, nonostante sia impegnata nella sua missione CCMRF.

Se dovesse essere necessario del personale in California per un terremoto, per esempio, tutta o una parte della brigata potrebbe dover precipitarsi lì, a seconda della portata delle esigenze e delle specialità coinvolte.

ALTRE DIVISIONI INCLUSE

La nuova missione in corso delle Forze Armate durante il loro tempo di permanenza rientra nelle misure adottate dal NorthCom e dal Dipartimento della Difesa.

I soldati in servizio attivo faranno parte di truppe che includono elementi provenienti da altre divisioni militari e dalle squadre di supporto civile della Guardia Nazionale che si occupano delle armi di distruzione di massa.


Un’esercitazione finale di prova della missione finale è programmata per la metà di settembre a Fort Stewart e sarà condotta dalla JTF-CS, un’unità di base a Fort Monroe in Virginia, che sarà impegnata nel coordinamento e nella valutazione delle interforze.

Oltre al First BCT, altre unità delle Forze Armate prenderanno parte a questa esercitazione di due settimane, compresi elementi della prima Brigata medica di base a Fort Hood, in Texas, e l’ottantaduesima Brigata di Combattimento dell’Aviazione da Fort Bragg, nella Carolina del Nord. 

Ci saranno anche unità mediche e ingegneristiche dell’Air Force, truppe del Corpo dei Marine specializzate nella risposta agli attacchi chimici e biologici, un team meteorologico della Marina e membri del Defense Logistics Agency e del Defense Threat Reduction Agency. 

Una delle cose a cui si presterà maggiormente attenzione, secondo le parole di Vogler, sarà la capacità di comunicazione tra i diversi corpi armati. 

“È una questione che ci preoccupa e stiamo cercando di tenerla sotto controllo anche attraverso questa sorta di esercitazioni. Proprio puntando a questo, testeremo e metteremo a punto alcuni dei sistemi di comunicazione per assicurarci di raggiungere l’interoperabilità”, ha detto.


Si potrebbe innescare un’emergenza nazionale. “Scenari terrificanti, come avvelenamenti di massa e caos in risposta agli attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari o di esplosivi ad alta resa” o un cosiddetto scenario CBRNE. Si potrebbe supporre che si tratti di qualche forma di attacco interno, presumibilmente a opera di terroristi.

Ma allo stesso tempo, l’amministrazione Bush potrebbe essere in cerca di una giustificazione per istituire la legge marziale e intervenire militarmente all’interno del territorio statunitense. 

“Non so quale sia il piano globale dell’America – so solo che 24 ore su 24, sette giorni alla settimana, ci sono soldati, marinai, avieri e Marine pronti ad intervenire e a dare una mano, se chiamati”, ha detto Cloutier. “Da americano, mi sento tranquillo a sapere che il mio paese ha riservato un reparto delle Forze Armate perché entri in azione e aiuti la gente a casa”. (Army Times, op. cit., grassetto aggiunto)

“Questo tipo di pianificazione e coordinazione e addestramento è una priorità sia nei nostri quartier generali che presso il NorthCom, in quanto comprendiamo che la nostra responsabilità è quella di essere pronti, qualora si presentasse la necessità, Dio ce ne scampi”, (Army News Service, 15 settembre 2008)


Il dispiegamento di un’unità di combattimento delle Forze Armate sul territorio statunitense, con una missione per tenere a freno i “disordini sociali” costituisce un precedente storico pericoloso. Crea una nuova legittimità, vale a dire che le unità di combattimento possono integrare l’applicazione della legge civile e che questo sarà accettato sia dal Congresso che dall’opinione pubblica americana.

Inoltre bisognerebbe sottolineare che le unità di combattimento rimpatriate dall’Iraq per “difendere la madrepatria” saranno rimpiazzate da truppe mercenarie. 

Titolo originale: "Pre-election Militarization of the North American Homeland. US Combat Troops in Iraq repatriated to 'help with civil unrest'"

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
26.10.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EVINRUDE
DI MICHEL CHOSSUDOVSKY

Manuel Barroso, il commerciante di Ogm


Presentato a Roma il II° rapporto MediaBiotech
La Fondazione Diritti Genetici, presieduta dall’ex leader del Movimento studentesco del 1968, ha monitorato i mezzi di informazione che si occupano di biotecnologie


«Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, ha organizzato due riunioni clandestine, a luglio e a ottobre scorsi, affinché i capi di governo dei paesi dell’Unione esautorino i loro rispettivi ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura perché bisogna a tutti costi introdurre in Europa prodotti contenenti Ogm (Organismi geneticamente modificati)».
E’ quanto ha denunciato Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, introducendo questa mattina a Roma i lavori per la presentazione del II° rapporto MediaBiotech.
Capanna, il quale ha dichiarato di avere appreso la notizia dal quotidiano britannico “The Independent”, nel giudicare scandalosa l’iniziativa occulta promossa dal capo dell’esecutivo dell’Unione europea ha auspicato che anche la stampa italiana dia ampio rilievo alla vicenda.
Ma torniamo al II° rapporto MediaBiotech. 
Nato nel 2005 all’interno della Fondazione Diritti genetici, il progetto MediaBiotech ha lo scopo di monitorare i mezzi di informazione, sia su carta stampata che radiotelevisivi, che si occupano di biotecnologie e, in modo particolare, di Ogm.
«Una questione che è al centro di un forte dibattito perché trasversale a vari settori – ha puntualizzato Simona Galasso, coordinatrice del progetto – Essa riguarda, infatti, la salute, l’ambiente, l’economia, la società, l’handicap. Ragione per cui può diventare un punto di osservazione privilegiato per capire in che modo la comunicazione si occupa di un tema così articolato, così complesso e con così tante ricadute».
Al monitoraggio dei mezzi di informazione è stata affiancata anche un indagine demoscopica su cosa ne pensano i consumatori. Questi ultimi considerati sia come consumatori di prodotti alimentari che come consumatori di informazione.
Ne è venuto fuori uno spaccato sorprendente. L’informazione spesso è poco attenta ai temi che riguardano la salute, la qualità del cibo, la sicurezza alimentare e gli Ogm. E quando se ne occupa, spesso non approfondisce molto i temi privilegiando altri argomenti che, secondo un luogo comune, dovrebbero interessare maggiormente il pubblico.
Dall’indagine demoscopica è emerso, invece, che gli utenti sono molto interessati ai temi che l’informazione ritiene poco “appetibili”.
Alla presentazione del secondo rapporto MediaBiotech (sul quale torneremo con un apposito servizio nel numero della rivista cartacea di dicembre), oltre a Mario Capanna che ha concluso i lavori, sono intervenuti Grazia Basile, docente associata di Linguistica generale all’Università degli Studi di Salerno, Antonella Calamai, analista DataLab, Pietro Vento, direttore Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis, Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, e Guglielmo Pepe, direttore di Repubblica Salute.
Toni Baldi 

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