mercoledì 29 ottobre 2008

La scalata italiana sulla Banda larga



LA BANDA LARGA italiana del futuro è un vicolo oscuro, tutto in salita. L'ultima notizia è una lucina che si accende in lontananza. Una speranza gravata da dubbi e incognite: il sottosegretario allo sviluppo economico Paolo Romani ha annunciato che adesso, per rinnovare e potenziare la rete italiana, i soldi pubblici disponibili sono saliti a un miliardo di euro. Contro gli 800 milioni finora previsti, stanziati con l'ultima Finanziaria.  Per saperne di più, su come saranno utilizzati questi soldi, bisognerà aspettare l'esito degli incontri organizzati, tra vari soggetti del settore, da Francesco Caio (già consulente del Regno Unito per questi temi). Il governo l'ha messo a capo di una task force per risolvere appunto l'impasse in cui è precipitata l'Italia: serve una nuova rete per avviare un nuovo ciclo economico, ma mancano i soldi e persino un accordo tra i soggetti interessati.  Qualche dubbio è però possibile avanzarlo sin d'ora.  Per cominciare, è ben difficile che quel miliardo possa contribuire davvero alla rete di nuova generazione com'è stata intesa finora, cioè fibra ottica nelle case o nelle vicinanze, per dare connessioni di "decine di megabit al secondo" (fino a 50-100). Si tratta infatti di fondi Fas, che sta per "Fondi aree sottoutilizzate": come ha ricordato in più occasioni Maurizio Dècina, ordinario del politecnico di Milano e grande esperto di questi temi, sono soldi che serviranno non al futuro della banda larga ma a colmare i ritardi in cui versano alcune aree. Cioè a risolvere il digital divide.  Un miliardo è appunto quanto Telecom Italia stima necessario per dare la fibra ottica nelle 2.400 centrali che ancora ne sono sprovviste. E che per questo motivo o non hanno l'Adsl o la possono offrire solo a bassa velocità (640 Kbps). Telecom però ha ribadito che non intende investire in fibra ottica nelle centrali rimanenti, perché non è conveniente; poiché sono le sue centrali, non possono farlo gli altri operatori e quindi può farlo solo lo Stato. Del resto, le attuali regole comunitarie permettono interventi pubblici solo in aree di "total market failure", che al momento può essere interpretato solo con l'assenza di fibra nel sottosuolo. Se non cambiano le regole comunitarie, lo Stato non può investire nell'Ngn, la banda di nuova generazione (come invece hanno fatto i governi dell'Estremo Oriente, dove per questo motivo le nuove reti sono già a buon punto e portano fino a 1 Gbps nelle case). 
Ma anche se quei fondi sono destinati al digital divide, resta uno scoglio da superare: fare in modo che questo miliardo non appaia, agli occhi di Bruxelles, come "aiuti di Stato" a un operatore. Il problema è che se viene portata fibra nelle centrali Telecom, quest'ultima se ne avvantaggia, perché può vendere accesso banda larga, grazie all'investimento pubblico, agli utenti o ad altri operatori. Il governa dovrà trovare una formula per evitare l'altolà di Bruxelles, quindi.  E comunque resta irrisolto il problema di trovare fondi per l'Ngn. Il piano previsto da Telecom Italia (13 milioni di linee nel 2016) è considerato insufficiente per assicurare un futuro allo sviluppo economico italiano, di qui è nata appunta la task force, che vuole dare banda oltre i 20 Mbps a tutti gli italiani entro il 2013.  Ma con quali fondi? L'unica via è ora quella di coinvolgere più soggetti, non solo Telecom ma tutti gli operatori; non solo gli operatori, ma anche le pubbliche amministrazioni e aziende dotate di infrastrutture (come Ferrovie dello Stato, Poste Italiane), per contribuire allo stesso scopo. Il progetto potrebbe essere finanziato anche dalla Cassa depositi e prestiti, il cui contribuito, essendo appunto un prestito, non dovrebbe essere configurabile come aiuto di Stato.  Bene, ma quanti soldi servono? Almeno 10 miliardi di euro, ma le stime qui cambiano: se ci si accontenta di 50 Mbps sono 13 miliardi; se si vuole dare la fibra a buona parte degli italiani, si sale a 25 miliardi (secondo Between-Osservatorio Banda larga).  Prima però bisognerà superare un altro scoglio (l'ennesimo): mettere d'accordo i vari soggetti su un progetto comune. È anche questo uno scopo degli incontri di Caio, ma è impresa molto difficile.  Gli operatori hanno già fatto sapere di avere una visione molto diversa su come investire in Ngn. Paolo Bertoluzzo, ad di Vodafone, ha detto che i fondi pubblici andrebbero investiti non in fibra ma in antenne, per dare la banda larga in mobilità a tutti gli italiani. Peccato però che la rete mobile finisce sì in antenne, ma ha bisogno comunque di fibra ottica a monte per poter collegare ad alta velocità molti utenti alla dorsale internet nazionale. Altrimenti, in assenza di fibra, c'è un collo di bottiglia e l'alta velocità mobile resta solo teorica.  Ma anche sulla fibra ci sono divergenze, tra gli operatori: deve arrivare davvero fino alle case? Si può fermare prima, per ridurre i costi (ma anche la velocità)? In che modo permettere ai vari operatori concorrenti di utilizzare la nuova rete? Telecom vorrebbe regole nuove, sulla Ngn, mentre i concorrenti vorrebbero conservare i vecchi principi. Quelli che obbligano Telecom a condividere le proprie infrastrutture.  Infine, non basta mica fare una rete veloce per dare un futuro digitale all'Italia. Se la domanda è immatura, la rete resta sotto utilizzata, perché la gente non saprà che cosa fare di tanta velocità. È il problema descritto da un rapporto di Between, secondo cui la cultura informatica in Italia è molto limitata, così come il numero di utenti di pc.  Il governo ha presente anche questo problema, infatti Romani ha annunciato che il piano prevede anche l'aumento della cultura informatica della popolazione, in cinque anni. Cominciando dalla Pubblica Amministrazione, che sarà spinta a adottare in misura maggiore le nuove tecnologie. Progetto che in realtà i governi rilanciano a ogni legislatura, perché è dura vincere le resistenze culturali. Insomma, questa è una strada irta di difficoltà, ma che l'Italia non può permettersi di non tentare di percorrere. 
di ALESSANDRO LONGO

Praga al centro d'Europa e del golpe di velluto



Nel cuore dell'Europa si modificherà pesantemente l'equilibrio strategico sui missili con due nuove basi USA nell'ambito del progetto NMD (sistema missilistico nazionale). È una nuova classe di basi che dispiegano nuove armi in vari punti del pianeta. Il primo passo in Europa è l'installazione di un radar in Repubblica Ceca e una base con missili intercettori in Polonia. La NATO ha taciuto a lungo sulla vicenda. L'Unione europea ha fatto pure scena muta, a ridosso della Russia che risponderà alla modifica dell'equilibrio con atti di peso corrispondente.

Nel silenzio europeo, Praga però discute. La senatrice ceca Anna Curdova, del partito socialdemocratico, ha invitato perciò l'europarlamentare Giulietto Chiesa a un incontro intitolato “US NMD – difesa o attacco?”, il 29 ottobre alle ore 17,00 al Parlamento della Repubblica Ceca, con la partecipazione anche di Jan Tamas, portavoce del movimento nonviolento contro le basi.

Di seguito un comunicato dello stesso Jan Tamas denuncia le gravissime implicazioni costituzionali della forzatura che spinge a ratificare in fretta e furia il trattato che darà via libera al super-radar. Non è solo un “golpe di velluto” che attenta alla democrazia nata dalla “rivoluzione di velluto” del 1989, ma una ferita alla sicurezza europea, al futuro di tutti noi.

Sistema di difesa nazionale degli USA in Repubblica Ceca.

Il Governo vuole ratificare il trattato con gli USA questa settimana.

Nonostante la grave sconfitta elettorale nelle elezioni regionali e del Senato, il Governo vuole silenziosamente e in brevissimo tempo ratificare il trattato con gli Stati Uniti per l'installazione della base militare USA. Rendendosi conto dei grandi cambiamenti politici che si annunciano in America e di quelli che già stanno accadendo qui da noi in tutta evidenza, vogliono affrettare i tempi per paura che il loro progetto non si realizzi.

Mercoledì 29 ottobre ci sarà una prima votazione al Parlamento e giovedì 30 al Senato. Il governo vuole approfittare del fatto che ancora possono votare i senatori uscenti: si tratterebbe della votazione fatta da un Senato che non corrisponde più al voto espresso dagli elettori. Infatti nel nuovo Senato c'è un grande cambiamento delle forze politiche.

Qualcuno si potrebbe chiedere: ma conviene a ODS e a KDU-CSL, i partiti di governo, fare questo sapendo che perderebbero la fiducia di moltissimi elettori, come d'altra parte già sta succedendo? La mossa che vogliono fare può portare alla spaccatura di questi due partiti, come è già successo al Partito Verde.

Sicuramente ai politici che pensano al futuro del loro partito tutto questo risulta molto chiaro; allora perché forzare la situazione ben sapendo che la popolazione è contraria e tutto questo si rivolgerà contro di loro?

La spiegazione è purtroppo molto semplice. Chi oggi muove la nostra politica e ha il poter di influire sia sulle scelte del governo sia su quelle dei partiti, sono poche persone strettamente legate agli interessi economici degli USA. Sono molti i documenti che circolano in internet che mostrano nei dettagli gli stretti legami tra alcuni personaggi del nostro mondo politico e le industrie produttrici di armi direttamente interessate alla costruzione del radar. (Vedi http://www.nenasili.cz/cs/2026_kdo-prosazuje-radar-v-cr - solo in ceco)

A questi personaggi non interessa il futuro della nostra povera Repubblica e nemmeno il futuro dei loro partiti.

Purtroppo i mass-media non hanno voluto dare spazio a queste verità. E così, con il silenzio complice dei mass-media più importanti, compresa la televisione di Stato, assistiamo impotenti alla pagina più oscura della nostra storia dopo il 1989.

Abbiamo anche scritto al Presidente della Repubblica chiedendo il suo intervento in questa situazione così grave. Aspettiamo una sua risposta.

Dopo lo sciopero della fame di Jan Bednar e Jan Tamas, ogni giorno un personaggio del mondo ceco – artisti, politici, scienziati, dottori, sportivi, ecc. – partecipa allo sciopero della fame a staffetta per chiedere la sospensione per un anno delle trattative. Tutto questo mostra chiaramente che i cechi hanno grandi dubbi su questo progetto e in più, superando la paura di esprimersi pubblicamente, cominciano a dichiarare chiaramente la loro opinione. Un video sullo sciopero della fame mostra chiaramente come è ampia questa partecipazione:

http://www.nenasili.cz/cs/videa (solo in ceco)

Quello che sta succedendo fa pensare a un colpo di Stato di velluto.

Ci appelliamo a tutti i senatori e deputati di CSSD e KCSM – i partiti dell'opposizione - affinché usino tutti gli strumenti democratici per impedire che questa votazione abbia luogo.

Chiediamo ai senatori e deputati dei partiti della coalizione, che in buona fede credono che sia giusta la presenza militare USA sul nostro territorio, di riflettere sulla loro posizione una volta in più e soprattutto di non essere complici di chi tutto vuole, tranne che il bene comune. In altre parole: se credete che il radar sia una cosa utile è giusto che facciate di tutto per realizzarlo. Ma non in questa forma che degrada la parola stessa “democrazia”! Ed è bene ricordare che alla fine ognuno è responsabile verso la propria coscienza, nei confronti della popolazione che rappresenta, verso i propri figli e verso le future generazioni, e non verso il proprio partito.

Il nostro è un grido di dolore che speriamo qualcuno ascolti.

Per ultimo ricordiamo quanto si sta chiedendo con lo sciopero della fame:

“Chiediamo di sospendere i negoziati per un anno, di aprire una profonda discussione sull'argomento in Repubblica Ceca, di ottenere la posizione dell'Unione Europea su questo piano e di attendere la posizione della nuova amministrazione statunitense.

“L'installazione del radar in Repubblica Ceca è una decisione storica, che andrebbe presa solo dopo un'ampia discussione pubblica e con l'accordo della maggioranza dei cittadini. Prenderla in questa atmosfera avvelenata e colma di sfiducia avrebbe una conseguenza negativa sulla società ceca per molto tempo. La speranza di libertà e democrazia reale diffusa dopo la Rivoluzione di Velluto si trasformerebbe ancora una volta in sfiducia nei confronti delle istituzioni, impotenza e tradimento”.

Praga, 28 ottobre 2008

Jan Tamas
Movimento nonviolento contro le basi
Link: http://petice.nenasili.cz/?lang=it

di Pino Cabras – Megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8196

Grazie alla Lega Nord anche l'Italia avrà la sua aparthaid



Mentre il mondo dell'istruzione, dalle scuole primarie alle Università, è attraversato dalle iniziative di protesta contro il Decreto 137 - la cosiddetta riforma Gelmini - un nuovo provvedimento minaccia il diritto all'istruzione e la convivenza tra le differenze.

La proposta del partito della Lega Nord votata martedì a maggioranza dalla Camera di istituire classi separate per gli alunni stranieri che non parlano la lingua italiana prevede che i figli dei migranti debbano superare un test di ingresso di conoscenza della lingua italiana altrimenti saranno spostati in classi differenziate predisposte ad hoc per loro, cosiddette classi di inclusione sebbene separate dalle classi ordinarie.

Classi per soli immigrati dunque, per rafforzare quel falso pregiudizio secondo cui la presenza di alunni stranieri nelle scuole danneggia i bambini italiani.
E' un nuovo tassello nel processo di stigmatizzazione del migrante da parte delle istituzioni, che completa l'immagine del migrante come soggetto insidioso da cui difendersi attraverso leggi sempre più vessatorie (pacchetto sicurezza, introduzione di tasse di soggiorno, invenzione di nuove categorie di reato come quello di clandestinità): i migranti costituiscono una minaccia per la sicurezza, il benessere e l'identità delle città non solo perché sono criminali e credono in una religione diversa dalla nostra, ma anche perché scavalcano le famiglie italiane nelle graduatorie per le case pubbliche e perché i loro figli abbassano la qualità dell'insegnamento nelle scuole italiane.

Non sono i tagli alla scuola pubblica e le riforme che riducono a 24 ore settimanali il tempo della didattica a compromettere la qualità dell'insegnamento e il processo di apprendimento, ma i figli degli immigrati !

Se la natura del provvedimento è certamente politica, le conseguenze della mozione saranno tragicamente concrete.
Innanzitutto la misura compromette gravemente il ruolo strategico di agenzia di mediazione interculturale e sociale che la scuola ricopre spontaneamente in quanto universo in cui si incontrano bambini – e di conseguenza adulti – con background socialmente e geograficamente vari.
Per italiani e migranti la scuola è forse il primo vero luogo di contatto e scambio di relazioni tra persone portatrici di culture differenti. Nonostante i tagli e le riforme che si sono succedute, nella scuola si compie il primo contatto per il minore straniero con la società di arrivo; è nell'inserimento nella classe che si attua la prima fase di accoglienza da cui sviluppare il percorso dell'inclusione, un processo che necessita di tempo e di professionalità, già compromesso dai tagli e dalle passate riforme.

Per quanto riguarda poi l'apprendimento della lingua italiana, è risaputo che le lingue si apprendono meglio attraverso l'interazione con l'altro e che un contesto affettivo-relazionale positivo è strategico per impararle.
Ma tutto questo è volutamente ignorato dal nuovo provvedimento, perché è evidente che la mozione ha l'obiettivo di escludere, differenziare e marginalizzare le differenze fin dalla più tenera età.

La teoria della pericolosità sociale dell'immigrato su cui si basano le politiche di molti Governi e lo sfruttamento dell'immaginario della paura ha bisgno di nuovi contesti da colonizzare. La vita dei bambini migranti, il rapporto con i loro coetanei nativi, diventa quindi un nuovo terreno su cui sperimentare il processo di differenziazione della cittadinanza trasversale a tutti gli ambiti della vita, dal lavoro alla posizione del soggiorno, dalla la salute alla casa, dalla circolazione fino alla scuola, appunto.

“ E' un provvedimento vergognoso” dicono le/gli insegnanti della scuola primaria mobilitati contro la Riforma Tremonti-Gelmini.
L'insegnante Stefania Ghedini delle Scuole XXI Aprile di Bologna commenta indignata: “Vogliono partire dalla scuola per costruire una società fatta di barriere; la scuola in cui crediamo è invece aperta, accogliente e sa includere le differenze: solo così si costruisce un futuro di convivenza e rispetto reciproco perché non vogliamo i meccanismi della banlieue, che portano a spendere in più polizia".

Secondo Francesco Bonfini di Rdb Cub Bologna il provvedimento delle classi separate, così come i tagli alla scuola pubblica sono attacchi diretti ai ceti economicamente più deboli, per cui la scuola è uno strumento di emancipazione ed inclusione. “E' un'idea bizzarra, oltretutto, pensare che mettendo insieme venti bambini che non parlano l'italiano questi imparino la lingua più velocemente che stando in classe con altri bambini che già lo parlano.”

Secondo il Professore Luigi Guerra, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna si tratta di “un provvedimento razzista, che come altri sconta anche la mancanza di memoria su quanto successo in passato ai figli dei nostri emigrati. E' un provvedimento che viene venduto come un modo per integrare meglio il bambino straniero, ma iniziare il processo di integrazione con un periodo di reclusione di fatto - come facevano in America o in Germania con i figli degli italiani - ossia un periodo in cui si nega il confronto con la cultura ospitante e al contrario si trasmette l'idea che quella cultura non ti vuole finché non sei assolutamente uguale, significa costruire le premesse perché non vi sia mai nessun titpo di inclusione. E' chiaro che ogni qualvolta non si investe in scuola si deve investire in carabinieri, ogni qualvolta non si investe in prevenzione del disagio si deve investire in ricomposizione del disagio, e questo costa drammaticamente di più che gli interventi di prevenzione.”
da www.meltingpot.org

Guerra senza frontiere

Il raggio d'azione delle forze armate Usa non conosce più confini. In nome della guerra 'globale' al terrorismo, gli Stati Uniti - mai come ora - colpiscono in ogni angolo del mondo: dall'Iraq all'Afghanistan, dalla Siria alla Somalia, dalle Filippine al Pakistan - dove dall'inizio dell'anno gli Usa hanno ucciso oltre 350 persone in più di trenta raid aerei. Iraq, Afghanistan, Filippine e Somalia. Nonostante i nostri giornali e telegiornali non parlino più, in Iraq e in Afghanistan ogni giorno i caccia statunitensi F-15 ed F-16 e i bombardieri B-1 sganciano tonnellate di bombe: una media giornaliera di 40 raid in Iraq e 60 in Afghanistan. Nessuno parla nemmeno del quotidiano impegno delle forze speciali Usa nel sud delle Filippine contro i locali gruppi ribelli islamici legati ad Al Qaeda, o delle giornaliere operazioni di pattugliamento aero-navale condotte dalle forze Usa in Somalia e spesso accompagnate da attacchi aerei mirati (l'ultimo lo scorso 1° maggio). Siria, ma soprattutto Pakistan. Se l'attacco condotto domenica in Siria da un commando di truppe aviotrasportate Usa ha suscitato un certo scalpore mediatico (ma nemmeno poi tanto), nessuno si scandalizza invece per l'incredibile serie di bombardamenti statunitensi in Pakistan: 32 raid da gennaio, 16 solo negli ultimi due mesi. Bombardamenti per lo più missilistici (e un'azione di commando condotta lo scorso 3 settembre) che solo quest'anno hanno causato la morte di 301 civili, 36 terroristi e 18 militari pachistani. Islamabad protesta, ma questo non cambierà i sempre più spregiudicati piani militari statunitensi.
di Enrico Piovesana
Link: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12536

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