martedì 28 ottobre 2008

In SudAfrica riesplode la guerra tra poveri

Duecento lettere. Duecento avvisi di morte recapitati ad altrettanti negozianti somali della provincia sudafricana di Western Cape. O chiudete i vostri negozi entro due settimane, o ne subirete le conseguenze. Ancora scioccata delle violenze xenofobe che lo scorso maggio uccisero almeno 65 immigrati, la comunità somala chiede aiuto alle autorità, che per il momento tacciono. Dall'altra parte della barricata, milioni di sudafricani indigenti, che non vogliono vedersi togliere il pane di bocca e sono disposti a uccidere pur di preservare le loro miserie dalla concorrenza degli stranieri. In mezzo, un Paese incapace di proteggere gli uni e di garantire un futuro decente agli altri. E' la storia di un fallimento chiamato Sudafrica.
 
Maggio 2008, una poliziotta allontana un bambino dalla zona degli scontriHa la voce rassegnata Mohammed Hirsi, il portavoce nazionale della comunità somala, mentre racconta a PeaceReporterl'aggressione subita lo scorso maggio. "Una folla inferocita è entrata nel mio negozio, distruggendo tutto da cima a fondo", ricorda. "Ho perso ogni cosa. Ho dovuto ripartire da zero. E ora la storia si ripete". Da anni vittima di violenze e rappresaglie che hanno provocato centinaia di morti, la comunità somala è tornata nel mirimo degli abitanti delle townships, le baraccopoli locali che circondano Città del Capo. Stanchi di subire la concorrenza dei somali, i negozianti di Khayelitsha hanno deciso di cacciarli, con le buone o con le cattive. Negli ultimi mesi, almeno sei somali sono stati uccisi mentre erano al lavoro. Dai loro negozi, però, non è stato rubato nulla. Un messaggio fin troppo chiaro. "Ma inquadrare queste tensioni come attacchi di xenofobia non coglie quello che è il problema principale: la competizione per un numero limitato di risorse, in un ambiente povero come quello delle townships, spiega a PeaceReporter Abdul Fattaag Carr, rappresentante del Muslim Judicial Council, un'associazione religiosa che fornisce assistenza agli stranieri vittime di violenze.
 
Tra tutte le comunità del Sudafrica, quella somala vanta il triste primato delle maggiori violenze subite. Giunti negli anni '90 a causa della guerra civile in patria, i somali sono stati tra i primi a stanziarsi in un Paese ancora povero e alle prese con gli strascichi dell'apartheid. Finiti nelle township assieme alle classi meno abbienti, col tempo i somali hanno creato una rete economica florida, che si appoggia sui forti legami all'interno della comunità. Ma cosa succede quando a pagarne le conseguenze sono i più poveri tra i poveri? "Mi piange il cuore a vedere gente che non ha i soldi per comprare un pezzo di pane o mandare i propri figli a scuola", spiega a PeaceReporter Mandisi Njoli, segretario della Camera di Commercio federale di Khayelitsha. "Nelle township non ci sono regole, la concorrenza è selvaggia. Gli stranieri vengono qui e aprono le attività, senza documenti e senza un accordo con le comunità locali. Tutti i negozi sono gestiti da loro, mentre la gente del posto muore di fame".
 
Immigrati raccolgono quel che resta della loro casa distruttaSolo nella provincia diWestern Cape, le violenze di maggio hanno fatto 20.000 sfollati. Di questi, ancora 1.400 vivono nei campi allestiti dal governo, che ha metà settembre ha chiuso la maggior parte delle strutture di accoglienza. Gli immigrati che non sono scappati dal Paese hanno dovuto far ritorno alle proprie case, o a quello che ne rimane. Molti senza più un lavoro o una prospettiva economica, alla mercé di una popolazione che li vede come nemici. Se da maggio i morti sono drasticamente diminuiti, è solo perché il problema è stato nascosto sotto il tappeto, ma le ceneri covano ancora.
 
"Se il governo avesse fatto qualcosa prima, le violenze di maggio si sarebbero potute evitare", continua Njoli. La sua frase è una sinistra minaccia per il futuro. Impegnate nel raccogliere i cocci delle lotte fratricide all'interno dell'African National Congress, le autorità non paiono intenzionate a risolvere il problema. Confinata nelle township, la lotta tra somali e sudafricani rimarrà un conflitto tra poveri, lontano dalle telecamere e dai quartieri per ricchi di Città del Capo. Divisi da un destino che li vede impegnati in una lotta per la sopravvivenza, Hirsi e Njoli sono d'accordo solo su una cosa: il fallimento di un Paese che, 14 anni fa, era considerato il faro della democrazia africana. "Mio padre era un militante dell'Anc. Ha dato la sua vita per questo Paese, e cosa abbiamo ottenuto?", conclude il commerciante di Khayelitsha. "Abbiamo solo sostituito l'apartheid tra bianchi e neri con quello tra ricchi e poveri".
di Matteo Fagotto

Ancora un emendamento razzista, ancora una maggioranza razzista, ancora un governo razzista



Su una cosa si può essere parzialmente d'accordo con Veltroni: “ l'Italia è migliore di chi la governa” ma anche migliore di chi la rappresenta dai banchi dell'opposizione. L'aggressione ad una società multiculturale continua senza intralci da parte di questa maggioranza che, soprattutto per il tramite della Lega, colleziona norme contrarie alle più elementari regole di civiltà.

L'emendamento presentato nelle aule del nostro Parlamento, che impone al personale delle strutture sanitarie l'obbligo di segnalazione alle forze dell'ordine degli stranieri bisognosi di cure mediche e sprovvisti di permesso di soggiorno, di fatto determina un gravissimo attentato, non soltanto al vivere civile, ma anche ai principi fondamentali garantititi dalla nostra Carta Costituzionale, sino ad arrivare a contrastare il codice deontologico di tutti coloro che si attengono al nobile giuramento di Ippocrate.

Appare chiaro che queste stolte intenzioni potrebbero determinare quale effetto a catena una massiccia sottrazione, da parte dei clandestini presenti in Italia, dall'assistenza sanitaria di cui necessiterebbero.

L'incongruenza inoltre consiste nell'aver presentato questo emendamento all'interno del Decreto Sicurezza con drammatiche conseguenze proprio sulla sicurezza dei cittadini con il rischio di assistere persino ad un dilagare di malattie delle quali gli immigrati in clandestinità potrebbero essere portatori.

Emendamenti di tale portata vengono ignorati da questa Sinistra, più attenta a contrapposizioni di maggiore roboante effetto mediatico come ad esempio l'introduzione di classi differenziate per stranieri.

Questo atteggiamento riporta alla mente l'emanazione della Legge Bossi-Fini che introduceva, tra le decine di norme incostituzionali ed ingiuste, i rilievi foto-dattiloscopici per gli stranieri.

La Sinistra gridò allo scandalo, relativamente al solo aspetto su citato, dimenticando tutta una serie di norme dalle conseguenze ben più invasive come l'applicazione di sanzioni in caso di ritardata comunicazione all'Autorità di Pubblica Sicurezza, l'aumento della durata del divieto di reingresso da cinque a dieci anni in caso di espulsione, l'aumento della permanenza da trenta a sessanta giorni presso i CPT, il restringimento delle possibilità di accordare i ricongiungimenti familiari, la convalida dell'espulsione con accompagnamento coattivo senza il vaglio giurisdizionale.

Siamo alle solite. La Sinistra ci bombarda ora esclusivamente sulla inciviltà di classi separate quando paradossalmente tale norma potrebbe persino risultare meno ingiusta tra le norme presenti in questa difficile e faticosa costruzione di una vera grammatica dei diritti in fatto di stranieri.

Ed invero, se immaginiamo una classe a maggioranza straniera, non possiamo negare che vi possa essere una ripercussione su un normale sviluppo del programma didattico.

Tale norma quindi, seppur censurabile, non lede però il diritto costituzionale all'istruzione, come invece quella relativa al diritto primario alla salute.

Ma per fortuna, come si sosteneva all'inizio, gli italiani sono migliori delle loro rappresentanze parlamentari, e la levata di scudi effettuata dalle organizzazioni dei medici che si sono rifiutate di denunciare gli irregolari, potrà forse determinare un coinvolgimento dell'associazionismo laico e cattolico con possibilità per quest'ultimo di accedere più facilmente nelle stanze del potere ed influenzare una saggia, quanto auspicabile, marcia indietro.

Purtroppo ci si è ormai ridotti a giocare di rimessa e sperare nella divina provvidenza piuttosto che in una opposizione capace solo di organizzare la più lungamanifestazione priva di veri contenuti politici che l'Italia ricordi.

Mi corre l'obbligo specificare che l'aggettivo lunga è riferito esclusivamente ai tempi di incubazione necessari a portare la gente a protestare avverso una maggioranza col più alto tasso di intolleranza razziale del dopoguerra.

di Lucio Barletta* - Megachip  *Presidente Associazione S.O.S. Diritti Onlus

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8184

I sette giorni di Barak per cambiare l'America



Dopo decenni di politica discontinua a Washington, dopo otto anni di politica fallita con George Bush, e dopo ventuno mesi di una campagna elettorale che ci ha portato dalle coste rocciose del Maine al Sole della California, ormai manca soltanto una settimana per cambiare l'America. 

Tra una settimana potrete finalmente voltare pagina, cambiare la politica che ha messo l'avidità e l'irresponsabilità di Wall Street al di sopra del duro lavoro e dei sacrifici delle persone comuni di Main Street. Tra una settimana potrete scegliere le politiche che riguardano la nostra middle-class, creare nuovi posti di lavoro, far crescere dal basso questa economia così che chiunque abbia la sua chance di avere successo, dall'amministratore delegato alla segretaria fino al custode, dal proprietario della fabbrica fino agli uomini e alle donne che lavorano nei suoi stabilimenti.  Tra una settimana potrete porre fine alla politica che vorrebbe dividere una nazione per vincere un'elezione, che cerca di scagliare una regione contro l'altra, la grande città contro la piccola città, i Repubblicani contro i Democratici, che ci chiede di avere paura in un'epoca nella quale dobbiamo sperare.  Tra una settimana, in quel preciso momento così decisivo della storia, voi potrete dare a questo Paese il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ho iniziato questo lungo cammino nei rigori invernali di quasi due anni fa, sui gradini dell'Old State Capitol di Springfield in Illinois.  A distanza di ventuno mesi da allora, la mia fiducia nel popolo americano è stata premiata. È così che siamo arrivati così lontano e così vicini alla meta: grazie a voi. Ecco come cambieremo questo Paese: con il vostro aiuto. Ecco perché non possiamo permetterci di demordere, di rilassarci, di sprecare anche un solo giorno, un solo minuto, un solo secondo di quest'ultima settimana che resta. Non adesso. Non quando la posta in gioco è così alta.  Ci troviamo nel bel mezzo della peggior crisi economica ci sia mai stata dalla Grande Depressione. L'ultima cosa che possiamo permetterci è un ulteriore periodo di quattro anni nel quale nessuno a Washington dà un'occhiata a ciò che accade a Wall Street, perché i politici e i lobbisti hanno soppresso qualsiasi normativa di buon senso. Quelle sono le teorie che ci hanno messo nei guai: non funzionano ed è giunto il momento di cambiare. Ecco per quale motivo mi candido alla presidenza degli Stati Uniti.  Io non credo in ogni caso che il governo possa o debba cercare di risolvere tutti i nostri problemi. So che neanche voi lo credete. Credo però che il governo dovrebbe fare ciò che noi non possiamo fare da soli: proteggerci dai pericoli, fornire un'educazione decorosa ai nostri bambini, investire in nuove strade, in nuove ricerche scientifiche e tecnologiche. Cerchiamo di capirci: se vogliamo superare questa crisi dobbiamo andare oltre i vecchi dibattiti ideologici e le divisioni tra destra e sinistra. Non ci occorre un governo più piccolo o un governo più grande. Ce ne serve uno migliore, un governo più competente, un governo che sostenga i valori che noi come americani condividiamo.  Io so che cambiare è possibile. Lo so perché l'ho visto nel corso degli ultimi ventuno mesi. Perché in questa campagna io ho avuto il privilegio di assistere a ciò che di meglio c'è in America.  Tra una settimana potremo scegliere un'economia che ricompensa il lavoro e crea nuovi posti di lavoro alimentando il benessere dal basso verso l'alto. Tra una settimana potremo scegliere di investire nell'assistenza sanitaria per le nostre famiglie, potremo scegliere l'educazione per i nostri figli, e fonti di energia rinnovabile per il nostro futuro. Tra una settimana potremo scegliere la speranza invece della paura, l'unità al posto della divisione, la promessa di cambiamento piuttosto che il potere dello status quo.  Tra una settimana potremo essere uniti come un'unica nazione, un unico popolo, e una volta di più scegliere la nostra storia migliore.  Questa è la posta in gioco. Per questo ci stiamo battendo. Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l'America. 

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori