lunedì 27 ottobre 2008

Alt marcia indietro non si tratta più con i talebani, scoperto un colossale giacimento di gas in Turkmenistan

La repubblica centroasiatica del Turkmenistan ha scoperto di possedere uno dei giacimenti di gas naturale più grandi del pianeta.

Gacimento di gasYoloten-Osman, vicino al confine afgano. La scorsa settimana la società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (Gca), chiamata dal governo del Ashgabat a dare un parere indipendente sulla consistenza dei giacimenti di gas turkmeni, la scorsa settimana ha annunciato che quello di Yoloten-Osman, nel sudest del Pasese, vicino al confine con l'Afghanistan, contiene almeno 6-7 mila miliardi di metri cubi di gas, forse addirittura il doppio. Ciò farebbe del Turkmenistan la terza potenza gasifera del mondo dopo Russia e Iran, o magari anche la seconda.

GasdottoSi rianima la corsa al gas turkmeno. La notizia ha fatto saltare sulla sedia i dirigenti delle compagnie petrolifere del pianeta che da tempo si contendono il gas turkmeno, ma che mai avrebbero immaginato che la posta in gioco fosse così alta.
Dopo la morte, due anni fa, del padre-padrone del Turkenistan Saparmurat Niyazov, il suo successore Gurbanguly Berdymukhamedov ha messo fine al duopolio russo-iraniano sul gas turkmeno aprendo a Cina e Occidente, dando il via a un'accanita competizione.

PipelinesL'Occidente in ritardo sulla Cina. Dal prossimo anno i cinesi succhieranno il gas turkmeno del giacimento di Bagtyyarlyk, nell'est del Paese, attraverso un gasdotto lungo 7 mila chilometri attualmente in costruzione.
Gli statunitensi e gli europei, invece, ancora non sono riusciti a convincere il Turkmenistan a pompare il suo gas nel futuro gasdotto Nabucco (Turchia - Bulgaria - Romania - Ungheria - Austria) collegandosi alla pipeline trancaspica (Azerbaigian - Georgia - Turchia).
Ma per l'Occidente, deciso a tagliar fuori la Russia da questa partita, la sorpresa del megagiacimento di Yoloten-Osman ha aperto, anzi riaperto, un'allettante soluzione alternativa.

MappaRispunta il gasdotto transafgano. Alla fine degli anni Novanta gli Stati Uniti volevano costruire una pipeline per portare il gas del modesto giacimento turkmeno di Daulatabad fino in Pakistan e in India, attraverso l'Afghanistan occidentale (via Herat e Kandahar).
Il progetto, poi abbandonato, torna adesso prepotentemente alla ribalta, visto che il giacimento Yoloten-Osman, immensamente più ricco di quello di Daulatabad, si trova anche molto più vicino (solo 250 chilometri) al confine afgano. Sarebbe perfetto, se solo la Nato riuscisse a vincere la guerra in Afghanistan.
Enrico Piovesana
Link: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=12492



Uno 'strano' raid Usa in territorio siriano.

Akram Hameed ha quarant'anni e tutte le domeniche si ferma lungo le rive del fiume Eufrate per pescare. Anche ieri, Akram, era seduto sull'argine del grande fiume con lo sguardo rivolto a est, verso il confine con il vicinissimo Iraq.
Il fiume Eufrate nei presi di AbukamalDi corsa verso il motorino. Di corsa verso i bambini. Ha visto arrivare, all'improvviso, quattro elicotteri neri, americani. Uno è atterrato in un campo coltivato a non più di venti metri da lui. Cinque, sei, sette uomini sono uscito dalla pancia del grande elicottero nero e hanno cominciato a sparare contro un edificio ancora in costruzione. Akram ha capito che la situazione non era delle migliori per pescare. Ha lasciato la sua canna e i suoi cesti e ha cominciato a correre verso il motorino con il quale aveva raggiunto la sponda del fiume. È stato un attimo, si è girato ed è stato colpito al braccio destro. Tutto sommato, gli è andata bene.
Nell'edificio, quello in costruzione, c'erano delle persone, civili, come ha riferito il governo di Damasco. Tra queste, la moglie del guardiano dell'edificio che adesso si trova in ospedale, intubata. “Due elicotteri sono atterrati e gli altri due sono rimasti a mezz'aria”. Lei li ha visti bene, ha avuto più tempo di Akram. E i soldati, venuti fuori dagli elicotteri, erano otto. “Ho cominciato a correre per raggiungere i miei bambini, per metterli in salvo”, ha detto la donna all'inviato dell'Ap. Perché c'erano anche dei bambini all'interno dell'edificio e alla fine, quando si è fatta la conta delle vittime, tra gli otto corpi rimasti a terra c'erano quelli di quattro bambini.

Luogo del raid UsaIl raid oltre confine. Da Damasco la reazione è stata durissima. Reem Haddad, portavoce del ministero dell'Informazione, ha riferito all'emittente panaraba Al-Jazeera che senz'altro ci sarà una reazione da parte della Siria, che non mancherà una risposta alla “grave aggressione” portata sul loro suolo da parte statunitense. Secondo quanto riferito dalla tv di stato, ieri pomeriggio, alle 4 e 45 locali, quattro elicotteri Usa, provenienti dall'Iraq, hanno invaso lo spazio aereo siriano e attaccato un edificio in costruzione nel villaggio di Sukariya, non lontano dalla cittadina di Abukamal, a soli otto chilometri dal confine iracheno e dalla cittadina di Qaim. Solo la settimana scorsa i vertici americani in Iraq avevano accusato Damasco di disinteressarsi del controllo del confine diventato un vero è proprio incrocio per passaggio di armi e di terroristi legati ad Al-Qaeda.
ApacheCovo di terroristi? Sebbene dal comando Usa non sia arrivata nessuna comunicazione ufficiale in merito al raid compiuto ieri, una fonte militare, rimasta anonima per ovvi motivi, ha confermato la notizia affermando che l'attacco era mirato a spezzare la rete di al-Qaeda che opera oltre confine. “Abbiamo preso noi la situazione in mano”, ha detto l'ufficiale. Il colonnello Chris Hughes, portavoce delle forze Usa dispiegate nell'Iraq occidentale, ha detto che “le unità impegnate in quella zona non sono responsabili dei fatti di domenica pomeriggio”. Il governo ha convocato gli inviati statunitensi e iracheni a Damasco per avere spiegazioni. Soprattutto, si chiede a Baghdad di prendere una posizione e di opporsi a che il suo territorio diventi base di attacco per la Siria. Oltre che di una grave violazione del diritto internazionale, si tratta di una violazione anche dei principi che ispirano il Patto di Sicurezza (Sofa) in corso di approvazione tra Baghdad e Washington dato che uno dei punti prevede il divieto di attaccare i paesi confinanti. Se è vero che la Siria rappresenta ancora il principale crocevia per l'afflusso della guerriglia dal nord Africa all'Iraq, restano difficili da capire le motivazioni di un attacco lampo a un edificio, che sembrerebbe un edificio qualunque, lontano dal poter essere considerato covo di contrabbandieri o affiliati di al-Qaeda.
Nicola Sessa
Link:http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=12527



Inguscezia fuori controllo

In Inguscezia è ormai in corso una guerra civile". Parola di Alexei Malashenko, analista politico del Carangie Center di Mosca.
Il conflitto tra guerriglia indipendentista islamica e forze di sicurezza federali russe in questa piccola e poverissima repubblica russa - stretta tra la Cecenia, l'Ossezia del Nord e le cime del Caucaso - è sempre più violento. Sparatorie, attentati, imboscate, omicidi e rapimenti fanno ormai parte della vita quotidiana della popolazione ingusceta.

Forze speciali russe a NazranUna repressione controporducente. Il Cremlino si illudeva che la durissima repressione militare seguita al clamoroso attacco dei ribelli contro la capitale Nazran nel giugno 2004 avrebbe piegato i mujaheddin dell'emiro 'Magas', nome di battaglia di Magomed Yevloyev, comandante della Ingush Jamaat. Invece la mano pesante delle truppe russe contro chiunque fosse sospettato di legami con i ribelli (persecuzioni, torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni), combinata alla frustrazione di una popolazione locale stremata dalla povertà, dalla disoccupazione (al 75 percento) e dalla spaventosa corruzione del governo locale del presidente Murat Zyazikov, ha spinto molti giovani ad andare nei boschi per unirsi ai ribelli.

IngusceziaAnche l'opposizione nel mirino. L'invio, l'anno scorso, di 2.500 soldati delle forze speciali per contrastare la guerriglia ha solo peggiorato la situazione. Quest'anno il numero degli attacchi contro militari russi, politici locali e strutture governative è aumentato esponenzialmente. Uno stillicidio che, da gennaio a oggi, a causato almeno 150 vittime (in Inguscezia vive solo mezzo milione di persone). Dopo che il 31 agosto scorso la polizia ha assassinato il principale esponente dell'opposizione locale (che per puro caso si chiama come il leader dei ribelli), l'escalation è stata drammatica.

Magas con i suoi uomini"Situazione virtualmente fuori controllo". Solo negli ultimi dieci giorni i guerriglieri dell'emiro Magas hanno occupato due villaggi (16 ottobre), hanno ucciso in due imboscate a colpi di lanciarazzi diversi soldati russi, addirittura 50 secondo alcune fonti locali (18 ottobre), e giovedì scorso hanno fatto irruzione in un locale rapendo tre poliziotti e una dozzina di civili: sembra che li abbiano portati in Cecenia per poi usarli per uno scambio di prigionieri.
"La sitauzione qui in Inguscezia - ha dichiarato alla Reuters Timur Akiyev, direttore della sede locale di Memorial - è virtualmente fuori controllo".
Enrico Piovesana
Link:http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12515



TREMONTI, CHE DELUSIONE!

Le grandi attese determinate dai suoi ultimi due libri e dagli annunci della primavera e dell’estate scorsa sembrano sbiadire. Adesso difende Maastricht, che in un momento come questo bisognerebbe invece superare

Diceva Giulio Tremonti pochi mesi fa (1): “Sappiamo anche che nel tempo presente ed in Europa - non in altri paesi nel mondo - i governi non hanno più il potere necessario per modellare la società o per fare parti importanti dell'economia.”

Questo passaggio significa che la politica monetaria è sottoposta al patto di stabilità e quindi i governi, singolarmente, non hanno la possibilità di manovrarla a piacimento. È corretto.

Nei governi ’01-’06 Giulio Tremonti, per dare un impulso alla nostra economia, ha superato il parametro del 3% come massimo rapporto deficit/PIL, ma non ha sortito grandi effetti, proprio a causa della politica monetaria della BCE (2 e 3).

Questo lasciava intendere che:

- il ministro aveva ben chiaro il funzionamento della Politica Monetaria;
- una volta create le condizioni avrebbe dato il suo contributo positivo alla risoluzione del problema.


Pochi giorni fa ha detto (4): “non ci saranno variazioni nel Patto di stabilità e crescita, … Maastricht c'è e funziona bene”.

Viceversa, per superare la crisi, sarebbe necessario dare un impulso all’economia, un impulso (5) perlomeno europeo, ancora meglio se mondiale. Il patto di stabilità e Maastricht vanno bene quando c’è una crescita sana (6) e sostenuta. In un momento come questo bisognerebbe superarli, anche se per poco tempo, fino alla ripresa.

Ora Tremonti ha raggiunto la meritata autorevolezza internazionale, ma ha ben chiaro cosa si dovrebbe fare? La sua ultima uscita (4) non fa ben sperare (7).

Se ci accingiamo ad andare alla nuova Bretton Woods con l’idea che il patto di stabilità e Maastricht vanno bene, anche in questo momento, … allora possiamo anche stare a casa.

Lino Rossi
Fonte: http://www.soldionline.it/
Link: http://www.soldionline.it/saperinvestire/economia-e-societa/tremonti-che-delusione

Capolinea

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

1) La prima considerazione-constatazione è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshooting da 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi.

Cos'è esattamente l'overshooting? E' “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma - in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Dove si trovi questo picco, questo Capo di Buona Speranza, è molto difficile da calcolare, perché siamo dentro problemi di altissima complessità

Siamo esattamente in una situazione in cui tutti e quattro questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell' overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l'overshooting diventi un'idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.

Ma è già evidente oggi che l'attuale architettura istituzionale della politica e dell'economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta. Ecco perché questa situazione deve trovare posto in una rivista che si occupa di comunicazione e di informazione: perché questa situazione non viene comunicata e, quando lo è, è comunicata male e in forme ingannevoli.

Per esempio perfino l'opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi "corriamo il rischio" della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

2) Cosa occorrerebbe fare, da subito?

a) Sviluppare a ritmi forzati la ricerca scientifica e tecnologica in direzione del risparmio energetico, della riduzione dell'aumento demografico del mondo povero, dell'aumento del consumo alimentare dei poveri e della crescita delle loro condizioni di vita (perché questo riduce la natalità), dell'aumento della produzione di energie alternative, della riduzione dell'inquinamento ambientale e degli scarti: in poche parole andare verso la riduzione dell'impronta umana sull'ecosistema, sulla biosfera.

b) Pianificare gl'interventi sull'unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un'architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l'orizzonte temporale della programmazione degl'interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

c) Organizzare il cambiamento di abitudini di miliardi di persone. Ciò richiede un drastico mutamento dei sistemi di informazione e comunicazione, delle istituzioni educative in generale. Mutamento che non può essere spontaneo o casuale, e che va dunque organizzato dai poteri pubblici e democratici. E' evidente che esso influirà sugli assetti proprietari del sistema mediatico, e anche per questa ragione sarà duramente osteggiato.

Vi sono alcuni corollari a queste considerazioni:

Corollario n.1. Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati. Cioè bisognerà non dimenticare che, anche se cominciassimo oggi stesso a proporre cambiamenti, ci vorrà molto tempo prima che si producano effetti. In altri termini l 'overshooting peggiorerà nel corso del prossimi vent'anni.

Corollario n.2. Non abbiamo altri trent'anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Corollario n.3. Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti. Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Corollario n 4. Non stiamo discutendo dell'eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell'ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell'ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Corollario n 5. Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Corollario n. 6. La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

Un ulteriore aspetto della questione deve essere evidenziato.

Molte risposte fino ad ora formulate a questo tipo di considerazioni affermano che vi sono due meccanismi in azione che potranno risolvere, se non tutte, almeno una parte rilevante delle attuali e future contraddizioni. Si tratterebbe della tecnologia e del mercato. E di una combinazione di entrambi. Entrambi, in effetti, possono esercitare una influenza, ma nessuno dei due, singolarmente e insieme, sarà sufficiente. Per diversi e concomitanti motivi. La tecnologia sostitutiva e integrativa dei processi in corso non è in grado di fare fronte alla rapidità della crisi. Gli aggiustamenti tecnologici necessari per produrre mutamenti nella qualità dello sviluppo (cioè verso la sostenibilità almeno parziale, cioè verso il restringimento dell' overshooting , sicuramente non verso la sua eliminazione) richiedono tempi non inferiori ai 30-50 anni per entrare in funzione. Le tecnologie costano. Le tecnologie richiedono anch'esse ulteriori flussi di energia e di materiali. Cioè, mentre cercheranno di alleviare i problemi, ne creeranno altri. In parole più semplici: crescita della popolazione mondiale, crescita geometrica dello sviluppo dei consumi, crescita della domanda di energia in presenza di costi crescenti di estrazione dell'energia fossile organica e inorganica, saranno tutti fattori che non potranno essere fermati dalla sola crescita tecnologica (neppure nell'ipotesi ottimale che, per essa, si trovino le immense risorse necessarie) .

Per quanto concerne il mercato, esso ha proceduto fino ad ora in direzione della totale insostenibilità. E' il mercato ad avere prodotto questa situazione insostenibile. Il mercato implica una crescita esponenziale (proporzionale a ciò che è già stato accumulato) , che è racchiusa nella logica del prodotto Interno Lordo. Ma una crescita esponenziale non può procedere indefinitamente in un qualsiasi spazio finito con risorse finite .

In altri termini, l'economia capitalistica, esattamente come la popolazione, non sempre cresce, ma entrambe sono strutturate per crescere e, quando crescono, lo fanno in modo esponenziale. Questo modo non è sostenibile.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso. Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione, nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

L'economia fisica (le merci, i servizi, e la loro produzione) è una cosa reale.

L'economia del denaro è un'invenzione sociale che non è soggetta alle leggi fisiche della natura.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell'impronta umana sull'ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: “Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno l via d'uscita senza riguardo al benessere dell'Uomo”

Un'ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell'Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

La quota europea di questa spesa - che, si noti, concerne soltanto le spese per fare fronte alle esigenze di adattamento e di riorganizzazione sociale e industriale - sarà pari, mediamente, ogni anno, a 70 miliardi di euro. Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

E si tenga presente un dato emerso negli ultimi mesi. Dato che ci informa che, se non fossimo folli, potremmo risolvere molti dei problemi qui esposti: la sola guerra irachena è costata (secondo diverse e autorevoli valutazioni) dai tre ai cinque trilioni di dollari.

di Giulietto Chiesa - Megachip
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8173



Nasce il primo, grande mercato comune africano

"Dal Cairo al Capo". Era il sogno proibito del vecchio impero britannico, che voleva riunire i possedimenti della Corona creando un'unica, immensa colonia africana, che andasse dall'Egitto al Sudafrica senza soluzione di continuità territoriale. Più di un secolo dopo, i delegati di 26 Paesi riunitisi a Kampala, in Uganda, hanno realizzato quel sogno creando un'area di libero scambio che abbraccia quasi tutta l'Africa meridionale, centrale e orientale, abitata da 527 milioni di persone e con un Prodotto interno lordo complessivo di circa 624 miliardi di dollari.
La nuova area di libero scambioL'intenzione è quella di favorire finalmente uno sviluppo integrato del continente, permettendogli di colmare quelle carenze strutturali che ne hanno minato lo sviluppo fin dalla stagione delle indipendenze. Creata da tre organizzazioni preesistenti (la East African Community, la Southern African Development Community e il Common Market for Eastern and Southern Africa), l'area di libero scambio dovrebbere essere una "summa" di tutte e tre. Per farla funzionare appieno servirà un'armonizzazione legislativa non solo tra le tre organizzazioni madri, ma anche all'interno di ogni stato. Senza contare i progetti infrastrutturali che andranno varati a breve termine per attuare concretamente la libera circolazione delle persone e delle merci.
Le pesanti conseguenze della scarsa integrazione economica del continente si sono viste lo scorso gennaio, quando gli scontri interetnici in Kenya bloccarono di fatto il trasporto di merci e materie prime dal porto di Mombasa a Uganda, Congo orientale, Sudan ed Etiopia meridionale, paralizzando quattro Paesi. Ma le radici del fallimento dell'integrazione africana, che trovò il suo maggiore sostenitore in Kwame Nkrumah, il padre dell'indipendenza del Ghana, affondano in decenni di politiche miopi: diffidenza tra i vari Paesi, timore delle elite politiche di perdere privilegi e potere e una visione troppo localistica ne sono le principali cause. Visti i precedenti, riuscirà l'Africa ad attuare un progetto così ambizioso?
Il summit di KampalaLe perplessità sono molte anche perché, a differenza dell'Unione Europea, che attuò un programma di integrazione graduale tra le economie degli stati membri, la nuova area comprende Paesi con una forza economica e un livello di democrazia interna molto diversi. C'è quindi il rischio che il progetto si blocchi prima ancora di partire. Come ha evidenziato il presidente ruandese Paul Kagame ai margini del summit di Kampala, il principale ostacolo da superare sarà la scarsa volontà politica di alcuni Paesi, che negli anni scorsi ha impedito anche solo l'abbassamento dei dazi doganali. L'impresa è ardua, ma secondo molti analisti è l'unico modo che l'Africa ha per colmare lo svantaggio economico nei confronti degli altri mercati mondiali. Una strada obbligata che, prima o poi, bisognerà percorrere.
di Matteo Fagotto


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