domenica 26 ottobre 2008

Le vecchie volpi della Bosnia

Richard Holbrooke e Paddy Ashdown continuano a mantenere alta la crisi in Bosnia e avvertono che, qualora la Republika Srpska chiederà il rederendum sull’indipendenza, vi saranno delle scintille nella polveriera dei Balcani. Così dopo anni le vecchie volpi ritornano con le loro magiche soluzioni per negare il diritto all'autoderteminazione del popolo dei Bosno-serbi, tra l’altro sancito all’interno del Trattato di Dayton. ( Foto: ratifica Accordo di Dayton )

Gli ambasciatori dell’Occidente difficilmente possono essere definiti dei diplomatici, considerando che la diplomazia è l’ultima delle arti che usano per influenzare i Governi locali. Nelle loro parole traspaiono sempre messaggi di ricatto e di intimidazione, che alimentano crisi interne già critiche o vanno ad innescare nuovi processi di destabilizzazione. I Balcani sono da sempre patria di diplomatici che cercano viatici per la loro ascesa politica o per ottenere attenzione sulla scena internazionale. Tra tutti, sicuramente Richard Holbrooke e Paddy Ashdown hanno lasciato un segno indelebile nella storia dei Balcani, sino ad essere ricordati come "le vecchie volpi della Bosnia". Holbrooke è considerato l'uomo che non rispetta i patti, per poi mordere la mano di chi lo ha nutrito per anni, mentre Ashdown è il classico colonialista in cerca di qualcosa che brilla su cui mettere la mani, parlando di democrazia, di libertà come si addice ad un profeta. Ormai decaduti come uomini politici, sono ritornati a far parlare di sé dopo lo scandalo dell’accordo con Karadzic per ottenere la ratifica del Trattato di Dayton. A propria difesa, hanno negato ogni evidenza, cancellando così una parte della storia della Bosnia Erzegovina, creata proprio sulla base di un compromesso tra i rappresentanti dei popoli che vivevano in questa terra tormentata.

Sembrano ormai dei commedianti patetici nei loro discorsi così vuoti ed inutili, e nonostante la loro grande esperienza, si presentano dinanzi al pubblico dei Balcani con gli stessi discorsi e le parole di sempre. Oggi come ieri, continuano a mantenere alta la crisi in Bosnia e avvertono che, qualora la Republika Srpska chiederà il rederendum sull’indipendenza, vi saranno delle scintille nella polveriera dei Balcani. Loro stessi, tuttavia, hanno contribuito a creare questa situazione caotica in cui vivono bosno-serbi, i bosno-croati e i bosno-musulmani, tre etnie che si sono venute a creare solo in seguito alla disgregazione della Jugoslavia e alle guerre balcaniche, che hanno causato migrazioni e dislocazioni di grandi masse di popolazioni. Il Trattato di Dayton ne è la prova. L’accordo tra bosno-croati e bosno-musulmani ha dato origine alla Federazione della Bosnia Erzegovina, mentre i bosno-serbi sono riusciti a fondare un’entità più o meno omogenea. La posizione più incerta è sicuramente quella dei bosno-croati i quali non hanno un vero governo autonomo, venendo così manipolati da parte di Zagabria e degli stessi bosniaci, mentre l’etnia musulmana ha alle spalle la protezione della comunità internazionale e di alcuni Stati Islamici.

I media hanno poi distinto le tre etnie a seconda della religione, e dunque in Serbi-ortodossi, Croati-cattolici, e i bosniaci-musulmani, quest'ultima riconosciuta da Tito come popolo. Da qui, scaturisce poi la lunga diatriba in cui i Bosno-Serbi sostengono che questi popoli siano dei serbi travestiti da Musulmani per via dei lunghi periodi di occupazione turca. Ognuno di essi ha ottenuto il suo piccolo "miracolo", come ad esempio i bosno-croati che sono stati "santificati" grazie a Medjugorje, come perfetta strategia di marketing, o i musulmani che hanno avuto Srebrenica, frutto di manipolazione mediatica e diplomatica. Al contrario, i bosno-serbi sono condannati ad essere "macellai" e "ultranazionalisti", dando materiale a non finire alla stampa internazionale. Il passato della Bosnia è ancora molto oscuro, immerso nel sangue e nei crimini. I cattoli cristiani hanno ucciso altri cristiani-ortodossi, mentre i fondamentalisti islamici amazzavano i fratelli musulmani, come comprovato da molteplici prove prodotte dalle Nazioni Unite, anche sotto gli occhi dei monitor internazionali.

Non intendiamo soffermarci sui singoli episodi, perché la guerra stessa è un crimine, e tutt'e tre le fazioni hanno comesso dei delitti, in balia delle bande che ormai avevano preso possesso del territorio. I membri e i capi delle bande di allora sono oggi partiti politici e leader di Governo, mentre chi ha realmente combattuto vive con una misera pensione o è stato deportato al Tribunale dell’Aja. Una prova evidente di quel che diciamo è il caso di Naser Oric, rimasto pur sempre un bandito, nulla cambierà questo stato di cose. La stampa internazionale, volutamente, non ha mai spiegato con chiarezza cosa sia veramente accaduto e molti non sanno neanche che in Bosnia vi è o meno una maggioranza serba, modificando gli eventi hanno compiuto il più grande crimine contro l'umanità. Ci chiediamo quanti giornalisti sarebbero disposti, oggi, a rettificare quanto hanno affermato in questi anni, modificando le foto e i rapporti pubblicati, a dare l’identico rilievo mediatico alla rinegoziazione di ogni cosa che è stata detta. Anche gli eserciti delle missioni ONU hanno avuto le loro colpe, lasciando che le bande si scontrassero tra di loro e spesso complendo le loro stesse truppe.

Oggi le vecchie volpi ritornano con le loro magiche soluzioni per negare il diritto all'autoderteminazione del popolo dei Bosno-serbi, tra l’altro sancito all’interno del Trattato di Dayton, dopo la firma del patto segreto tra Holbrooke-Karadzic. D'altra parte, i serbi non sono gli unici a fare delle rivendicazioni nazionalistiche, in quanto anche i "bosno-musulmani" hanno sempre sostenuto che cacceranno i Bosno-serbi per creare uno stato bosniaco a tutti gli effetti. È evidente, dunque, che vengono usati due pesi per due misure, sia per decidere su questioni importanti sia nella quotidianità. Quando i fondamentalisti islamici aumentano il volume degli altoparlanti delle moschee, i rappresentanti della comunità internazionale parlano di democrazia, mentre se viene liberato un plurigiudicato bosniaco nella Srpska, stampa e media mettono su una telenovela senza fine. Oggi i maghi bugiardi come Hoolbroke e Ashdown ritornano per la loro propaganda dei cosiddetti crimini di guerra e le loro dichiarazioni, che sono le stesse di 15 anni fa, quando diedero inizio alla guerra. Possiamo solo augurarci che le bande locali non facciano il loro stesso gioco, facendo pressioni sui deboli Governi locali, circondati da una schiera di persona di basso profilo culturale, tra trafficanti di droga e contrabbandieri. Questi popoli, in fondo, chiedono solo di essere lasciati in pace, chiedono di trovare la loro strada in maniera indipendente e non vogliono interventi umanitari e né tanto meno organizzazioni internazionali che facciano gli interessi dei potenti e delle lavanderie di denaro.

Michele Altamura

Link: Rinascita balcanica




MESSICO: UN PAESE IN GUERRA TROPPO VICINO AGLI STATI UNITI E ALLA DROGA

Oramai il Messico è il più grande narcostato del mondo, peggio della Colombia. Se in tutto il 2007 i morti della guerra tra cartelli sono stati 2.700, ieri è stato reso noto che nei primi otto mesi del 2008 si è già arrivati a 3.000 morti. Esecuzioni di gruppo, teste mozzate, vere battaglie con armamento da guerra, fiumi di denaro che inquinano la vita pubblica, sono la cifra di una guerra totalmente ignorata dalla stampa italiana. Il Messico così è ormai un inferno dove la popolazione è stretta tra i narcos, la crisi economica e pezzi dello Stato apertamente complici dei cartelli della droga. E intanto il 40% della popolazione (corrispondente agli abitanti della Spagna) pensa seriamente d’andarsene già che il paese, governato dalla destra neoliberale e filo statunitense di Felipe Calderón, da una parte usa senza successo il pugno di ferro e dall’altra è infiltrato profondamente dai narcodollari.

Un messicano su cinque dichiara di conoscere personalmente un narcotrafficante; per quattro su cinque il narcotraffico è già parte della cultura nazionale. Gruppi musicali come “los tigres del norte” o temi come "Contrabando y traición" sono da decenni capostipiti di un genere musicale di successo, il narcocorrido. I narcos hanno perfino un santo protettore, san Jesús Malverde, originario di Sinaloa. Ma la cultura narco non è solo un genere di intrattenimento paragonabile a quello dei nostri neomelodici. Un messicano su dieci dichiara di essere stato vittima di episodi di violenza attribuibili al narcotraffico e uno su tre conosce qualcuno che ne è stato vittima.
Sono dati impressionanti che danno la misura di quanto sia difficile orientarsi nel gorgo nel quale è precipitato uno dei paesi più straordinari del mondo da quando negli anni ’80 i cartelli colombiani cominciarono ad utilizzarlo come via di transito e poi da quando il primo gennaio del 1994 è entrato in vigore il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, una sorta di colonizzazione dell’economia del paese che si è tradotta in un disastro economico, nello sfacelo delle campagne e nella perdita di posti di lavoro.
I 14 milioni di messicani costretti all’emigrazione da allora e le decine di migliaia di morti delle guerre tra narcos, testimoniano di un progetto di paese, quello neoliberale, che ha fallito clamorosamente e dovrebbe essere abbandonato al più presto. Ma il neoliberismo che ha bruciato letteralmente la vita di una generazione di contadini messicani impossibilitati a competere con la superassistita agricoltura statunitense, costringendoli all’emigrazione o a entrare nelle file della manovalanza del narcotraffico, spesso solo come carne da cannone o spalloni, è solo una delle facce di una delle crisi morali e materiali più importanti nella storia di questo grande paese.
Già negli anni ’20, al tempo del proibizionismo negli Stati Uniti, il Messico aveva sperimentato un aumento della criminalità connessa al contrabbando di alcool. Poi, fino agli anni ’70, era sopravvissuto un piccolo traffico illecito di marihuana e papavero verso il nord. A partire dagli anni ’80 inizia la fase attuale per la quale oggi il 60% di tutta la cocaina consumata negli Stati Uniti proviene o passa dal Messico. Dal ’94 in avanti il NAFTA, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, è divenuto il fattore detonante della situazione attuale. Il narcotraffico diveniva anche un’alternativa allo spopolamento delle campagne. Oggi un’economia debole, accompagnata da uno Stato debole rendono i proventi della droga la chiave per dominare ed innervare di questi l’economia e la politica del terzo paese più popoloso del Continente, dopo Stati Uniti e Brasile. La guerra messicana e la trasformazione di una delle prime 12 economie al mondo in un narcostato è probabilmente oggi la notizia più sottovalutata dal sistema mediatico, italiano e non solo.

fonte www.gennarocarotenuto.it



La scure sull'istruzione e il Pdl salva le inutili e costosissime Province

Berlusconi con le promesse e gli annunci, si sa, non si fa troppi scrupoli. Questa promessa, per esempio, non sembra proprio che abbia avuto finora l’intenzione, la voglia o la possibilità di mantenerla: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali. Non parlo di Province, perché bisogna eliminarle». Era il 31 marzo, e parlava a una videochat organizzata dal «Corriere della Sera». «Quindi - proseguiva il Cav., rincarando la dose - dimezzamento dei costi della politica significa innanzitutto dimezzare il numero delle persone che fanno politica di mestiere ed eliminare tanti enti inutili, Province, Comunità montane, e tutti quegli enti antichi che sono rimasti in funzione senza produrre alcun effetto». Stesse parole a «Porta a Porta»: «Dobbiamo ridurre della metà la casta, cioè il numero delle persone che vivono di politica. Secondo alcuni si tratta di 300.000 persone». Dopodiché, tutti sanno che i deputati, i senatori e i consiglieri sono sempre quelli, non uno di meno, e senza un euro di meno in tasca.

Che le Province esistono eccome, ed esisteranno ancora, se è vero che secondo i piani del governo potranno finanziarsi con i proventi del bollo auto (un altro tributo di cui l’attuale premier annunciò l’abolizione entro la legislatura, dalle telecamere di «Matrix»). Per adesso, hanno pagato dazio soltanto le Province ancora non operative, Monza, Fermo e Barletta, congelate fino al giugno 2009. Addirittura le Comunità montane continuano a campare, sia pure tra gli stenti. I deputati salvano integro lo stipendio, anche se dovranno pagare un po’ di più il tramezzino alla buvette (da 1,80 a 2,80 euro) e lavorare cinque giorni su sette, come stabilito da Gianfranco Fini. Il presidente del Senato Schifani, invece, non sembra appassionato al tema del taglio dei costi. E come scoperto da Gian Antonio Stella, quest’anno spenderà 260.000 euro per realizzate la (peraltro molto ben fatta) agendina di Palazzo Madama.

Insomma, ormai la «Casta» non fa più notizia. E in pochi si scandalizzano se - con decreto pubblicato il 22 agosto scorso sulla Gazzetta Ufficiale - a sorpresa il governo Berlusconi riapre le porte degli aerei di Stato sostanzialmente a chiunque, dopo la parentesi rigorista di Prodi, che negava il «volo Blu» anche ai ministri. Ora viaggiano tutti: ministri, viceministri, sottosegretari, portaborse, giornalisti di testate gradite, collaboratori vari, purché «accreditato al seguito della stessa su indicazione dell’Autorità anche in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle personalità trasportate, alle esigenze protocollari ed alle consuetudini, anche di carattere internazionale». Destarono ira e proteste Mastella e figlio Elio in volo per il Gp di Monza? Sabato scorso il ministro degli Esteri Frattini è volato al vertice Ue di Avignone con a fianco la sua fidanzata, Chantal Sciuto. Aereo di Stato, ça va sans dire.

Il governo, però, si difende, snocciolando una lunga lista di interventi mirati a tagliare spesa, sprechi e caste. Ovviamente, c’è Brunetta e le sue consulenze: la norma che consente l’«operazione trasparenza» fu varata dal governo Prodi, ma di suo il ministro della Pa ha inserito nel Dl 112 (la manovra) una norma che rende molto più difficoltosa l’assegnazione di consulenze non utili. In parte, almeno, colpiranno le clientele la norma che elimina gli enti con meno di 50 dipendenti non espressamente «salvati», così come l’abolizione del Secit. Si tagliano del 20% stipendi dei direttori (generali, sanitari e amministrativi) delle strutture sanitarie pubbliche. Del 30% le indennità dei sindaci che non rispettano il «patto di stabilità» interno, così come scenderanno del 30% le spese per compensi ad organi collegiali della Pa, sponsorizzazioni e (del 50%) convegni e mostre. Giro di vite anche per i contributi ai giornali di partito.

Non basta, denuncia l’opposizione. Linda Lanzillotta, controparte «ombra» di Brunetta, attacca: «Il governo Prodi aveva fatto un accordo con Regioni ed Enti Locali per ridurre costi e organigrammi. Che fine ha fatto? Perché non si lavora per ridurre la moltiplicazione di organismi con compiti più o meno simili? Perché si va a un federalismo che rischia di moltiplicare spese e inefficienza»?

Intanto da Roma:
La data di scadenza del decreto 137/2008 (il cosiddetto “Decreto Gelmini”) è fissata per giovedì 31 ottobre. Con tutta probabilità il voto del Senato trasformerà mercoledì il decreto in legge. Intanto l'intero mondo dell'istruzione è in protesta. Contagiati dal fermento innescato dalle scuole elementari e materne, negli atenei gli studenti, professori e personale amministrativo portano avanti da giorni una mobilitazione che si sta espandendo a macchia d'olio.
Da Palermo a Pavia, nelle università occupate o in assemblea permanente, nelle piazze e nei parchi pubblici dove si tengono lezioni alternative, questa volta si respira un'aria diversa: non è la solita protesta contro la solita riforma dei soliti quattro studenti dei collettivi “di sinistra”: si tratta di una mobilitazione trasversale, spesso spontanea e nata dal basso, che va al di là dei colori politici, e che vede uniti studenti, professori ricercatori, dottorandi e personale amministrativo. Un coordinamento che si estende a tutti i settori dell'istruzione pubblica: licei, scuole primarie ed università delle stesse aree territoriali si ritrovano insieme in piazza. Lo strumento mediatico la fa da padrone: complice anche lo strafalcione del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che con il suo “avviso ai naviganti” ha tentato di spostare l'attenzione dalla discussione concreta ad un problema di ordine pubblico, intimando l'invio delle forze dell'ordine negli istituti occupati (salvo poi la pronta smentita del giorno dopo), la protesta ha monopolizzato stampa e televisione e in rete dilagano blog e siti internet con aggiornamenti in tempo reale sulla mobilitazione. Nelle università si protesta si concentra contro la legge 133 (Tremonti- Brunetta) definita come il definitivo tentativo di “assassinio” dell'università e della ricerca pubblica. I tagli del 20 percento dei finanziamenti ordinari agli atenei metteranno, infatti, questi ultimi nella condizione di alzare sproporzionatamente le tasse o di aprire ai finanziamenti privati, trasformando le università in fondazioni private, sul modello degli Stati Uniti. Le facoltà umanistiche faticheranno a trovare soldi e quelle medico-scientifiche potranno dire addio alla ricerca libera.
“Non pagheremo la vostra crisi” è uno degli slogan che accende i cori di questa protesta: “ il governo ha trovato i soldi per salvare Alitalia e Unicredit” - sostiene Dario, uno degli organizzatori della protesta nella facoltà di Scienze politiche di Roma Tre - “non è giusto che a pagare debba essere l'istruzione pubblica”.
Il ministro Gelmini ha aperto ieri al dialogo, e oggi una delegazione dell'Unione degli Studenti si è recata al dicastero di Viale Trastevere per incontrare la ministra. I colloqui hanno avuto un risultato deludente. “Si tratta sostanzialmente di un'apertura fittizia”spiega il senatore Stefano Ceccanti (professore di diritto costituzionale all'università La Sapienza di Roma) “per quanto il Ministro Gelmini voglia instaurare un dialogo, il decreto scade il 30 ottobre, e rimane poco tempo per qualsiasi discussione costruttiva e modifica concreta”. “La radicalizzazione e la così ampia diffusione della protesta è da imputare - continua Ceccanti – anche al fatto che la riforma è stata caratterizzata da una procedura inappropriata: una finanziaria anticipata che dava solo una serie di numeri. Quando poi questi numeri sono stati tradotti in provvedimenti concreti, l'impatto sulle famiglie e sulle categorie interessate è stato chiaro e visibile ed ha allertato tutti”.Malgrado le affermazioni deliranti di Francesco Cossiga, per il momento la protesta si sta mantenendo entro i binari dell'ordine e della legalità, nonché del garbo e dell'originalità e fuori da ogni strumentalizzazione politica. Un sentiero dal quale si fa presto a sviare, ma che rappresenta l'unico modo dare far concretamente sentire la propria voce.
Fonte: Peacereporter

Io sono io, e voi non siete un c....(*)

l capo del governo italiano ha detto che se gli studenti continuano a protestare contro i tagli alla scuola, lui gli manda la polizia. Ha anche detto che i giornalisti la devono piantare di creare “ansia” dalle pagine dei giornali, dai microfoni del telegiornali. Giorni fa, il ministro dell'istruzione ha detto che lei quelli che protestano proprio non li capisce.

Il ministro delle pari opportunità ha querelato una donna che di mestiere fa satira, perché non gradisce essere presa in giro. Il ministro della funzione pubblica non ammette critiche, per lui gli impiegati pubblici sono “fannulloni”. Va in giro per tutti i talk show a dirlo e ridirlo.

Da quando si è insediato il nuovo governo è diventata una prassi consolidata procedere per decreto legge e poi imporre il voto di fiducia. Così succede che prima non si vuole far discutere il Parlamento, poi non si accettano né critiche, né proteste né che di queste si occupino i giornali.

Questi atteggiamenti sono legittimi e legittimati dal fatto che il capo del governo risulta gradito a oltre il 60% degli intervistati, secondo più di un recente sondaggio d'opinione. E'quanto ha apertamente dichiarato il capo del governo italiano durante un convegno di industriali a Napoli.

Come si spiega questo diffuso atteggiamento di decisionismo burbero?

Secondo Raffaele Simone, linguista di reputazione internazionale, questi atteggiamenti appartengono alla dottrina politica di quella che ha definito “Neodestra” italiana. In “Il mostro mite” (Garzanti, 2008), Raffaele Simone postula questa dottrina, mettendo a confronto il linguaggio dottrinale con quello colloquiale:

a) postulato di superiorità (“io sono il primo, tu non sei nessuno”);

b) postulato di proprietà (“questo è mio e nessuno me lo tocca”);

c) postulato di libertà (“io faccio quel che voglio e come voglio”);

d) postulato di non-intrusione dell'altro (“non ti immischiare negli affari miei”);

e) postulato di superiorità del privato sul pubblico (“delle cose di tutti faccio quello che voglio”).

Se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti del governo, sia che si tratti di un intervento a un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale, che in genere è la preferita, perché ben si presta a essere citata su un giornale o al telegiornale. A volte ci si spinge troppo in là, e allora pronta arriva la smentita, che è in realtà il talento di dire due volte esattamente la stessa cosa, una volta affermandola, una volta negando non la cosa in sé, quanto l'interpretazione che ne è stata data.

La domanda che spesso ci poniamo è perché sia possibile che questo modo di condurre la politica abbia successo, come dimostrano i sondaggi. “Quella che (i postulati della Neodestra) descrivono è una società aggressiva, egoistica e pericolosa”, scrive Raffaele Simone in “Il mostro mite”.

In effetti, viviamo tempi precari: reduci dalla grande paura del terrorismo islamico, inaugurato con l'Attacco alle Torri Gemelle, coinvolti nella “guerra preventiva” e nel timore di attentati nelle nostre città, siamo attualmente spaventati dalla globalizzazione finanziaria ed economica e dalle grandi migrazioni, siamo molto preoccupati per il tenore e lo stile di vita, allertati dai pericoli di un' imminente e grave recessione economica.

Il decisionismo burbero fa leva sulla semplice constatazione che un “popolo spaventato si governa meglio”? In effetti, temiamo di perdere qualcosa (lo stipendio, il posto di lavoro, la casa, la vacanza, l'auto, l'i-phon) che consideravamo un diritto di proprietà. Ragion per cui, senza mezzi termini diamo credito, apertamente o in modo più defilato a chi si candida a proteggere grandi o piccoli possessi acquisiti, grandi o piccoli privilegi. Poiché meno si ha, più l'eventualità di una perdita è sinonimo di disastro, ecco che il ceto medio ( medio perché ha qualcosa in più delle classi basse, e molto di meno di chi possiede di più), sentendosi molto minacciato tende a premiare col suo consenso governi come quello che abbiamo in Italia in questi mesi e che sembra intenzionato a durare a lungo.

L'attuale governo ha restituito la parte residua dell'Ici, ha fatto sparire “la monnezza” a Napoli, ha reso invisibili le prostitute, ha spinto in periferia i campi nomadi, punisce i “fannulloni” nel pubblico impiego. Fin qui tutto sembrava filare liscio. Quando ha deciso di tagliare i costi alla scuola, qualcosa si è inceppato.

Complice fortuito l'arrivo della bolla speculativa dei mutui, l'operazione di “risparmio” ideata dal ministro Tremonti e vestita da riforma dalla ministro Gelmini non ha avuto successo.

Il mondo della scuola si è ribellato: genitori e scolari, studenti e insegnanti, professori, prèsidi di facoltà e addirittura rettori di atenei hanno detto no. “La crisi non la paghiamo noi” si è letto sugli striscioni di migliaia di manifestanti in tutta Italia. Questa idea, semplice e comprensibile a tutti, ha fatto breccia fino a preoccupare seriamente il governo, come dimostra la minaccia far intervenire la polizia nelle scuole e nelle università: il pericolo avvertito è che scolari, studenti, genitori, insegnanti, prèsidi e rettori, facenti per lo più parte del ceto medio, possano rappresentare il punto critico di rottura del consenso fin qui incassato dalla coalizione di governo.

Bisogna aggiungere che la protesta nelle scuole ha trovato una prima saldatura il 17 ottobre, quando si è svolto lo sciopero generale contro il governo, indetto dai sindacati di base e a Roma sono sfilati in 350 mila. Anche qui l'occasione è stata forse fortuita, fatto sta che contro quella giornata si è scagliato il capo del governo a Napoli, durante il già citato intervento al convegno degli industriali italiani.

Anche l'opposizione parlamentare sta tentando di intercettare il malumore e il dissenso che dal mondo della scuola potrebbe contagiare la disapprovazione nei confronti del governo da parte dei ceti medi.

La manifestazione del 25 ottobre prossimo potrebbe essere un banco di prova, anche se per stessa ammissione dei dirigenti del Pd la protesta nelle scuole ha preso il via al di là e al di fuori delle organizzazioni di partito e anche se la data della manifestazione era stata decisa molto prima la nascita delle protesta (un altro caso fortuito con gli avvenimenti in corso).

Quali chances ha il centrosinistra italiano di tornare, dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile a rappresentare una concreta attrattiva sulla scena politica?

Abbiamo visto i postulati della dottrina della Neodestra, così come ce li ha proposti Raffaele Simone in “Il mostro mite”. Il quale ci propone quelli riferibili alla sinistra (che qui, per brevità propongo in “forma colloquiale”):

a) al “io sono il primo, tu non sei nessuno” si oppone “non siamo tutti uguali, ma dobbiamo diventarlo”;

b) al “questo è mio e nessuno me lo tocca” si oppone “entro certi limiti la mia proprietà può essere ridistribuita ad altri”;

c) al “io faccio quel che voglio e come voglio” si oppone “i diritti dei singoli non possono sminuire il bene pubblico”;

d) al “non ti immischiare negli affari miei” si oppone “gli interessi dei singoli possono essere limitati dall'interesse di tutti”;

e) al “delle cose di tutti faccio quel che voglio” si oppone “sebbene i privati abbiano prerogative e diritti definiti, il pubblico è preminente”.

Anche in questo caso, come si notava poco fa a proposito degli esponenti della Neodestra, se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti dell'opposizione, sia che si tratti di un intervento ad un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale.

La domanda è: sono attrattivi, possono essere condivisi dai ceti medi, che come si sa sono la base elettorale che elegge o manda a casa i governi nei paesi occidentali?

Non ci possono essere dubbi: la risposta è no. A meno che la congiuntura economica non spinga fino in fondo le contraddizioni che sta vivendo il ceto medio, che non affiori la netta sensazione di essere stati sfruttati sfacciatamente dalle banche e dalle finanziarie, che il possesso dei risparmi gli sia stato soffiato via dalle tasche, che lo stipendio è troppo basso, le spese troppo alte, le tutele evanescenti, che se una volta anche l'operaio voleva il figlio dottore, oggi anche il dottore ha un figlio precario.

In un certo senso e fatte le debite proporzioni è il senso della sfida alla Casa Bianca da parte di Barak Obama. Tra qualche giorno saremo in grado di vedere i neo-cons, la Neodestra americana può essere battuta.

Durante un recente dibattito televisivo, a un vice ministro che lo interrompeva col piglio tipico del politico della Neodestra, Eugenio Scalfari ha detto: “Lei non migliora mai, eh!?”. Ecco: se in un prossimo futuro le parole del fondatore di Repubblica dovessero anche solo venire in mente a milioni di elettori, allora, forse, si aprirà una nuova stagione politica.

La nuova stagione economica e sociale è già qui: la Neodestra non sa bene che pesci prendere, l'opposizione sconta forti ritardi sulla tabella di marcia delle contraddizioni politiche e sociali. A quanto pare, gli unici che al momento hanno le idee chiare sono gli studenti italiani: è contro quel“Non pagheremo noi la crisi”che si minaccia di mandare addosso la polizia. Beh, buona giornata.

(*)I sovrani del mondo vecchio

C'era una volta un Re che dal palazzo
emanò ai popoli quest'editto:
- Io sono io, e voi non siete un cazzo,
signori vassalli imbroglioni, e state zitti.

Io rendo diritto lo storto e storto il diritto:
posso vendervi tutti a un tanto al mazzo:
Io, se vi faccio impiccare, non vi faccio un torto,
perché la vita e la roba Io ve le do in affitto.

Chi abita in questo mondo senza il titolo
o di Papa, o di Re, o d'Imperatore,
quello non può avere mai voce in capitolo -.

Con quest'editto andò il boia per corriere,
interrogando tutti sull'argomento;
e, tutti risposero: E' vero, è vero.

(Trilussa)

(marco.ferri@marco-ferri.com)

70.000 CITTADINI INGANNATI DALLE BANCHE

Sono uno dei moltissimi risparmiatori che ha in portafoglio obbligazioni Lehman Brothers Holding Inc. Come saprà queste obbligazioni fino al giorno stesso del crak venivano proposte e vendute dagli istituti di credito e dai consulenti finanziari come titoli solidi e sicuri, paragonati a bot dei quali avevano stesso rating (A+): inoltre erano inserite, fino al giorno stesso del crak 15 settembre, nell'elenco "Patti Chiari" nato esplicitamente (cito testualmente dal loro sito) "per proporre un elenco di obbligazioni a basso rischio e di conseguenza a basso rendimento, costantemente aggiornato, per orientare chi è privo di esperienza finanziaria e intende investire in titoli particolarmente semplici da valutare". Le cito inoltre testualmente il punto 13 di "Patti Chiari" rilevabile dal loro sito:
"La banca mi informa se un titolo esce dall' Elenco Obbligazioni a basso rischio?
Se l'aumento del rischio è modesto, sarai informato al primo estratto conto successivo o comunicazione periodica della tua banca.
Se l'aumento del rischio è rilevante, cioè il titolo passa direttamente dall'area del basso rischio a un livello di rischio significativo (ovvero subisce una variazione del prezzo superiore all' 1% su base settimanale, vedi punto 8 di Patti Chiari) verrai informato entro 2 giorni.”
Basta guardare l' andamento di molte obbligazioni Lehman inserite nell' elenco "Patti Chiari" per vedere che le oscillazioni di prezzo erano da diversi giorni superiori di gran lunga all'1% .

Come mai le banche non non hanno avvisato i clienti, ma anzi continuavano a proporre i titoli alla propria clientela? Non mi dilungo oltre…..spero abbia avuto il tempo e la pazienza per leggermi fino a qui.
Ho ritenuto di scriverLe in quanto vedo che intorno all' ennesimo caso di “malafinanza”, non vedo alcun interesse a tutelare noi risparmiatori sia da parte delle banche, che dell' ABI.

In un mondo dove prima di tutto si tutelano e si salvano, con soldi pubblici, le banche responsabili di averci venduto obbligazioni a rischio certificandole come sicure, lasciando al loro destino noi risparmiatori con le nostre famiglie, spero Lei possa dedicare parte del Suo tempo e delle Sue energie al problema del crack Lehman Brothers H.I. ed ai suoi negativi risvolti in particolare sui circa 70.000 risparmiatori che si trovano in difficoltà.

Fonte: www.megachip.info/
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8149
di Giulietto Chiesa

LE CONSEGUENZE DI EVENTUALI BOMBARDAMENTI SULLE INSTALLAZIONI NUCLEARI DELL'IRAN

Recentemente [Aprile 2008 N.d.r.] il governo degli Stati Uniti ha aumentato di una tacca il tono belligerante che utilizza contro l'Iran.

Una serie di reportage apparsi su vari giornali anglofoni lasciano intendere che la guerra è in cammino: Il Mail & Guardian il primo aprile, il Rutland Herald il 4 aprile, il Telegraph il 7 aprile, l'International Herald Tribune l'11 aprile, il Washington Post il 12 aprile, il Washington Times il 16 aprile, The Progressive il 24 aprile, il Santa Monica Mirror il 24 aprile, l'Asia Times il 25 aprile, l'International Herald Tribune il 25 aprile, le Toronto Star il 25 aprile, il Christian Science Monitor il 25 aprile, il Washington Post il 26 aprile, il Washington Times il 26 aprile, il First Post il 26 aprile, il Los Angeles Times il 26 aprile e il Telegraph il 26 aprile.

Due flotte offensive di portaerei si trovano adesso vicino all'Iran e un'altra sarebbe in viaggio. A fine marzo l'Arabia Saudita si è applicata a fronteggiare le conseguenze nucleari che sopraggiungerebbero in seguito a un attacco USA contro l'Iran. A inizio aprile Israele si esercitava ad affrontare i lanci di missili di rappresaglie in seguito a un attacco USA contro l`Iran. Tutti nella regione si preparano a un bombardamento della centrale nucleare e delle installazioni d'arricchimento dell'uranio dell'Iran. Come gli altri, l'Iran è pronto per la guerra.

Gli Stati Uniti avrebbero individuato qualcosa come 10.000 bersagli in Iran. I principali sono l'insieme delle installazioni nucleari, comprese la centrale nucleare di Bushehr sulla costa del Golfo Persico, vicino al Kuwait e le installazioni d'arricchimento di Natanz vicino Ispahan. Bushehr è una città industriale che conta quasi un milione di abitanti. Non meno di 70.00 ingegneri stranieri lavorano in questa regione che comprende un grande sistema d'idrocarburi. Natanz è il principale sito d'arricchimento dell'uranio dell'Iran, a nord d'Ispahan, che conta anche delle installazioni di ricerca nucleare. Ispahan è una città del patrimonio mondiale con una popolazione di due milioni d'abitanti.

Il reattore nucleare iraniano di Bushehr dispone di 82 tonnellate d'uranio arricchito (U235), che sono adesso caricate nel reattore, secondo alcuni reportage della stampa israeliana e cinese. E' previsto che la centrale diventi operativa questa estate, permettendogli di produrre elettricità. Le installazioni d'arricchimento di Natanz operano a piena capacità e arricchiscono l'uranio in modo che possa essere utilizzato nei reattori, secondo i rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica.


[Effetti di un bombardamento sulle installazioni nucleari iraniane in diverse aree. Dall'alto: morte entro 30 minuti, 50% di morti entro due settimane, possibile morte, malattie da radiazioni, limite di esposizione per soccorritori, limite di esposizione per persone comuni, aumento del rischio di cancro. Accanto al titolo: veduta sulle installazioni nucleari di Bushehr]

Secondo il Centro di controllo delle malattie [degli USA], l'uranio 235 utilizzato nei reattori nucleari ha una vita media di 700 milioni di anni. Quando viene utilizzato come combustibile per dei reattori si trasforma in uranio 238, che a sua volta ha una vita media di 4,5 miliardi di anni. Questi isotopi radioattivi sono pericolosi per la salute, perché emettono delle particelle alfa e perché sono chimicamente tossici. Se inalato, causa dei danni ai tessuti polmonari. Se ingerito, causa danni ai reni e il cancro delle ossa e dei tessuti del fegato. Secondo un recente studio di ricerca medica, l'esposizione all'uranio causa delle deformazioni ai nuovi nati o dei nati morti.

Mai in tutta la storia si è deliberatamente bombardato delle centrali nucleari e delle istallazioni d'arricchimento nucleare. Istallazioni di questo tipo, ovunque nel mondo, sono utilizzate sotto severe regole di sicurezza poiché lo scarto di materie radioattive è mortale al momento stesso in cui l'evento si produce e molto tempo dopo essere stati esposti. Se gli Stati Uniti o Israele dovessero bombardare deliberatamente una centrale nucleare piena di combustibile nucleare o delle installazioni d'arricchimento di combustibile nucleare, questa regola sarebbe violata; degli elementi radioattivi sarebbero allora dispersi nell'ambiente. Ci sarebbero dei decessi orribili tra la popolazione circostante. L' Unio n of Concerned Scientists [negli USA] stima che tre milioni di decessi avverrebbero nelle tre settimane successive ai bombardamenti delle installazioni nucleari d'arricchimento vicino Ispahan e la contaminazione coprirebbe l'Afganistan, il Pakistan, fino all'India.

Sia i reattori che le installazioni d'arricchimento sono costruiti in cemento extra forte, spesso con strati di ritenuta a volte e sono spesso costruiti sottoterra. I bombardamenti di queste installazioni esigono esplosivi potenti, come le testate penetranti sottoterra, o addirittura delle testate nucleari. Esplosioni simili soffierebbero la contaminazione molto in alto nell'atmosfera. Ma dove andrebbe questa contaminazione? E' una questione difficile a cui rispondere e difficile da prevedere.

Nel corso della guerra del Golfo del gennaio 1991, numerosi pozzi di petrolio in Kuwait sono stati incendiati. Secondo il Dipartimento di Stato americano «delle piogge nere sono state segnalate in Turchia e della neve nera è caduta ai piedi delle montagne dell'Himalaya». La nuvola radioattiva causata dai bombardamenti delle installazioni nucleari dell'Iran prenderebbe probabilmente le stesse direzioni se le condizioni meteorologiche fossero le stesse. Ma la nube radioattiva potrebbe andare verso nord, cioè in Europa. Nel corso dell'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti nel marzo del 2003, accompagnati dalla Gran Bretagna, l'Australia e altri paesi, sono state utilizzate munizioni e bombe all'uranio impoverito (U238). Ci sono voluti nove giorni alle particelle d'uranio provenenti da queste armi in Iraq per raggiungere l'Inghilterra, dove test dei filtri d'aria hanno dimostrato un aumento del 300% di particelle di uranio attribuibile alla guerra. Le condizioni meteorologiche che hanno permesso il trasporto delle particelle fino all'Inghilterra, sono passate sul centro della Turchia, l'Ucraina, l'Austria, la Polonia, la Germania, la Svezia e la Danimarca, per arrivare finalmente in Gran Bretagna dove hanno proseguito il loro percorso sulla Norvegia, la Finlandia, fino all'Artico. Questo fatto è stato segnalato dal The Times, che in un articolo riassumeva uno studio europeo di biologia e di bio-elettromagnetica.

Le conseguenze nucleari dei bombardamenti sull'Iran avrebbero una vita media di 700 milioni di anni. E' una durata difficile da comprendere. Gesù Cristo pregava circa 2.000 anni fa. Nell'evoluzione dell'uomo i nostri antenati, i primi uomini scimmia, avrebbero camminato eretti appena 5 milioni d'anni fa. L'amministrazione Bush e i suoi consiglieri israeliani stanno adesso pianificando la contaminazione del pianeta per settecento milioni di anni. Secondo la retorica dei candidati alla presidenza John McCain e Hillary Clinton, anche loro pensano che sia una buona idea. I media degli USA, da parte loro, sembrano applaudire.

Gli statunitensi, o non comprendono ciò che si preparano a fare, oppure si sentono al riparo delle conseguenze. Il pianeta non è così grande. Ciò che succede da qualche parte finisce per ripercuotersi sul resto del globo. Il fumo dei pozzi di petrolio incendiati durante la guerra del Golfo si è propagato attorno al pianeta ed è stato rilevato in America del Sud. Gli effetti radioattivi del bombardamento d'un reattore nucleare si propagherebbero in luoghi molto distanti, soprattutto se si considera che il viaggio durerà milioni d'anni.

I paesi del Golfo Persico, principalmente l'Arabia Saudita, il Kuwait, l'Iraq e l'Iran, possiedono più della metà delle riserve di petrolio conosciute. Nel 1981 uno studio di Fetter e Tsipis apparso sulla rivista «Scientific American» riguardo alla «propagazione catastrofica della radioattività» stimava che il bombardamento di un reattore nucleare renderebbe inabitabile una superficie di 8.600 miglia quadrate [NdR: 1 miglio = 1.609 km] attorno al reattore, tutto a seconda del soffiare del vento. Bombardare il reattore di Bushehr significherebbe che la metà delle riserve di petrolio diventerebbero istantaneamente inaccessibili. Bombardare l'Iran significherebbe che gli statunitensi non potrebbero più prendere l'auto, ovunque si tratti d'andare, e questo per molto tempo. Lo stile di vita americano sarebbe finito. Seguirebbe un crollo economico inimmaginabile per gli statunitensi. La produzione alimentare meccanizzata e il trasporto del cibo sarebbero cose del passato. Le sommosse per la fame diventerebbero cosa certa se per caso l'indicatore di carburante indicasse che la riserva è vuota, perfino negli Stati Uniti, terra d'abbondanza.

Le nazioni del mondo non possono contare sugli Stati Uniti e sui loro consiglieri israeliani perché questi pensino e agiscano in modo razionale riguardo ai bombardamenti dei reattori. Non ha senso dire che «tutte le opzioni sono sul tavolo» ed è perfino un crimine contro l'umanità. Gli Stati Uniti e Israele stanno preparando il pubblico ad accettare questa follia, annunciando che hanno bombardato con successo un reattore nucleare siriano senza effetti nocivi. Israele ha anche recentemente pubblicato il video del bombardamento del reattore nucleare d'Osiraq nel 1981 in Iraq. Vedete com'è facile. Non c'è nessuna spiacevole conseguenza. Ma i due siti erano in costruzione e i reattori non erano riempiti fino all'orlo di tonnellate d'uranio arricchito.

I popoli e i governanti del Golfo Persico, del Medio Oriente, dell'Europa e anche di quei paesi dove soffierà il vento, cioè l'India e la Cina, devono adesso prendere delle misure perché cessi questa follia. Una volta liberate le radiazioni, le risoluzioni dell'ONU non le riporteranno in un luogo confinato.

Gli statunitensi che hanno famiglia e amici implicati nelle forze armate nella regione del Golfo Persico, che sia in Iraq o in Afganistan, dovrebbero domandarsi fino a che punto l'amministrazione Bush considera che le sue truppe possano essere sacrificate.

Il pianeta implora: «Non bombardate i reattori nucleari»

Per le fonti vedere l'articolo in inglese: "Consider the Consequences of Bombing Iran’s Nuclear Power Plant and Pray".

Titolo originale: "Les conséquences des bombardements sur les installations nucléaires de l'Iran"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
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Adesso ammazzateci tutti


Sul loro tavolo c'era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d'Europa, l'Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell'attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. "Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine" attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola.

Che a questo punto ha deciso di fare da solo: nelle prossime settimane il governatore presenterà infatti al consiglio regionale una legge che imporrà all'Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia, la riduzione delle emissioni inquinanti. "Stabiliremo un cronoprogramma: più passa il tempo - dice Vendola - e più dovranno tagliare. Altrimenti saremo costretti a farli chiudere".

La decapitazione ministeriale dei tecnici è stata scoperta dai pugliesi il 15 ottobre. "Convocati a Roma ci siamo trovati davanti il nuovo presidente del nucleo di coordinamento scelto dal ministro Prestigiacomo - spiega l'assessore all'Ambiente, Michele Losappio - Stranamente, più volte e con grande enfasi, ha voluto sottolineare come le emissioni dell'Ilva siano tutte nei limiti dell'attuale normativa nazionale". "Per la prima volta poi - continua il direttore regionale dell'Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato - al tavolo c'erano anche i tecnici dell'azienda".

"Insomma l'aria sembra cambiata, almeno al ministero" dice invece Vendola, proprio lui che appena insediato aveva fatto proprio un piano industriale d'accordo con la famiglia Riva. L'Ilva effettivamente ha speso 300 milioni di euro per modernizzare gli impianti e ha dimostrato la possibilità di ridurre le emissioni. "Non ha mantenuto però molti degli impegni presi - continua il governatore pugliese - E soprattutto nel piano presentato al Ministero parla di riduzioni delle emissioni di diossina molto lontane rispetto alla nostra pretesa: indicano limiti tre volte superiori rispetto a quelli che noi chiediamo".

Ecco perché la Regione Puglia ha già annunciato che se le carte in tavola non cambieranno, esprimerà parere negativo al rilascio dell'Aia. Ma il parere non è vincolante. Da qui la decisione di intraprendere la strada della legge regionale. "Qui si vuol far credere - spiega ancora il presidente pugliese - che in realtà non c'è niente da fare. Che o c'è la fabbrica con tutti i suoi veleni, o c'è una salubrità mentale assediata dalla disoccupazione. Ci si mette davanti all'opprimente aut aut che o si muore di cancro o si muore di fame. Invece investendo nelle tecnologie quelle riduzioni possono arrivare. In caso contrario, meglio una vita da povero che una morte sicura".

L'Ilva negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi. "E approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d'Europa farà sempre più utili" dice Vendola. "In qualsiasi parte d'Europa, Slovenia esclusa, l'Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni" spiega il professor Assennato. "Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti".

Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. "Mai abbiamo avuto risposte. E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell'Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità".

Questo scontro istituzionale arriva dopo un altro, violentissimo, avvenuto quest'estate. Per motivare la richiesta di diminu-zione degli inquinanti, e in particolare del benzoapi-rene, l'Arpa pugliese aveva allegato una serie di analisi dell'Università di Bari. Soltanto da due anni, infatti, l'Agenzia regionale per l'ambiente sta monitorando l'Ilva. Il direttore regiona le del ministero, Bruno Agricola, ha sostenuto che "le campagne effettuate non pos sono essere ritenute valide". I criteri di rilevamento, nel 2005 e nel 2006, non avrebbero rispettato quanto previsto da una legge del 2007. In sostanza, avrebbero dovuto prevedere il futuro.

di Giuliano Foschini
Link: la Repubblica


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