sabato 25 ottobre 2008

Flotta armata dell’Unione Europea per combattere i pirati della Somalia



 

I vertici dell’Unione Europea, bypassando il Parlamento, varano una flotta aeronavale per la lotta alla pirateria nelle acque somale. Da dicembre si affiancherà alla forza navale della Nato che opera da giorni nel Corno d’Africa. Dietro il paravento dell’“aiuto umanitario”, Stati Uniti e partner occidentali sono pronti ad intervenire direttamente nel conflitto che ha dilaniato la Somalia.

 

 

 

L’Unione Europea è pronta ad inviare in Somalia una forza aeronavale per combattere la “pirateria”. Lo ha dichiarato all’agenzia Reuters l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e la Sicurezza comune, Javier Solana, già segretario generale della Nato dal 1995 al 1999. La task force sarà attivata entro il mese di dicembre sotto il comando del vice-ammiraglio della marina britannica, Philip Jones. Il quartier generale della forza militare dell’Unione sarà a Londra; all’operazione parteciperanno unità navali e reparti aerei di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Olanda e Svezia. Secondo quanto riferito dal ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, saranno attivati tre fregate, una nave appoggio e tre pattugliatori, che opereranno con ignote regole d’ingaggio in un’area compresa tra il Canale di Suez e le coste della Somalia e dello Yemen.

“Sono certo che questa forza navale darà un contributo importante al World Food Program delle Nazioni Unite, nella protezione delle navi che transitano a largo della Somalia, e alla lotta contro la pirateria”, ha dichiarato Javier Solana. “La pirateria si è insediata nelle coste della Somalia; quest’anno sono state assaltate una trentina di navi e sono stati causati danni economici per 18-30 milioni di dollari. Ciò ha trasformato l’area nella più pericolosa via marittima del mondo”.

 

 

Ma per gli aiuti c’è gia la flotta Nato sotto comando italiano

 

La decisione di trasferire nel Corno d’Africa una propria forza militare (la prima nella storia dell’Unione), è stata presa dell’esecutivo Ue senza investire il Parlamento di Strasburgo e senza un confronto politico tra i paesi membri sugli obiettivi e le modalità dell’intervento armato. Di certo, sono stati i ministri esteri di Francia e Spagna, nel giugno 2008, a presentare la proposta di una forza navale europea, mentre la formalizzazione della costituzione è giunta contemporaneamente al varo dello “Standing Naval Maritime Group 2” (SNMG2), il gruppo navale Nato che il 15 ottobre si è installato nelle coste somale. Sotto comando della Marina italiana, l’SNMG2 è composto da sette unità militari di Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Turchia e Stati Uniti; anche ad esso sono demandate non meglio specificate “operazioni anti-pirateria” e la “protezione” delle navi del World Food Program (WFP) che trasportano il cibo destinato alle popolazioni vittime del conflitto.

Nonostante la missione Nato in Corno d’Africa estenda a dismisura e pericolosamente il raggio d’azione e le finalità operative dell’alleanza (proprio come nel caso dell’istituzione “cugina”), non si può proprio dire che essa sia stata al centro di approfondite analisi tra gli strateghi di Bruxelles. L’invio dello “Standing Naval Marittime Group” è stato discusso solo durante il vertice dei ministri della difesa Nato di Budapest, l’11 ottobre 2008. In realtà i partecipanti si sono limitati a ratificare l’impegno che il generale Jaap de Hoop Scheffer (segretario della Nato), aveva assunto con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, nel corso di un incontro a New York, il 25 settembre 2008. All’ordine del giorno l’estensione e il rafforzamento del mandato della missione ISAF in Afghanistan e la “cooperazione Onu-Nato” in Kosovo, così al tema delle scorte militari Nato agli aiuti alla Somalia fu riservata solo una manciata di minuti a margine dell’incontro.

La richiesta di Ban Ki-Moon è stata comunque colta al volo non fosse altro perché permetteva di legittimare in ambito Onu i programmi di penetrazione e controllo militare del continente africano, nel nome della “lotta al terrorismo internazionale”. Così, con un tempismo senza precedenti, il 7 ottobre, su richiesta della Francia e di altri 19 paesi (tra cui Italia e Stati Uniti), il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione n. 1838 sulla “pirateria marittima”, autorizzando la comunità internazionale all’uso della forza, anche in acque territoriali, per contrastare “la crescente pirateria al largo delle coste della Somalia che colpisce la navigazione commerciale, le navi da diporto e i pescherecci”.

 

 

Miti e minacce dei pirati nel XXI secolo

 

Sulle cause e le dimensioni del fenomeno della “pirateria marittima”, le ricerche e le analisi di valore scientifico sono veramente poche. Gli unici indicatori quantitativi sono quelli forniti dall’International Maritime Bureau: nei primi nove mesi del 2008, sarebbero stati 32 gli attacchi a navi straniere effettuati da “pirati” di nazionalità somala nelle acque dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden. Un numero non impressionante, considerato che sono centinaia e centinaia le navi che attraversano quotidianamente le vie marittime prospicienti le coste somale. Qualche perplessità desta poi l’affermazione di fonte Onu-Nato-Ue che ci si trovi di fronte ad una insostenibile “impennata” nel numero degli assalti: secondo la Camera Internazione per il Commercio di Londra, gli incidenti registrati in quest’area nel 2005 furono in tutto 35. E davanti alla Somalia, nella speciale classifica dei paesi sottoposti alla minaccia della pirateria, c’è l’Indonesia, arcipelago d’isole che sino ad oggi nessuno ha pensato di “difendere” con l’invio di portaerei, sottomarini, fregate e lanciamissili.

Le cifre non spiegano comunque le ragioni politiche, sociali ed economiche che starebbero alla base del “crescente” fenomeno della pirateria in Somalia, paese in cui l’assenza di controllo statuale è in buona parte imputabile alle scellerate scelte di Washington e dei suoi alleati europei ed africani. In un lucido e provocatorio articolo sul settimanale “The East African” di Nairobi (12 ottobre 2008), il noto analista ugandese Charles Onyango-Obbo scrive che “senza un’economia funzionante e con una quantità infinita di persone impossibilitate a trovare lavoro, la pirateria diventa l’unica fonte di sopravvivenza per alcuni somali”.

“La soluzione alla pirateria in Somalia – aggiunge Onyango-Obbo – non s’incontra in alto mare. Essa sta all’interno del paese. (…) La presenza delle forze etiopi in Somalia ha fatto crescere il risentimento nazionalista e così si sviluppa l’estremismo e la continuazione del conflitto. Se gli etiopi se ne andranno, il governo di transizione collasserà e gli islamisti ritorneranno al potere. Essi sono l’unica forza in grado di gestire il ritorno dell’ordine in Somalia e possono soffocare la pirateria. Per gli interessi dei paesi dell’Africa orientale c’è una sola possibile soluzione: che i mullah ritornino a Mogadiscio”. Proprio ciò che Stati Uniti e partner Ue e Nato non vogliono, il ritorno delle Corti islamiche, a costo di minacciare un terzo fronte di guerra (dopo Afghanistan ed Iraq) in Corno d’Africa. Il “Rapporto sullo stato del terrorismo”, presentato nell’aprile 2008 dal Dipartimento di Stato, ha enfatizzato che “le più serie minacce agli interessi statunitensi sono rappresentate dalle operazioni di al Qaeda in Somalia”, prefigurando un’estensione delle “guerre preventive” al continente africano.

  

 

Unione Europea ed Alleanza Atlantica sulla scia delle portaerei Usa

 

Se quattordici navi da guerra Ue e Nato (a cui va aggiunto l’enorme potenziale bellico rappresentato dalla 5^ e dalla 6^ flotta Usa attive tra il Mediterraneo e l’Oceano  Indiano), non giustificano la protezione di circa 35.000 tonnellate di aiuti alimentari che il WFP invia mensilmente in Somalia, flotte con due (o tre) differenti bandiere, aldilà della dubbia legittimità delle operazioni “anti-pirateria”, causeranno una duplicazione degli sforzi e lo spreco di ingenti risorse finanziarie. Gli alti comandi dell’Alleanza Atlantica ci hanno tenuto a precisare che “la Nato si coordinerà strettamente con l’Unione Europea e le operazioni navali anti-terrorismo dirette dagli Stati Uniti”, ma tutto sembra indicare che ai vertici della catena di comando dell’intervento internazionale in Somalia ci sarà il Pentagono, magari attraverso il nuovo comando Africom insediato l’1 ottobre a Stoccarda.

La risoluzione anti-pirateria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’attivazione delle flotte Nato ed Ue sono infatti successive alla richiesta degli Stati Uniti di “condividere la lotta al terrorismo” in Africa. Mentre poi il cosiddetto “contrasto militare della pirateria” è da anni al centro dell’attenzione degli strateghi di Washington, all’appuntamento nei mari somali Ue e Nato arrivano senza alcun dibattito interno. La Marina militare Usa avviò le attività di addestramento “anti-pirateria” nell’ottobre 2004, anno in cui gli attacchi registrati in Somalia furono solo due. L’ottobre 2005, il “Maritime Liaison Office” dell’Us Navy, con base in Bahrain, attivava un servizio definito in codice “MARLO”, per monitorare le “attività sospette in mare particolarmente nel Golfo Persico e ad est delle coste della Somalia”.

La prima vera operazione contro i pirati fu realizzata il 21 gennaio 2006 dal cacciatorpediniere “Uss Winstor Churchill”: fu liberata una nave mercantile sequestrata da dieci cittadini somali che furono poi consegnati alle autorità keniane per essere giudicati da un tribunale di Mombasa. Il successivo 18 marzo, un incrociatore e una fregata statunitensi ingaggiarono nel Corno d’Africa un vero e proprio combattimento contro una piccola imbarcazione “pirata”, colpendo a morte una delle persone che si trovavano a bordo. Meno di un mese dopo, due unità navali di Usa e Olanda, appartenenti ad una flotta multinazionale inviata nel Golfo Persico in appoggio alle operazioni in Iraq, venivano dirottate verso la Somalia nel tentativo, infruttuoso, di liberare un peschereccio sud-coreano sequestrato a 60 miglia dalla costa.

Le cronache dei due anni successivi registrano interventi anti-pirati poco significativi. Ciononostante, nel maggio 2008, alla vigilia cioè dell’escalation militare in Corno d’Africa, il portavoce della 5^ Flotta degli Stati Uniti con base in Bahrein, Stephanie Murdock, annunciava la “destinazione di numerose risorse della Marina Usa per combattere la pirateria, un problema che si sta attenzionando seriamente. Ufficiali e marinai si stanno addestrando duramente per queste missioni. La pirateria non è solo una questione che riguarda la Marina, o gli Stati Uniti d’America; essa richiede il coinvolgimento internazionale di molte agenzie e governi”. Washington, intanto, attraverso il Comando per le operazioni in Africa (Africom), decideva il trasferimento nelle acque del continente delle unità della Coast Guard, in funzione anti-pirateria e di “difesa” delle zone di pesca.

A seguito del sequestro del cargo ucraino “Faina” con a bordo una trentina di carri armati e munizioni destinati al conflitto in Darfur, la Marina Usa ha posizionato nel Corno d’Africa l’incrociatore “Howard” ed altre due unità militari minori. Ma a largo delle coste somale, oltre alle navi statunitensi e a quelle dello “Standing Naval Maritime Group 2” Nato, sono pure presenti una fregata lanciamissili russa e una nave portaelicotteri indiana. Quando a dicembre arriverà in Somalia la flotta dell’Unione europea, la stretta militare sarà realmente imponente.

 

 

La catastrofe somala di Onu ed Unione africana

 

Pur di partecipare in posizione subalterna alle avventure africane dell’amministrazione Bush, l’Unione Eeuropea e la Nato rischiano di precipitare nell’inferno somalo senza che a medio termine s’intravedano vie d’uscite dal conflitto. Gli ultimi mesi hanno segnato una rapida escalation dei combattimenti, con centinaia di morti tra la popolazione civile di Mogadiscio. I miliziani dello Shabaab (l’ala più radicale del movimento fedele alle Corte Islamiche cacciate dalla capitale con i bombardamenti di Stati Uniti ed Etiopia del gennaio 2007), avrebbero già conquistato alcune città meridionali.  Secondo Peacereporter, dall’inizio dell’anno le vittime sarebbero già 1.238, mentre gli sfollati sarebbero più di un milione. Sempre più somali tentano intanto di abbandonare il paese via mare affidandosi ad imbarcazioni di fortuna o ad organizzazioni criminali. Secondo una stima diffusa da un gruppo di ricerca che fa capo all’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur) e all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei primi nove mesi del 2008, almeno 33.600 persone (per due terzi somali, il resto etiopici costretti a fuggire dalla siccità che ha colpito la regione) hanno raggiunto le coste dello Yemen, con un picco di 8.500 arrivi solo a settembre. Sempre secondo il rapporto Acnur-Oim, almeno 230 persone sono morte durante la traversata del golfo di Aden, mentre 365 risultano disperse. Un flusso migratorio senza precedenti, che certamente preoccupa Stati Uniti-Nato-Unione Europea - perlomeno quanto la sedicente “pirateria” - la cui “regolazione” è forse una delle ragioni per spiegare l’iperattivismo militare in Corno d’Africa.

A rendere ancora più complessa e delicata l’odierna fase del conflitto c’è poi l’attiva partecipazione agli scontri dei militari etiopi presenti in Somalia nel quadro della missione dell’Unione Africana, Amisom (oltre 3.400 militari di Burundi, Etiopia ed Uganda). Un’operazione di “peacekeeping” assai controversa, avviata formalmente su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma che in realtà è sotto il coordinamento della “Joint Task Force JTF-Horn of Africa” delle forze armate statunitensi, con base a Camp Lemonier, Djibouti. Ad Amisom non è mancato pure il contributo diretto della Nato: aerei da trasporto dell’alleanza hanno assicurato il trasferimento in Somalia di reparti e mezzi dei paesi africani partecipanti (gli ultimi due aerei cargo sono atterrati l’11 ottobre scorso a Mogadiscio rinforzando la “peacekeeping force” con 400 militari del Burundi). 

 

 

Operatori umanitari nel mirino dei signori della guerra

 

Non essendo più possibile distinguere tra occupanti etiopi, “peacekeepers” dell’Unione Africana e comandi o mezzi Usa-Nato, Amisom si è trasformata in uno degli obiettivi privilegiati dell’offensiva insorgente. Non è un caso che nei giorni scorsi i combattimenti abbiano interessato le aree circostanti l’aeroporto di Mogadiscio, dove la missione africana ha la sua sede. A ciò si aggiungono i sempre più numerosi attentati con bombe ed esplosivo ai danni dei velivoli o di singole unità della forza Ua. Le stesse milizie dello Shabaab, secondo fonti occidentali, avrebbero minacciato di estendere le operazioni militari al vicino Kenya, nel caso in  cui venisse confermata l’intenzione del governo di Nairobi di addestrare 10.000 uomini dell’esercito somalo.

Ciò che oggi accade, dovrebbe fornire più di un motivo di riflessione alle agenzie delle Nazioni Unite. L’intervento umanitario e di “imposizione” della pace, sotto la direzione di eserciti e flotte navali, sono stati del tutto fallimentari, ma soprattutto hanno prodotto gravissime perdite di vite umane tra gli organismi governativi e le ONG che operano a fianco delle popolazioni somale. Secondo fonti Onu, quest’anno 14 operatori umanitari sono già stati assassinati nel paese africano. L’ultimo omicidio è avvenuto poco meno di una settimana fa nella città meridionale di Hudur, provincia di Bakool, e ha avuto come vittima Muqtar Mohammed Hassan, responsabile del programma idrico e sanitario del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef). Un funzionario del World Food Program, Abdinasir Aden Muse, era stato colpito a morte un paio di giorni prima nella città di Merca, all’uscita di una moschea.

C’è da chiedersi se in tema di interventi in aree di conflitto e militarizzazione degli aiuti, il neocoordinatore Onu-Unione Africana per lo sviluppo e le iniziative di pace del continente africano, Romano Prodi, vorrà o potrà fare un’inversione di rotta. I segnali, purtroppo, vanno in senso contrario. L’Unione Africana ha deciso d’istituire una forza multinazionale d’intervento rapido nelle zone di guerra, l’African Standby Force, con 5 brigate, affidandone l’addestramento alle forze Usa di Camp Lemonier e del Comando Africom di Stoccarda.

 

di Antonio Mazzeo

La fine di un Impero: il centro del mondo tornerà in Europa


Intervista al demografo e sociologo francese Emmanuel Todd Nel suo libro ‘Dopo l’impero’ aveva anticipato il declino americano. Tra i meriti dello studioso anche l’aver previsto la dissoluzione dell’Urss “Il vero problema è il deficit commerciale, che rischia di far collassare anche la Cina”

ROMA - “Più la crisi finanziaria si aggrava, più forte diventa l’Europa. Per l’ascesa di Pechino ci vorrà ancora del tempo e premesso che non sono un esperto di Cina, non escluderei un collasso: il 40% delle loro esportazioni finisce negli Stati Uniti, non credo esistano precedenti di economie così sbilanciate”. Per quanto oggi immaginare una Cina in grossa difficoltà possa apparire fantascientifico, vale la pena tenere a mente queste previsioni perché a farle non è uno studioso qualsiasi, ma Emmanuel Todd, demografo e sociologo francese che può vantare all’attivo due pronostici apparentemente altrettanto temerari divenuti realtà.

Nel 1976, incrociando dati demografici ed economici, nel libro “Il crollo finale - Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica”, Todd aveva anticipato l’inevitabilità del tracollo di Mosca. Usando lo stesso metodo di studio, nel 2002, quando alla vigilia della guerra in Iraq tutti inneggiavano agli Stati Uniti come all’unica superpotenza destinata a dominare il mondo, Todd pubblicò “Dopo l’impero - La dissoluzione del sistema americano”, avvertendo che il tempo di Washington stava per scadere.
Dottor Todd, quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è quello che annunciava in “Dopo l’Impero”?
“E’ una crisi, una delle tante crisi che colpiranno gli Stati Uniti. Non direi che è la crisi finale. Il declino avviene per vari livelli: il fallimento della guerra in Iraq, l’Afghanistan, l’impotenza in Georgia e ora il tracollo della finanza. Forse siamo all’inizio della fine. Ma l’America ha ancora una certa forza, penso al sistema militare e al dollaro, che in questi giorni si è rafforzato. Per arrivare a toccare il fondo manca il collasso della valuta e del sistema militare e per ora non ci siamo ancora arrivati”.

C’è qualcosa che la sta sorprendendo degli ultimi sviluppi?
“In ‘Dopo l’impero’ segnalavo la tendenza a ritirare gli investimenti dagli Stati Uniti, ma se capire la direzione di fondo è relativamente facile, la parte più difficile delle previsioni è quella sui tempi ed effettivamente sono sorpreso dalla velocità con cui le cose sono avvenute”.
Può ricordare ai lettori come era arrivato a prevedere il crollo Usa.
“In quella fase tutti parlavano dalla forza militare americana, e si mostravano impressionati. Io ho guardato più l’aspetto finanziario, ho analizzato la capacità di produzione, lo stato di salute del sistema educativo, il fatto che era crollato il numero di lauree in ingegneria, solo per fare un esempio. Ho documentato come la base industriale del Paese fosse in affanno, con un aumento incredibile del deficit commerciale. Capire era molto semplice, ma tutti erano ciechi. All’epoca mi sono sentito come il bambino della favola che grida ‘il re è nudo’. Il vero mistero è come sia stata possibile questa illusione collettiva, occorre capire perché tutti volevano continuare a immaginare un potere che non c’era più. Una vera forza americana c’è stata nel dopoguerra e con effetti positivi, ma ora non c’è più. Credo che la soluzione abbia a che fare con il fatto che le classi dominanti in Europa e in Giappone hanno paura di fare a meno del potere Usa e vogliono continuare a crederci. Sono spaventate da un mondo multipolare.
Lei pronosticava anche un inevitabile riavvicinamento tra Europa e Russia. Almeno su questo punto la guerra in Georgia sembra averle dato torto.
Innanzitutto va detto che pur non potendolo dimostrare, sono convinto che la guerra in Georgia è probabilmente l’elemento che ha fatto precipitare la crisi negli Usa. Le difficoltà erano chiare e si trascinavano da un anno, ma sono precipitate quando è stata evidente l’impotenza americana nel Caucaso. Quanto al rapporto tra Europa e Russia, la situazione è ambigua e la risposta è difficile. Credo che la gente abbia capito che quella russa non è una vera minaccia militare, la forza armata georgiana era irrilevante. Inoltre i problemi finanziari, il crollo dei prezzi delle materie prime e la crisi demografica frenano l’ascesa russa e rendono il paese gracile. Mosca sembra forte grazie a gas e petrolio, ma solo quando gli altri stanno bene, ora invece sono nei guai. Non credo ci sia una vera minaccia, mentre la migliore garanzia per un mondo stabile è un rapporto stretto tra Europa e Russia. Gli Usa sono in grave difficoltà per via dello spaventoso debito commerciale e saranno costretti a diminuire il loro standard di vita. Le conseguenze si faranno sentire in maniera forte sulla Cina, che esporta il 40 per cento della sua produzione in America e quindi rischia una sovraesposizione. So troppo poco della Cina per sbilanciarmi in previsioni, ma con questi numeri non escluderei guai grossi per la loro economia. Abbiamo quindi due instabilità da una parte e un blocco stabile (o almeno potenzialmente stabile) dall’altra, reso complementare dall’integrazione tra la base industriale europea e le risorse energetiche della Russia.

Sull’Europa lei ha cambiato posizione nel corso dagli anni, passando dallo scetticismo all’entusiasmo. Ora cosa ne pensa? 

Non sono un buon europeo, ero contrario a Maastricht e ho votato contro al referendum sulla Costituzione. Credo che l’idea di un’Europa unita dal punto di visto politico sia disperata, ma sul piano economico è diverso e credo che il centro del mondo, in attesa di un’eventuale ascesa cinese, tornerà ad essere qui. Più è grave la crisi finanziaria, più forte diventa l’Europa. Il potere vero, non quello illusorio, è qui, nel sistema dell’economia reale europeo, che ha il suo cuore in Germania.
Non crede che le elezioni negli Usa possano modificare il corso delle cose?
Fossi americano voterei Obama, su questo non c’è dubbio, ma non cambierà molto. L’enorme debito commerciale pesa come un macigno. Potrà incidere sull’immagine esterna degli Stati Uniti e far durare un altro po’ l’illusione del potere americano. Inoltre i democratici sono solitamente più bravi in politica estera, mentre McCain accelererebbe la perdita di leadership mondiale. Ma ripeto: la questione della crisi economica statunitense è troppo centrale.
Lei è stato anche un feroce critico del liberalismo. Cosa pensa dei proclami sulla fine del capitalismo ascoltati in questi giorni?
Come ha dimostrato il fallimento dell’Urss, non c’è alternativa al capitalismo. Ma quello attuale è il collasso del doppione capitalistico del modello sovietico. L’unico sistema possibile è un capitalismo intelligente che punti ad una politica di espansione salariale, sottoposto a dei controlli e ad uno Stato autorevole.
Nei suoi libri sembra di poter cogliere sempre un fondo di ottimismo, è ottimista anche ora?
Dobbiamo smettere di ragionare in bianco e nero, non si può non essere preoccupati da quanto vediamo. Un collasso delle banche o della produzione, con la conseguente disoccupazione, sarebbe tremendo, ma non sarei certo contento da un ritorno al business as usual. Uscire da questa situazione per me significa andare verso più equità e più redistribuzione della ricchezza. Questa, come ogni crisi, può essere terribile oppure un passaggio necessario verso la scoperta della soluzione: è allo stesso tempo piena di pericoli e opportunità.

di Valerio Gualersi

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/4077-negli-usa-solo-linizio-della-fine-il-centro-del-mondo-torna-in-europa/

Il satellite-radar italiano Cosmo-Skymed è in orbita



E' decollato in perfetto orario il Cosmo-Skymed: scandaglierà con le sue onde la superficie terrestre

VANDENBERG (California) – Il terzo satellite ambientale italiano Cosmo-Skymed ruota intorno alla Terra. E’ decollato in perfetto orario alle 19.28 locali di ieri sera (le 4.28 di questa mattina in Italia) dalla base spaziale militare americana sulla costa pacifica. Il primo era stato lanciato nel giugno dell’anno scorso e l’ultimo partirà agli inizi del 2010. A quel punto la costellazione dei quattro veicoli spaziali sarà completa e potrà svolgere appieno il lavoro per cui è stata realizzata da Thales Alenia Space su un programma dell’agenzia spaziale italiana Asi assieme alla Difesa.

La costellazione è nata con uno scopo ambizioso: tenere sotto controllo in continuazione la superficie della Terra facendo ricorso invece che ai normali obiettivi ottici ad un radar. Lo strumento scandaglia con le sue onde la superficie e costruisce delle immagini ricche di informazioni con un grande vantaggio, quello di scrutare in continuazione il territorio nonostante la presenza delle nuvole e durante la notte; due condizioni gravose che limitano e riducono il lavoro dei normali satelliti con obiettivi ottici. Inoltre il programma nasce da un accordo e dalla partecipazione della Difesa e in questo modo è nata la prima costellazione a livello internazionale con una caratteristica «duale», cioè che serve le necessità degli impieghi civili e militari legati alla sicurezza.

Già i primi due satelliti sono stati intensamente adoperati in varie circostanze nei mesi passati aiutando ad esempio il tempestivo censimento dei danni causati dall’uragano in Birmania e dal terremoto in Cina. «E i nostri militari – nota il generale Pietro Finocchio alla guida di Teledife che sovrintende la partecipazione della Difesa - lo utilizzando correntemente nei territori in cui agiscono come in Afghanistan e Iraq – raggiungendo una miglior sicurezza nelle operazioni». Con i primi due satelliti si raccoglievano 900 immagini al giorno della Terra. Ora con il terzo si arriverà a 1300 per toccare il tetto delle 1800 riprese quotidiane quando sarà disponibile anche il terzo satellite, tutti rotanti su un’orbita che attraversa anche le aree polari a 630 chilometri d’altezza.

La costellazione sarà attiva per quindici anni ma già l’Asi sta pensando a come garantirne in futuro la continuità con una nuova generazione di veicoli ancora più avanzati. Ma intanto c’è lo sfruttamento dei satelliti ora disponibili le cui mappe mostrano oggetti più piccoli di un metro. «Ma con tre veicoli in orbita – precisa Enrico Saggese, commissario dell’Asi – potremo iniziare la sperimentazione di una tecnica di rilevazione che realizzerà addirittura immagini tridimensionali che saranno la pratica normale della futura generazione. Ora per stimolare applicazioni praticate stiamo costituendo alla stazione dell’ASI di Matera dove si ricevono le trasmissioni dei Cosmo-Skymed, un centro di eccellenza nel quale i tecnici di piccole e medie aziende e delle università possono sviluppare le tutte le innovazioni possibili».


«Intanto si sta definendo la nascita della società e-geos formata da Telespazio e Asi – precisa Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio – per commercializzare a livello internazionale questi prodotti spaziali italiani che oggi non hanno eguali nel mercato. Naturalmente dobbiamo procedere rapidamente perché arrivare tardi significherebbe perdere una preziosa occasione». «I futuri satelliti Cosmo-Skymed a cui stiamo lavorando avranno una taglia analoga ma saranno più evoluti nelle capacità» precisa Luigi Pasquale, amministratore delegato di Thales Alenia Space. «E per la concretizzazione di questo futuro vediamo importante un più stretto rapporto di collaborazione tra l’Asi e il Ministero della Difesa» conclude Giorgio Zappa, direttore generale di Finmeccanica.

di Giovanni Caprara

Link: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_ottobre_25/satellite_italiano_cosmo_skymed_decollato_fe85b9be-a26d-11dd-9d1b-00144f02aabc.shtml

La Fiat da brividi, Daimler in allarme, le Big Usa giù



Trimestrale Fiat: schizza l'indebitamento netto (+2,8 miliardi), ma ancora utili. E il 2009 non è prevedibile

Un indebitamento netto schizzato in alto e un miglioramento degli utili di gruppo, il quindicesimo consecutivo. Un quarto trimestre preccupante, mentre il 2009 si preannuncia supergrigio. E' la fotografia scattata dal gruppo Fiat nella trimestrale, che per altro è la prima (insieme a quella di Daimler) per il settore auto, che la dice lunga sulla tempesta arrivata anche sulle quattro ruote. In borsa il titolo è andato ancora giù, ma è anche difficile dire che avrebbe compiuto la marcia inversa a fronte di dati migliori.
L'amministratore delegato Sergio Marchionne ha riunito i consiglieri d'amministrazione nella sede della Case New Holland di Racine, nel Wisconsin. Da qui ha fatto sapere i dati, di cui una sintesi può essere che l'ottimo andamento del mercato brasiliano, delle auto di lusso e delle macchine agricole di Cnh hanno compensato il forte peggioramento della congiuntura in Europa e il rallentamento di Iveco. Sintesi che non varrà più per questo ultimo trimestre, colpito da un ulteriore calo della domanda. E peggio ancora sarà nel 2009, quasi impossibile da prevedere - si legge nella nota del cda - a causa dei «movimenti erratici nel sentiment del mercato» almeno per tutta la prima metà dell'anno. Di fatto, la Fiat non ha lanciato un vero e proprio allarme utili, come ha fatto sempre ieri Daimler (per la seconda volta in un anno) ma ha evidenziato che ci saranno pesanti conseguenze da recessione. E restando nell'auto, fa effetto che la trimestrale Fiat venga resa nota in America, nel momento in cui le tre Big dell'auto di Detroit sono in panne. La Gm sull'orlo di una crisi dei conti, alla ricerca di capitali oggi merce rarissima sui mercati, la Ford quasi abbandonata dal suo azionista più ricco e la Chrysler in mano a un fondo che vuole liberarsene o farne spezzatino.
Tornando al gruppo Fiat, nel terzo trimestre i ricavi sono saliti a 14,3 miliardi di euro (+3,2% rispetto alo stesso periodo del 2007), il risultato della gestione ordinaria è migliorato da 745 a 802 milioni, il netto da 454 a 468. I dati dei nove mesi, che risentono ancora positivamente della prima metà dell'anno, vedono ricavi a 46,3 miliardi (+8,4%), utile operativo a 2,7 miliardi (+413 milioni) e netto a 1.541 (+5,7%). Per quanto riguarda l'intero 2008, le stime riviste vedono un fatturato a 63 miliardi e un risultato della gestione ordinaria attorno a 3,4, ovvero nella parte bassa della forchetta delle stime 2006. Il calo dei volumi ha contribuito in misura decisiva al netto aumento dell'indebitamento netto, salito a fine periodo a 3,3 miliardi di euro, con un aumento di 2,8 miliardi rispetto a fine giugno. Per quanto riguarda l'auto, è stato il miglior terzo trimestre dal 1997, con un aumento sia pur lieve dei profitti e anche dei ricavi (nonostante il calo dei volumi di vendita); le quote di mercato in Italia ed Europa crescono rispetto al 2007. Slitta ancora, al 2011, il ritorno dell'Alfa Romeo negli Usa.
di FRANCESCO PATERNÒ

Psicofarmaci: risarcimenti record per Eli Lilly e Glaxo



Antipsicotico Zyprexa, Eli Lilly risarcirà 62 milioni di dollari a 33 Stati Usa 
Patteggiata la chiusura delle inchieste di Illinois e Oregon per promozione illegale del farmaco

La casa farmaceutica Eli Lilly ha patteggiato il pagamento di 62 milioni di dollari a 33 Stati Usa, per chiudere un’inchiesta avviata dai Procuratori generali dell’Illinois e dell’Oregon, in cui era accusata di aver promosso l’antipsicotico Zyprexa anche per patologie diverse dalla schizofrenia e dai disturbi bipolari, le sole per le quali ha ricevuto l’autorizzazione dalla Food and Drug Administration (FDA). Zyprexa veniva promosso, ad esempio, anche per l’uso pediatrico e per la demenza nei pazienti anziani, nei quali aumenta il rischio di morte.

Eli Lilly afferma di aver scelto il patteggiamento “per potersi concentrare sulle proprie attività”, anche se nel corso delle indagini non sono emerse prove che la casa farmaceutica abbia violato le leggi statali. Il Procuratore generale dell’Illinois, Lisa Madigan ha invece sottolineato che “le pratiche commerciali ingannevoli di Eli Lilly sono state illegali e molto pericolose, per di più praticate nei confronti di medici che operano con pazienti molto vulnerabili, come bambini e anziani affetti da demenza”. 
Si tratta del maggior risarcimento pagato da una casa farmaceutica in una causa promossa da singoli Stati, superiore ai 58 milioni di dollari patteggiati da Merck, lo scorso maggio, in una causa relativa all’antinfiammatorio Vioxx.

Il patteggiamento, annunciato ieri, non chiude le cause avviate da altri undici Stati, sempre per promozione illegale dello Zyprexa. Resta aperta anche quella avviata dal governo Federale, in cui si prospetta un patteggiamento da oltre un milione di dollari, seguito da una denuncia penale nei confronti di Eli Lilly. 
Lo scorso marzo, la casa farmaceutica aveva patteggiato un risarcimento di 15 milioni di dollari a favore dell’Alaska, che l’accusava di aver nascosto informazioni sui rischi dell’antipsicotico, in particolare diabete, obesità e iperglicemia.

La compagnia ha già patteggiato la chiusura di circa 31.000 cause promosse da pazienti che hanno utilizzato lo Zyprexa, pagando 1,2 miliardi di dollari di risarcimenti. 
Proseguono, invece, le cause promossa da alcune compagnie assicurative, operanti nel campo sanitario, e da azionisti. 
Si stima che, a partire dal 1996, quando fu autorizzato per la prima volta negli Usa, lo Zyprexa sia stato prescritto a 26 milioni di pazienti nel mondo. Attualmente l’antipsicotico, autorizzato solo per i pazienti al di sopra dei 18 anni, è commercializzato in oltre 80 paesi ed è il farmaco più venduto da Eli Lilly, con ricavi, nel 2007, pari a 4,8 miliardi di dollari.

USA, promozione illecita del “Paxil”: Glaxo patteggia in tribunale 40 milioni di Dollari. 
La Glaxo Smith Kline è nuovamente alla luce dei riflettori negli USA per una causa sull'utilizzo di Paroxetina su minori, i cui marchi più noti in Italia sono Paxil, Serotax, Seroxat, Sereupin. ll giudice Michael Davis (USA) ha approvato l’accordo finale di 40 milioni di dollari di sanzione contro la GSK , multinazionale farmaceutica. Lo studio legale Baum, Hedlum, Aristei & Goldman ha avviato la class-action basandosi su un documento interno della GSK (Glaxo Smith Kline) che dimostra che GSK ha promosso il Paxil come uno psicofarmaco per bambini e adolescenti a dispetto di comunicazioni interne che confermavano che la sperimentazione clinica di Paxil nella depressione pediatrica non superava l’effetto placebo delle pastigliette di zucchero, ed anzi la molecola ha mostrato un tasso di suicidalità molto superiore al placebo (ideazione suicidaria su minori mai prima d’ora affetti da turbe psichiatriche autolesioniste, ndr).

Ciononostante, GSK ha messo sul mercato il Paxil promozionandolo come “considerevolmente sicuro e efficace” sui bambini depressi. Paxil non è stato mai approvato sui bambini, per cui non c’erano avvertenze particolari sul suo uso pediatrico sul foglietto informativo del Paxil, in nessun paese dove il farmaco è stato commercializzato. La GSK non avrebbe dovuto promuovere l’uso del Paxil sui bambini, quando gli esperimenti pediatrici interni alla GSK hanno dimostrato che il Paxil non era più efficace delle pillole di zucchero del placebo, ed inoltre considerato che questo psicofarmaco ha causato nei pazienti un aumento del numero di pensieri suicidi. Il giudice Davis ha puntualizzato che questo è stato un caso legale da “nervi a fior di pelle”, in relazione all’attenzione mediatica internazionale sul caso, e Davis ha deciso che dei 40 milioni di dollari di sanzione pagati dalla Glaxo un milione di dollari sia destinato a donazioni per scopi sociali e umanitari ad associazioni il cui scopo primario includa i bambini affetti da turbe mentali, e il restante sia distribuito fra i genitori dei minori che hanno promosso l’azione legale.

Fonti: www.rsinews.it www.lawyersandsettlements.com, editing a cura della redazione di Giù le Mani dai Bambini®

Link: http://www.disinformazione.it/psicofarmaci_risarcimenti.htm

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