venerdì 24 ottobre 2008

Libertà di stampa cercasi: la classifica mondiale


Non è la prosperità economica ma la pace a garantire la libertà di stampa. Lo scopre l'organizzazione Reporters sans frontières , nella classifica mondiale di quest'anno. 173 i paesi sotto esame, con molti risultati sorprendenti e alcune conferme. Partiamo dal peggio: “Il trio infernale” -giornalisticamente parlando- di Turkmenistan (171esimo), Corea del Nord (172esima), Eritrea (173esima).

Il mondo del dopo 11 settembre lascia le grandi democrazie sulla difensiva, con tentazioni che nel nome della sicurezza minacciano le libertà civili. Sovente, autoritarismo dietro lo schermo delle guerre dichiarate in nome della lotta contro il terrorismo. Emblematiche, a questo proposito la situazione di Stati Uniti e Israele. Doppia classifica per loro: punteggio di “democrazia stampa” interna ed esterna. Gli Usa ottengono un onorevole 41esimo posti sul territorio americano, ma finiscono a 119 (dopo l'Angola e subito prima dell'amica Georgia) sui territori da loro controllati fuori delle frontiere nazionali. Situazione analoga per Israele (46esimo sul territorio israeliano, 149esimo fuori delle frontiere nazionali), dove, per la prima volta dal 2003, un giornalista palestinese è stato ucciso dall'esercito israeliano.

Altra minaccia, i tabù religiosi o politici, in espansione, mentre, contemporaneamente le organizzazioni internazionali, l'ONU per prima, perdono lentamente la loro autorità sugli Stati membri. Novità consolatoria, i progressi di piccoli Paesi economicamente deboli, che garantiscono comunque alla loro popolazione il diritto di non essere della stessa opinione del governo e di esprimerlo pubblicamente. Accade soprattutto nella nostra Europa, sia quella dell'Unione sia la parte vicina. Prima considerazione. La testa di classifica, il meglio mondiale della libertà di stampa, sta tutto al nord del nostro continente: Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Estonia, Finlandia, Irlanda. Fuori del “medagliere” ma con risultati sorprendenti, le “neo comunitarie” Slovacchia (7° posto) e Repubblica Ceca (16°). Qualche sorpresa, non del tutto piacevole, la classifica dei “sei grandi” dell'Unione, democrazie e potenze economiche guida: Germania 20° posto, Gran Bretagna 23°, la Francia di Sarkosy al 35° (battuta da Slovenia e Grecia), Spagna 36° e l'Italia in coda (44° posto), superata persino da Bosnia-Herzegovina e Macedonia. I problemi nostri riguardano la pluralità nelle emittenti televisive (tanto per non fare sempre il nome di Berlusconi) ed oggi anche l'intervento di qualche pezzo di magistratura che, incurante dei vincoli della Corte di giustizia europea, ordina perquisizioni contro giornali e giornalisti sulle loro fonti.

Maglie nere dell'Unione, Polonia, Romania e Bulgaria. Sguardo di curiosità dovuto per i nostri vicini balcanici, sempre in bilico tra ammissione o esclusione dall'Unione. Ben classificate, abbiamo visto, Bosnia e Macedonia (si parla di libertà di informazione e non certo di stabilità politica e sviluppo economico), mentre a seguire l'Italia troviamo la Croazia (46°), il Montenegro a 53, il Kosovo (in classifica come Stato indipendente) 58°, con Belgrado che rosica sia per l'inclusione del Kosovo sia per il suo 64° posto. Anche in Serbia, qualche problema con l'utilizzo della televisione pubblica. Fanalino di coda balcanico, dopo lo Zambia e prima della Guinea, l'Albania cui l'Italia investe tanta attenzione e si assume tante responsabilità.
di Ennio Remondino, Megachip - da Dnews
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8154

I quattro fattori dello scontro di civiltà mediorientale


Un gruppo fondamentalista sunnita libanese firma un documento di intesa con Hezbollah. La Siria e la Russia rinsaldano i rapporti. L’Iran si allea con Hamas e Hezbollah (e forse ben presto con altre forze politicamente e culturalmente anti-occidentali), mentre le sue elite a livello culturale e mediatico dichiarano la loro solidarietà alla Russia contro la Georgia, per nessun’altra ragione che quella di irritare l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare.

I nostri conflitti e le nostre alleanze non sono di natura settaria o religiosa, come potrebbe sembrare a prima vista, ma piuttosto sono determinati sostanzialmente da ragioni culturali e di ‘civiltà’. Forse ciò spiega questa ‘sorprendente’ convergenza di opposti, e la ragione per cui l’Iran ed i suoi vicini arabi sono lontani l’uno dagli altri quanto la Russia lo è dalla Georgia – due paesi geograficamente contigui, ma culturalmente ed ideologicamente lontani mille miglia.

Ma come spieghiamo questo incontro di opposti (gli sciiti ed i fondamentalisti sunniti) e questa repulsione fra simili (Hamas ed il Movimento del Futuro di Saad Hariri, entrambi sunniti)? Come possiamo comprendere l’ ‘alleanza’ turco-israeliana in contrasto con le ‘tensioni’ arabo-iraniane, o la riconciliazione tra al-Qaeda e gli afghani, di fronte alla ‘inimicizia’ tra afghani e pakistani? In breve, come possiamo spiegare questo sconcertante mosaico all’interno del mondo arabo-islamico?

Gli interessi comuni da soli non sono sufficienti a comprendere questi rapporti intricati e conflittuali. Le convergenze sono per loro stessa natura temporanee e fluttuanti, a causa dell’assenza di punti fermi su cui costruire rapporti di collaborazione, ed a causa della natura oscillante degli ‘interessi’ stessi. Né l’attrazione – o la repulsione – religiosa o settaria spiega questo mosaico. In effetti, gli accidentati percorsi dell’interazione ‘collaborativa’ sono la prova del fatto che questa dinamica non è una chiave per chiarire il mistero.

L’essenza di questo mosaico va più in profondità rispetto ai meri interessi temporanei o alle consuete tensioni settarie. Tale essenza deve invece essere trovata nella struttura etica e filosofica di questi rapporti o, in altra parole, nella componente di ‘civiltà’ che sembra regolare i percorsi della cooperazione e del conflitto nel mondo arabo-islamico. In particolare, deve essere trovata nel diverso modo in cui i vari elementi del mosaico (governi, movimenti, organizzazioni ed altre forze politiche) comprendono e gestiscono questa componente.

Se allarghiamo ulteriormente il quadro, emerge che le nostre attuali alleanze ed i nostri attuali conflitti sono entrati in una fase di fermentazione in cui i simili e gli opposti, all’interno della stessa civiltà, si stanno manifestando come entità culturali separate, ciascuna delle quali cerca fanaticamente di raggiungere i propri obiettivi. Il mondo arabo-islamico è nella morsa di un conflitto per l’eredità culturale della regione. Inoltre, il conflitto non ha tanto a che fare con la ‘grande battaglia’ fra le civiltà che Samuel Huntington aveva predetto più di un decennio fa, quanto piuttosto con una lotta fra ‘uguali’ all’interno della stessa cultura islamica. Tale conflitto riguarda il desiderio iraniano di far rivivere la sua ormai perduta ‘gloria’ persiana, il desiderio di al-Qaeda e dei fondamentalisti che hanno le sue stesse inclinazioni di ristabilire la ‘Casa dell’Islam’ in contrapposizione alla ‘Casa della Guerra’ (le due espressioni arabe ‘Dar al-Islam’ e ‘Dar al-Harb’  designavano nella civiltà islamica medievale rispettivamente il territorio in cui l’Islam era maggioritario e i territori abitati dai non musulmani (N.d.T.) ), e il desiderio della Turchia di esercitare la sua influenza sul mondo arabo.

Questo conflitto di civiltà ‘interno’ è governato da quattro fattori, di cui il primo e più importante è la religione. Una enorme battaglia per aggiudicarsi il monopolio sul ‘capitale’ religioso sta infuriando nel mondo arabo-islamico. Il teatro dello scontro è dato dall’interpretazione delle scritture e dalle contrapposte rivendicazioni al diritto di rappresentare l’Islam a livello politico e culturale. I concorrenti, in generale, sono quattro ‘versioni’ dell’Islam: quella iraniana, quella turca, quella araba e quella pakistana (a cui alcuni aggiungono una quinta, la versione asiatica). Si tratta di versioni legate da una sola radice comune (le scritture musulmane), e divise dalle loro diverse interpretazioni che determinano applicazioni e punti di vista conflittuali che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra.

In aggiunta alla lotta fra coloro che propugnano queste differenti versioni al fine di imporre il proprio punto di vista su quello degli altri, i sostenitori di ciascuna versione si combattono fra loro per stabilire a chi spetti il diritto di ergersi a suo portavoce. Ad esempio, vi sono controversie intra-sciite che riguardano questioni come il governo del clero, la comparsa anticipata del Mahdi – la guida dell’Islam di cui è stato preannunciato l’avvento – e i supremi scopi della legge islamica. In Pakistan, dilagano le tensioni ideologiche fra gli islamici radicali ed altre correnti o confessioni musulmane, in particolare le scuole sunnite Deobandi e Barelvi, e gli sciiti. In Turchia, vi è una distanza considerevole fra il partito ‘Giustizia e Sviluppo’ ed altre formazioni politiche di ispirazione islamica. Queste ultime, sia che discendano dai resti del Partito del Benessere o del Partito della Virtù (partiti islamici messi al bando dalla Corte Costituzionale turca rispettivamente nel 1998 e nel 2001; dalle ceneri di questi partiti nacque anche il partito ‘Giustizia e Sviluppo’ (N.d.T.) ), sia che provengano da ordini sufi come la Norusiya o la Naqshbandiya, generalmente non ritengono che il partito ‘Giustizia e Sviluppo’ rappresenti la loro visione utopica. Infine, in tutto il mondo arabo vi è una grossa distanza tra i salafiti in tutte le loro differenti sfumature, da un lato, ed i Fratelli Musulmani ed altri movimenti dediti al proselitismo, dall’altro.

Il secondo fattore che governa questo conflitto di civiltà ‘interno’ è il mosaico delle minoranze che compongono le società arabe. Per lungo tempo tale mosaico è stato una struttura traballante, non solo a causa degli accessi del fanatismo politico e religioso, ma anche a seguito della generale assenza di un clima di tolleranza e del fallimento dei regimi arabo-islamici nei loro tentativi di integrare a forza queste minoranze. Questo mosaico di minoranze è, di conseguenza, pieno di ‘bombe’ etniche e settarie ad orologeria, che sono disseminate in tutto il mondo islamico. Alcune di queste tensioni sono deflagrate in un conflitto aperto, come nel caso dei seguaci della Ahmadiya (movimento sorto verso la fine del XIX secolo nell’ambito dell’Islam indiano; sebbene i suoi seguaci si ritengano musulmani, essi non credono – come fanno invece gli altri musulmani – che il ciclo della Rivelazione abbia avuto fine con il profeta Muhammad; per questa ragione essi sono generalmente considerati dagli altri musulmani come una setta eretica, e sono spesso stati oggetto di persecuzioni in diversi paesi islamici (N.d.T.) ), dei cristiani, e degli indù in Pakistan; o come nel caso degli arabi dell’Ahwaz, dei baluchi, dei turcomanni, e dei curdi in Iran; o ancora, come nel caso dei curdi, degli ebrei Donmeh (parola turca, che vuol dire ‘convertiti’; si tratta di una setta di cripto-giudei seguaci di Sabbatai Zevi, il quale si convertì esteriormente all’Islam pur continuando a praticare la religione ebraica (N.d.T.) ), e degli aleviti (setta molto diffusa in Turchia, di ascendenze sciite, ma fortemente eterodossa (N.d.T.) ) in Turchia; o come nel caso dei copti in Egitto; o dei berberi in Algeria. In breve, il mondo arabo-islamico è ‘seduto’ su un vulcano di minoranze pronto ad esplodere in ogni momento.

Il terzo fattore è la struttura dispotica all’interno del mondo arabo-islamico, una struttura che è diventata così radicata da essere trasmessa ‘dal capo alle membra’, ovvero dai regimi al potere alle società in cui essi operano. L’espansione della struttura dispotica ha beneficiato, ovviamente, dei primi due fattori. A prima vista, questo aspetto sembra offrire una spiegazione a gran parte delle interazioni all’interno del mondo arabo. L’inflessibilità dispotica, la demagogia e l’incapacità di giungere ad un compromesso non costituiscono forse un denominatore comune a tutte le forze estremiste? Non  c’è un potente legame che unisce le forze della cosiddetta ‘moderazione’ nel loro sciovinismo e nel loro desiderio di monopolizzare il potere per sempre? ‘Estremisti’ e ‘moderati’ non evocano forse l’immagine di due tori che si scornano sopra un cadavere inerte, rappresentato dalla società araba?

Da questo punto di vista, è possibile comprendere questo dilagante impulso a ‘fare il tifo’ per la Russia (ed in futuro per la Cina), a dispetto del suo sciovinismo e della sua mano pesante nella questione georgiana. La radice autoritaria di questa simpatia è certamente un fattore importante, sebbene rafforzato in questo caso dalla gioia anti-americana suscitata dallo smacco inferto dalla Russia agli Stati Uniti ed alla loro versione di modernismo. In contrapposizione a questo atteggiamento di fondo, criticare ed opporsi alla Russia sulla questione serba emerge come una delle flagranti manifestazioni di ipocrisia autoritaria (così come una prova sostanziale della natura volubile ed incostante dei rapporti di cooperazione o di antagonismo).

Il quarto fattore è la percezione culturale che si ha dell’Occidente. A questo proposito vi è una grande distanza fra coloro che vogliono appoggiare il grande conflitto di civiltà contro l’Occidente, che per molti di essi si traduce in un vantaggioso capitale politico che frutta loro consenso e prestigio nei loro scontri con le elite politiche locali, e coloro che sostengono un legame con l’Occidente incentrato sullo ‘scambio di favori’, nella speranza di perpetuare il loro potere e la loro influenza senza dover pagare il ‘prezzo’ politico e culturale di una reale modernizzazione e democratizzazione.

Naturalmente, questa struttura antagonistica all’interno del mondo arabo non è sorta all’improvviso; è stata nell’aria per decenni. Tuttavia, essa sembra essere un fattore più che mai potentemente ed intimamente radicato, e vi sono sempre più segnali che indicano che questa struttura sia sul punto di esplodere all’interno del mondo arabo-islamico. Ciò che potrebbe accelerare l’esplosione è il fatto che le parti in conflitto non hanno regole condivise nei loro rapporti, e che ciascuna cerca di mettere fuori gioco le altre.

L’Iran non cerca un rapporto armonioso e bilanciato con i suoi vicini arabi; vuole cambiare le regole del gioco ed obbligare gli altri ad accettarle. La Siria non vuole soltanto la restituzione dei suoi territori occupati ed il riconoscimento di un suo ragionevole ruolo regionale. Vuole avere un accesso ininterrotto al suo ‘cortile’ libanese e, attraverso di esso, a quello palestinese. Hezbollah non è solo interessato a mantenere un equilibrio nel sistema elettorale libanese, ma anche ad espandere il suo spazio all’interno di quel sistema. Hamas non vuole soltanto liberare i territori palestinesi occupati, ma l’intera Palestina. I Fratelli Musulmani non vogliono soltanto un riconoscimento come legittima forza politica; vogliono proiettare la loro visione nello spazio religioso arabo – così come anche tutti gli altri gruppi islamisti, militanti o non militanti che siano.

Gli islamisti in Pakistan vorrebbero partecipare ad un governo democratico libero dalla corruzione, ma a condizione che sia un governo ‘nucleare’ islamico in grado di liberare l’India ed il Kashmir dalla ‘contaminazione’ degli indù. Il Partito della Liberazione Islamica (Hizb ut-Tahrir al-Islami) è determinato a liberare la nazione islamica dalla feccia degli eretici e dei traditori, ed a proclamare la rinascita del califfato islamico in Indonesia, in Tagikistan, a Londra e a Berlino. Questa aspirazione è condivisa da ‘al-Qaeda nel Maghreb Islamico’, che è pronta a fare terra bruciata allo scopo di fondare il suo ‘emirato’ islamico in Nordafrica.

Se, come sostengono alcuni occidentali, le democrazie non si combattono fra loro, le entità autoritarie invece si. E le entità autoritarie di cui parliamo si nutrono attualmente del fanatismo religioso e culturale, e la loro reciproca inimicizia è esasperata dalle profonde disparità economiche e sociali che dilagano nel mondo arabo da oriente a occidente, così come dalla natura dei loro rapporti con l’Occidente, che alcuni considerano una giustificazione sufficiente per attaccare gli altri sulla base del fatto che ciò fa parte della guerra santa contro gli eretici ed il secolarismo.

Porre fine a questo inevitabile ‘scontro di civiltà’ interno sembra quasi come ‘reinventare la ruota’. Le guerre civili in Europa (o più precisamente i conflitti confessionali al suo interno) ebbero fine solo con l’accettazione universale del pluralismo etnico e religioso e con un accordo su regole civilizzate volte a promuovere un’armonia sociale fondata sui principi della reciproca accettazione, uguaglianza e cittadinanza. Negli USA, la guerra civile si dimostrò una ragione sufficiente per emendare la costituzione al fine di garantire l’uguaglianza di tutti gli individui indipendentemente dalla razza o dal credo. In entrambi i casi, nessuna parte in causa tentò di cambiare le regole del gioco a proprio favore, come stanno invece facendo le parti in conflitto all’interno del mondo arabo-islamico.

Khalil al-Anani è un analista egiziano esperto di Islam politico; è Visiting Fellow presso il Saban Center della Brookings Institution, con sede a Washington

Link: http://www.arabnews.it/2008/10/22/scontro-di-civilta-in-medio-oriente/

Perché Obama sta(va) perdendo delle elezioni già vinte?

Ovvero: perché ora le vincerà quasi sicuramente? Per paradossale che possa essere, un filo rosso collega le difficoltà di Obama tra agosto e settembre (quando rischiava di perdere) ed il fatto che ora viaggi con il vento in poppa verso la Casa Bianca. Once again: it is the economy, stupid!

Fino a sette mesi fa il partito repubblicano era il perdente certo delle prossime elezioni presidenziali e congressuali; l'unico quesito sembrava essere: una donna o un nero alla Casa Bianca? Tre mesi fa la cosa non era più così ovvia, e tale è rimasta sino a meno di un mese fa. Oggi le cose sembrano di nuovo decise: Barack Obama, come azzardatamente previsto, sarà il nuovo Presidente degli USA.

Ci chiediamo cosa sia successo durante gli ultimi sette mesi: la nostra risposta è che McCain non ha fatto nulla di eccezionale, né di tragico, mentre i democratici ed Obama hanno fatto molto per farsi del male. Non è che abbiano smesso un mese fa, loro hanno continuato: ci hanno pensato G.W. Bush e i suoi, assieme ai banchieri americani, ad affossare McCain per sempre e far risorgere Barack Obama dalla buca in cui si era infilato. Gli elettori, in preda a panico puro, oramai non vedono più Obama, ma (il mito di) Franklin Delano Roosevelt abbronzato e ringiovanito: contenti loro. Concludiamo suggerendo che l'esperienza americana dovrebbe essere attentamente studiata e meditata dal popolo di sinistra italiano. Non dai suoi dirigenti, perché il virus raramente studia (menchemeno: cura) se stesso. Ma da chi ha a cuore le sorti di una possibile alternativa al peronismo imperante, sì.


Oramai siamo alle elezioni. La situazione non appare favorevole ai repubblicani. Le ragioni sono note: la fallimentare, almeno fino ad ora, invasione dell'Iraq e il peggioramento della situazione economica, in corso da un anno a questa parte e che nelle ultime settimane ha assunto tendenze catastrofiche. A questi fattori generali se ne accompagnano altri più circoscritti: dall'orrenda gestione della situazione causata dall'uragano Katrina al pessimo operato di questa amministrazione nel campo dei diritti costituzionali. Ma al centro, senza dubbio alcuno, stanno Iraq e situazione economica. Con rilevanza molto diversa, però. Insoddisfazione profonda, comunque, per una presidenza impopolare. Eppure, sino ad un mese orsono, non era ovvio che il candidato repubblicano sarebbe uscito sconfitto dalle elezioni del 4 Novembre. Cominciamo da questa prima domanda: come si era potuta determinare la situazione del, diciamo, 15 Settembre 2008, con McCain in vantaggio su Obama (2.7 punti nei polls, il giorno in cui i Lehman Brothers hanno fatto fallimento)?

Nell'autunno 2007 la campagna per la nomination di McCain era in rovina. Ancora sei mesi dopo, nel marzo del 2008, si irrideva al suo viaggio in Iraq, fatto per dimostrare che le sorti della guerra stavano migliorando quando le immagini della sua stessa visita dimostravano l'opposto. Un simbolo perfetto della medesima ottusità ed arroganza che aveva prodotto la disfatta in Vietnam. A inizio primavera 2008, tutti e due i candidati democratici battevano McCain nei polls. La questione sembrava chi dei due sarebbe stato il prossimo presidente, da cui l'enorme attenzione per le primarie democratiche e la loro durata "innaturale", con gli effeti non secondari che discuteremo più avanti.

Finite le due convenzioni, ossia fine Agosto 2008, Obama era pari o sotto McCain. Perché? A questa sorprendete situazione avevano senz'altro contribuito gli sviluppi recenti della guerra, che un anno fa sembravano disastrosi e ora non lo sono più. Poiché la memoria degli elettori è corta, parlare di "guerra rovinosa" non è più ovvio: nell'estate 2008 il numero (125) dei morti ammazzati per arma da fuoco nella più grande città dello stato di cui Obama è senatore è stato il doppio dei morti fra i militari americani in Iraq (65). Se Chicago da sola è più rischiosa di un intero teatro bellico, la sindrome Vietnam non morde più. L'Iraq, come tema elettorale, è irrilevante. Questo era vero due mesi fa, ed è vero anche ora, fine Ottobre 2008. Ma c’è, e c'era, molto di più. È lì che occorre guardare per capire gli ups ed i downs dei nostri due eroi.

Il blocco sociale della rucola

Nel luglio scorso, di fronte a una folla di agricoltori e nel cuore del Midwest (Adel, Iowa, 3.435 abitanti) Obama esclamò indignato: "Ma avete visto che prezzi ti fanno a Whole Foods per la rucola?". La frase cadde nel silenzio: solo lui poteva dire una frase del genere. La rucola per gli agricoltori di Adel è un po' come le scarpe fatte a mano per i lavoratori italiani: una cosa che comprano "gli altri".

Questo piccolo aneddoto è indice di un problema profondo. Istintivamente, e non solo istintivamente, Obama appartiene all'elite professionale delle "centrocittà" democratiche, come Boston, Manhattan o Minneapolis. Un blocco sociale che mangia la rucola, che si preoccupa dell'Amazzonia e che ha sostenuto generosamente, nelle loro sconfitte, Carter, Mondale, Dukakis, Gore e Kerry. Un blocco saldamente collocato nel 25% per cento più ricco del paese e che, da solo, non basta per vincere un’elezione. Per vincere, Obama deve convincere i lavoratori di reddito medio-basso, ossia gli elettori di Hillary. Quelli che lui apostrofò, poi scusandosi malamente, come frustrati che scaricano le proprie frustrazioni economico-sociali andando a caccia e faccendo i duri con il resto del mondo. Osservazione corretta, ma non molto utile per convincerli a votare in proprio favore: quando al frustrato spieghi con disprezzo che tale è, tende a prendersela. Per questo Sarah Palin apparse come un pericolo mortale per Obama: per puro contrasto, con la sua sola presenza e senza profferire una parola, rendeva ovvia l'appartenzenza di Obama a una elite. Poi aprì la bocca e proferì parola, con le conseguenze note a tutti.

Sexy Sarah a parte, questo è un problema che è bene considerare da vicino, perché è anche quello più direttamente interessante per i sinistri italiani. Una fetta sostanziale della popolazione, spesso quella meno educata, vota per meccanismi "identitari". Così facendo non compie un'azione necessariamente stupida: quando, aldilà della retorica, entrambi le parti politiche non sono in grado di alterare la tua condizione materiale di vita (discuteremo dopo il perché) allora tanto vale votare per quella parte politica che ti appare, culturalmente ed esistenzialmente, più vicina. La maggioranza degli americani nemmeno sa cosa sia la rucola.

Il piano Obama: New o Old Democrats

Obama è oggi visto come un candidato di elite ed alla sinistra dello spettro politico. Nonostante il suo messaggio di unità e rappacificazione nazionale egli è percepito come estraneo da fette ampie dell'elettorato popolare perché come portatore di tasse e spesa pubblica a go-go. Come questo sia potuto succedere in soli sette-otto mesi merita essere considerato. Obama è entrato di forza e con fascino nel dibattito politico attraverso un messaggio di cambiamento basato sul superamento delle divisioni razziali e ideologiche e sull'abbandono della psicosi del terrore installata dal duo Cheney-Bush. Col passare dei mesi, la richiesta di dare corpo e sostanza alla visione si è fatta insistente, e i discorsi pieni di speranza si sono fatti triti. Questo è avvenuto in due momenti chiave. Il prolungarsi inusuale delle primarie democratiche ha portato, nella sua fase cruciale, ad una radicalizzazione del confronto. Come tutte le radicalizzazioni, anche questa ha funzionato a stereotipi. Lo stereotipo, in questo caso, era che da un lato c'era una donna bianca e dall'altra un uomo nero. Giusto in questo periodo le affermazioni demenziali del reverendo Jeremiah Wright hanno fatto apparizione, sigillando nell'immaginario di tutti (grazie anche ad una subdola ma efficace operazione mediatica della campagna Clinton) il fatto che Obama, alla fine, era di certo un nero molto arrabbiato e, solo forse, un profeta. La cosa è stata superata, a parole: Obama ha vinto di misura le primarie ed Hillary ha dichiarato che in nome dell'unità del partito lei e Bill stanno con Obama. Ma nessuno ci crede ed è sugli umori politici delle "donne bianche" che McCain ha giocato la carta Palin. Il problema per Obama, e per i democratici, è che le primarie hanno contrapposto, una all'altra, due delle loro "constituencies" storiche. Ha perso quella numericamente più grossa ed ideologicamente meno incollata al partito, il che è un guaio. Too much of a good thing, come direbbero qui, a volte è un problema: come candidati alle primarie meglio un nero O una donna che un nero E una donna.

Questa è solo parte della storia, ma una parte importante. La parte in cui Obama ha perso l'alone di intoccabilità messianica, ha visto scalfitto il teflon che - attraverso il suo messaggio di unità, speranza e cambiamento - lo rendeva impermeabile a qualsiasi critica e gli permetteva di promettere tutto senza specificare niente. Da aprile di quest'anno Barack Obama non è più un quasi-messia ma solo un mortale intellettuale di sinistra che vuole diventare presidente. Ai mortali che vogliono diventare presidenti gli elettori di questo paese tendono a fare tre domande: Chi sei? Quali valori rappresenti? Cosa intendi fare? Davanti a queste domande, inaspettate solo sei mesi fa, Obama è sceso dalla montagna e, alla convenzione democratica, ha chiarito con una lunga lista il suo programma.

Ci sono elementi, in quella lista, che sembrano convincenti, quasi ammalianti, ma che a un esame più ravvicinato lasciano perplessi. Non ci riferiamo solo ai momenti da profeta (‘’Questo è il momento in cui gli oceani cominceranno ad abbassarsi, e il pianeta a guarire’’). Pensiamo ad esempi più specifici. Ricordiamo, per esempio, un momento toccante: "Questo è il momento di mantenere la promessa di paga uguale per lavoro uguale, perché io voglio che le mie figlie abbiano esattamente le stesse opportunità dei vostri figli.’’ Come si può non essere d’accordo con questo elementare principio di giustizia? Eppure, non c’è nel discorso, o nei suoi scritti, o in quelli dei collaboratori, e tanto meno nel programma democratico (prolisso, come tutti i programmi e quindi illeggibile dagli abitanti di Adel) una indicazione di come questa principio possa realizzarsi. Forse si potrebbe richiederlo per legge. Ma non funzionerebbe, naturalmente: la legge c’è già, dal lontano 1963, (Equal Pay Act), e impone: "Nessun datore di lavoro può discriminare fra dipendenti sulla base del sesso pagando meno un dipendente di un altro del sesso opposto per un lavoro uguale [US Code, 29, 8, 206, d].’’ Se non ha funzionato sino ad ora, perché dovrebbe adesso? Se allora le parole non sono bastate, perché dovrebbero farlo ora?

Un secondo esempio: "Giovani americani: se vi impegnate a servire la vostra comunità o il paese, vi metteremo di sicuro in condizione di pagarvi una formazione universitaria." Che vuol dire? Nel 1997, Bill Clinton approvò un piano che doveva facilitare l’accesso agli studi universitari dei giovani di famiglie meno abbienti. L’incentivo era questo: il primo anno 1.000 dollari di contributi alle spese universitarie, e 800 il secondo anno. Il contributo era un credito fiscale dedotto dalle tasse pagate dallo studente, o dalla famiglia, fino al massimo delle medesime. Ovviamente, se la famiglia o lo studente sono veramente bisognosi le tasse non le pagano (nemmeno a Princeton) e il credito della speranza non aiuta affatto. Il contributo è quindi perfettamente regressivo: più alte le tasse pagate sul reddito, più alto il contributo. Nella esperienza degli ultimi anni, il credito è servito a rendere l’accesso un po' piu’ facile a chi all’università ci sarebbe andato comunque, e non ha cambiato nulla per chi all’università non ci sarebbe andato, circa il 30% della popolazione. Obama suggerisce di raddoppiare il totale (a 4000 dollari) e aggiunge la condizione che chi se ne serve debba poi, alla fine degli studi, offrire cento ore di servizi civili per la comunità. Risultato: retorica per tutti, edificazione morale e contributi fiscali per la classe media. Niente per chi ora all’università non può veramente andarci. Molti, fra coloro che non vanno all'università, sanno nondimeno far di conto.

Ma veniamo al cuore della proposta fiscale di Obama: una forte politica redistributiva, non dissimile (mutatis mutandis) da quella tentata dal recente governo Prodi. La versione più semplice è questa. Ridurre le tasse per il 95 per cento più povero delle famiglie; poi aumentare la spesa per sanità, ricerca di fonti energetiche alternative, istruzione. Tagli di altre spese: nessuno. Ora, ossia dopo i disastri finanziari, Obama fa Roosevelt e promette lavori pubblici, ponti, autostrade, e altre cose senz'altro utili, ma costose. Le implicazioni sono due: o un deficit di bilancio insostenibile, o il rimanente 5 per cento della popolazione paga il conto. Poco male, penseranno alcuni lettori: il 5% è molto meno del 95% per cento. Non necessariamente, come molti hanno scoperto in Italia sei mesi orsono. Un ingrediente del piano di Obama è l’aumento della tassa sui guadagni di capitale. La tassa era, alla fine della presidenza Reagan, al 28 per cento; durante le amministrazioni Clinton e Bush era scesa al 15 per cento corrente. Obama propone di aumentarla; di quanto non si sa ancora di preciso. Nell’autunno scorso proponeva un aumento dal 15 al 28 per cento. Col passare dei mesi la percentuale è scesa intorno al 20. Perché? Perché da un lato a ricevere redditi da capitale non è solo il 5% più ricco della popolazione e, dall'altro, Obama (o i suoi consiglieri) sanno che il reddito da capitale è tassato negli USA a livelli più alti che in Europa ed in molti paesi emergenti. Aumentarne ulteriormente la tassazione avrebbe il duplice effetto di far fuggire altrove il capitale e di non far crescere il gettito fiscale. Un secondo ingrediente è un aumento dei contributi pensionistici sui redditi più alti (250 mila dollari). Un terzo ingrediente è l’aumento delle imposte sui medesimi redditi, riportando la tassazione federale marginale vicino al 40 per cento, a cui vanno aggiunte le tasse statali e cittadine. Vedremo più sotto perché questi proponimenti siano irrealistici, ossia non credibili. Anche i meno abbienti sanno fare i conti.

La soluzione McCain

Il piano di McCain prevede una riduzione generalizzata e più sostanziale dell'imposizione. Alcune riduzioni sono specificamente a vantaggio dei più ricchi. Una è la riduzione del tasso massimo sul reddito d'impresa dal 35 al 25 per cento (negli USA esiste ancora la doppia tassazione sul reddito da capitale). L’altra è la riduzione della tassa di successione, aumentando la quota esente a 5 milioni di dollari e riducendo il tasso dal 45 al 15 per cento. I repubblicani usano argomenti "supply side" per sostenere che la riduzione delle entrate da loro proposta non si tradurrà in ulteriore deficit: anche negli USA, tagliare la spesa pubblica è tabù per tutti. Ovviamente pochi credono nei miracoli della supply side, ma per le persone di basso reddito il debito pubblico non è mai stato un problema e la riduzione d'imposte promessa da McCain è uguale o superiore a quella promessa da Obama.

Il sogno americano

Domanda: come è possibile che la maggioranza degli americani preferisca il secondo piano fiscale al primo? Risposta: perché riducono le tasse della grande maggioranza degli americani di un uguale (e microscopico) ammontare, ma il primo aumenta sostanzialmente le tasse pagate da una minoranza; quella che, istintivamente, dovrebbe identificarsi con Obama e a raggiungere il reddito della quale tutti aspirano.

Dati relativi al 2006, rilasciati in Agosto 2008 dall’IRS (l'Agenzia delle Entrate statunitense), risultano utili. I percettori dell’un per cento più alto pagano il 40 per cento delle tasse federali sui redditi. Il 20 per cento più alto paga l‘86 per cento ed il 50 per cento più alto paga il 97 per cento. L’altra metà paga il 3 per cento. Morale a sorpresa: negli USA le imposte sul reddito sono già altamente redistributive, enormemente di più di quanto lo siano, per esempio, in Italia. Infatti, secondo il CBO, il contributo netto del 40 per cento con i redditi più bassi è negativo, ossia ricevono sussidi via "income tax credit" o meccanismi similari. Obama sostiene che la classe media è stata la vittima dei tagli di Bush. La classe media sa di non aver ricevuto vantaggi da Bush, ma neanche di esserne stata, fiscalmente parlando, la vittima: se per classe media si prende, come pare sensato, il quinto della popolazione con i redditi intorno a quello mediano (60 mila dollari), allora nell 2005 la frazione di tasse pagata dalla classe media era il 4 per cento del totale. La classe "media" sa che poco può ricevere da sgravi fiscali, quella più povera sa che niente può ricevere. Il 25% più ricco, che mangia la rucola, si trova di fronte ad un serio problema: a quanta rucola dovrò rinunciare se eleggo colui che abbassa gli oceani? Un caro amico, intellettuale europeo di sinistra stanziato a Manhattan, ci ha informato che lui rinuncerebbe tranquillamente ad uno 0.5% aggiuntivo; altri sono stati leggermente più generosi ed uno, che però a Manhattan non vive più, è arrivato al 4%. La questione sta tutta lì, e la recessione in arrivo la rende ancor più drammatica: può Obama permettersi, fra sei-otto mesi, d'alzare le imposte per un ammontare pari al 5% del loro reddito sul 5% più produttivo della popolazione? Morale: quelli che non sanno cosa sia la rucola non vedono nessun vantaggio fiscale in Obama, mentre quelli che mangiano la rucola vedono chiarissime e sostanziali perdite.

Fuor di metafora: entrambi i piani fiscali sono sia incredibili che irrilevanti per le condizioni materiali di una percentuale sostanziale dei cittadini, quelli meno abbienti. Uno di essi danneggia sostanzialmente una forte minoranza che viene invece avvantaggiata dall'altro piano. Questa minoranza è, sul piano identitario, favorevole a colui che la danneggerebbe economicamente, da cui le contraddizioni. Per quanto riguarda invece la maggioranza degli elettori, a fronte dell'equivalente irrilevanza dei piani fiscali, il voto si decide sulla base di altri temi, quelli che abbiamo chiamato "identitari". È qui che McCain e Palin hanno avuto gioco facile fino a quando non è crollata la borsa: nel bene e nel male, comprese le forme diverse d'essere ipocriti, le loro identità sono molto più vicine a quelle dell'elettore mediano di quanto non lo siano quelle di Obama e Biden.

Guardiamo la questione da una prospettiva storica, tornando al 1980, inizio dell’era Reagan. Da allora il reddito medio del quinto più povero (in dollari 2005) è passato da 15 a 16 mila dollari. Quello del quinto più ricco da 132 mila è giunto a 231 mila. Prima conclusione: la disguaglianza aumenta. Ma nello stesso periodo la frazione delle tasse effettive nette è passata dallo 0 al meno 3 per cento per il quinto più povero, che quindi riceve trasferimenti. La frazione pagata dal quinto più ricco è passata dal 65 per cento all’86 per cento. Seconda conclusione: la politica redistributiva c’è stata. C’è stata come effetto di riduzione generale dell’imposizione, che però ha favorito in particolare i redditi più poveri. Mettendo insieme la prima e la seconda, otteniamo una terza conclusione: ci sono severi limiti a quello che una politica redistributiva può fare per ridurre la diseguaglianza. Ci sono ragioni strutturali profonde che spiegano perché il reddito dei più ricchi sale così piu’ rapidamente, ragioni strutturali che le politiche redistributive "classiche" non sono proprio in grado di toccare. Anche i meno abbienti, e meno educati, conoscono la storia recente del loro paese.

Riassumendo

Ai mortali aspiranti alla presidenza gli elettori USA fanno tre domande: Chi sei? Quali valori rappresenti? Cosa intendi fare? Le idi di marzo, per bocca di Jeremiah Wright e manina di Hillary, hanno provato che Barack Obama è mortale. Hanno anche fornito, assieme alla rucola ed altri lapsus, una risposta (riportata sopra) alla prima domanda. Alla seconda domanda Obama aveva inizialmente risposto in modo convincente, offrendo speranza. Ma la guerra in Iraq è sparita dall'orizzonte mentre ai valori tradizionali (forse poco gradevoli e probabilmente ipocriti, ma certamente americani) che il duo McCain-Palin ha messo sul piatto Obama e Biden non avevano contrapposto nulla sino a metà settembre 2008. In attesa di uno scontro sui valori - posposto per sempre dall'esplosione della crisi - rimaneva sul terreno la terza domanda. La disuguaglianza è un fatto che morde e che, ricevendo una risposta convincente, avrebbe potuto far girare il tavolo dal lato del ticket Obama-Biden.

Non è stato necessario dare alcuna risposta convincente: è arrivato il crollo, G.W. Bush ha cominciato a spandere terrore e Hank Paulson ha coordinato, con Ben Bernanke, the "biggest grab ever attempted". McCain si è messo il piede, scarpone militare compreso, in bocca prima sponsorizzando il piano, poi cambiando idea, agitandosi, proponendo malamente un piano alternativo ma non troppo, insomma confermando che non sapeva che pesci pigliare, esattamente come G.W.B. a cui si è avvicinato sempre di più nel momento peggiore. Obama ha fatto il padre della patria: non ha detto assolutamente nulla, ma ha promesso ai "perdenti" che lui è e sarà dalla loro parte. Così facendo ha preso due piccioni con una fava: ha permesso che il piano Paulson si approvasse, cosa che ai suoi finanziatori di Wall Street stava molto a cuore, ma senza esporsi troppo. Anzi, lasciando capire agli "sfigati" che, una volta al potere, lui farà un altro New Deal 75 anni dopo ... qui oramai i media hanno costruito un consenso nazionale intorno al principio che dalla crisi si esce solo con un altro New Deal, il che rende McCain, di colpo, perfettamente improponibile a quei "bianchi poveri" da cui sperava ottenere il supporto decisivo. Questo ha cambiato lo scenario elettorale in modo drastico, ma non ha cambiato la sostanza del problema a partire dall'1 Gennaio 2009: il programma economico del futuro presidente promette, per il momento, più tasse per i più produttivi e spesa pubblica a go-go. Nient'altro.

Ma, abbiamo visto, la diseguaglianza non si risolve a mezzo di redistribuzione fiscale; men che meno l'ulteriore diseguaglianza che una seria recessione causerebbe. Essa ha cause strutturali molto profonde, comuni tanto agli USA quanto all'Europa, ed all'Italia. Per modificare queste ragioni strutturali profonde ci vorrebbero nuove idee. La disuguaglianza di reddito non si elimina per legge promettendo al 95 per cento più "povero" una trasferimento di 500 dollari presi dalle tasche del 5 per cento più ricco. L’accesso all’istruzione dei più poveri non si realizza trasferendo fondi alla classe media. Non basta una assistenza sanitaria generalizzata - anche se fosse fiscalmente possibile: negli USA la sanità pubblica è già più del 7% del reddito nazionale - per eliminare le differenze strutturali nelle condizioni di vita. L'uscita dal ghetto della minoranza nero non si realizza a colpi di "affirmative action". Per ognuno di questi problemi - ed altri altrettanto impellenti come, per esempio, un "ribaltone e nuova regolazione" del settore finanziario e bancario - occorrono idee drammaticamente nuove che diano l'impressione di poter funzionare. Queste idee nuove, nel programma di Obama, noi non le abbiamo viste e, forse, non le hanno viste neanche gli elettori meno abbienti. Per questo, se non avesse avuto l'aiuto di una crisi finanziaria seconda solo a quella del 1929, il futuro presidente degli USA avrebbe rischiato di perdere un’elezione già vinta.

di Aldo Rustichini e Michele Boldrin
Link: www.noisefromamerika.org

Pirati del mare: la classifica delle acque a rischio

Somalia, Nigeria ed Indonesia tra le rotte più pericolose
(WAPA) - L'attacco al cargo "Faina" (vedi AVIONEWS) ha portato sotto gli occhi del mondo un problema spesso passato inosservato: i sistematici attacchi perpetrati dai pirati del mare contro le navi mercantili o i pescherecci in transito nelle acque del Corno d’Africa e la conseguente "Insicurezza delle rotte".

Come confermano i dati resi noti dall'International Maritime Bureau (Imb), "199 navi sono state attaccate fino a settembre 2008, a fronte delle 198 attaccate nei primi nove mesi del 2007". Nella classifica delle acque più insicure figurano Somalia, Nigeria ed Indonesia.

L'Ue, che anche ieri si è pronunciata in merito (vedi AVIONEWS), dispiegherà una forza aeronavale nei cieli e nelle acque di Somalia, Yemen e Canale di Suez al fine di contrastare i pirati. Alla missione, che sarà guidata dal vice ammiraglio della marina britannica, Philip Jones, parteciperanno unità navali ed aeree di otto Paesi europei: Belgio, Francia, Cipro, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Lituania e Svezia. Vale la pena ricordare che nelle acque della regione sono già presenti navi Nato, Usa e russe. (Avionews)
Link: http://www.avionews.it/index.php?corpo=see_news_home.php&news_id=1095679&pagina_chiamante=index.php

Il cinese che non piace a Pechino

Hu Jia sarebbe probabilmente felice di sapere che ha vinto il Premio Sakharov per i diritti umani, assegnatogli oggi dal Parlamento europeo. Ma il più famoso dissidente cinese molto probabilmente non sa ancora niente: glielo dirà forse la moglie Zeng nel loro prossimo incontro in un carcere di Pechino, dove Hu è rinchiuso per scontare la pena di tre anni e mezzo che gli è stata comminata lo scorso aprile. Neanche i cinesi – che neanche sanno chi è Hu Jia – verranno a conoscenza della notizia, dato che la propaganda statale la oscurerà in tutti i modi. Ma la scelta dell'Europarlamento rimane uno schiaffo alla Cina sul tema dei diritti umani. Come a dire: passata la festa delle Olimpiadi, non dimentichiamoci di tutto il resto.

Il premio. “Uno dei veri difensori dei diritti umani nella Repubblica popolare cinese”, ha definito Hu Jia il presidente dell'Europarlamento, Hans-Gert Poettering, annunciando la scelta. “Assegnando a lui il Premio Sakharov, il Parlamento europeo invia un segnale di chiaro sostegno a tutti quelli che difendono i diritti umani in Cina”, ha aggiunto. Un'opinione condivisa da Sophie Richardson, direttrice della sezione asiatica dell'organizzazione Human Rights Watch: “Pechino si è impegnata a migliorare i diritti umani e a mostrare al mondo una 'società armoniosa' durante le Olimpiadi, ma invece ha costretto al silenzio e rinchiuso pacifici difensori dei diritti”, ha detto. Le autorità cinesi hanno subito risposto dicendo, con le parole del ministero degli esteri, che il premio rappresenta “un'interferenza negli affari interni della Cina e nella sua sovranità giudiziaria. Hu Jia è un criminale”, ha detto il portavoce Qin Gang.
L'impegno di Hu. Prima di essere condannato per “aver incitato la sovversione del potere statale”, il 36enne Hu era stato una costante fonte per i giornalisti sugli abusi nelle carceri, sulla piaga dei contagi di Aids nelle campagne, sulla mancanza di libertà religiosa in Cina. Grazie a Internet, forniva alla stampa quelle informazioni che il regime teneva segrete. E' anche a favore dell'autodeterminazione del Tibet, una specie di tabù tra i cinesi. Le sue critiche al sistema si erano fatte sempre più frequenti nei mesi precedenti i Giochi di Pechino: nel settembre 2007 aveva pubblicato una lettera aperta ("la vera Cina e le Olimpiadi") denunciando diverse violazioni dei diritti. E nel novembre di un anno fa era intervenuto in teleconferenza a una sessione del Comitato per i diritti umani dell'Europarlamento, portando la sua testimonianza sulla situazione nel Paese. E' stato proprio quel collegamento a costargli la condanna per sovversione.

La detenzione. Ora che è in carcere, dopo alcuni mesi agli arresti domiciliari, Hu è tenuto sotto stretto controllo ed è stato messo almeno una volta in isolamento con delle catene, secondo Human Rights Watch. Soffre di cirrosi al fegato a causa di una infezione cronica di epatite B e, seguendo una dieta strettamente vegetariana anche per la sua fede buddista, soffre di problemi nutrizionali. La sua corrispondenza con i familiari è controllata dalle autorità penitenziarie, che possono imporgli di rimuovere contenuti indesiderati. Può vedere periodicamente solo la moglie, a sua volta controllata con telecamere a circuito chiuso nella casa circondata costantemente dai servizi segreti.

Possibile peggioramento dei rapporti tra Ue e Cina. Quest'anno, Hu era il favorito numero uno per il Nobel per la Pace, andato invece all'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari. Quella scelta ha deluso alcuni attivisti per i diritti umani, secondo cui i membri del Comitato del Nobel non hanno voluto prendere una posizione scomoda. Il Sakharov, il più prestigioso riconoscimento del genere a livello europeo, potrebbe così essere visto da alcuni come un premio di consolazione. Non la pensa così Stein Tonnesson, direttore dell'International Peace Research Institute di Oslo. "Non è una sorpresa che un dissidente cinese riceva il Premio Sakharov prima del Nobel per la pace”, dice a PeaceReporter. “Dopotutto, il Parlamento europeo conosce Hu Jia, che ha testimoniato per esso. Non credo che la decisione di un comitato abbia avuto un effetto sull'altro, i processi si sono semplicemente mossi per vie parallele. Credo che Hu avrebbe vinto il Sakharov anche in caso di conferimento del Nobel”. Dato che il premio arriva da un'istituzione rappresentativa come l'Unione europea, inoltre, potrebbero anche essere più pesanti le ripercussioni sui rapporti con la Cina, di cui la Ue è ormai il maggiore partner commerciale. Già venerdì 24 ottobre, all'incontro tra i rispettivi rappresentanti al vertice dell'Asia-Europe Meeting di Pechino, si potrebbero vedere le prime conseguenze.
Alessandro Ursic
Link: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=12504



Il ruolo chiave del voto ebraico nelle presidenziali.I 36 EBREI CHE HANNO PLASMATO LE ELEZIONI AMERICANE




Quella tra John McCain e Barack Obama è stata una gara in cui le questioni di Wall Street e dell’idoneità alla presidenza hanno di gran lunga oscurato l’argomento-Israele. Ma il voto ebraico rimane un elemento-chiave negli stati fluttuanti e, esercitando una grande varietà di ruoli, gli ebrei hanno contribuito a plasmare le campagne elettorali. Trentasei di essi vengono menzionati qui sotto. Questa lista non è assolutamente esaustiva e, per considerazioni di spazio, molti ebrei che hanno avuto parte attiva in queste elezioni non compaiono – tra loro il senatore americano Ben Cardin, del Maryland, sostituto[1] di Obama, e il consigliere di Obama ed ex deputato della California Mel Levine.

Tra gli assenti vi è anche un certo numero di ebrei che hanno esercitato ruoli minori, ma che meritano menzione per l’interesse che hanno suscitato – in particolare, Sandra Froman, la prima presidente ebrea della National Rifle Association [Associazione Nazionale della Carabina](2005-2007), nonché membro del comitato direttivo degli sportivi a favore di McCain; e Linda Lingle, la prima governatrice ebrea delle Hawaii, vecchia sostenitrice di Sarah Palin.

Va detto che forse il nome più importante che compare nella lista è quello di un uomo, Henry Lehman, che è morto da 153 anni, e che non può quindi essere annoverato fra i viventi. Ecco di seguito la lista, in ordine alfabetico:



Sheldon Anderson: è repubblicano, neoconservatore e mega-donatore, tuttavia una combinazione di rovesci finanziari e di controversie interne ha smorzato il suo contributo allo sforzo di McCain.

David Axelrod: primo stratega e consigliere per i media della campagna di Obama, ha guadagnato il sostegno della gente comune attraverso i media “virali”, le nuove tecnologie e l’enfasi sul tema del cambiamento.

Steven Bob e Sam Gordon: i due rabbini riformati dell’area di Chicago hanno fondato l'associazione Rabbini per Obama, che ha persuaso centinaia di colleghi a prendere pubblicamente posizione a sostegno del candidato. L’influenza del gruppo sull’elettorato ebraico è difficile da valutare.

Matt Brooks: direttore esecutivo della Republican Jewish Coalition, è un frequente “primo interpellato” dai media su questioni ebraiche.

Mark Broxmeyer: uomo d’affari e presidente del think-tank conservatore Jewish Institute for National Security Affairs, Broxmeyer è il presidente nazionale della Jewish Advisory Coalition [Comitato Consultivo Ebraico] della campagna di McCain, ed è membro del comitato finanziario nazionale del candidato.

Eric Cantor: questo deputato della Virginia, il solo ebreo repubblicano alla Camera, è emerso come il principale sostituto di McCain nel tentativo di influenzare la Florida e il suo stato d’origine.

Laurie David: attivista sul tema del riscaldamento globale e produttrice del film-documentario “An Inconvenient Truth” [Una scomoda verità], con protagonista l’ex vicepresidente Al Gore, è la ex-moglie di Larry David, autore delle serie televisive “Seinfeld” e “Curb Your Enthusiasm”, e una delle più prodigiose raccoglitrici di fondi di Hollywood.

Ira Forman: direttore esecutivo del National Jewish Democratic Council, è l’equivalente per i democratici di Matt Brooks.

Barney Frank: deputato democratico del Massachussets, è uno dei liberal più visibili e senza peli sulla lingua della Camera. E’ apertamente gay ed è un bersaglio frequente dei commentatori pro-McCain, in particolare su Fox News, dove, a causa del suo ruolo quale presidente del House FinancialServices Committee [Comitato dei Servizi Finanziari della Camera] gli è stata attribuita una responsabilità cruciale per la crisi dei mutui sub-prime. Ha esecitato un ruolo-chiave nei negoziati per il pacchetto di salvataggio di Wall Street.

Malcom Hohenlein: formalmente non schierato, come capo professionale della Conferenza dei Presidenti delle Major American JewishOrganizations, ha invitato Sarah Palin ad un raduno anti-Ahmadinejad alle Nazioni Unite, e si è poi piegato alle pressioni per disdire l’invito. Si ritiene che abbia aiutato la campagna di McCain per convincere gli ebrei indecisi.

Cheryl Jacobs: co-presidente della campagna di McCain a Broward County, in Florida, è una rabbina conservatrice che è stata a lungo democratica, ha sostenuto la campagna di Hillary Clinton alle Primarie, ma poi si è unita a McCain.

Henry Kissinger: il New York Times definisce l’ex segretario di stato “uno stretto consigliere esterno” della campagna di McCain. Viene regolarmente interpellato dal candidato per consigli sulla politica estera e ha condotto un’importante riunione informativa con Sarah Palin prima del dibattito tra i candidati alla vice-presidenza.

Ed Koch: l’ex sindaco di New York è ancora un punto di riferimento prestigioso per gli ebrei di una certa età. Ha sostenuto Bush nel 2004 e Hillary Clinton durante le primarie. Ora sta con Obama.

William Kristol: come direttore della rivista Weekly Standard di Rupert Murdoch, editorialista del New York Times, e commentatore di Fox News, è un esponente dei neoconservatori estremamente influente.

Sherry Lansing: la prima donna a guidare una major di Hollywood (Paramount), è tra i maggiori finanziatori e raccoglitori di fondi del Partito Democratico.

Ed Lasky: attraverso il sito web American Thinker, i suoi articoli hanno contribuito ad accendere la diffusa campagna in rete secondo cui Obama è anti-israeliano.

Henry Lehman: era un immigrato bavarese che si stabilì in Alabama nel 1844 all’età di 23 anni, e fondò HLehman, un grande magazzino che accettando cotone grezzo al posto dei contanti, aprì la strada al commercio in “commodity” del cotone. Nel 1850, lui e i suoi fratelli Emanuel e Mayer costituirono il gruppo Lehman Brothers, che diventò una delle prime e più potenti società d’investimento di Wall Street. Il crollo spettacolare di Lehman Brothers dello scorso Settembre, la più grande bancarotta della storia americana, ha scatenato il panico finanziario internazionale che, più di ogni altro singolo fattore, può determinare l’esito delle elezioni presidenziali del 2008.

Joe Lieberman: il senatore del Connecticut è stato il vice di Al Gore alle presidenziali del 2000. Ora è l’uomo di punta di McCain per gli elettori ebrei indecisi.

Mik Moore e Ari Wallach: hanno lanciato il sito web Jewsvote.org, utilizzando metodi high tech per contrastare gli attacchi contro Obama provenienti dalla rete. Sponsorizzano anche The Great Schlep [Schlep è un termine yiddish che significa viaggio] – una campagna per portare i nipoti a visitare i nonni, in Florida, per convincerli a votare per Obama.

Eli Pariser: dirige MoveOn.org, un gruppo di pressione liberal che ha raccolto grandi somme per i candidati democratici.

Martin Peretz: direttore di The New Republic, ha scritto un articolo influente intitolato: “Possono gli amici d’Israel fidarsi di Obama? In una parola, sì”.

Dennis Prager: influente, schietto, e spesso rumoroso conduttore di un talk-show radiofonico a diffusione nazionale. Nonostante le sue riserve sul disegno di legge di McCain per la riforma delle campagne elettorali, ha gettato il suo peso a sostegno dei repubblicani.

Penny Pritzker: è la responsabile finanziaria della campagna di Obama. E’ una manager miliardaria, tra i primi sostenitori di Obama e rampolla di una ben nota famiglia ebrea di mega-donatori; ha ricevuto attacchi per il suo coinvolgimento nel fallimento di una banca a causa dei mutui subprime.

Ed Rendell: governatore dello stato-chiave fluttuante della Pennsylvania, è l’ex capo del Democratic National Committee, e uno dei portavoce più importanti della campagna democratica.

Denise Rich: esponente della mondanità ed ex moglie del miliardario screditato Marc Rich, è una super raccoglitrice di fondi per i democratici.

Dennis Ross e Dan Kurtzer: rappresentano il centro-destra e il centro-sinistra nello staff di consiglieri di Obama per il Medio Oriente.

Robert Rubin: primo consigliere di Obama per l’economia, ha una conoscenza senza pari delle operazioni di Wall Street ed è stato Ministro del Tesoro nell’amministrzione Clinton.

Dan Shapiro: ex funzionario del National Security Council sotto l’amministrazione Clinton, è un autorevole consigliere per la politica in Medio Oriente e coordinatore per i rapporti con gli ebrei della campagna di Obama. Si ritiene che abbia scritto il discorso di Obama all’AIPAC (la lobby pro-Israele), in cui il candidato ha dichiarato che “Gerusalemme rimarrà la capitale d’Israele e deve rimanere indivisa” – una dichiarazione che in seguito Obama ha in parte sconfessato.

Sarah Silverman: è una comica “shock”, e ha registrato un video per “The Great Schlep” (vedi Mik Moore, sopra). Il suo monologo ha provocato un contro-clip da parte del vecchio comico Jackie Manson.

Alan Solow: l’avvocato di Chicago è attivo nella comunità ebraica e nella Conferenza dei Presidenti. E’ un sostenitore di Obama da 12 anni.

Jon Stewart: come conduttore del programma di news satiriche “The Daily Show” è diventato forse la voce liberal più ascoltata della nazione. Il NewYork Times ha definito il programma di Stewart “una forza politica e culturale sincera”.

Barbra Streisand: la cantante superstar è un’icona ebraico-liberale e una mega-raccoglitrice di fondi. Ha sostenuto Hillary Clinton alle Primarie, e Obama a partire dalla Convention democratica. E’ stata l’attrazione principale di una raccolta-fondi a Hollywood a Settembre, che comprendeva una cena da 25.800 dollari a persona.

Robert Wexler: è uno dei sostituti-chiave di Obama. Il deputato della Florida ha fatto una vasta campagna per spostare i voti dell’elettorato ricco della Florida da McCain ai democratici.

Fred Zeidman: principale stratega di McCain, è presidente dell’Holocaust Memorial Council degli Stati Uniti, ed è un peso massimo tra gli ebrei repubblicani.


[1] Nelle elezioni presidenziali americane il sostituto è un uomo di fiducia del candidato, e parla a suo nome negli appuntamenti ai quali il candidato non può partecipare personalmente

Versione originale:

Bradley Burston e JJ Goldberg
Fonte: www.haaretz.com
Link: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1029302.html
21.10.08

Versione italiana:

Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com/
Link: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/10/israel-lobby-la-lista-di-haaretz.html
DI BRADLEY BURSTON E JJ GOLDBERG
Haaretz

Ci sono due 'krugman'"




L' ”analisi dei flussi commerciali e la localizzazione delle attività economiche" ha fatto guadagnare il premio Nobel all'economista statunitense Paul Krugman. 

Tuttavia, anche se a vincere il più prestigioso premio mondiale è stato il profilo più accademico di Krugman, è quasi impossibile resistere in un giorno come questo dall'evidenziare l'aspetto più pubblicizzato di questo economista e giornalista, che per anni è stato anche l'irriverente peso della politica economica dell'amministrazione di George W. Bush. 

"La prima cosa da dire su Krugman è che ci sono due 'krugman'", spiega Mauricio Cardenas Santamaria, ex ministro per lo Sviluppo della Colombia, che oggi dirige la Brookings Institution di Washington, uno dei principali laboratori di idee e ricerca sulle politiche pubbliche degli USA.

"Il Krugman più popolare è una persona che è diventata famosa per le sue colonne sulla stampa e per l'enorme capacità di reperire e rendere comprensibile il suo punto di vista", spiega Cardenas. Non sorprende che Krugman, che è anche professore presso la Princeton University, abbia scritto, tra gli altri, per media come Fortune, Slate, Foreign Policy, The Economist o Harper's.

Per capire questa sua facilità di comunicazione e di comprendere (per esempio) come funziona Internet, solo una mezz'ora dopo che la Reale Accademia Svedese delle Scienze rendeva pubblico il suo nome come vincitore del Premio Nobel, lui stesso postava la notizia in 'La coscienza di un liberale ", il suo blog su The New York Times, dove brevemente commentava che qualcosa di "divertente" gli era accaduto quella mattina. 

Il Nobel a Krugman, un segnale? 

Frattanto, il blog di Krugman, uno degli economisti feticcio della sinistra nordamericana, è diventato un luogo di riferimento per i settori più progressisti dell'opinione pubblica statunitense. Da questo podio, ha lanciato i suoi influenti proclami contro il neoliberismo e la politica economica di Bush e del ministro del Tesoro USA, Henry Paulson. 

Anche se Krugman è stato in molte delle lotterie per ottenere il Premio Nobel per l'economia, è paradossale che l'aggiudicazione sia avvenuta solo in un momento come questo, quando la crisi dei mercati finanziari appare evidente come risultato di decisioni economiche che egli ha duramente criticato. 

In effetti, l'annuncio del Nobel coincide con la pubblicazione di un articolo molto critico nei confronti del piano di salvataggio finanziario elaborato dal presidente USA e da Paulson. 

Originariamente pubblicato su The New York Times, in 'Il momento della verità', Krugman attaccava "la critica mancanza di chiarezza intellettuale" del progetto USA e lodava la "chiarezza di pensiero" del Presidente dello Scacchiere britannico, Gordon Brown, che aveva optato per iniettare direttamente capitale nelle imprese finanziarie. 

"A partire da adesso tutto il mondo sarà ancora più interessato a sentire le opinioni di Krugman, anche se non credo riuscirà a far cambiare le politiche per risolvere la crisi che erano già state previste", spiega Cardenas. EEmilio Ontiveros, presidente degli analisti finanziari internazionali, ritiene che l'Accademia svedese sia stata "molto coraggiosa" a premiare una persona così critica verso Bush, anche se egli non crede che la decisione abbia un nesso con le sue opinioni sulla crisi attuale. 

In ogni caso, sembra chiaro che non è il “colonnista Krugman” che è stato premiato. Il suo insegnamento più attuale non è affatto in contrasto con la serietà e la qualità dei suoi approcci teorici. "Per chiunque studi economia internazionale, il suo lavoro è un luogo di studio obbligato", spiega Cardenas. Emilio Ontiveros la pensa allo stesso modo: "Si tratta di un ottimo economista, i cui contributi nel campo del commercio internazionale e della localizzazione delle attività economiche sono fondamentali e preziosi".

Quelle di Krugman hanno permesso di superare le teorie del britannico David Ricardo che, dai primi anni del XIX° secolo, spiegavano il commercio internazionale e si erano dimostrate insufficienti per tutto il XX° secolo. Il lavoro di Krugman ha permesso di chiarire per quale motivo il commercio mondiale è dominato da paesi con dotazioni e ricchezze simili. 

Maria Senchez Diaz
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=74318
14.10.08

Tradotto per www.comedonchisciotte.org da DAYYOS
DI MARIA SANCHEZ DIEZ
Rebelion

Sei vittime su otto sono pugliesi

Puglia sotto choc. L'elicottero HH-3F dell'Aeronautica militare partito da Brindisi e precipitato in Francia aveva a bordo sei militari pugliesi
Immagini concesse dal Tg1
Immagini concesse dal Tg1
Era partito da Brindisi l'elicottero HH-3F dell'Aeronautica militare precipitato in Francia. E pugliesi sono sei degli otto militari morti nello schianto di un elicottero dell'Aeronautica, vicino Strasburgo. Questi i nomi delle otto vittime: Michele Cargnoni, 30 anni, di Brescia; Marco Partipilo, 29 anni, di Bari; Giovanni Sabatelli, 50 anni, di Fasano (Brindisi); Carmine Briganti, 41 anni, di Balzano (Taranto); Giuseppe Biscotti, 37 anni, di Grottaglie (Taranto); Massimiliano Tommasi, 34 anni, di Calimera (Lecce); Teodoro Baccaro, 31 anni, di San Vito dei Normanni (Brindisi); Stefano Bazzo, 32 anni di Vicenza.

Il velivolo è caduto in un campo nei pressi di una strada provinciale vicino alla città di Ligny-en-Barrois e ha preso fuoco. L'elicottero, come ha spiegato Serge Malaret, il comandante dei vigili del fuoco della regione, "è precipitato e ha preso fuoco per ragioni che non sappiamo".

L'elicottero era partito da Brindisi dove ha sede una base del Soccorso aereo che dipende dal XV stormo di Pratica di Bari. A bordo erano salite sette persone. L'elicottero ha fatto tappa a Rimini, da dove è decollato un altro velivolo. I due mezzi dell'Aeronautica erano attesi in Francia per un'esercitazione.

Il velivolo era un HH-3F dell'Aeronautica militare ed era impegnato, insieme a un altro elicottero dello stesso tipo, in un volo di trasferimento nell'ambito di una esercitazione militare italo-francese (vedi sito ufficiale). I due velivoli erano decollati da Digione ed erano diretti a Florennes, in Belgio. 

In segno di lutto per la tragedia il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha deciso di sospendere ogni manifestazione in corso a Torino in occasione del Salone del Gusto. Vendola è a Torino, con una delegazione della Regione Puglia, per incontrare, tra l'altro, i pugliesi emigrati in Piemonte. Il presidente della Regione Puglia - informa una nota dell'ufficio stampa - "si unisce, insieme a tutti i pugliesi, al dolore delle famiglie dei militari caduti".

Anche il presidente del consiglio regionale della Puglia, Pietro Pepe, in una nota ha espresso il cordoglio dell'assemblea regionale per la tragedia avvenuta in Francia. "Esprimo - sottolinea Pepe - il dolore del Consiglio regionale della Puglia, per la tragedia in cui hanno perso la vita otto militari italiani, alcuni dei quali pugliesi, nell'incidente aereo avvenuto in Francia. Il Consiglio regionale si stringe al dolore dei parenti delle vittime".
Fonte: La Repubblica

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