mercoledì 22 ottobre 2008

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BLOG E SITI DI PROTESTA SCOLASTICI

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Comitato Precari Liguri della Scuola
Blog contro il Maestro Unico
Blog di un ex precario della scuola elementare
Forum Precari scuola con programma di manifestazioni e agitazioni

L’Egitto e la storia della finanza islamica

Nell’attuale fase di crisi finanziaria globale, la finanza islamica ha attirato l’attenzione di politici, economisti ed investitori per le sue caratteristiche che le consentono di risentire della crisi in misura minore rispetto al sistema finanziario tradizionale. Nell’articolo che vi proponiamo viene tracciata a grandi linee la storia delle banche islamiche, con un’attenzione particolare all’Egitto, il paese in cui la finanza islamica vide la luce per la prima volta, nella seconda metà del XX secolo

L’Egitto, terra della tribù di Kinana (tribù che sarebbe discesa da Ismaele, figlio di Abramo e della schiava egiziana Agar; da questa tribù, secondo la tradizione islamica, è a sua volta disceso il profeta Muhammad (N.d.T.) ), è il paese che ha aperto la strada alla finanza islamica attraverso lo scomparso Ahmed el-Najjar. E’ il paese in cui quest’idea venne alla luce praticamente per la prima volta, sotto forma della Mit Ghamr Savings Bank nel 1963, che ad un certo punto ebbe 53 filiali (avendo creato questa banca, Ahmed el-Najjar viene considerato il pioniere della finanza islamica; l’istituzione da lui creata escludeva il principio del prestito a interesse (riba’), proibito dalla legge islamica, e si basava su principi di condivisione dei profitti (N.d.T.) ).

L’esperienza delle banche islamiche si spostò poi dall’Egitto ad altre parti del mondo islamico attraverso l’opera dei primi padri fondatori, come Ahmed el-Najjar e Isa Abdu, ai cui sforzi si unirono quelli di uomini d’affari interessati ai valori islamici.

Furono fondate banche islamiche private come la Dubai Islamic Bank (DIB) nel 1975, la Kuwait Finance House (KFH) nel 1977, e la Faisal Islamic Bank of Egypt nel 1979. Oggi le istituzioni finanziarie islamiche ammontano a circa 396, sparse in 53 paesi, con un tasso di crescita che va dal 10 al 15%.

Ma torniamo al contributo egiziano, poiché questo paese è stato il pioniere della finanza islamica. Ci si aspetterebbe che il numero delle banche islamiche in questo paese rifletta questo fatto, ma la verità è che l’Egitto ha abbandonato questo settore molto tempo fa. Vi sono soltanto due banche islamiche in Egitto: la Faisal Islamic Bank of Egypt e l’Egyptian Saudi Finance Bank, a cui bisogna aggiungere alcune agenzie islamiche appartenenti alle banche convenzionali.

In totale, non vi sono più di 128 filiali islamiche su migliaia di filiali attive, il che significa che appena 28 di tali agenzie sono state aperte dal 1981.

In Egitto le banche islamiche sono in declino da quando ebbe luogo la prima fusione tra una banca islamica (la Islamic International Bank for Investment and Development) e due banche convenzionali (la United Bank of Egypt e la Nile Bank). Insieme esse costituiscono una struttura finanziaria che opera secondo i metodi tradizionali sotto l’ombrello della United Bank, il 99,9 % della quale è posseduto dalla Central Bank of Egypt.

Forse si può perdonare lo stato egiziano per questa fusione, poiché essa intendeva proteggere i diritti dei risparmiatori, evitando l’annuncio della bancarotta. Tuttavia il governo avrebbe potuto acquisire la banca senza fonderla con banche tradizionali, al fine di preservare l’identità di questa istituzione islamica, così come fece il governo di Dubai quando dovette affrontare la crisi della Dubai Islamic Bank.

Con questa decisione il governo egiziano ha dato l’impressione di non voler incoraggiare questo tipo di investimenti, a differenza di quanto ha fatto il governo di Dubai, che ha cercato – e continua a cercare – di trasformare Dubai nel più importante centro della finanza islamica. Esso vede infatti in questo settore finanziario l’opportunità per diversificare le proprie entrate e per attrarre investimenti. Fino a questo momento, l’emirato di Dubai ha avuto grande successo in questi suoi sforzi.

Oggi Dubai è considerato uno dei più importanti centri mondiali della finanza islamica, ed è sede di istituzioni finanziarie internazionali che cercano di ricavare profitti dal gigantesco balzo che la finanza islamica ha compiuto in questa regione. Una serie di città e di paesi occidentali ed asiatici stanno cercando di affermarsi anch’essi in questo settore. Fra tali città e paesi possiamo annoverare Londra, Hong Kong, Singapore, la Malaysia, e non ultimo il Giappone.

Dunque, cosa impedisce all’Egitto di diventare uno dei più importanti centri finanziari in questo settore, e di tornare ad essere il pioniere che era stato in passato, soprattutto se teniamo conto del fatto che esso ha il potenziale per compiere una cosa del genere, viste le sue competenze professionali ed umane unite ad una genuina differenziazione economica?

Non vi è dubbio che i fondi di questo settore che affluirebbero in Egitto – in conseguenza di un incoraggiamento agli investimenti realizzato attraverso nuove leggi, la semplificazione delle procedure e la creazione di istituzioni di sostegno – contribuirebbe a risolvere molti dei problemi finanziari e sociali del paese, ed in particolar modo la disoccupazione.

Inoltre esso fornirebbe un sistema di microfinanza che porterebbe ad un aumento del reddito pro capite. Inoltre la natura degli investimenti islamici implica che essi accettano un elevato fattore di rischio; di conseguenza, ingenti capitali sarebbero a disposizione dell’Egitto per investire in tecnologie ed in micro-industrie che necessitano di questo tipo di investimenti, contribuendo a fornire tecnologie ed a ridurre l’emigrazione del capitale umano verso i paesi sviluppati.

I politici in Egitto coglieranno le opportunità che questo settore finanziario offre, e di cui l’economia egiziana ha estremo bisogno? Noi lo speriamo.

Lahem al-Nasser è un consulente di finanza islamica; l’articolo qui riproposto è apparso il 25/08/2008 sul quotidiano saudita ‘al-Sharq al-Awsat’

Titolo originale:

Islamic Banking in Egypt


Giallo sul capo del Mossad: siti arabi lo danno per morto, Israele nega

Il capo del Mossad, i servizi segreti di Israele, Meir Dagan, sarebbe morto in un incidente stradale mentre si recava in auto all'aeroporto di Amman, in Giordania, il 12 ottobre scorso. Lo rivelano numerosi siti arabi, specialmente giordani, parlando di un attentato per vendicare l'assassinio di Imad Mughniyeh, capo di Hezbollah ucciso a Damasco nel febbraio scorso. Altre ricostruzioni, come quella del sito internet algerino Echourouk, sono più fantasiose, e vorrebbero che un camion pieno di carburante fosse finito contro l'auto del capo del Mossad, diretta all'aeroporto di Amman, uccidendolo all'istante. Il sito vicino all'intelligence israeliana, 'Debkafile', smentisce non solo la morte di Dagan, ma anche che si sia trovato in Giordania in quei giorni.


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