sabato 18 ottobre 2008

Duce o Beneduce?


Un grave rischio pende sul capo degli italiani: i fondi sovrani, soprattutto quelli "dei paesi produttori di petrolio". A dare l'inquietante notizia è il premier Silvio Berlusconi, che conferma quello che l'audizione di Lamberto Cardia in Senato aveva anticipato: la crisi delle borse ha determinato forti cali della capitalizzazione per molte aziende italiane quotate, che ora sono (sarebbero) quindi più facilmente scalabili da acquirenti molto liquidi, tipicamente i fondi sovrani. Occorre quindi apprestare i sacchetti di sabbia."Confermo che il Tesoro sta lavorando con la Consob a un emendamento sulla passivity rule per dare alle imprese la possibilità di difendersi", ha detto Berlusconi. Ciò  potrà essere ottenuto attraverso aumenti di capitale, acquisto di azioni proprie e fusioni, anche dopo il lancio di un'Opa ostile. Riguardo la funzione delle operazioni di scalata ostile (il mantenimento di un mercato di aziende sane), abbiamo già scritto e soprattutto lo ha fatto in modo incomparabilmente più efficace Sandro Brusco su nFA. Qui basti solo aggiungere qualche considerazione spicciola.

La passivity rule venga pure attenuata, non è un problema. Ma per lanciare aumenti di capitale occorre qualcuno che li sottoscriva, suggeriscono logica e buonsenso. Discorso analogo per il riacquisto di azioni proprie, che può avvenire utilizzando disponibilità liquide che non trovano impiego in investimenti profittevoli, oppure indebitandosi per ridurre il costo medio ponderato del capitale e massimizzare il valore d'impresa, come dicono i libri di testo. Ma se queste operazioni non nascono per ottimizzare il balance sheet bensì per motivazioni politiche riconducibili ad una logica di sistema-paese sgarrupato, il risultato finale è la distruzione di valore e l'indebolimento della sovrastruttura finanziaria. Che regge quella produttiva, malgrado oggi sia assai poco trendy affermare una cosa del genere.

Altra ricorrente manifestazione del premier, in questi giorni, è il suo sbigottimento di fronte a rapporti dividendo/prezzo (dividend yield) che gli appaiono stellari. "Ci sono aziende italiane quotate che oggi hanno un rendimento del 10 per cento!", esclamava ancora ieri. Ma il dividend yield a cui Berlusconi si riferisce è il rapporto tra il prezzo di oggi e gli utili attesi alla fine del 2008 (o del 2009). E' del tutto evidente che, in un momento di drastica riduzione della visibilità degli utili prospettici, come è l'attuale, il dato di "rendimento immediato" azionario perde gran parte della propria rilevanza e significatività. Molte delle aziende oggi in vetta alle classifiche del dividend yield taglieranno la distribuzione degli utili, in alcuni casi potrebbero addirittura azzerarla.

E' oggi più che mai evidente il tentativo del premier (con la magistrale advisory di Giulio nostro) di costruire un nocciolino di capitalismo Made in Italy. Piccolo, spaventato e per ciò stesso maledettamente bisognoso di autarchia. I soldi si troveranno, che ci pensi Mediobanca o la Cassa Depositi e Prestiti è indifferente, tanto il capitalismo è morto e sepolto, lo abbiamo letto su molti quotidiani in questi giorni, quindi deve essere vero. Come avrebbe detto Deng Xiao Ping (uno che di partecipazioni statali se ne intendeva), non importa che il gatto sia bianco o nero; l'importante è che il paese continui indisturbato il proprio declino, ed i contribuenti paghino quell'italianità che tanto amano.

L'unica pericolosità di questo esecutivo (o meglio del suo mainstream di politica economica) non è certo la presunta involuzione autoritaria e l'approccio law&order, bensì l'irresistibile pulsione all'autarchia economica e finanziaria, che finirà col mettere un bel sacchetto di plastica in testa al paese.

di Mario Seminerio

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Risposta al prof. Sartori

Giorgio Gilestro ci ha gentilmente fatto notare un editoriale sul Corriere di ieri del prof. Sartori che tira in ballo gli economisti sulla crisi. Rispondo, più o meno parola per parola.
Sulla pericolosissima crisi economica in corso finora non ho fiatato. Aspettavo lumi dagli economisti.

Pieno di lumi. Dappertutto. Su tutti i giornali e le televisioni. I media sono così disperati che pure a noi li chiedono, i lumi.

Speravo, tra l'altro, in un loro mea culpa.

Ah beh, si beh . Allora quella dei lumi era un trucco retorico a basso prezzo. Se uno chiede lumi è perché non vede; ma se uno è convinto di vedere così bene da sapere di chi è la colpa, allora non chiede lumi. Suvvia, professore, siamo adulti, lasciamo stare i giochettini.

Perché il fatto è che il grosso della loro disciplina non ha previsto la catastrofe in arrivo. Era impossibile prevederla? Balle. Non solo era prevedibilissima, ma il punto di principio è che una scienza economica che non sa prevedere è una scienza da poco, quasi da punto. Science for what? Un sapere «pratico» che consiglia male e che prevede altrettanto male, produce guai o comunque ci lascia nei guai.

Epistemologia spicciola. Ma proprio spicciola. Columbia ha un dipartimento di scienze geofisiche? Qual è l'ultimo terremoto che hanno previsto? Non ne hanno previsto nessuno? Allora lo chiudiamo il dipartimento e ci mettiamo una decina di colonnelli dell'aeronautica, che loro sì che sanno prevedere di tutto di più? Cosa significa prevedere? Moltissimi hanno previsto la crisi. Guardi, faccio una previsione: questa crisi finirà. Anzi, ne faccio due: questa crisi sarà seguita da un'altra crisi. Vuole scommettere che c'azzecco?

Comprendere è almeno altrettanto importante che prevedere. Onestamente l'idea di dover spiegare ad un intellettuale una cosa di questo genere è deprimente. Soprattutto ad un intellettuale italiano, che lo sappiamo che gli amerikani sono specializzati e ignoranti. Ma lei avrà fatto uno di quei bei licei classici italiani, dove tutti - studenti e professori - sono colti e profondi. A me queste cose le hanno spiegate proprio al liceo, uno di quei bei licei classici italiani, dove tutti - studenti e professori - sono colti e profondi.

Molti economisti se la cavano scaricando la colpa sul liberismo «selvaggio » che ha predicato la deregulation, l'abbattimento delle regole. A suo tempo — e cioè in tempo — scrivevo che se le regole sono malfatte, allora sono regole da eliminare; ma «sregolare» è solo un rimedio a breve, e un vuoto di regole non toglie che dobbiamo avere regole.

Neanche a me piacciono quegli economisti lì. Ma molte delle colpe stanno anche nella gestione di società come Fannie Mae e Freddie Mac che operavano in regime di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Questo nulla ha a che fare col mercato, ma piuttosto ha a che fare con la cattiva politica. Ancora una volta, lei, da italiano queste cose potrebbe capirle. Questo senza argomentare che sia solo colpa della politica, ci mancherebbe. Molti economisti in questi giorni si sono ribellati al piano di bailout di Paulson. Perlomeno, noi lo abbiamo fatto. E lei? Ma soprattutto noto un'affermazione interessante nel brano precedente:

A suo tempo — e cioè in tempo — scrivevo che se le regole sono malfatte, allora sono regole da eliminare 

Ah ma è questo che intende con "prevedere": dire in tempo cose come se le regole sono malfatte, allora sono regole da eliminareCapisco. Io dicevo, in tempi non sospetti: meglio essere ricchi e fortunati che poveri e sfortunati e poi anche meglio ridere in compagnia che intristirsi da soli (vabbéh, lo confesso, non ero io - se lo ricorda Massimo Catalano? - ma sarei potuto essere io).

Anzi, oggi, le regole ridiventano più necessarie che mai. Le banche non sorvegliate sono libere di fallire a danno dei loro depositanti.

No, professore, non i depositanti. Sono garantiti, lo sono da tempo e oggi ancora di più. Ci hanno addirittura fatto una bella agenzia governativa, di quelle con l'indirizzo .gov. Va bene che ritiene di non aver bisogno dei lumi. Ma a stare al buio si finisce per sbattere contro i mobili. Anche quelli bassi, bassi. Errori fattuali è sempre meglio evitarli anche nel corso di esercizi retorici come il suo.

Il mercato finanziario è sempre più infestato da imbroglioni che vanno imbrigliati

Davvero? E chi li imbriglia? I professori universitari? Anche quelli di economia? O solo quelli "seri", quelli che sanno "prevedere"? Ma lei dove abita, nella Repubblica di Platone?

L'alternativa non è tra intervenire o no, ma tra capacità di «buon intervento» o no.

E dagli con Catalano. Tutti a sparare tautologie nella Repubblica di Platone?

Leggo che le crisi finanziarie sono intrinseche al capitalismo, che pensare di eliminare il rischio è una sciocchezza e che per ogni regola esiste un modo di aggirarla. Ma spero proprio che non sia così.

Perché non dovrebbe essere così? Perché non ci piace che lo sia? Esiste qualcosa di meglio?

Il mercato è un meccanismo che, per esistere e funzionare, deve essere protetto da leggi che vietano i monopoli e che puniscono i falsi garantendo la autenticità delle merci. Addio mercato se io posso impunemente spacciare per oro un qualsiasi metallo giallo. Così come vanno controllate le medicine e, oramai, persino la produzione industriale del cibo.

Per una volta sono d'accordo. Ma proprio per essere noioso, mi faccia commentare con tono professorale che il mercato spesso funziona anche senza guardiani e punizioni esterne. Quante volte ha comprato oro? C'era un agente dell'FBI con una garanzia nel negozio? Ha mai comprato una macchina? Un agente dell'FBI anche lì? Scommetto che è andato da un meccanico a farsela valutare. Era dell'FBI il meccanico? Chi ha garantito che fosse un meccanico e non Joe the Plumber? Suvvia, sono 40 anni che studiamo queste cose, le chiamiamo"limoni" , abbiamo teoremi, non parli senza sapere quello che dice.

Pertanto l'argomento «fatta la legge trovato l'inganno» è suicida. Né ritengo che i collassi «alla 29» siano fisiologici. Siccome il sistema di mercato è un automatismo che procede per auto-correzione, è normale che il suo andamento sia ciclico e che includa recessioni. Ma se un sistema di mercato che si auto-distrugge facendo collassare tutto il sistema economico fosse «normale», allora siamo al cospetto di un sistema mal congegnato

Oh boy, non so nemmeno dove iniziare, qui. Cos'è, creazionismo in economia? Chi l'ha "congegnato" il sistema. Lo facciamo aggiustare dai filosofi della Repubblica?

Professor Sartori, io la leggo con piacere. Ma, dopo le sciempiaggini sui vantaggi assoluti e comparati nel commercio internazionale di alcuni anni fa, questa è la sua peggiore caduta argomentativa.

di alberto bisin

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Provvedimenti urgenti per ridurre i corsi azionari


In tutto il bailamme di questi giorni, c'è stato chi si è preoccupato del fatto che con i prezzi più bassi diventasse più facile comprare le aziende quotate in Borsa, magari poi togliendo ai poveri dirigenti delle stesse le comode poltrone che attualmente occupano. Per ovviare a tale terribile possibilità il presidente della Consob, Lamberto Cardia, in una audizione alla Commissione Finanza del Senato, ha suggerito un inasprimento della disciplina sulle Offerte Pubbliche d'Acquisto (OPA), in modo da renderle più difficoltose. È una pessima idea. Provvedimenti di questo tipo servirebbero solo a proteggere i dirigenti e i grossi azionisti che traggono benefici privati dal controllo delle società, andando a detrimento del valore delle azioni.

Per quel che mi è dato capire, le prime avvisaglie di questo tentativo di stravolgere le regole sulle OPA si sono manifestate pubblicamente in articolo apparso sul Sole 24 Ore del giorno 11 ottobre. L'articolo è molto preoccupante, e si apre in questo modo:

Una modifica della passivity rule in caso di Opa e la riduzione dal 2 all'1% della soglia oltre la quale scatta l'obbligo di comunicare la partecipazione in una quotata: così Consob e Governo stanno pensando di proteggere le grandi società italiane da indesiderate aggressioni.

(la ''passivity rule'' è la regola che dice che una volta che viene lanciata un'offerta pubblica d'acquisto i dirigenti della compagnia non possono prendere iniziative per scoraggiarla). Da dove sorga la necessità di ''protezione'', un termine con connotati giustamente negativi, lo spiega successivamente l'articolo.

...la Borsa è un bazar dei buoni affari. Tutta l'Eni vale 62,5 miliardi e l'Enel 32,8. Le due maggiori banche, Intesa Sanpaolo e UniCredit, rispettivamente 38,1 e 34,7 miliardi. Mediobanca, il cuore del sistema, vale 7,2 miliardi. Le Generali 30,6 miliardi e Telecom Italia addirittura 11,5 miliardi. Le reti dell'energia Snam Rete Gas (8,1) e Terna (4,7) sono ancor più a buon mercato. Come Mediaset ( 4,7) e le regine del manifatturiero: Fiat (7,8) e Finmeccanica (6,3).

In molti casi non sarebbe neanche necessario lanciare un'Opa su tutto il capitale: basterebbe acquistare il 29,9% e si avrebbe il controllo. Per comandare in Telecom sarebbero sufficienti meno di 4 miliardi, in UniCredit una dozzina, nelle Generali una decina. Se qualche " ardimentoso" si volesse cimentare, non farebbe grandi sforzi per raccogliere le munizioni necessarie. Certo, andrebbe incontro alla probabilissima avversione del Governo ma intanto avrebbe messo insieme un pacchetto importante.

Capito che roba? Qua c'è il rischio che arriva un Soros qualunque e, bum, con meno di una ventina di miliardi di euro, si porti via Fiat e Mediaset, con Mediobanca come contorno. E Mediobanca - parola del Sole 24 ore, come non credergli? - è "il cuore del sistema" ... Questo, per i nostri politici e per i nostri coraggiosissimi capitalisti è anatema: l'assetto proprietario della grande industria e delle banche deve essere deciso in riunioni riservate nei salotti buoni, cosa è questa idea che la proprietà va a chi è disposto a pagare di più le azioni in mano ai piccoli azionisti? L'articolo quindi continua spiegando come mettere una pezza a questo problema.

Ecco allora che Cardia e il Governo si mettono in moto per "prevenire" sgradite sorprese: in questa fase le regole sono saltate, qualche misura di emergenza ci può stare. Bastano un paio di modifiche al Tuf, il Testo unico della finanza, e si rende più difficile la vita agli scalatori. Oggi, se una società viene aggredita con un'Opa, il suo management non può mettere in atto misure difensive se non dopo l'autorizzazione dell'assemblea. La regola potrebbe essere cambiata in modo che il management si possa sempre difendere a meno che lo statuto della società non preveda espressamente un divieto per questo tipo di operazioni.

Si darebbe quindi alle imprese aggredite la possibilità di chiamare in soccorso un "cavaliere bianco", oppure di aumentare il costo dell'operazione per l'aggressore con aumenti di capitale, conversione di azioni di risparmio in ordinarie, acquisto di azioni proprie, concambi convenienti, oppure ancora di dismettere attività per ridurre l'interesse dell'aggressore.

Come si vede, si tratta di permettere la solità varietà di poison pills, ossia quei provvedimenti che, quando minacciato da un'acquisizione ostile, il management può adottare per ridurre il valore della società e renderla quindi meno appetibile al potenziale acquirente. Nota per i non addetti ai lavori:  "ridurre il valore della società" vuol dire far danno all'impresa, ossia ai piccoli azionisti, rendendola meno produttiva e/o ricca!

Il punto viene ribadito da Cardia nell' audizione del 14 ottobre. Afferma il nostro (pag. 24):

Suscitano, inoltre, nuove preoccupazioni le conseguenze che la situazione del mercato può avere sull’esposizione delle società quotate a tentativi di acquisizioni ostili. Elevate sono, infatti, le limitazioni attualmente imposte dalla normativa nazionale – più restrittive di molti altri Paesi europei - alle capacità di difesa delle società (c.d. passivity rule, che impone ai manager della società-bersaglio di non effettuare operazioni che possano ostacolarne l’acquisto); limitazioni legittime e giustificate in contesti ordinari di mercato diversi da quello attuale.

Il rischio di un peggioramento normativo quindi c'è, ed è concreto. Si tratta a questo punto di indicazioni date dal presidente Consob in un'audizione parlamentare, non di indiscrezioni di un giornalista.

Forse non servirà a niente, però lo stesso vale la pena di spiegare in qualche dettaglio perché simili provvedimenti sono nefandi per i valori delle azioni. La teoria è abbastanza semplice e universalmente accettata. Un'azione vale tanto di più quanto più ci si aspetta che varrà in futuro. Un'OPA, ostile o amichevole, fa salire i prezzi delle azioni, dato che l'offerta di acquisto viene necessariamente fatta a valori superiori a quelli di mercato. Quindi, tanto più probabile è che nel futuro ci sia una OPA tanto più è probabile che i prezzi saliranno, e questo a sua volta fa aumentare la domanda di azioni (e quindi il prezzo) oggi. Supponete ora che vengano attuati provvedimenti come quelli auspicati da Cardia. La conseguenza è che le OPA diventano più difficili. Quindi diminuisce la probabilità che le OPA ci siano e, seguendo la catena causale appena descritta, questo fa scendere i prezzi delle azioni oggi.

La regolazione del mercato per il controllo delle società è sempre un tema molto dibattuto, sia in Europa sia negli Stati Uniti. È ben noto che i principali sostenitori dei provvedimenti tesi a restringere le OPA sono i dirigenti delle società, per la semplice ragione che temono di venire cacciati in occasione di cambi di proprietà. Ovviamente nel dibattito politico si punta il dito altrove: le ''acquisizioni selvagge'' minacciano i posti di lavoro, la stabilità della società, il tessuto economico nazionale (gli acquirenti potrebbero essere stranieri!!), e chi più ne ha pìù ne metta. Ma sostanzialmente non esiste alcun serio disaccordo tra gli studiosi sul fatto che dare al management la possibilità di bloccare possibili acquisizioni contro il volere degli azionisti sia una pessima idea. Come già osservato l'argomento teorico è semplice e convincente, e l'evidenza empirica è altrettanto convincente.

In verità di questo punto sembra convinto anche Cardia, il quale infatti afferma che le proibizioni delle tattiche manageriali anti-OPA sono ''limitazioni legittime e giustificate'' anche se solo ''in contesti ordinari di mercato diversi da quello attuale''. Ma, chiediamo noi, cosa ha la situazione attuale che invalida il precedente ragionamento? Cardia non si degna minimamente di spiegare perché le ''attuali condizioni di mercato'' rendano saggio un giro di vite anti-OPA.

Assumiamo pure che i valori delle azioni oggi siano innaturalmente bassi (cosa non interamente ovvia, e su cui si rischiano discussioni infinite). Apparentemente l'idea è che i prezzi artificiosamente bassi rendono più facile tentare le scalate delle società, anche di società ben gestite e per le quali non appare opportuno introdurre mutamenti nella gestione e nella strategia d'impresa.

E allora? Di cosa si ha paura? Chi si compra un'azienda non lo fa certo per fare un dispetto. Se l'impresa è ben gestita e sta facendo le cose giuste, il nuovo proprietario non vedrà ragione di cambiare strategia industriale. Resta quindi comunque vero che le OPA tenderanno a far aumentare i prezzi delle azioni. È vero che se tali prezzi sono innaturalmente bassi, sarà più facile organizzare OPA profittevoli.

Ma, di nuovo, e allora? Se i prezzi sono innaturalmente bassi qualunque cosa che li faccia aumentare dovrebbe essere benvenuta. Appare quindi chiaro che permettere al management di resistere le acquisizioni va contro l'interesse dei risparmiatori, e i bassi prezzi delle azioni non cambiano di una virgola il ragionamento. Chi ci guadagna invece sono i dirigenti delle società e gli attuali gruppi di controllo, che vengono meglio messi in grado di difendere le proprie rendite dalle pressioni del mercato. In altre parole, i soliti noti.

di sandro brusco

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Nella borsa DI ZAR VLADIMIR:GLI OLIGARCHI IN LOTTA PER FARSI SALVARE


Il «meltdown» finanziario mondiale coinvolge Mosca, ma ancora non tocca troppo i cittadini russi. E' il sistema dei grandi gruppi di potere che oggi sta passando attraverso un terremoto, da cui uscirà una nuova gerarchia e un nuovo rapporto con lo stato. L'economia reale è per ora protetta dalle sconfinate riserve valutarie del Cremlino, ma la crisi arriverà
ASTRIT DAKLI

Quando si parla dell'impatto della crisi globale sulla Russia, una cosa è chiara: se anche nelle capitali mondiali del liberismo lo stato butta sul tavolo centinaia di miliardi per evitare il collasso dei mercati finanziari e soprattutto delle banche, tornando de facto ad essere il protagonista principale della scena economica, non ci si può certo aspettare che il Cremlino, da anni tornato fautore di un massiccio intervento statale in economia, si tiri indietro. E infatti le ultime settimane hanno visto il governo agire con molta decisione (anche con ripetute sospensioni del trading in borsa) e pescare senza esitazioni nelle sue vaste riserve di oro e valuta per sostenere le banche, per difendere i correntisti e addirittura per rifinanziare le aziende (ma «solo quelle che operano nell'economia reale») in difficoltà nel far fronte ai propri debiti internazionali. Sono oltre 210 i miliardi di dollari finora dati o promessi da Vladimir Putin, capo del governo, per evitare che i terremoti di borsa si ripercuotano anche sul terreno del consenso popolare; e molti altri miliardi certamente arriveranno.
In effetti, anche se dall'alto sono venuti discreti appelli ai media perché non allarmino troppo l'opinione pubblica parlando della crisi finanziaria (il termine «crisi», o quelli ancor più gravi come «catastrofe», sono stati usati finora solo in riferimento agli Stati uniti) i primi effetti di quest'ultima sull'economia reale e sulla vita dei cittadini ordinari stanno ormai cominciando a fare la loro comparsa sui teleschermi e sulle pagine dei giornali, a dispetto del pacchetto di interventi predisposti dal governo. 
Sono i colossi del sistema economico russo che mostrano qualche crepa non nascondibile, come i tremila lavoratori licenziati dalle acciaierie Mmk di Magnitogorsk, che hanno visto ridursi del 15% gli ordinativi; o come la settimana di ferie obbligatorie non retribuite imposta a decine di migliaia di lavoratori della Gaz di Nizhnij Novgorod, seconda industria automobilistica del paese, in relazione al calo della domanda di veicoli industriali e commerciali. Non c'è dubbio che queste avvisaglie di crisi economica generale saranno seguite da altre; e altrettanto chiaro è che, fuori dai riflettori puntati sui grandi nomi dell'industria, anche il piccolo business sta già annaspando parecchio e non vede prospettive rosee all'orizzonte. 
Per il momento, però, è ancora sostanzialmente vero che l'impatto della crisi globale in Russia - un impatto apparentemente violentissimo, con un vero e proprio collasso della Borsa che in cinque mesi ha perso oltre i due terzi del suo valore - sta provocando danni quasi solo nel mercato azionario e nei portafogli dei grandi investitori, russi e stranieri. La più gran parte della popolazione non si avvicina nemmeno lontanamente a condizioni economiche tali da consentire una qualunque forma di risparmio, nonché di investimento; e anche la nascente classe media, che gode di redditi relativamente alti, ha finora riversato questi redditi nei consumi (dalle vacanze all'auto, dall'arredamento alle comunicazioni hi-tech, ecc.) o in risparmio basico: contanti, nel cassetto o nei conti correnti bancari. L'unico investimento serio negli ultimi anni è stato il mattone - e qui la crisi, più che certa, sta appena incominciando a mordere, perché fortunatamente la non-modernità del mercato russo ha finora tenuto molto basso il ruolo del credito immobiliare: la maggior parte degli acquisti immobiliari individuali avviene ancora per contanti. Quanto al mercato azionario, non ha ancora quasi per niente «sfondato» tra la popolazione a medio e anche ad alto reddito.
Anche il credit crunch, la stretta creditizia che rappresenta ovunque la peggior minaccia, in Russia pur essendo analoga a quella presente dappertutto non colpisce ancora troppo direttamente l'economia - sempre per lo stesso motivo, cioè lo scarso peso del credito sui consumi, sia nella forma dei finanziamenti personali sia come diffusione delle carte di credito. Molto più incisivo sul livello dei consumi familiari è stato nel corso degli ultimi dodici mesi l'aumento generalizzato dei prezzi dovuto a un tasso d'inflazione rimasto sempre a due cifre e che proprio adesso - stando alle previsioni degli esperti - dovrebbe iniziare a diminuire. 
Ai piani superiori, però, l'agitazione è grandissima e le prossime settimane potrebbero vedere importanti colpi di scena. E' la ristrettissima società degli oligarchi - poche decine di persone, che detengono una enorme fetta della ricchezza nazionale - che si sta agitando, in vista di una imminente e radicale revisione dei rapporti di forza, all'interno di questo pugno di super-ricchi e fra loro e il governo. Nell'ultimo anno, infatti, l'attività di molti oligarchi si è paurosamente allargata con acquisizioni sempre più grandi, in Russia e soprattutto all'estero, che hanno spinto i protagonisti a enormi indebitamenti con il sistema bancario internazionale; altri di loro, al contrario, hanno fatto cassa massicciamente vendendo aziende e partecipazioni; spesso le transazioni sono avvenute tra il primo e il secondo gruppo. 
Ora, la drammatizzazione della stretta creditizia e il generale crollo delle quotazioni azionarie ha messo i primi, gli indebitati, in gravissima difficoltà (con la necessità di vendere a qualunque costo le proprie azioni per far fronte ai debiti), e i secondi in posizione vantaggiosa per acquisire grossi pacchetti azionari a basso costo. In questo scenario bellico il governo è sceso in campo lanciando la promessa di un consistente aiuto ad «alcune» aziende di interesse nazionale: e in effetti, oggi come oggi, con tutta la loro ricchezza, nel loro insieme gli oligarchi dipendono enormemente dal favore dello stato, l'unico che può tirarli fuori dai guai. Su quella scialuppa di salvataggio però non possono salire tutti, e la lotta per essere nel numero dei favoriti è furibonda: si sa che hanno già chiesto aiuto finanziario (e pare lo abbiano avuto) le quattro maggiori aziende del settore energetico, Gazprom, Rosneft, Lukoil e Tnk-Bp; un grosso aiuto (si parla di ben 14 miliardi di dollari) è stato chiesto da RusAl, il colosso mondiale dell'alluminio di proprietà di Oleg Deripaska; altri massicci rifinanziamenti sono stati chiesti dalla seconda banca russa, Vneshtorgbank (Vtb) e dai nove principali operatori del commercio al dettaglio, da Evroset (telefonia cellulare) a X5 (generi alimentari). 
Questi nomi, con i loro debiti, bastano e avanzano a far fuori tutta la liquidità messa a disposizione da Putin: e gli altri? Gli esclusi - sono e saranno tantissimi, piccoli ma anche grandi - accetteranno senza fiatare di esser tagliati fuori? Ognuno ha dei protettori, lassù nelle alte sfere del potere, e tutto lascia pensare che probabilmente ci saranno presto scintille. Ma al di là degli scontri al vertice che possono verificarsi, una cosa è comunque certa: il risultato finale sarà un dominio ancor più completo dello stato - o meglio, dei suoi grand commis - su tutta l'economia del paese. Può essere - dovrebbe anzi essere lo scenario più plausibile - che questo aiuti a contenere gli effetti dell'imminente meltdown sull'insieme della popolazione, se il duo Putin-Medvedev riuscirà a tenere saldamente in mano le redini: ma può anche darsi, soprattutto se il prezzo del petrolio dovesse continuare a scendere e le riserve valutarie asciugarsi in fretta, che si profili uno scenario di «anarchia dei baroni», una lotta di tutti contro tutti condotta sulle spalle del paese e dei cittadini. Non auguriamocelo, perché non sarebbero buone notizie per nessuno.

Fonte: ilManifesto


Dai razzisti di carta a quelli in classe, presidenti nella storia e sottosegretari nel clan. Non titoli, ma buone azioni

Lunedì 13 
Razzisti di carta 
20 maggio 2008:  Una coppia di rom è stata arrestata dalla polizia per avere tentato di rapire una bambina di tre anni. Hanno cercato di strapparla alla mamma mentre era intenta a caricare in macchina i sacchetti della spesa. Pochi dubbi sui giornali e rom in galera. 
11 ottobre 2008: il tribunale che i due rom li ha processati li assolve. Si son fatti oltre quattro mesi di prigione per niente. Ma soprattutto nessuno dei tanti giornali che all’epoca linciarono mediaticamente i due presunti colpevoli ha scritto una riga sulla loro assoluzione. Non è una novità. Ma anche questo è razzismo. 
PS: giovedì 16 ne ha scritto il Giornale in prima pagina. 

Martedì 14 
Dubbi zero 
Silvio Berlusconi è andato a Washington. E’ l’ultima visita che fa al suo amico Bush che tra qualche mese lascerà la Casa Bianca a Obama o McCain. Pacche e battute tra amici. Poi la sentenza del Presidente del consiglio: “La storia ti definirà un grande, grandissimo presidente, più di quanto in Europa sono disposti a riconoscere”. 
Nemmeno in Iraq hanno molti dubbi. 






Mercoledì 15 
Le parole 
I piccoli stranieri per iscriversi nelle scuole pubbliche italiane dovranno fare un esame di ammissione. Se non lo supereranno verranno inseriti in classi ad hoc perché possano imparare l’italiano e poi, superato un nuovo test, riammessi nelle classi normali. 
Il parlamento di fatto ha creato classi separate per i figli dei migranti e gettato le basi per l’apartheid nella scuola dell’obbligo. Nelle classi normali quelli bravi, in quelle speciali gli stranieri e quelli che non stanno al passo con gli altri. 
Per pudore le hanno chiamate “classi di inserimento”. Uno dei firmatari della legge parla di “una politica di discriminazione transitoria positiva”. 
Ora, dopo aver ingoiato il rospo linguistico della “guerra umanitaria”, ci tocca mandar giù anche la “discriminazione positiva” e l’esclusione che diventa inserimento. 
Procedendo per ossimori (figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono sensi abitualmente contrapposti) ed eufemismi (figura retorica che consiste nel sostituire un’espressione volgare o troppo cruda con un’altra meno esplicita), quanto manca al “pestaggio salutare”? 


giovedì 16 ottobre 2008 
Da dove cominciamo? 
Da oltre un mese, con rara cocciutaggine, due giornalisti dell’Espresso espongono i risultati della loro inchiesta sull’esponente del Pdl e sottosegretario all’economia, Nicola Cosentino. Cosentino è accusato da cinque pentiti di essere un politico “a disposizione” del clan dei casalesi. 
Nel frattempo lo stesso clan progetta l’assassinio di Roberto Saviano e il capo del governo di cui Cosentino fa parte scrive a Repubblica: “Egregio direttore, vorrei rincuorare Roberto Saviano e dirgli di tenere duro, di non cedere alle minacce della camorra. Abbiamo ripulito Napoli e la Campania dai rifiuti; intendiamo agire con la stessa determinazione per liberare l'intero Mezzogiorno dalla camorra e dalla criminalità organizzata. Ai giovani talenti come Saviano dobbiamo tutti una civile gratitudine: ma il Governo gli deve qualcosa di più. Deve garantirgli il diritto a non avere paura, la tutela più completa della sua incolumità. E su questo prendiamo assoluto impegno.” 
Magari si potrebbe cominciare mandando via Cosentino. 

Venerdì 17 ottobre 2008 
Bene rifugio 
I crolli dei mercati azionari, la crisi delle banche, il prezzo del petrolio passato in meno di tre mesi da 147 a 70 dollari al barile (però la benzina alla pompa costa solo 10 centesimi in meno), la recessione e la perdita di valore di acquisto degli stipendi. Tutti cercano di capire come salvare i loro risparmi. 
Emergency costruirà a Nyala, capitale del Sud Darfur, abitata da oltre un milione e mezzo di persone, in larga parte in fuga dalla guerra, un Centro pediatrico e cardiologico che possa assistere i bambini che vivono in città o nei numerosi campi profughi che la circondano, ma anche fungere da centro di riferimento cardiologico per l'intera regione del Darfur. 

Berlusconi imita i repubblicani, l'ecologia è nostra nemica


Quando Berlusconi parla di «imperativo categorico» come ha fatto ieri a Bruxelles («Fino a ieri l'aiuto di stato era peccato, oggi è un imperativo categorico»), tutti si mettono a ridere. E' chiaro che non pensa davvero alla legge morale kantiana. Ma già; non è da Berlusconi occuparsi di tali inezie. Non manca chi sottolinea le somiglianze tra la prosa berlusconiana e quella di chi esaltava le «decisioni irrevocabili», dichiarando guerra a Francia e Inghilterra. 
A pensarci bene non è divertente. La sfida a Francia e Inghilterra nonché agli altri d'Europa è un tradimento sulle questioni ambientali: il continente è chiamato a una prova molto difficile e al tempo stesso arcinota. Ridurre, entro il 2020, le emissioni di gas serra del 20%; aumentare del 20% le rinnovabili; migliorare del 20% l'efficienza energetica. Non è un pranzo di gala per nessuno. 
Si tratta, per una volta, di dare il buon esempio al pianeta. I paesi più attenti hanno discusso e fatto delle scelte, orientando l'industria e i consumi verso l'obiettivo comune, da raggiungere ciascuno con le proprie forze, secondo gli impegni presi. Così si sono viste molte industrie nazionali dedicarsi a specialità mai provate. Certo la Spagna era famosa per i suoi mulini a vento già ai tempi di don Chisciotte. Ora le sue torri eoliche ne fanno il capofila nel mondo. La Germania va fortissimo nel solare, anche se o sole mio non sa neppure cosa sia. L'Italia invece tradisce gli alleati europei e li ricatta, agitando un diritto di veto. E tradisce se stessa, nega quello che ha promesso, mette in forse un futuro possibile: leggero, umano, intelligente. 
Il riscaldamento globale riguarda tutti, ma alcuni paesi saranno più colpiti di altri, prima di altri. La desertificazione renderà arido il Mezzogiorno in misura accelerata; I mari copriranno le zone costiere in pochi decenni, a partire da Venezia che non sarà certo il Mose a salvare. I nostri nipoti diranno: sapete? In Italia un tempo c'era una metà - o forse diranno i due terzi - di tutte le meraviglie artistiche del mondo. E saranno commiserati.
Berlusconi imita gli Usa che difendono l'industria dell'auto. Essi finanziano, con 25 miliardi di dollari, modelli con minori emissioni. L'industria europea chiede 40 miliardi di euro per auto verdi e al tempo stesso rifiuta gli obiettivi indicati dalla Commissione europea. Nei paesi più ricchi del mondo si aiuta un settore tradizionale come l'auto, confidando nella sua capacità di traino sul resto dell'industria e sui servizi. Si fanno saltare i vincoli ambientali e si finanzia un settore maturo e - comunque - inquinante. A dicembre il piano europeo per l'ambiente si discuterà di nuovo. Forse i ministri italiani potranno vantare qualche successo: ma sarà come vantare più inquinamento e una vita più breve - e affumicata - per ognuno.

di: GUGLIELMO RAGOZZINO

Una vittoria dei precari della scuola, "importante precedente"

Una sentenza del Tribunale di Roma ha condannato il ministero della Pubblica istruzione per un prolungato atto discriminatorio nei confronti degli insegnanti precari , vincitori di un pubblico concorso ed inseriti regolarmente nelle graduatorie su posto comune, a vantaggio degli insegnanti di religione cattolica (nominati dal Vicariato e immessi in ruolo senza concorso). A questi ultimi, durante il periodo di precariato, è riservato un trattamento di favore che consiste in un aumento dello stipendio del 2,5 per cento in più ogni 2 anni. Il ricorso fatto, e vinto, dalla professoressa Rizzato di Roma (alla quale è stato riconosciuto un risarcimento di 2.611,35 euro) è un importante precedente.

Rifondazione Comunista mette a disposizione dei precari della scuola che vorranno vedersi riconosciuto il medesimo diritto un Ufficio legale per i ricorsi . Per contatti telefonare alla segreteria del dipartimento nazionale Scuola ai numeri: 0644182257 - 0644182236 o mandare una e-mail a scuola.prc@rifondazione.it.

Fonte:megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8100

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