giovedì 16 ottobre 2008

Estate 2009 data del default del tesoro Americano


In occasione della pubblicazione del GEAB N°28, LEAP/E2020 ha deciso di lanciare un nuovo allarme nel quadro della crisi sistemica globale poiché i nostri ricercatori stimano che all’estate 2009, il governo americano cesserà i pagamenti e non potrà dunque rimborsare i suoi creditori (detentori di buoni del tesoro US, di titoli di Fanny Mae e Freddy Mac, ecc.). Questa situazione di bancarotta avrà ovviamente conseguenze molto negative per l' insieme dei proprietari di attivi in dollari US. Secondo il nostro gruppo, il periodo che si aprirà in quel momento diventerà propizio alla messa in atto di “un nuovo dollaro„ destinato a rimediare brutalmente al problema della cessazione dei pagamenti e alla fuga massiccia di capitali fuori dagli Stati Uniti.

Questo processo deriverà dai cinque fattori seguenti che sono analizzati nei particolari nel GEAB N°28:

1.L' evoluzione recente, in aumento, del dollaro US è una conseguenza diretta e provvisoria della caduta delle borse mondiali

2.Il “battesimo politico„ dell' Euro che ha appena avuto luogo dà un'alternativa “di crisi„ al dollaro US, come “valore-rifugio„ credibile



3.Il debito pubblico americano si gonfia in modo ormai incontrollabile

4.Il crollo in corso dell’economia reale degli Stati Uniti impedisce ogni soluzione alternativa alla cessazione dei pagamenti

5. “Forte inflazione o iperinflazione negli Stati Uniti nel 2009„, questo è il vero problema. Ma ci si può già fare un'idea dell’evoluzione a venire osservando l'Islanda che il nostro gruppo segue con la lente d'ingrandimento dall’inizio 2006. Questo paese costituisce infatti un buon esempio di ciò che attende gli Stati Uniti, ed anche il Regno Unito. Si può considerare, come fanno d’altronde un buono numero di Islandesi oggi, che il crollo del sistema finanziario islandese è venuto dal fatto che esso era sovradimensionato in rapporto alla taglia dell’economia del paese.

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L' Islanda ha preso in materia finanziaria dal Regno Unito (1). Come il Regno Unito in materia finanziaria ha preso dagli Stati Uniti e che gli Stati Uniti hanno preso dal pianeta intero, non è inutile meditare sul precedente islandese(2) per apprendere il corso degli eventi dei prossimi dodici mesi a Londra e Washington (3). Assistiamo infatti attualmente ad un doppio fenomeno storico: da una parte, dal mese di settembre 2008 (così come annunciato nel GEAB N°22 del febbraio 2008), l'insieme del pianeta è ormai cosciente dell'esistenza di una crisi sistemica globale caratterizzata da un crollo del sistema finanziario americano ed il contagio al resto del pianeta. D'altra parte, un numero crescente di attori mondiali intraprendono un’azione in proprio davanti all'inefficienza delle misure raccomandate o adottate dagli Stati Uniti, tuttavia centro del sistema finanziario mondiale da decenni. L' esempio del 1° Summit di Eurolandia (o Eurozona), che si è tenuto domenica 12 ottobre 2008 e le cui decisioni, per la loro ampiezza (quasi 1.700 miliardi EUR) e la loro natura (4), hanno permesso un ritorno di fiducia sui mercati finanziari di tutto il pianeta, è, a questo titolo, completamente esemplare “del mondo del dopo-settembre 2008„.

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Perché c'è “un mondo del dopo-settembre 2008„. Per il nostro gruppo, è ormai ovvio che questo mese resterà nei libri di storia di tutto il mondo come quello “che data„ lo scoppio della crisi sistemica globale; anche se si tratta in realtà della fase “di decantazione„, l'ultima delle quattro fasi di questa crisi individuata fin dal giugno 2006 da LEAP/E2020 (5). Come sempre quando si tratta di grandi insiemi umani, la percezione del cambiamento per i più non interviene che quando il cambiamento è di fatto già avvenuto. In questo caso, il settembre 2008 segna l'esplosione principale “del detonatore finanziario„ della crisi sistemica globale. Secondo LEAP/E2020, questo secondo semestre 2008 è infatti il momento in cui “il mondo s’immerge nel cuore della fase d' impatto della crisi sistemica globale„ (6). Ciò vuol dire per i nostri ricercatori che alla fine di questo semestre, il mondo entra nella fase detta “di decantazione„ della crisi, vale a dire la fase in cui le conseguenze dello choc si mettono in moto. E’ de facto la fase più lunga della crisi (tra tre e dieci anni, a seconda dei paesi) e quella che interesserà direttamente il più grande numero di persone e di paesi. E’ la tappa che vedrà anche liberarsi le componenti dei nuovi equilibri mondiali di cui LEAP/E2020 presenta le prime due illustrazioni grafiche in questo GEAB N°28 (7). Così, come noi abbiamo ripetuto a più riprese dal 2006, che questa crisi è molto più importante, in termini d'impatto e di conseguenze, di quella del 1929. Storicamente, siamo tutti primi attori, testimoni e/o vittime di una crisi che contagia tutto il pianeta, con un grado senza precedenti d'interdipendenza tra paesi (a causa della globalizzazione di quest'ultimi vent’anni) e delle persone (il grado d' urbanizzazione, e dunque di dipendenza per le necessità di base - acqua, prodotti alimentari, energia,… - è oggi senza precedenti nella Storia). Tuttavia, il precedente degli anni '30 e le sue terribili conseguenze distruttive sembrano ai nostri ricercatori abbastanza presenti nelle memorie collettive tanto da permetterci, se i cittadini sono vigilanti ed i dirigenti lucidi, di poter evitare un bis che conduce ad una (o più) conflagrazione (i) principale (i).

Europa, Russia, Cina, Giappone,… costituiscono senza dubbio gli attori collettivi che possono garantire che l'implosione in corso della potenza dominante di quest'ultimi decenni, cioè gli Stati Uniti, non conduca il pianeta ad una catastrofe. Infatti, ad eccezione dell’URSS di Gorbatchev, gli imperi hanno tendenza a tentare invano d' invertire il corso della Storia quando sentono la loro potenza crollare. E’ compito delle potenze partner di incanalare in modo pacifico il processo, come ai cittadini ed elite del paese interessato di dare prova di chiarezza per affrontare il periodo molto penoso che si annuncia.

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La "riparazione d'urgenza„ dei canali finanziari internazionali, realizzata soprattutto dai paesi della zona euro in quest'inizio di Ottobre 2008 (, non deve mascherare tre fatti essenziali: 1.questa “riparazione d' urgenza„, necessaria per evitare un panico che minacciava di inghiottire tutto il sistema finanziario mondiale in alcune settimane, non tratta temporaneamente che un sintomo. Non fa che prendere tempo, da due a tre mesi al massimo, poiché la recessione globale e il crollo dell’economia americana (la tabella quì sopra mostra la crescita vertiginosa dei fondi prestati alle banche americane dalla FED) accelera e crea nuove tensioni economiche, sociali e politiche; che occorre trattare con anticipo fin dal mese prossimo (una volta attuati “i pacchetti finanziari„) 2. anche se era assolutamente necessario rimettere in marcia il sistema del credito, i giganteschi mezzi finanziari dedicati su tutto il pianeta “alle riparazioni d' urgenza„ del sistema finanziario mondiale non potranno essere messi a disposizione dell’ economia reale nei mesi a venire per fare fronte alla recessione globale. 3. “la riparazione d'urgenza„ costituisce una marginalizzazione, e dunque un indebolimento supplementare degli Stati Uniti, poiché mette in atto processi contrari a quelli raccomandati da Washington con i 700 miliardi USD del TARP di Hank Paulson e Ben Bernanke: una ricapitalizzazione delle banche da parte dei governi (decisione che Hank Paulson è obbligato a seguire ora) ed una garanzia dei prestiti interbancari (infatti i governi di Eurolandia si sostituiscono agli assicuratori dei crediti, un settore che è nel cuore delle finanze mondiali e principalmente americane da decenni). Queste evoluzioni deviano sempre più dai legami decisionali e flussi finanziari dell’orbita americana nel momento in cui l'economia degli Stati Uniti e l' esplosione del loro debito pubblico (9) e privato ne avrebbe più che mai bisogno; senza parlare delle pensioni che vanno in fumo (10). L'ultimo punto illustra come, nei mesi a venire, le soluzioni alla crisi e le sue diverse sequenze (finanziarie, economiche, sociali e politiche) divergeranno sempre più: ciò che è buono per il resto del mondo non lo sarà per gli Stati Uniti (11) ed ormai, Eurolandia in testa, il resto del mondo sembra determinato a fare le sue scelte. Lo choc brutale che genererà la cessazione dei pagamenti da parte degli Stati Uniti nell’estate 2009 è in parte una conseguenza di questo découplage decisionale delle grandi economie del mondo rispetto agli Stati Uniti. È prevedibile e può essere ammortizzato se l'insieme degli attori cominciano fin d'ora ad anticiparlo; si tratta del resto di uno dei temi sviluppati in questo GEAB N°28. LEAP/E2020 spera soltanto che lo choc del settembre 2008 “abbia educato„ i responsabili politici, economici e finanziari del pianeta affinché essi comprendano che si agisce meglio quando si anticipa piuttosto che nell’urgenza. Sarebbe un peccato che Eurolandia, Asia ed i paesi produttori petrolio, come i cittadini americani, del resto, scoprano brutalmente nel corso dell’estate 2009, in seguito ad un fine settimana prolungato o alla chiusura amministrativa delle banche e borse per molti giorni sul territorio americano, che i loro buoni del tesoro US ed i loro dollari US non valgono più del 10% del loro valore poiché “un nuovo dollaro„ viene istituito (12).

NOTE

(1) L'Islande a adopté depuis plus de 10 ans tous les principes de dérégulation et de financiarisation de l'économie qui ont été développés et mis en œuvre aux Etats-Unis et au Royaume-Uni. Reykjavik était devenu une sorte de « Mini-Me » financier de Londres et Washington, pour reprendre le personnage du film très britannico-américain Austin Powers. Et les trois pays ont entrepris de jouer financièrement à « la grenouille qui veut se faire aussi grosse que le boeuf », pour reprendre la fable de Jean de la Fontaine dont la fin est fatale à la grenouille.



(2) Ainsi la bourse islandaise s'est effondrée de 76% après avoir été fermée quelques jours pour « éviter » la panique ! Source : MarketWatch, 14/10/2008



(3) A ce titre, attardons-nous sur le montant du « paquet financier » annoncé par Londres, soit 640 milliards EUR dont 64 milliards EUR pour recapitaliser les banques et 320 milliards EUR pour renflouer les dettes à moyen terme de ces mêmes banques (source : Financial Times, 09/10/2008). Avec une économie en chute libre à l 'image du marché immobilier, une inflation galopante, des retraites par capitalisation qui s'évanouissent en fumée, et une monnaie au plus bas, à part accroître la dette publique et affaiblir encore plus la Livre, on voit mal comment cela peut « sauver » des banques déjà très mal en point. A la différence des banques des pays de la plupart de la zone Euro, le système financier britannique, comme son homologue américain, est au cœur de la crise, et non pas une victime collatérale. Et Gordon Brown peut bien jouer à Churchill et Roosevelt réunis (Source : Telegraph, 14/10/2008), mais dans sa méconnaissance évidente de l'Histoire, il oublie que ni Churchill ni Roosevelt n'étaient aux commandes de leurs pays depuis 10 ans quand ils ont dû affronter chacun leur « grande crise » (cela vaut d'ailleurs pour les Etats-Unis et l'administration Bush - Paulson et Bernanke inclus - qui viennent tous du « problème » et font donc très peu probablement partis de la « solution »). Sans compter que Roosevelt et Churchill organisaient les sommets comme Yalta ou Téhéran en laissant Français et Allemands à la porte, alors que c'est lui qui a dû rester à la porte du Sommet de l'Euroland.



(4) Source : L'Express, 13/10/2008



(5) Source GEAB N°5, 15/05/2006



(6)Source GEAB N°26, 15/06/2008



(7)LEAP/E2020 présente ainsi une synthèse de ses anticipations sur la phase de décantation de la crise grâce à une carte du monde de l'impact de la crise différenciant entre 6 grands groupes de pays ; ainsi qu'un calendrier anticipatif 2008-2013 des 4 séquences financière, économique, sociale et politique pour chacune de ces régions. 

( Car c'est bien la zone Euro, l'Euroland, qui a permis d'arrêter la spirale de panique globale. Depuis des semaines, les initiatives américaines et britanniques se sont succédées sans effet. C'est l'irruption d'un nouvel acteur collectif, le « sommet de l'Euroland » et ses décisions d'envergure, qui ont constitué le phénomène nouveau et rassurant. C'est d'ailleurs un nouvel acteur que Washington et Londres ont systématiquement empêché d'émerger depuis le lancement de l'Euro il y a 6 ans. Et il a fallu toute une mise en scène diplomatique (réunion préalable, photo de groupe pré-sommet,... ) pour permettre au Premier Ministre britannique de faire croire qu'il n'était pas marginalisé dans ce processus, alors qu'il n'appartient de facto pas aux sommets de la zone euro. Dans ce GEAB N°28, LEAP/E2020 revient sur ce phénomène et les conséquences systémiques durables de la tenue du 1er sommet de l'Euroland. 

(9)Le plan de sauvetage financier américain a déjà accru de 17.000 USD la dette de chaque Américain. Source : CommodityOnline, 06/10/2008



(10) Ce sont en effet 2.000 milliards USD de retraites par capitalisation qui ont disparu en fumée ces dernières semaines aux Etats-Unis. Source : USAToday, 08/10/2008 

(11) En tout cas à court terme. Car notre équipe est persuadée que pour le peuple américain, à moyen et long termes, il n'est pas mauvais du tout que le système dominant à Washington et New-York soit fondamentalement remis en cause. C'est en effet ce système qui a plongé ce pays dans les problèmes dramatiques où des dizaines de millions d'Américains se débattent aujourd'hui, comme l'illustre parfaitement cet article du New York Times du 11/10/2008



(12) Même si c'est une mesure de peu d'ampleur par rapport à la perspective de cessation de paiement des Etats-Unis, ceux qui pensent qu'il est temps de réinvestir dans les marchés financiers peuvent trouver utile de savoir que le New York Stock Exchange vient de réviser tous ses seuils d'interruption... 

Versione originale:

Fonte: http://www.leap2020.eu/
Link: http://www.leap2020.eu/GEAB-N-28-est-disponible!-Alerte-Crise-Systemique-Globale-Ete-2009-Cessation-de-paiement-du-gouvernement-americain_a2240.html 
15.10.08

Versione italiana:

Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com
Link: http://ripensaremarx.splinder.com/post/18736675/ESTATE+2009%3A+CESS+I+PAGAMEN
16.10.08

Traduzione a cura di G.P
FONTE: GEAB

Storie di frontiera: l'Arizona e suoi 600 km di confine


Dalla maglietta di questo cinquantenne alto, sulle braccia muscolose fanno capolino grandi tatuaggi blu. Ruben Hernandez è direttore di Latino Perspectives, l'unico magazine in lingua inglese per la popolazione ispanica in questo stato che di latinos ne conta (dati del 2006) un milione 804.000, su 6,2 milioni di abitanti, cioè il 29,2%, mentre in tutti gli Stati uniti sono il 14,8% della popolazione. Certo, l'Arizona è meno ispanica del suo vicino orientale, il New Mexico, lo stato più latino degli Usa, in cui è ispanico il 45% della sua (magra) popolazione. L'Arizona è meno latina anche della sua vicina occidentale, la California (35,9%) o del Texas (35,7%). In compenso è lo stato in cui la popolazione ispanica cresce più rapidamente: + 30,5% nel quinquennio 2000-2005, contro, per esempio il + 9 % del New Mexico.
Il punto essenziale però è che «rispetto ai diritti civili degli immigrati, l'Arizona è oggi quel che negli anni '60 era il Mississippi per i diritti civili dei neri», mi dice Hernandez nella sala riunioni del suo mensile. E cioè lo stato in cui «si è creato un clima d'intimidazione, di terrore, sopruso e angherie», continua Hernandez: «Io sono di origine messicana, ma cittadino americano da quattro generazioni. Ma quando la stradale o la polizia mi ferma sull'autostrada, mi chiede il permesso di soggiorno. Una richiesta illegale, bada bene».
Lo sceriffo della Maricopa County, Joe Arpajo, è diventato il simbolo di queste angherie. «Lo sceriffo è un ufficiale eletto, ma una volta eletto è un dittatore all'interno del suo dipartimento, nessuno lo controlla». Arpajo, che si è autodefinito «il poliziotto più tosto del west», ha messo su una posse di 150 agenti che perlustrano i quartieri ispanici e appena uno ha le luci posteriori dell'auto rotte, gli chiedono lo statuto di immigrato e lo rispediscono a casa. E non c'è solo Arpajo. C'è l'opinione pubblica che lo applaude e gli editorialisti che danno i numeri: in Arizona i clandestini sono l'8% della popolazione, ma costituiscono il 15 % degli arrestati (a presunta dimostrazione di una maggiore propensione al crimine da parte dei clandestini), anche se le stesse statistiche dicono che in California i cittadini nati all'estero costituiscono il 35% dei residenti ma solo il 17% della popolazione carceraria.
Non importa, i clandestini vivono qui nel perpetuo terrore non solo della migra, la polizia di frotiera e i funzionari dell'immigrazione, ma delle innumerevoli posse di privati cittadini che si autonominano pattugliatori del confine e danno la caccia al clandestino con i loro fuoristrada, sul modello del Minuteman project, l'associazione di vigilantes che riprende il nome della milizia che nel '700 combatté contro i britannici. Quest'odio serpeggia ovunque e non riescono a contrastarlo le molteplici organizzazioni a favore di migranti, come i Samaritans, basati a Tucson, che perlustrano il deserto vicino alla frontiera con pattuglie comprendenti almeno un medico e un madrelingua spagnolo, per salvare i clandestini che rischiano la morte per sete, per insolazione e per freddo di notte. In media nel deserto vicino al confine muoiono circa 200 migranti l'anno. 
L'odio per gli immigranti è un altro sottoprodotto dell'11 settembre 2001. La portavoce della confederazione sindacale Afl-Cio dell'Arizona, Dana Kennedy, mi dice che prima dell'11 settembre non c'era questa paranoia, «sì, se ne parlava, ma quasi con benevolenza, e si diceva che tosano l'erba in giardino, riparano le tubature... Ora - a torto o a ragione - sono considerati colpevoli di tutto». «Per gli statunitensi anglosassoni, dice Hernandez, i messicani possono essere confusi con arabi, è una questione fisica, di sguardo e di pregiudizi, come se l'11 settembre fosse stato commesso da peones entrati negli Usa traversando il deserto di Sonora con l'aiuto dei coyotes (i passatori di clandestini)! Gli immigranti clandestini, gli indocumentados, sono i capri espiatori di qualunque cosa avvenga, ma quest'atteggiamento si estende a tutta la popolazione latina dello stato, anche se gli immigrati rappresentano meno di un terzo del totale».
Non importa se la stragrande maggioranza degli ispanici sono cittadini americani a tutti gli effetti, e alcuni da parecchie generazioni, come Hernandez, e tra loro vi sono discendenti dall'antica aristocrazia terriera messicana prima che gli Stati uniti conquistassero e annettessero questi territori a metà '800. Chiunque abbia una fisionomia latina parte con un handicap in Arizona.
Attorno al problema degli ispanici aleggia qui una spessa coltre d'ipocrisia, la stessa che avvolge i neri in altri stati. Te ne accorgi dalla piattaforma dei candidati democratici a queste elezioni, quale risulta dai volantini che raccolgo nella sede del partito: ecco Gabrielle Giffords, politica di Tucson, deputata uscente dell'estremo sud est dell'Arizona, che s'impegna a «promuovere ricerca e sviluppo per l'energia solare, migliore sanità per i veterani e rafforzamento della sicurezza alla frontiera»; ecco Jeanne Lunn, candidata al parlamento dell'Arizona, che «pone immigrazione illegale, istruzione e sviluppo economico in cima alle sue priorità e vuole rendere rapidamente sicura la frontiera dell'Arizona (con il Messico) usando i i più moderni ritrovati tecnologici».
La governatrice democratica dell'Arizona, Janet Napolitano (di chiara origine italiana), è stata la prima governatrice a chiedere (e ottenere) l'uso della Guardia Nazionale per pattugliare la frontiera e nel 2007 ha varato la legge più severa di tutti gli Usa nei confronti dell'immigrazione illegale. La legge prevede che ogni datore di lavoro debba verificare lo status di ogni dipendente assunto. Chi assume illegali è multato la prima volta, e la seconda gli viene tolta la licenza. La legge nei fatti si è dimostrata inapplicabile, per quanto l'economia dell'Arizona dipende dai clandestini: gli ospedali dovrebbero chiudere per mancanza di infermieri e portantini, le imprese edilizie non avrebbero più muratori. Le città per soli anziani chiuderebbero i battenti visto che si basano su mano d'opera a buon mercato per tutte le mansioni di servizio e manutenzione. A Sun City i residenti non possono avere meno di 55 anni, ma in realtà nelle sue vuote strade assolate, a parte qualche cart a motore per il golf, vedi solo giovani o adulti ispanici che riparano un tetto, tosano un giardino, innaffiano, cambiano un vetro.
Quando chiedo al vicedirettore del Tucson Citizen (vedi il reportage di domenica 13), Mark Kimble, come mai la posizione dei democratici dell'Arizona è così diversa da quella dei democratici a livello nazionale, risponde che «loro stanno a migliaia di chilometri dal confine, noi abbiamo 600 km di frontiera. Bisogna fare qualcosa. Ma il muro che vogliono costruire è totalmente irrealizzabile. Te lo vedi a costruire una muraglia di 600 km nel deserto, tra le montagne? Nello stesso tempo bisogna trovare un modo di legalizzare i clandestini. C'è un'ambivalenza di fondo: la stessa gente che dà la caccia ai clandestini, però è ben contenta di pagare poco per la casa: e i prezzi non potrebbero essere così bassi se i muratori non fossero illegali».
La crisi economica rischia di esacerbare il razzismo anti-immigrati e anti-clandestini. «La migrazione è sempre ciclica: quando l'economia tira, fanno venire i messicani a frotte, quando c'è recessione, li sbattono via. Ora li cacceranno», dice Hernandez. Più cinico il procuratore distrettuale di Tucson, con cui bevo la tradizionale birra del venerdì sera (alle 5) nel patio di un bar, insieme a un gruppo di professionisti: «La crisi farà sì che il problema dei clandestini si risolverà da solo, perché non verranno più qui visto che non c'è lavoro». «Ma ci sarà ancor meno lavoro in Messico», gli risponde Ann, direttrice della pagina editoriale dell'Arizona Star Daily. Ann è sposata a un ingegnere della Motorola e suo figlio segue la carriera accademica in studi di slavistica; per tutta la vita sua mamma voleva visitare New York e ora, per i suoi 70 anni, l'ha accontentata.
Il razzismo anti-ispanico ricorda quello verso i neri, con gli stessi risvolti culturali: come la cultura statunitense è plasmata in modo impressionante dagli apporti neri, dalla musica, al ballo, così la cultura dell'Arizona è impregnata fino al midollo di latinità messicana. Nove radio su dieci sono in spagnolo. Chiedo a Hernandez del suo mensile, che vende 30.000 copie e ha un sito visitato da 50.000 persone: «L'imprenditore che possiede Latino Perspectives prima aveva lanciato un settimanale in lingua spagnola, La Voz. Ma poi nel 2000 l'ha venduto, e ci ha fatto una barca di soldi, perché ha capito che il mercato stava cambiando. Ora c'è una borghesia ispanica di lingua inglese. E il nostro è l'unico magazine per latinos in inglese. Il nostro è un pubblico di reddito alto, di istruzione elevata, costituito al 51% da donne e al 49% da uomini».
Gli chiedo come ne è diventato direttore. «Io vengo dalla California, da Los Angeles, ma sono venuto a studiare qui in Arizona dove mi sono laureato in giornalismo. Per anni ho fatto l'inviato in Messico dall'altra parte del confine. Per qualche tempo ho lavorato anche al settimanale alternativo di Phoenix, NewTimes. Poi sono stato in Florida e quattro anni fa mi hanno offerto di dirigere questo magazine».
Gli chiedo come mai è si è trasferito dalla California in Florida. «Per sfuggire alla paura, per non essere ucciso dalle gang. Perché io ero un ganguero, prima di diventare giornalista. E nelle gang la vita è breve». Si spiegano così i suoi tatuaggi.
di MARCO D'ERAMO

Russia nuove alleanze


Giungono molte novità dalla visita del presidente della Camera Alta russa, Segei Mironov, nella capitale yemenita Sanàa. La più importante prevede che Mosca possa riattivare quanto prima una presenza militare nelle acque yemenite. "Mosca -si legge in un comunictao dell'agenzia Ria Novosti'- potrebbe prendere in considerazione la possibilità di utilizzare i porti yemeniti non solo per la visita di navi russe ma anche per altri obiettivi strategici". Inoltre, durante i colloqui con il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, Mironov ha discusso di cooperazione tecnico militare fra i due stati. La Marina Militare russa è già presente nelle acque del gofo di Aden allo scopo di contrstare gli atti di pirateria sempre più frequenti nella zona.
Fonte: Peacereporter

Somalia sempre nell'anarchia


Violenti scontri si sono susseguiti anche oggi a Mogadiscio, intorno all'aeroporto, dove la missione di peacekeeper africana ha la sua sede. Il numero delle vittime resta ancora incerto, ma sembra molto alto dato che i combattenti stanno impiegando armi pesanti, e testimoni parlano di numerosi edifici in fiamme. Centinaia di persone sarebbero in fuga verso il campo profughi di Afgoye. Fonti locali parlano però anche di civili chiusi in casa, perchè i soldati etiopici sparerebbero a vista contro chiunque. Intanto il primo ministro etiopico, Meles Zenawi, ha annunciato che entro qualche mese potrebbe ritirare le sue truppe se migliorasse la situazione in Somalia. Ma la situazione, al contrario, appare sempre più fuori controllo, con il gruppo fondamentalista al Shaabab al comando di zone sempre più vaste e strategiche. 
Fonte: Peacereporter
"La campagna di occupazione lanciata dall'Etiopia su commessa degli Stati Uniti è ad un punto morto.F.G.

Chi ha incastrato Pelle?

"Mi chiamo Antonio Pelle non sparate, non sono armato". Sono queste le parole pronunciate da Antonio Pelle detto "Vancheddu", 46 anni, latitante dal 2007, esponente di spicco del clan Pelle-Vottari protagonista della faida di S. Luca, quando il suo rifugio - un capannone metallico all'interno di un agrumeto ad Ardore, vicino San Luca - è stato circondato dalle forze dell'ordine. Durante la battuta, insospettiti dalla copertura irregolare del capannone che stavano ispezionando, i poliziotti della sezione criminalità organizzata, diretta da Renato Panvino, e dei commissariati di Bovalino e Siderno, hanno deciso di ispezionare il manufatto più a fondo. Dopo aver rimosso una catasta di tavole del tipo usato nel settore edilizio, gli agenti, con l'aiuto di martelli pneumatici, hanno provato a scardinare un tratto di solaio che sovrasta il bunker.

Sotto il pavimento il rifugio del boss - Dopo meno di mezz'ora di tentativi, il pavimento si è sollevato automaticamente grazie al meccanismo azionato dal ricercato che, con voce ferma, ha chiesto agli agenti di non sparare. Il rifugio ricavato sotto il capannone era un vero e proprio mini appartamento con tre camere: una stanza da letto, un bagno, una cucina. All'interno c'era un settore in cui sorgeva una mini piantagione di canapa indiana. Il bunker era allentato da bocchettoni d'aria che uscivano fuori dal perimetro del capannone per una ventina di metri ed era dotato di congegni superteconologici.

L'accusa: associazione per delinquere di stampo mafioso - Pelle, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, è considerato il boss del clan che da anni si oppone a quello dei Nirta-Strangio, in una faida culminata nell'agosto del 2007 nella strage di Duisburg, in Germania, nella quale morirono sei persone. L'arresto è avvenuto nella Locride. Il blitz è scattato alle 5,15 in una zona periferica del piccolo centro di Ardore, nella locride, poco vicino a San Luca. Insieme a Pelle, è stata arrestata per favoreggiamento un'altra persona. Si tratta di Giuseppe Varacalli, 55 anni, di Ardore Marina, incensurato, proprietario del capannone sotto il quale si trovava il bunker occupato dal latitante.

Quando il 15 agosto Giovanni Strangio, fratello di Sebastiano, ucciso nella strage di Duisburg, chiamò Achille Marmo, fratello dell’altro ucciso, Marco, la prima cosa che gli chiese fu se «lì» ci fosse Antonio Pelle, detto «la mamma» oppure «vancheddu», il capo indiscusso della famiglia Pelle-Vottari di San Luca.

«Oh.. Achi... cosa stai facendo? La Mamma è lì?», domandò Strangio;
Marmo: «No, perché?.. Cosa è successo?»;
Giovanni: «Achi... la Mamma è lì?»;
Achille: «No, ma perché?»;
Giovanni. «Vai a dirglielo pe....» e iniziò a piangere;
Achille: «Che c’è?»;
Giovanni: «È morto mio fratello, è morto mio nipote, è morto tuo fratello, sono morti tutti...».

«La mamma» era proprio Antonio Pelle 46 anni, boss della cosca Pelle-Vottari-Romeo, da anni in contrapposizione con i Strangio-Nirta di San Luca, con i quali si sfidano a colpi di “morti ammazzati” per il controllo delle cosche della ‘ndrangheta reggina.

Antonio Pelle era considerato al primo posto del suo casato: ufficialmente latitante dal 30 agosto del 2007, quando la direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria emise oltre 60 ordinanze di custodia cautelare in carcere, inchiesta che seguì di 15 giorni la strage di Duisburg.

Ma di Antonio Pelle non si avevano più tracce dal Santo Stefano del 2006, il giorno dopo la cosiddetta “strage di Natale”, quando tre killer entrarono in azione nel centro abitato di San Luca, e fecero fuoco contro Gianluca Nirta, capo indiscusso dell’omonima cosca, avversa a quella dei Pelle, senza però ucciderlo. In quell’occasione, invece, rimase colpita a morte la giovane moglie di Gianluca Nirta, Maria Strangio.

Da qual momento in poi, tutti gli avversari maschi della cosca nemica di quella dei Nirta-Strangio, si diedero alla “latitanza volontaria” per paura delle vendette degli avversari.


Tv, spunta il lodo Fede Per Europa7. paga la Rai. Ipotesi dell'Authority salva Rete4



di Daniela Preziosi - da il Manifesto

Circola con insistenza, è un'ipotesi che ha dell'incredibile. Ma la vicenda di Europa 7 è costellata di svolte, rovesci e colpi di scena. E quest'ultimo caso, se confermato, sarebbe la degna conclusione di una beffa molto più consona alla satira che al diritto italiano. Si tratta dell'ipotesi che Europa 7 - la rete televisiva di Francesco Di Stefano, che nel '99 ha vinto la gara delle frequenze tv e però si è vista negare il diritto a trasmettere perché al suo posto, in regime di proroga, continua a trasmettere Rete4 - finisca per avere finalmente le sue frequenze. Ma, ecco la beffa, ai danni della Rai. Persino dell'ammiraglia della televisione pubblica Raiuno che lascerebbe definitivamente un canale di trasmissione per cederlo alla tv di Francesco Di Stefano.
Procediamo con ordine. Nel maggio scorso il consiglio di Stato ha ordinato - a sua volta 'costretto' da una sentenza della corte di giustizia europea - all'autorità per le garanzie nelle comunicazioni e al ministero dello sviluppo economico di fornire al giudice, entro il 15 ottobre, ampie spiegazioni su come e perché l'annosa vicenda di Europa 7 non è mai stata risolta. Nel dettaglio, il ministero deve spiegare «quali frequenze si sono rese disponibili dal 2000 a oggi e quali modalità di assegnazione sono state adottate»; l'authority invece deve giustificare «i motivi per cui non ha adottato il piano delle frequenze, come prevedeva invece la concessione rilasciata a Europa 7».

Nel dossier che l'Agcom entro oggi deve consegnare a Palazzo Spada è contenuta l'ipotesi di utilizzare, anziché le frequenze di Rete4 (com'è dovuto), una parte delle frequenze Rai. L'idea è prospettata in una relazione che l'Agcom ha chiesto a un super esperto del settore, il professor Antonio Sassano, già consulente del precedente governo, ordinario dell'università La Sapienza di Roma e direttore generale della fondazione Ugo Bordoni, ente che fornisce consulenze e know how al ministero delle comunicazioni ma più in generale agli apparati dello stato che hanno bisogno di orizzontarsi su telefonia, tv, internet, sicurezza delle reti, wireless e tecnologie informatiche. L'ingegnere non è tipo da menare il can per l'aia: come consulente dell'authority è stato uno dei padri del piano delle frequenze analogiche di tv e radio, e uno degli estensori materiali del 'libro bianco sul digitale terrestre', tecnologia per la quale a sua volta ha contribuito alla stesura del piano delle frequenze.

In sostanza, nella relazione che gli uffici della Agcom hanno fatto propria, l'ingegnere ha segnalato che - nell'ambito di una ricanalizzazione complessiva delle reti della tv pubblica dovuta anche all'introduzione del digitale terrestre - Raiuno potrebbe abbandonare le frequenze del canale 8 su quasi tutto il territorio nazionale. Frequenze che a questo punto potrebbero essere consegnate a Europa 7. Che, finalmente, accenderebbe le sue trasmissioni, come da anni aspetta e prevede il patron Francesco Di Stefano.

La cosa ha del paradossale. Intanto perché si delinea, se non uno scontro, una sostanziosa divergenza di strategia fra l'autorità di Corrado Calabrò e il ministero. La prima, sposando l'ipotesi dell'ingegnere, si dispone a fornire al giudice una soluzione concreta al caso pendente in tribunale. Il ministro Claudio Scajola invece, per mano del sottosegretario con delega alle comunicazioni Paolo Romani, si appresterebbe a confutare su tutta la linea le ragioni di Europa 7. Missione impossibile in teoria. Ma niente è impossibile sul terreno delle tv, il core business del Cavaliere: il premier che dovrebbe applicare la sentenza della corte di giustizia europea, quella che segnala la mancanza di pluralismo televisivo nel nostro paese a causa dello strapotere Mediaset, è lo stesso che nel 2004 ha imposto al consenziente ministro Maurizio Gasparri il testo della legge contestata, per la quale il nostro paese dovrà pagare una multa.

Francesco Di Stefano, il patron della tv che (ancora) non c'è, al momento si blinda dietro un 'no comment'. I danni subiti finora dalla sua azienda sono valutati in tre miliardi e mezzo di euro, o oltre due miliardi nel caso in cui vengano attribuite le frequenze. Qualunque sia la posizione della tv, si delinea l'ennesima soluzione ad aziendam dell'era Berlusconi. Una beffa: non solo i cittadini, con le tasse, pagheranno le multe che ci vengono comminate dall'Europa. Alla fine potrebbe essere la Rai a 'farsi più in là' e cedere il passo. Mentre Rete4, con il suo simbolo-mascotte Emilio Fede, resterebbe nella sua dorata postazione, senza averne mai avuto il diritto. In regime di proroga a vita.
Link:http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8082
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IL PREZZO DEL PETROLIO E IL SALVATAGGIO DI WALL STREET

DI STEVE AUSTIN
oil-price.net

Mentre la Camera dei Rappresentanti Usa stava votando per aumentare la fornitura di dollari di 700 miliardi, molti si chiedevano quale sarebbe stato l'effetto sui prezzi dell'energia. La storia è piena di tragici esempi in cui denaro regalato come fosse tirato alla folla dagli elicotteri ha dato inizio a una dilagante inflazione e a diffuse difficoltà economiche. Diamo un'occhiata ad alcuni di questi esempi alla luce di quanto accade oggi:

- Schiacciata dal debito per la prima guerra mondiale, la Repubblica di Weimar continuò a stampare denaro e a darlo direttamente ai consumatori e alle imprese per comprare voti e aiutarli ad affrontare i prezzi sempre crescenti. Si ebbe l'inflazione di Weimar. Entro pochi anni il Marco si era svalutato così tanto che un francobollo costava 50 milioni di marchi e per chiunque i risparmi di una vita erano stati cancellati. Le banconote valevano meno della carta su cui erano stampate. Come illustra la famosa foto [qui sotto], di fronte ai galoppanti prezzi per l'energia, era diventato più economico riscaldare le proprie case bruciando banconote piuttosto che bruciando carbone. Sebbene il dollaro Usa valga ancora più della carta su cui è stampato, al 2008 un penny Usa contiene due centesimi di valore in metallo.



- Sebbene i prezzi del petrolio sembrino alti oggi, essi si sono mantenuti artificialmente bassi perché molte nazioni produttrici di petrolio, come l'Arabia Saudita, fissano sul dollaro Usa il valore della loro moneta. Quando il dollaro viene svalutato le valute di questi paesi e le loro economie nazionali sono minacciate dall'inflazione, e questo è, per loro, un incentivo a lasciare crescere in valore la loro moneta. Nel 2006 il Kuwait slegò la sua valuta dal dollaro Usa, e, siccome altre nazioni produttrici di petrolio lo seguiranno, aspettatevi che i prezzi dell'energia crescano.

- Attualmente il petrolio viene venduto e acquistato sul mercato mondiale in dollari, perciò ognuno deve prima comprare i dollari per poter acquistare petrolio. Abbiamo riferito della tendenza delle nazioni produttrici a vendere il petrolio in euro anziché in dollari. Dato che sempre più nazioni produttrici di petrolio temeranno che il dollaro diventi carta straccia, esse chiederanno il pagamento in euro e la domanda di dollari nel mondo sarà fortemente ridotta. Queste sono le nozioni economiche base della domanda e dell'offerta.

- Per dirla semplicemente, la famiglia americana media è già troppo indebitata, per questo le banche hanno paura a prestare ulteriore denaro. Dare $ 700 miliardi a queste banche non cambierà il fatto che prestare a cattivi debitori è un'iniziativa rischiosa. E' più sicuro per le banche investire questo denaro in beni (petrolio e oro) che mantengono il passo con l'inflazione, piuttosto che emettere mutui che non possono essere ripagati. Perciò aspettatevi che questo pacchetto di salvataggio dia una spinta speculativa ai prezzi del petrolio.

Titolo originale: "Oil price and the $700B bailout"

Fonte: http://www.oil-price.net/
Link:http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5131&mode=&order=0&thold=0


L'Islanda si consegnerà agli strozzini dell'Fmi?

Si fa sempre più difficile la situazione dell'IslandaNel corso delle consultazioni per la concessione di un prestito di quattro miliardi di euro all'Islanda, vittima della crisi finanziaria internazionale, i deputati liberaldemocratici e comunisti russi hanno chiesto i "motivi economici e politici dell'aiuto ad un Paese membro della Nato". Secondo la liberaldemocratica Ielena Afanasieva, un prestito del genere potrebbe essere concesso solo "in cambio di benefici politici" per la Russia, come ad esempio "l'installazione di una base militare" in Islanda.
L'Islanda sa bene che accettare un prestito dall'Fmi significherebbe la fine della sovranità come già successo a diversi paesi in precedenza. L'Fmi d'altronde era prima della crisi in una situazione difficile, con poche entrate ed una reputazione irrimediabilmente rovinata. Ma adesso le cose sono cambiate e diversi paesi sono sull'orlo del baratro, per questo riporto con un certo brivido questo annuncio: "Il Fondo monetario internazionale, di cui una delegazione è già a Reykjavik per guardare da vicino l'evoluzione della crisi del settore finanziario islandese, oltre che al Paese nord europeo, potrebbe offrire un sostegno finanziario, tramite prestiti di emergenza, anche a Ungheria, Ucraina e altri. Nonostante una richiesta ufficiale in questo senso non sia ancora pervenuta da parte del governo islandese, l'Istituzione internazionale sarebbe comunque pronta ad intervenire. "L'Fmi ha le risorse per aiutare, ed è pronto a farlo velocemente" ha sottolineato infatti nei giorni scorsi il direttore del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, il quale ha peraltro reso noto che sarebbe in corso un "dialogo con le autorità di Budapest e dell'Ue per verificare la necessità di supporto tecnico e finanziario in risposta alle turbolenze in corso in Ungheria". 
Se la Russia non dovesse accettare la richiesta islandese l'unica soluzione è il "default",cioè dichiararsi insolvente, altrimenti l'isola potra dire addio al suo futuro, non a caso il governo islandese ha preferito trattare con i russi anzicchè con l'Fmi, vedermo se Reykjavik resisterà alle pressioni esterne.
F.G.

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