martedì 14 ottobre 2008

Boicottiamo il sito di Libero sono presenti video pedofili


Ieri sera è stato lanciato l'allarme durante la trasmissione "Chi l'ha visto" su Raitre. Un allarme a dir poco sconvolgente su un sito conosciutissimo come Libero sono stati inserite nella sezione credo intrattenimeti dei video dai contenuti inequivocabilmente pedofili. Una responsabile del sito wind.Libero.it si è giustificata definendo "errore umano" l'inserimento di alcuni video porno-pedofili nel circuito di libero. La cosa più incredibile è la completa assenza di interventi da parte della polizia postale che aveva il compito di vigilare. Il delitto spregevole,perchè di questo si tratta, è rimasto perciò impunito. Eppure io stesso sono in grado di ricavare buona parte dei dati dei visitatori del sito(paese di provenienza,città di provenienza,browser utilizzato,sistema operativo,orario durata della visita)a questo punto mi chiedo come possa passare impunita una vicenda di questo tipo. Credo che sia lo stesso sito Libero che debba lanciare una denuncia prendere dei provvedimenti affinchè non si ripeta una cosa del genere ed aiutare la polizia postale. In caso contrario possiamo costringerli a farlo boicottanto il loro sito!
F.G.
 

L'autismo politico della Gelmini


La Gelmini è un pessimo esempio per i giovani che cominciano a chiedersi cosa sia la democrazia perchè impone istericamente decisioni sciagurate calpestando anche l'ombra della partecipazione. Come se il mondo della scuola, gli interessati, fossero perfino indegni di essere presi in considerazione su riforme che li riguardano direttamente. Spupiditá politica prima ancora che mancanza di rispetto. La Gelmini rappresenta una visione distorta della democrazia dove un qualunque signor nessuno senza nessuna competenza e credibilitá viene innalzato dal padrone di turno ai vertici dello Stato e si permette di sputare sentanze senza nemmeno sapere di cosa parla. La faziositá non c'entra nulla, qualunque uomo di buon senso capirebbe che per prendere delle decisioni utili a migliorare il complesso mondo della scuola bisogna prima conoscerlo in maniera approfondita. Bisogna averci lavorato o averlo studiato per anni, bisogna conoscere tutta la legislazione relativa, bisogna saperne la storia evolutiva in profonditá e tutte le riforme e gli sviluppi politici che si sono succeduti, bisogna essere in grado di poter comprendere le logiche e gli equilibri che la reggono e quindi la natura profonda delle problematiche che la affliggono. Senza tutto questo bagaglio di conoscenze e di esperienze, é impossibile essere in grado di prendere decisioni politiche all'altezza, ed è quindi pericoloso ricoprire la carica di Ministro dell'Istruzione. Nel curriculum della Gelmini non c'e' traccia che le offra uno straccio di credibilitá che sappia di cosa parli, nessuna esperienza, nessuno studio, nessun incarico precedente nel settore, nulla. La Gelmini, a parte l'esame truffa per diventare avvocato che la ridicolarizza rispetto a certe uscite sulla meritocrazia, é il classico esempio dei danni collaterali che la politica populista fa ad una democrazia. La Gelmini come la Carfagna, Apicella e altri insignificanti personaggi promossi dal regime nascente sono stati semplicemente addocchiati dal padrone che li ha proiettati nell'olimpo pubblico. Nel regime populista é in fatti il padrone che decide chi sale e chi scende, non conta nulla il merito, non c'é nessuna istituzione politica che seleziona la classe dirigente in base alle competenze, ai valori, all'impegno di una vita, alla lungimiranza. Nulla, c'é solo il capo, un meccanismo che nel caso di Berlusconi é amplificato dal suo potere economico e mediatico. E poi lui ha il vantaggio che quando scopre ex post di aver nominato dei deficienti ci pensano le sue televisioni a confezionare promozioni su misura. Come per la Carfagna che andando avanti di questo passo diventerá una stimata sociologa internazionale. Il problema poi si aggrava per colpa degli unti dal signore, una volta unti, infatti, il buon senso suggerirebbe a questi personaggi di scaldare la poltrona e limitarsi a firmare le carte che passano sulla scrivania. E invece no, la Gelmini non solo crede di essere degna di ricoprire la carica di ministro ma si spinge addirittura a proporre riforme strutturali a qualche mese dalla sua unzione. Come se il ruolo di marionetta e di icona per i tele-elettori piú guardoni non gli bastasse. Un autismo politico inacidito da una arroganza snervante. Si legge che la Gelmini, nonostante centinaia di migliaia di giovani studenti l'abbiano condannata in tutta Italia, ha intenzione di tirare dritto e annuncia "un cronoprogramma" per cambiare il volto dei nostri atenei. A questo punto peró la battaglia politica deve mirare piú in alto. Non basta lottare contro le panzane della Gelmini, bisogna lottare perché certi personaggi non arrivino ai vertici istituzionali e certe cariche essenziali per una democrazia vengano ricoperte da personalitá all'altezza.

www.tommasomerlo.ilcannocchiale.it

Link: http://www.centomovimenti.com/2008/ottobre/13_tm.htm

Musica sul Cellulare!

Messico: paradiso per la pedofilia

Il Messico è il paese dove si registra la maggiore prostituzione infantile in America Latina. Lo sfruttamento sessuale di minori sarebbe un fenomeno addirittura paragonabile alla Thailandia, da sempre paradiso della pedofilia a livello mondiale.

Città del Messico – Il Messico si è trasformato in un paradiso per la pedofilia. Lo sfruttamento sessuale infantile occupa nel paese il secondo posto per generazione di introiti nella classifica dei delitti, dietro solo al narcotraffico e precedendo il commercio di armi. Un giro d’affari stimato attorno ai 24 milioni di dollari l’anno secondo l’ONG “Infancia Comun”. Per produzione di materiale pornografico destinato alla pedofilia il Messico occupa addirittura il secondo posto mondiale subito dopo la Thailandia. Un fenomeno che trascurato dalle autorità politiche e dalle forze dell’ordine si è convertito oggi in piaga sociale.

Molto meno pubblicizzati del narcotraffico e dei sequestri di persona, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale minorile sono però flagelli altrettanto diffusi nel paese e cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni grazie alla corruzione e alla impunità.

Una delle “zone di tolleranza” più famose, dove la prostituzione infantile si pratica alla luce del sole, è “La Merced”, un quartiere del centro storico di Città del Messico. In qualsiasi giorno e a qualsiasi ora si passi in questo quartiere non si può non accorgersi dell’enorme giro di prostituzione infantile che si svolge sotto gli occhi e sotto l’indifferenza delle autorità.

Lo sfruttamento sessuale di minori oltre ad essere una violazione di diritti umani è considerata la forma più estrema di violenza sui minori. Spesso è il risultato di maltrattamenti ricevuti nel nucleo familiare, altro fenomeno molto diffuso in Messico. Non sorprende infatti che prostituzione minorile, lavoro minorile e violenza familiare siano enormi problemi per la società messicana e come siano tutti correlati tra loro. Invece può spaventare come questi siano completamente ignorati dalla politica (in nessun programma di nessun partito si menzionano questi temi) e ancora peggio da buona parte della società civile.

Eppure anche il Messico è obbligato a compiere con i trattati internazionali che proteggono e danno garanzie all’infanzia, come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e la Convenzione di Palermo (contro la tratta internazionale di persone). In realtà però queste normative internazionali sono completamente ignorate e in nessun caso applicate a causa dell’inesistente armonizzazione delle leggi federali, statali e municipali con quelle internazionali.

Per le leggi federali, infatti, bambini ed adolescenti sino ai 18 anni non sono considerati soggetti di diritto davanti alla legge, non possono quindi denunciare sfruttamenti sessuali se non accompagnati da un genitore o da un tutore che spesso sono gli stessi autori degli abusi.

Città del Messico quindi “capitale internazionale delle pedofilia”, ma non solo, anche a Tijuana e nei centri turistici più importanti è ormai diffuso lo sfruttamento sessuale dei minori tra l’indifferenza e l’impunità. Il problema coinvolge senza dubbio anche altri paesi in America Latina, tra tutti: Brasile, Costa Rica e Cuba. Con una sostanziale differenza però: la cultura della denuncia. In Brasile ogni anno si registrano più di 14mila denuncie legate a questo delitto, in Messico invece quasi non si registrano quasi apertura d’indagini. Nel 2006 a Città del Messico sono state solo 6 le denunce che sono riuscite a superare le barriere della corruzione che protegge i colpevoli.

Honduras/ Presidente vuole legalizzare consumo droghe

Tegucigalpa, 14 ott. (Ap) - Il presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, ha raccomandato la legalizzazione del consumo di stupefacenti, per contrastare il traffico di droga: "Invece di andare alla caccia dei narcotrafficanti, la società dovrebbe investire in risorse per la rieducazione dei tossicodipendenti così da ridurre la domanda".

La proposta di Zelaya è stata avanzata ieri in occasione della riunione dei responsabili degli istituti sudamericani per la lotta alla droga, che si tiene per cinque giorni a Tegucigalpa, con la partecipazione di osservatori dell'Ue, Russia, Israele e Corea del Sud.

Secondo Zelaya il traffico di droga, di armi e di persone "controllato dal crimine organizzato internazionale, affligge le nostre società ben oltre le possibilità dei nostri governi di combatterlo". I consumatori di droghe - ha sottolineato - devono essere considerati "come persone malate, che debbono essere curati legalmente con medicine e dottori, con programmi sociali statali".

Il presidente non ha però specificato se e quando intende introdurre una simile normativa nel suo Paese.

Link: http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2008/10_ottobre/14/honduras_presidente_vuole_legalizzare_consumo_droghe,16436966.html


Queste le principali novità di OpenOffice.org 3.0

OpenOffice.org la suite opensource per l'ufficio evolve. Derivata inizialmente daStarOffice, software acquistato - insieme con la sua casa produttrice - da Sun Microsystems nel 1999, OpenOffice.org è il risultato del lavoro che è stato compiuto a partire dal codice di partenza, dal Luglio 2000 sino ad oggi.
Per questioni di marchi di fabbrica, sebbene - colloquialmente - ci si riferisca al prodotto con il nome OpenOffice, gli sviluppatori hanno da sempre preferito optare per OpenOffice.org.

La principale novità che OpenOffice.org 3.0porta con sé, è la compatibilità nativa con i sistemi Mac OS X. Accanto alle storiche versioni per Windows, Linux e Solaris, quindi, si affianca una versione espressamente concepita per la piattaforma Mac e quindi direttamente supportata.

La procedura d'installazione di OpenOffice.org 3.0 è in grado di rilevare eventuali precedenti versioni della suite presenti sul sistema e provvederne alla disinstallazione, in maniera del tutto automatica (è necessario lasciare attivata la casella Eliminate tutte le vecchie versioni del prodotto, all'avvio del setup).

OpenOffice.org 3.0 installa automaticamente l'ultima versione di Java (6.0 update 7): chi, per le ragioni più disparate, non volesse caricarla sul proprio personal computer, può tranquillamente annullarne l'installazione oppure impedirla a priori optando il setup "personalizzato".

All'avvio della suite, anziché aprire una laconica pagina a sfondo grigio, OpenOffice.org 3.0 propone una serie di icone che possono essere utilizzate per eseguire le varie applicazioni.

I moduli "Base" e "Math" non hanno subìto modifiche degne di nota mentre il lavoro degli sviluppatori appare essersi concentrato soprattutto su "Writer", "Impress" e "Calc", rispettivamente il word processor, l'applicazione per la creazione di presentazioni simil-PowerPoint ed il foglio elettronico della suite.

Con la nuova release di OpenOffice.org, i componenti di base (il word processor, il foglio elettronico, il modulo per le presentazioni, quelli per la grafica business, le formule e la gestione dei database) si legano ancor più strettamente alle "estensioni", attraverso le quali è possibile estendere enormemente le funzionalità della suite per l'ufficio. Grazie all'approccio architetturale modulare che è stato scelto ed implementato in fase di sviluppo, chiunque è potenzialmente in grado di aggiungere nuovi servizi e funzionalità al software opensource.
Lo speciale "Extensions Repository" raccoglie tutte le funzionalità aggiuntive che possono essere installate per arricchire OpenOffice.org. Tra le estensioni pubblicate più di recente vi èSun Presenter Console. Ancora in versione beta e sviluppata appositamente per OpenOffice.org 3.0, Sun Presenter Console consente all'utente di utilizzare nel modo migliore i due schermi per le presentazioni visualizzando sul proprio personal computer la slide successiva, le note e la durata della presentazione, senza che il pubblico possa vedere tali informazioni.
Altre estensioni degne di nota sono quelle che consentono di importare ed esportare documenti da e verso la suite per l'ufficio fruibile online "Google Docs"; Sun Report Builder, che dà modo di creare report dal DBMS di OpenOffice.org - OOo Base - fidando su di un elevato livello di personalizzazione; Sun Presentation Minimizer, per ridurre la dimensione delle presentazioni in formato PPT e ODP; Writer's Tools, per elaborare statistiche avanzate sui documenti ed avviare ricerche online di definizioni e traduzioni; Bookmarks Menu, che aggiunge un menù per accedere con un clic ai documenti di uso più frequente e Sun Weblog Publisher, che permette di pubblicare un blog direttamente da OOo, su tutte le principali piattaforme.
Le estensioni per OpenOffice.org possono essere sviluppate utilizzando tecnologie come Java e NetBeans, e sono multipiattaforma. Si tratta di una funzionalità particolarmente utile ed interessante, soprattutto in ambito aziendale: la possibilità di aggiungere facilmente funzionalità e personalizzazioni ad un pacchetto software è sempre da ritenersi un grande vantaggio.

Concentriamoci sulle migliorie apportate al software Writer. Tra le novità principali c'è la possibilità di visualizzare contemporaneamente più pagine del documento in fase di modifica dello stesso, una migliore gestione degli strumenti linguistici che vengono installati come estensioni ed una migliore gestione delle note. L'utente può inoltre utilizzare riferimenti incrociati e visualizzare, in modo affiancato, il numero di pagine del documento che l'utente ritiene opportuno (menù Visualizza, Zoom, Colonne).

Se OpenOffice.org è stato tra le prime suite a produrre direttamente documento in formato PDF, la terza versione del software è in grado di gestire, così come un normale file ODF modificabile, qualsiasi documento PDF memorizzato in formato ibrido.

Il foglio elettronico di OpenOffice.org, Calc, diventa più potente: il numero di colonne impiegabili nei propri documenti è stato portato da 256 a 1.024 in modo da allineare il software alla specifica di Microsoft Excel. Sono stati aggiunti, inoltre, un nuovo modulo per la risoluzione dei problemi di programmazione oltre ad alcune funzionalità di collaborazione per gruppi di utenti.

Una delle migliorie più importanti, delle quali si sentiva pesantemente la mancanza, è l'introduzione delle tabelle in Impress. In precedenza, infatti, per disegnare tabelle in Impress, l'utente era costretto ad usare trucchi ed espedienti che, con il rilascio di OpenOffice 3.0, possono essere finalmente accantonati. L'inserimento di tabelle in una qualsiasi presentazione realizzata con Impress diventa quindi un'operazione molto semplice.

I documenti utilizzati per l'editing collaborativo possono adesso essere protetti mediante l'uso di una password ed Impress e Draw, ora, sono interfacciabili con lo scanner.

Draw ed Impress, inoltre, dispongono di una nuova funzionalità "crop" che consente di "tagliare" od estrarre agevolmente degli elementi dalle immagini inserite nei documenti. In particolare, le dimensioni del foglio di lavoro di Draw sono state portate ad un massimo di nove metri quadrati (300 cm per 300 cm).

Per garantire massima compatibilità con Microsoft Office, OpenOffice 3.0 propone anche dei filtri aggiornati in grado di gestire adeguatamente i documenti salvati nel formato OOXML. Una mossa senza dubbio eccellente che garantisce interoperabilità con Office 2007 ed Office 2008 per Mac.
OpenOffice.org integra anche un supporto per le macro VBA oltre a migliorate abilità nella gestione di database prodotti con Microsoft Access.

L'interfaccia utente, pur modernizzata, utilizza un approccio tradizionale ben lontano dai menù "a nastro" introdotti da Microsoft in Office 2007. Per i "minimalisti" e per coloro che guardano "alla sostanza" si tratta di un aspetto trascurabile; gli altri potrebbero restare delusi.

OpenOffice.org 3.0 appare comunque come un software completo, pratico da usare (grazie anche alle nuove procedure passo-passo che propone all'utente), flessibile e largamente personalizzabile mediante l'uso delle estensioni.

Nel mese di Marzo 2008 era stato anticipato come OpenOffice 3.0 avrebbe utilizzato la licenza LGPLv3. La nuova licenza, che subentra all'utilizzo della LGPL 2.1, stilata dalla "Free Software Foundation", offre - secondo l'associazione PLIO (realtà che raggruppa la comunità italiana dei volontari che sviluppano, supportano e promuovono la suite opensource) - "una migliore protezione per i brevetti sul software e garantisce nel tempo i diritti degli utenti che potranno continuare ad usare OpenOffice.org liberamente (e gratuitamente) in ogni contesto, sia privato che commerciale".

OpenOffice.org 3.0 in italiano è prelevabile gratuitamente da questa pagina. La suite utilizza anche una funzione che si fa carico di controllare la disponibilità di eventuali aggiornamenti proponendone l'installazione all'utente.

Per supplire alla loro mancanza nel pacchetto d'installazione, sul sito ufficiale di OpenOffice.org sono disponibili alcuni modelli di documento in italiano, liberamente scaricabili da questa pagina.

Le estensioni per OpenOffice.org possono invece essere scaricate da questa pagina.

Ci preme far presente ai nostri lettori che, a causa dell'elevato traffico che stanno registrando in queste ore i server di OpenOffice.org, è possibile che il download delle risorse illustrate nell'articolo e della suite stessa risulti difficoltoso o temporaneamente impossibile. Invitiamo gli interessati a pazientare e a riprovare nelle prossime ore.

Fonte: 01net

Link: http://www.01net.it/01NET/HP/0,1254,0_ART_92816,00.html?lw=10000;8

LA SOLUZIONE CANADESE AL DISASTRO DI WALL STREET


DI RODRIGUE TREMBLAY

"I guai non arrivano mai come singole spie, ma a battaglioni". Shakespeare (1564-1616)

" La libertà in democrazia non è al sicuro se la gente tollera che un potere personale cresca al punto di diventare più forte delle stesse istituzioni democratiche. Questo, nella sua essenza, è fascismo - il governo come proprietà di un individuo, di un gruppo o di un qualsiasi altro potere personale". Franklin D. Roosevelt (1882-1945) 32esimo presidente degli Stati Uniti.

"Il nostro sistema economico si trova a fronteggiare una grande sfida …siamo nel bel mezzo di una seria crisi finanziaria". George W. Bush 24 Settembre 2008.

A Washington l’ingorgo creatosi per trovare una soluzione alla crisi finanziaria dei subprime negli Stati Uniti sta volgendo in tragedia, apparentemente a causa di una fondamentale mancanza di comprensione e di comunicazione riguardo le cause della crisi e il modo migliore per risolverla. La natura della crisi, le conseguenze economiche di un incapacità nel risolverla e come risolverla senza che questo costi un solo penny al governo e ai contribuenti non è stato spiegato in modo appropriato né al Congresso né alla popolazione.

In realtà, in questo periodo di elezioni, c’è il chiaro pericolo che la crisi finanziaria non venga veramente risolta dal governo e dal Congresso, e che ci siano tremende ripercussioni economiche nei mesi e negli anni a venire, non solo per gli Stati Uniti ma per l’economia mondiale. Una simile crisi dei subprime è stata affrontata in Canada, senza che sia costata neanche un centesimo al governo e ai contribuenti. Sebbene questa soluzione, ovvero trasformare la maggior parte delle garanzie sui mutui ipotecari subprime in obbligazioni a medio termine, andrebbe adattata alla peculiarità della situazione degli Stati Uniti, potrebbe comunque funzionare.

La Soluzione Canadese.

Nell’Agosto del 2007, si scoprì che il Canada, proprio come gli U.S.A., aveva un problema con i mutui subprime. Dal momento che l’economia canadese è più piccola di dieci volte rispetto a quella degli Stati Uniti, anche il problema era più piccolo, ma ciò non di meno molto acuto.

In effetti il mercato canadese dei mutui subprime era un piccola porzione del mercato totale dei mutui, a differenza degli U.S.A., e la morosità dei contraenti in Canada non era una parte preponderante come lo è negli U.S.A. Per esempio non c’era stato lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare in Canada. Complessivamente i mutui ipotecari a rischio costituivano circa il 5 per cento del mercato totale dei mutui, mentre negli U.S.A. costituiscono circa il 20 per cento e i default sono aumentati drammaticamente.

Ad ogni modo in Canada c’erano una cosa come 32 miliardi di dollari (canadesi) di cambiali ipotecarie [Asset Backed Security, ABS, sono strumenti emessi a fronte di operazioni di cartolarizzazione per finanziare l'acquisto del portafoglio di attività oggetto dell'operazione di cartolarizzazione. Ndt] provenienti da istituti creditizi non bancari. Quando questo mercato è diventato illiquido, dopo l’Agosto del 2007, come conseguenza della crisi globale arrivata dagli U.S.A. è stato creato un comitato di ristrutturazione attraverso i fondi pensionistici, Crown corporations [imprese statali che in Canada sono coinvolte praticamente in ogni attività, dalla distribuzione, all’uso, al costo di certi beni e servizi, sviluppo energetico, trasporti pubblici, gestione del patrimonio, etc ndt], banche e altre aziende che detengono la gran parte dei 32 miliardi in asset-backed commercial paper (ABCP) per trovare una soluzione al problema della liquidità. (Grandi banche canadesi coprirono le ABCP che erano nei loro libri contabili o nei loro fondi monetari) Questo fu il comitato Pan-Canadese, sopra le parti, per la ristrutturazione degli ABCP, presieduto da un avvocato di Toronto, Mr. Purdy Crawford, e creato a seguito della proposta di un grande fondo pensionistico del Quebec, la Caisse de Dépôt. Era il piano Montreal.

Il comitato chiuse i lavori proponendo di ristrutturare le garanzie congelate ed illiquide trasformandole in garanzie a lungo termine. Propose che le cambiali ABCP , originariamente intese come debiti a basso rischio e a breve termine, fossero sostituiti da nuove cambiali o obbligazioni che non scadessero ancora per anni (sette o nove anni) e accumulassero interessi partendo dai fondamentali mutui ipotecari di partenza. Il piano fu approvato dalla corte canadese nel giugno scorso ed era destinato a chiudersi il 30 Settembre, dopo che la Suprema Corte Canadese aveva rifiutato un appello contro questo progetto. 

Il progetto è stato pensato per prevenire una forzata svendita delle cambiali ipotecarie e riportare la fiducia nel sistema finanziario canadese, specialmente nel mercato monetario. E tutto questo senza che il governo mettesse a rischio un solo penny dei contribuenti. 

Certamente, quei soggetti che avevano investito in strumenti finanziari legati ai debiti credendo che fossero solventi e a rendita piuttosto alta nell’arco di 30- 90 giorni, hanno dovuto accettare nuove cambiali con scadenza di nove anni, ma la maggior parte di loro ha pensato che questo fosse sempre meglio di una totale liquidazione. Questi investitori possono tenere le cambiali di nuova emissione fino alla naturale scadenza o rivenderle sul mercato secondario. Un mercato dei titoli ipotecari fu così indirettamente creato quando prima non ce n’era alcuno.

Che lezione si può apprendere per l’attuale difficile situazione degli U.S.A.?

Il problema negli U.S.A: pericolo reale che si crei una spirale di deflazione dei mutui a cascata.

La crisi finanziaria è di gran lunga più acuta e molto più diffusa negli U.S:A. che in Canada. Quindi una soluzione di tipo canadese su larga scala potrebbe essere, in effetti, poco realistica. Potrebbero centinaia di banche e fondi pensionistici americani mettersi insieme per ristrutturare le cambiali ipotecarie illiquide? Ho molti dubbi.

Comunque i principi applicati nella soluzione canadese possono essere conservati e le garanzie sui mutui ipotecari potrebbero essere ristrutturate in garanzie a lungo termine che maturano interessi. Ma a causa delle dimensioni e della complessità del sistema finanziario americano ciò dovrebbe coinvolgere il governo come intermediario. 

Negli Stati Uniti, per esempio, il mercato dei mutui, immobiliari e commerciali, è di circa 14 mila miliardi di dollari, che è la dimensione del prodotto interno lordo (GDP ) [GDP = gross domestic product, ndt] annuale. Complessivamente il totale dei debiti ad interessi arriva oggi alla sbalorditiva cifra di 51 mila miliardi di dollari (debito dei consumatori, delle aziende e del governo), per dire che il livello del debito totale è di tre volte e mezza il GDP. Per decenni, in passato ilrapporto tra debito e GDP era di circa 1.0. Questo dimostra l’estensione dell’attuale sovra-indebitamento degli Stati Uniti. 

Nel breve periodo, ad ogni modo, ci sono due problemi urgenti di fronte all’economia americana che vanno risolti cercando di creare la minima turbolenza possibile.

Innanzi tutto il problema più urgente, risolvere la crisi dell’insolvenza dei mutui ipotecari che furono creati come equivalenti di cambiali liquide. Questi devono essere urgentemente portati più vicino ai mutui ipotecari a lungo termine su cui si basano. Dato che la maggior parte dei mutui ipotecari insolventi si trova nei 4 mila miliardi di dollari del mercato monetario, c’è stato e continua ad esserci il pericolo di una fuga da questi fondi nei prossimi giorni e settimane se gli investitori dovessero temere per la sicurezza e la liquidità dei loro bilanci. Un collasso del mercato monetario sarebbe equivalente al collasso bancario degli anni ’30. Poiché è lì che le aziende tengono la maggior parte dei loro flussi di denaro cash necessari nel breve periodo.

Il secondo problema finanziario in America è collegato ai circa 2.700 miliardi di dollari in titoli municipali insoluti, una grande percentuale dei quali dipende da un sistema assicurativo che barcolla sull’orlo del collasso. Il Tesoro degli U.S.A. ha in parte risolto questo problema temporaneamente quando ha annunciato Martedì 16 Settembre di aver prestato 85 miliardi di dollari (per due anni) alla più grande compagnia d’assicurazione del mondo, l’American International Group (AIG) in cambio di una partecipazione del 79,9 per cento, evitando in questo modo alla AIG una formale messa in bancarotta. Questo naturalmente dopo aver annunciato che il Tesoro degli U.S.A. ha promesso di iniettare qualcosa come 200 miliardi di dollari nelle casse delle sue sponsorizzate Fannie Mae and Freddie Mac come azioni di risparmio, in modo da rendere più solide le loro operazioni di prestito e il loro debito complessivo di 5.300 miliardi di dollari.

La proposta dell’amministrazione Bush di creare un fondo di 700 miliardi per comprare i mutui insolventi non sembra essere stata strutturata in modo da evitare completamente una sovvenzione al sistema bancario americano. Se venisse usato per ricapitalizzare le banche d’affari, questa cifra sarebbe troppo piccola. Questo bisogno non c’è. Infatti molta della legittima paura di tanti americani che larga parte dei soldi pubblici venga usata per sussidiare le società di Wall Street può essere evitata e la somma necessaria per ristrutturare il mercato delle garanzie sui mutui subprime può essere considerevolmente ridotta.

In realtà, c’è un modo per il Tesoro di giocare un ruolo di intermediazione nella ristrutturazione dei mutui subprime che oggi creano tanti problemi, fra cui non ultimo quello di un possibile collasso del sistema finanziario americano.

Essendo fondamentali i tempi dell’operazione, il Congresso potrebbe approvare un fondo U.S.A. per la ristrutturazione delle banche, destinato a vivere per un periodo massimo di dodici anni, ovvero fino al 2020. Un tale fondo governativo potrebbe acquistare a prezzo di mercato (incluso uno sconto che rifletta la povertà di liquidità e di tenuta sul mercato), garanzie illiquide ma ancora solventi sui mutui ipotecari, detenuti da banche o fondi del mercato monetario.

Simultaneamente, il fondo governativo avrebbe il potere di re-immettere sul mercato obbligazioni sui mutui con una scadenza di nove anni o meno e maturanti interessi, finanziati dai mutui così acquisiti e in una cifra abbastanza grande da coprire almeno il costo dell’acquisizione iniziale. La FED (Federal Reserve) e le sue dodici banche regionali, più Fannie Mae e Freddie Mac potrebbero giocare un ruolo molto importante nel creare un mercato secondario per tali garanzie sostenute dal governo. Per mezzo di questa re-immissione i 700 miliardi inizialmente proposti da Henry Paulson si potrebbero ridurre, probabilmente al livello molto più accettabile di 250.

Una tale operazione risolleverebbe il sistema bancario americano dal problema delle garanzie a breve termine sui mutui che sono al momento congelate de facto, perché non hanno mercato. Ciò permetterebbe inoltre ai salvatori della patria e agli investitori di includere nelle loro liquidazioni investimenti molto profittevoli. E ancora, fornirebbe nuovi capitali al mercato dei mutui ed eviterebbe il crollo dell’intero edificio.

E ciò che più importa, una così fatta ristrutturazione dei crediti, in definitiva, non necessiterebbe neanche di un penny dai contribuenti americani. Al contrario, il piano può essere strutturato in modo tale da generare un discreto ritorno a fronte dell’ investimento iniziale del governo.

Nel contempo si potrebbe prevedere un regolamento sull’emissione di nuove forme di garanzia sui mutui. Lo stesso si potrebbe fare per la pericolosa pratica di elevare il rating dei crediti di certe obbligazioni agganciandoli al mercato dei crediti in default. Queste sono state le due più corrosive “innovazioni” che hanno portato all’attuale disastro finanziario. 

Per di più tutto questo può essere fatto in modo semplice e trasparente.

In conclusione, è qualcosa che l’amministrazione Bush e il Congresso dovrebbero considerare se sperano di uscire dall’incastro ideologico e politico in cui si sono cacciati.

Rodrigue Tremblay è professore emerito di economia all’università di Montreal ed è autore del libro 'The New American Empire’

Titolo originale: "The Canadian Solution"

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Link
Traduzione di Maurizzo Brunelli

La pulizia etnica del Kosovo premiata con un Nobel

Martti Ahtisaari è stato premiato con il Nobel per la Pace per le sue attività di mediatore nel cosiddetto Kosovo “multi-etnico”. Così, con un paradosso assurdo, mentre i media di tutto il mondo non hanno riconosciuto la vittoria della Serbia all’interno dell’Assemblea Generale dell’ONU contro la sceneggiata dell’indipendenza del Kosovo ma soprattutto contro gli Stati Uniti - sostenuti solo da un manipolo di piccoli Paesi - viene conferito un Premio Nobel per la pace a Martti Ahtisaari, già sfiduciato dalla maggioranza in sede Onu.


Il Premio Nobel per la pace a Martti Athisaari lascia senza parole l’intera opinione pubblica internazionale, visto che la sua lunga carriera è stata macchiata dal sangue delle guerre, e non certo della pace. Padre del piano di secessione del Kosovo, è stato molto di più che un semplice mediatore delle Nazioni Unite, perché sotto il suo coordinamento - nonché sotto la supervisione delle missioni Unmik e Kfor - è stato compiuto una vera pulizia etnica contro la popolazione serba del Kosovo. Dei crimini eseguiti nonostante la presenza della Nato e dell’Onu, che sono stati riconosciuti e comprovati, come lo stesso servizio a cura del giornalista della Rai, Riccardo Iacona, dopo che per anni sono stati occultati da migliaia di giornalisti provenienti da tutto il mondo ( si vedia Il Kosovo nove anni dopo: intervista a Riccardo Iacona ). D’altronde, la violenza delle bande criminali contro gli albanesi e i non albanesi continuano tutt’oggi, nella completa incapacità delle forze militari presenti di arginare la criminalità organizzata e il contrabbando, e ancora ci si illude che il cosiddetto Stato del Kosovo possa divenire "sovrano" e autonomo. 

Ad ogni modo, se è stato il Kosovo l’origine del "merito" di un così alto riconoscimento per Ahtisaari, possiamo facilmente capire quali sono gli ideali e i principi su cui si regge questa Comunità Internazionale, signora della guerra e della distruzione. Non dimentichiamo inoltre chi è Martti Ahtisaari. Ex Presidente della Finlandia, ha curato la riconciliazione e l'accordo di pace raggiunto nel 2005, tra il governo indonesiano e i separatisti della provincia di Aceh, che mise fine a 30 anni di guerra, e ha assistito al processo di indipendenza della Namibia. Incarichi certamente importanti, ma che non gli hanno portato particolari riconoscimenti prima del Kosovo, per il quale ha elaborato un piano di autonomia fittizia, del tutto accentrato sulla gerenza di un’entità esterna sovranazionale. Alcuni mesi prima della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, e precisamente nell’agosto del 2007, Martti Ahtisaari viene sostituito dal diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger , che diviene il nuovo portavoce dell'Ue all'interno delle trattative tra la Serbia e il Kosovo. 

Stranamente la decisione di nominare il diplomatico tedesco giunge dopo la pubblicazione del grave dossier che denuncia la corruzione di Martti Ahtisaari, prodotto dalla intelligence tedesca BND, inviato poi al Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon e rimasto nascosto all'opinione pubblica e ai media, tuttavia riportato dal quotidiano di Banja Luka "Fokus". Pare che, secondo il rapporto dei servizi segreti tedeschi, Martti Ahtisaari abbia ricevuto una somma di denaro, parte consegnata in contanti all'interno di valigette diplomatiche, e parte, circa 2 milioni di euro, sul suo conto personale. Sempre secondo tali fonti, la somma proveniva da una banca svizzera di Basilea con numero di conto corrente239700-93457-00097, protetto con il codice X552-KOLER, appartenente a Exhet Boria. La stessa somma di denaro venne poi trasferita in una banca svizzera della città di Visalia verso il conto n°3459346699004533, codice VO-LANND, in una banca di Cipro. Gli agenti della BND hanno inoltre riportato che il 12 febbraio di quest'anno, alle 6:23 un suv nero targato PR-443-22CD, e appartenente al governo kosovaro, si è fermata dinanzi all'edificio dove si stava recando Martti Ahtisaari. Dalla jeep sono scesi due uomini che portavano con sé due valigette diplomatiche destinate ad Ahtisaari. La stessa sequenza di eventi si ripete dodici giorni più tardi, verso le 5:44 quando giunge una mercedes nera, non targata, che va ad incontrarsi con le due guardie del corpo di Martti Ahtisaari consegnando altre due valigie, contenenti anch'esse diversi milioni di euro. 
I servizi tedeschi hanno poi precisato che tutte le quattro valigie , contrassegnate da cartellini diplomatici onde evitare i controlli in Finlandia, sono state inviate all'indirizzo di residenza di Martti Ahtisaari. Al sospetto che esse contenessero quel denaro, Ahtisaari non ha mai risposto, tuttavia, secondo l’AgenziaGIS/Defense & Foreign Affairs in Europe, che ha fatto a sua volta delle ricerche nei Balcani, ha confermato la validità delle fonti, e che il rapporto del servizio segreto tedesco esiste a tutti gli effetti. Dallo stesso rapporto dei servizi segreti, risulta il 28 febbraio alle 23.47, una macchina della Kfor della Nato ha accompagnato 2 donne a casa di Ahtisaari, e sono uscite alla 5.17. 

Sono dunque questi gli uomini di pace, che stringono le mani dei criminali, colpevoli di una pulizia etnica creata ed organizzata, che davanti al traffico di droga e di armi negano o fanno finta di non vedere? Anche questo è un crimine, e ben peggiore. Non vi sono parole per descrivere quanto sta accadendo nella nostra epoca moderna, che si avvia sempre più verso il degrado e la depravazione politica. Nella storia resterà invece indelebile il gesto dello scienziato serbo Nikola Tesla che rifiutò ben 2 premi Nobel, perchè non accettava l'ipocrisia e la manipolazione che si nascondeva in un titolo simile. Oggi non esistono più personalità di tale caratura morale, certe istituzioni santificano personaggi alquanto discutibili, per continuare a dare credibilità ad un sistema in pezzi. Dopo la disfatta degli Stati Uniti, e di quei Paesi che volevano boicottare le votazioni con l'astensionismo, la richiesta della Serbia doveva essere in qualche modo sminuita, anche in vista del procedimento della Corte di Giustizia Internazionale. L'indipendenza violenta del Kosovo doveva essere legittimata su larga scala, e ci si è spinti addirittura a conferire una tale onorificenza ad un uomo che le stesse Nazioni Unite avevano allontanato. E' chiaro che è una vera manovra politica voluta dalle entità internazionali in decadenza, per asservire ancora una volta la nostra dignità umana.

Michele Altamura

La rabbia della Podgorica serba

Disordini, scontri ed incidenti tra i manifestanti e la polizia, con circa34 feriti e 28 arresti. Questo il prevedibile edito della manifestazione di Podgorica per protestare contro il riconoscimento del Kosovo da parte del Governo di Djukanovic, dopo che il Montenegro aveva deciso di sostenere la Serbia, e tutto il popolo serbo, per la difesa della storica terra ortodossa. Circa 10mila sostenitori hanno risposto all'appello dei quattro partiti di opposizione filo-serbo, manifestando per chiedere al governo di annullare la decisione, di indire un referendum sulla questione o andare a nuove elezioni. I leaders del partito Partito Popolare Serbo, del Partito Popolare, del Partito Democratico Serbo e della Lista Serba, hanno così rivendicato il dovere di difendere il volere dei cittadini che si sono schierati accanto al Kosvo e Metohija. Vasilije Lalosevic, portavoce dell'SNP, ha aperto la manifestazione leggendo le richieste da trasmettere al governo, accolte dalle forti acclamazioni della folla.

I dimostranti hanno chiesto così che il governo annulli il riconoscimento del Kosovo entro mercoledì, 15 ottobre, alle ore 11:00, e che il Parlamento annunci simultaneamente il referendum . Se queste richieste verranno rifiutate, Lalosevic avverte che l'opposizione chiederà al Presidente montenegrino di indire le elezioni anticipate che dovranno tenersi entro la fine di quest'anno. Il corteo di manifestanti portava con sé bandiere serbe e manifesti, con scritto "Il Kosovo è il risultato degli orrori della Nato", ma anche fotografie ed immagini dei serbi rapinati ed assassinati in Kosovo. I canti di sostegno per il Kosovo, si sono alternati con fischi ed insulti rivolti al Premier Djukanovic, accusato di tradimento.  I manifestanti consegneranno anche  una lettera di protesta all’ambasciata statunitense a Podgorica, contro le pressioni per ottenere il riconoscimento del Kosovo da parte del Montenegro, insieme con Gran Bretagna e i Paesi della NATO, affermando che "attraverso i regimi fantoccio nella regione realizzano i loro interessi".  

Terminata la manifestazione, un gruppo di dimostranti ha forzato un cordone di polizia davanti alla sede del Parlamento, con lanci di pietre e infrangendo finestre. La polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni e pallottole di gomma per disperdere la folla, provocando negli incidenti 34 feriti, tra cui 23 poliziotti e 11 civili, nonchè 28 arresti. Durante i forti sconti sono rimaste gravemente ferite due personne, dei reporter e dei poliziotti. Un grande numero di agenti della polizzia speciale montenegrina ha bloccato l`edificio del Parlamento e del Governo, così anche le strade circostanti, mentre degli elicotteri hanno continuato a sorvolare la città. Secondo l`agenzia di informazioni montenegrina, la sittuazione nei pressi delle vie principali e delle istituzioni si presenta relativamente calma, anche se si teme un'ulteriore degenerazione della situazione. Il Montenegro ha infatti commesso l'errore di subordinare la stabilità interna della regione agli interesse delle lobbies internazionali che vogliono portare a compimento il piano del Kosovo.

Rinascita Balcanica

EmediateAd

Zimbabwe, è di nuovo crisi. Allo Zanu-Pf tutti i ministeri chiave, l'Mdc non ci sta

l Paese è ancora una volta in una fase di stallo. Dopo le minacce di Morgan Tsvangirai di uscire dal patto sulla divisione dei poteri con lo Zanu-Pf del presidente Robert Mugabe, Thabo Mbeki, ex presidente del Sud Africa che aveva mediato nei mesi scorsi per il raggiungimento di un accordo, è tornato ad Harare per provare a risolvere l'ennesima lite tra Mugabe e il leader del partito di opposizione Movement for Democratic Change (Mdc). Sabato è stata pubblicata la lista dei ministeri attribuiti a ciascuna parte: allo Zanu-Pf andrebbero 14 dicasteri, inclusi quelli chiave di di Difesa, Giustizia, Esterni e Interno. Tsvangirai ha accusato Mugabe di non aver rispettato i patti: l'Mdc pretende almeno il ministero dell'Interno se lo Zanu-Pf ha preso la Difesa. In questo modo Tsvangirai saprebbe di avere il controllo sulla polizia altrimenti concentrato nelle mani di Mugabe che controlla già l'esercito. Mbeki ha il compito di ripristinare il dialogo pensando a una spartizione più equa, e aiutare un Paese che ha toccato un'inflazione pari a 231 milioni % a rimettersi in moto. 
Fonte: Peacereporter

Gli Usa martellano il Pakistan

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinano, e l'amministrazione repubblicana uscente è decisa a ottenere qualche clamoroso risultato nella Guerra al Terrorismo da poter spendere nella campagna elettorale di McCain come asso nella manica dell'ultimo minuto. Nel mirino del Pentagono c'è l'obiettivo mediatico per eccellenza: Al-Qaeda. Non potendo puntare su Osama Bin Laden (oramai da tutti dato per morto) la scelta cade necessariamente sul numero due dell'organizzazione, il medico egiziano Ayman Al-Zahahiri, che se ne sta nascosto da anni sulle montagne delle Aree Tribali pachistane (Fata), al confine con l'Afghanistan. 

Soldati Usa sul confine afgano-pachistanoUn intervento sempre più diretto. L'urgenza di ottenere questo obiettivo politico spiegherebbe, secondo i principali giornali pachistani, l'escalation dell'intervento militare statunitense in Pakistan delle ultime settimane. 
Un intervento sempre più diretto e sempre meno delegato alle forze armate di Islamabad, poco affidabili in quanto costrette con il ricatto a combattere in casa propria una guerra di cui farebbero volentieri a meno. La settimana scorsa il ministro della Difesa pachistano Kamran Rasool ha pubblicamente ammesso che il Pakistan non ha altra scelta se non eseguire gli ordini di Washington, perché altrimenti il Paese (da mesi in preda a una gravissima crisi economica, ndr) collasserebbe nel giro di tre giorni senza il sostegno finanziario statunitense. 

Villaggio waziro colpito da missili UsaProssimo obiettivo: Nord Waziristan. Dopo due mesi di guerra, costati migliaia di morti e mezzo milione di profughi, l'esercito pachistano non è ancora riuscito a riprendere il controllo dell'area tribale di Bajaur. Ciononostante, secondo la stampa locale, i generali pachistani hanno ricevuto l'ordine di preparare una nuova offensiva in Nord Waziristan, dove secondo la Cia sono rifugiati Al-Zawahiri e compagni. 
Ma questa volta, vista la necessità di ottenere risultati rapidi, gli Stati Uniti non lasceranno fare ai pachistani e scenderanno direttamente in campo. Non solo intensificando i raid missilistici dei droni 'Predator' contro i presunti covi di Al-Qaeda (già diventati di frequenza quasi quotidiana), ma anche agendo direttamente sul terreno dalle nuove basi operative Usa allestite in zona. 

La base Usa di HasanpurUsa basati tra Tarbela e Hasanpur. A fine settembre, trecento militari delle forze speciali Usa sono arrivati nel quartier generale della Special Operation Task Force pachistana sul lago di Tarbela, una ventina di chilometri a nord di Islamabad. Ufficialmente si tratta di consiglieri militari con compiti di addestramento. Come centro operativo delle attività delle forze Usa in Pakistan sarebbe stato scelto il vicino aeroporto di Hasanpur, poco più a valle, che nelle scorse settimane è stato sottoposto a lavori di ingrandimento, con miglioramenti alla pista e costruzione di nuovi hangar, bunker ed edifici. Tutto farebbe pensare a qualcosa di più di un semplice centro di addestramento. 

La barbarie liberista flagella i cittadini per salvare gli amici manager


Il governo italiano ha deciso di varare un decreto per adottare misure urgenti rivolte a garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell’erogazione del credito alle imprese ed ai consumatori, fin qui la maggioranza degli italiani credo si siano trovati più o meno daccordo, spaventati dalle previsioni catastrofistiche lanciate da un pò tutte le parti. Ma dopo l'adozione del decreto che stanzia la cifra di 20 mld di euro, che sia affianca al fondo interbancario già esistente, in molti ci siamo chiesti da dove sarebbero giunti quei soldi, dato che in cassa c'è solo debito pubblico e già il governo aveva dato prova delle sue intenzioni prossime venture,ben prima della crisi, realizzando profondi tagli a scuola, sicurezza e ricerca. 
Il mistero è stato svelato  dal decreto legge del 9/10 n. 155 che nell’articolo 1, comma 7, punto A che rivela che a pagare la crisi saranno anche le associazioni di volontariato e i loro soci, e la ricerca. In pratica non sono i manager delinquenti della finanza o gli speculatori a saldare il conto dell'abbuffata che si sono fatti distruggendo migliaia di famiglie e risparmiatori, ma al contrario dopo il danno che ci hanno procurato veniamo doppiamente danneggiati.
Vengono così ridotte le risorse alla ricerca, all’università ed al 5x1000 che rappresenta una delle poche risorse a disposizione dei cittadini. 
Del resto, nella mente di chi governa esiste un chiaro disegno che è quello di ridurre al minimo lo stato sociale, a partire dalla cancellazione delle prestazioni specialistiche dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria; dalla privatizzazione dei servizi, alla riduzione del ruolo dell’università e della ricerca;  colpire le associazioni del volontariato che operano in modo solidale in tutto il territorio nazionale.
Tutto ciò è vergognoso e ingiusto, i cittadini devono sapere che ancora una volta questi delinquenti che si sono arricchiti in modo spaventoso la fanno franca e adesso stanno brindando sui loro enormi yacht in attesa di tornare come vampiri sui risparmiatori ignari.
Autore:F.G.

Il drago cinese e l’orso russo


Nel nuovo mondo multipolare che alcuni vedono profilarsi all’orizzonte, la Russia e la Cina giocherebbero certamente un ruolo da protagoniste. Tuttavia, di fronte al paventato declino degli Stati Uniti, difficilmente Mosca e Pechino si muoveranno verso la creazione di un fronte unitario – sostiene lo storico Dmitry Shlapentokh. Sono molti gli elementi di divisione che complicano il rapporto fra le due superpotenze. Ed ancora una volta, molti di questi fattori di divisione sono localizzabili nell’area che si estende dall’Asia centrale al Medio Oriente

Raramente una nuova luna di miele riesce a risvegliare l’aroma dell’amore svanito. Eppure, fin dai tempi del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Russia e la Cina hanno cercato di ricucire i rapporti, un tempo apparentemente molto stretti, che esistevano tra l’URSS e la Cina di Mao, prima che Krusciov denunciasse Stalin nel 1956 (nel discorso tenuto in occasione del XX congresso del PCUS, in cui egli denunciò i crimini di Stalin e la politica del ‘culto della personalità’ portata avanti da quest’ultimo (N.d.T.) ). Ma questo rinnovato ‘matrimonio’ sino-russo ha sempre avuto il sapore del matrimonio di convenienza – essendo finalizzato al contenimento dell’egemonia americana – piuttosto che il sapore del vero idillio. La recente invasione russa della Georgia ha ora distrutto ogni illusione di una reale attrazione.

Nel 1969, l’esercito cinese e quello sovietico si bersagliarono a vicenda lungo la loro contesa linea di frontiera. Recentemente, i due paesi hanno firmato un accordo che è sembrato mettere fine alla loro lunga disputa di confine. L’accordo è stato una specie di ‘seguito’ della visita a Pechino compiuta da Dimitri Medvedev, il quale ha fatto della Cina una delle sue prime tappe ufficiali all’estero dopo essere stato eletto presidente della Russia.

Durante la presidenza di Vladimir Putin, le truppe russe e cinesi si erano impegnate in manovre militari congiunte, e i due paesi erano diventati le potenze dominanti all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO), la quale, agli occhi di alcuni osservatori occidentali, appariva come un tentativo di controbilanciare la NATO. Vi erano stati anche anni di iniziative culturali russe in Cina e viceversa, all’insegna di scambi tesi a sottolineate il fatto che i due paesi erano uniti non solo da un pragmatismo geopolitico, ma anche da reali legami storico-politici.

Ma in realtà, 17 anni di cooperazione bilaterale di alto livello hanno prodotto ben poca sostanza. In effetti, alla luce dell’invasione della Georgia, la Cina potrebbe rivedere seriamente i suoi rapporti con la Russia. Pechino potrebbe non essere ancora pronta a lanciarsi in una politica di ‘contenimento’, ma dopo lo smembramento della Georgia – e con il Cremlino pronto a reclamare una zona di ‘influenza privilegiata’ all’interno dell’ex mondo sovietico – la Cina vede chiaramente la Russia come una minaccia strategica emergente.

Ad esempio, la Cina ha rifiutato di appoggiare il riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia da parte della Russia, e ha incoraggiato gli altri membri della SCO a fare lo stesso. Le ragioni non sono difficili da individuare. Come principio generale di politica estera, la Cina crede fermamente che i confini nazionali siano sacrosanti. Nessuna potenza, neanche l’ONU, dovrebbe essere autorizzata a cambiare tali confini senza il consenso del paese interessato.

Cosa ancora più importante, la Cina considera il crollo dell’URSS come uno dei momenti strategici più importanti della sua storia. Invece di doversi confrontare con un (abitualmente ostile) impero russo-sovietico ai propri confini, un’ampia fascia di stati-cuscinetto ha fatto la sua comparsa dopo il 1991. Il perpetuarsi della loro indipendenza è ora ritenuto da Pechino essenziale per la sicurezza nazionale cinese. Come risultato, qualsiasi ulteriore sforzo russo di stabilire una sovranità anche non ufficiale sui nuovi stati emersi dal crollo dell’URSS è probabilmente destinato – dopo lo smembramento della Georgia – ad incontrare la resistenza cinese.

La componente economica delle relazioni sino-russe – dove la reale saldezza di quest’unione viene davvero messa alla prova – è anch’essa insoddisfacente, almeno dal punto di vista della Cina. Il principale interesse della Cina in Russia è rappresentato dal petrolio e dal gas naturale. Ma, mentre la Russia si è fermamente impegnata ad essere un importante fornitore di gas e petrolio per l’Europa, essa esita a giocare un ruolo analogo nei confronti della Cina. Inoltre, i tentativi della Russia di ottenere un controllo monopolistico della rete di gasdotti che attraversa l’Eurasia costituiscono una minaccia diretta per la Cina, perché i monopolisti possono non soltanto imbrogliare i loro consumatori, ma anche bloccare le forniture per scopi politici, come la Russia ha fatto ripetutamente negli ultimi due decenni. Di conseguenza, l’interesse della sicurezza nazionale cinese è di assicurarsi che le nazioni fornitrici di gas dell’Asia Centrale abbiano degli sbocchi per vendere il loro gas che non siano sotto il controllo del Cremlino.

Al di là del petrolio, del gas e di altre materie prime, la Cina ha interessi alquanto limitati in Russia. La Russia è stata il principale fornitore di armi della Cina a partire dalla seconda metà degli anni ‘90. Ma, dato lo stato di stagnazione in cui si trovano la scienza e la tecnologia russe, anche il miglior equipaggiamento russo al giorno d’oggi appare superato. Infatti, sebbene la guerra con la Georgia dimostri il rinnovato spirito combattivo dell’armata russa – almeno se paragonato alla sua inettitudine nelle due guerre cecene degli anni ‘90 – essa ha anche messo in luce i gravi difetti della tecnologia militare russa. La maggior parte delle armi utilizzate erano armi del passato. Essendo ormai la Cina in grado di sfruttare la propria potenza tecnologica per produrre armi sofisticate, l’utilità della Russia in questo settore sta svanendo rapidamente.

Inoltre, i cinesi non hanno nemmeno molto interesse ad assumere il controllo di fatto della Russia asiatica, malgrado i diversi segnali di allarme lanciati da alcuni esperti strategici russi secondo i quali sarebbe questo il reale obiettivo della Cina. Pechino potrebbe in effetti essere interessata ad alcune aree di confine caratterizzate da un suolo fertile e da un clima temperato. Ma difficilmente desidera colonizzare le distese ghiacciate della Siberia. In effetti, la Siberia non è molto differente dalle zone di frontiera cinesi, anch’esse montuose o desertiche, dove la stessa agricoltura è un’impresa scoraggiante. Per quanto riguarda l’estremo oriente della Russia, i cinesi ritengono che alla fine esso cadrà comunque nelle mani della Cina, dunque non vi è ragione per affrettare il processo.

La Cina è molto più interessata a concentrarsi sugli Stati Uniti, il suo principale partner commerciale ed allo stesso tempo il suo principale rivale, nonché sull’Asia meridionale e sull’Iran, che rifornisce la Cina di gran parte del petrolio di cui necessita, e che considera quest’ultima un alleato più affidabile della Russia. Quindi, la soluzione della disputa di confine con la Russia non mirava tanto a costruire una alleanza geopolitica quanto a coprire le spalle sia di Mosca che di Pechino, lasciando così mano libera ad entrambe le parti per esplorare altre opportunità in altre direzioni.

Ciò che la Cina desidera e ciò che riuscirà eventualmente ad ottenere sono due cose differenti. Con il suo lungo confine in comune con la Russia, la Cina sa che avrebbe molto da rammaricarsi se un nuovo impero russo alimentato dal petrolio dovesse fare la sua comparsa davanti alla sua porta.

Dmitry Shlapentokh insegna storia all’Indiana University (South Bend); di origini ucraine, è emigrato negli Stati Uniti nel 1979; ha insegnato anche alle università di Harvard e Stanford; è autore di diversi libri, fra cui “East against West”, “Pro-totalitarian state”, e “Russia between East and West”

Titolo originale:

The Dragon and the Bear

Link: http://www.arabnews.it/2008/10/13/il-drago-cinese-e-l’orso-russo/


La Siria sfida apertamente l’Arabia Saudita

Le tensioni fra la Siria e l’Arabia Saudita hanno raggiunto un nuovo picco dopo il recente attentato verificatosi a Damasco, che, secondo alcuni ambienti siriani, sarebbe legato ad un possibile coinvolgimento diretto o indiretto dei sauditi. Al di là delle illazioni e delle accuse reciproche, questo ed altri episodi dimostrano come una delle questioni che al giorno d’oggi lacerano maggiormente il mondo arabo – e cioè il rapporto conflittuale tra Riyadh e Damasco, incentrato sulla competizione per il controllo della piazza libanese – sia ben lontana da una possibile soluzione

A conferma di quanto siano ormai tese le relazioni siro-saudite, le autorità siriane hanno recentemente vietato la distribuzione di ‘Dar al-Hayat’, il noto quotidiano panarabo di proprietà saudita.

Questo provvedimento giunge circa due anni dopo che ‘al-Sharq al-Awsat’, un altro quotidiano saudita, era stato vietato in Siria per aver pubblicato articoli considerati critici nei confronti del governo siriano durante la guerra israeliana in Libano nel 2006.

Successivamente, i siriani avevano salutato Hezbollah in Libano come un’organizzazione della resistenza mentre i sauditi l’avevano criticato a causa dei suoi legami con Teheran, affermando che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, era un “avventuriero”.

Il presidente siriano Bashar al-Assad aveva immediatamente replicato, nel corso di un suo discorso, affermando che coloro che avevano cospirato contro Hezbollah all’interno del mondo arabo (con un chiaro riferimento all’Arabia Saudita) erano “mezzi uomini”.

La guerra fredda tra Damasco e Riyadh proseguì, tra il 2006 ed il 2008, su una varietà di questioni legate all’influenza in Libano, in Iraq, ed in misura minore in Palestina. I siriani sfidarono l’Arabia Saudita cementando le loro relazioni con l’Iran, sostenendo che, mentre gli iraniani appoggiavano le posizioni siriane nel confronto con gli Stati Uniti, i sauditi, come se non bastasse, esercitavano pressioni su Washington affinché continuasse a tenere Damasco con le spalle al muro, e facevano uno sporco gioco di intelligence volto a destabilizzare la Siria.

La Siria sfidò i sauditi a Beirut – vincendo un confronto militare fra Hezbollah ed il blocco filo-saudita di Saad Hariri, lo scorso maggio. Nel frattempo i sauditi cominciarono a portare avanti il pericoloso gioco consistente nel chiudere un occhio di fronte ai jihadisti che volevano far guerra alla Siria. Mentre la politica ufficiale dell’Arabia Saudita rimase critica nei confronti della Siria, un particolare ramo della famiglia reale saudita continuava a nutrire l’ambizione di rovesciare del tutto il governo siriano, rimpiazzandolo con figure dell’opposizione filo-saudita come l’ex vicepresidente Abdul Halim Khaddam (uno dei pochi musulmani sunniti in un regime siriano dominato dagli alawiti (una setta sciita, anche se quello siriano è sempre stato un regime laico); Khaddam ha avuto un ruolo chiave, ai tempi di Hafez al-Assad, nei rapporti di amicizia fra il regime siriano ed i sauditi; egli aveva anche forti legami e rapporti economici con Rafiq Hariri, l’ex primo ministro libanese assassinato il 14 febbraio 2005, il quale a sua volta aveva stretti legami con Riyadh, avendo acquisito la cittadinanza saudita ed essendo diventato di fatto l’emissario del Regno Saudita in Libano (N.d.T.) ).

Le tensioni sono cresciute ulteriormente dopo che un attacco terroristico ha colpito il cuore di Damasco, lo scorso 27 settembre. Un attentatore suicida, carico di 200 chili di esplosivo ha ucciso 17 siriani, ferendo inoltre fra 15 e 40 civili. L’Arabia Saudita è stato l’unico paese del mondo arabo che ha rifiutato di condannare l’attentato, sebbene esso sia stato aspramente condannato dalla Francia, dalla Russia, e dagli stessi Stati Uniti.

La stampa saudita ha continuato a parlare negativamente della Siria, e ciò spiega perché i siriani abbiano deciso di vietare la distribuzione del quotidiano ‘Dar al-Hayat’, l’unico giornale saudita che ancora sopravviveva nelle edicole siriane. In coincidenza con la decisione siriana sono giunte le dimissioni di Ibrahim Hamidi, il corrispondente del giornale, e direttore dei suoi uffici in Siria.

Hamidi, che era stato l’uomo di ‘al-Hayat’ a Damasco fin dall’inizio degli anni ’90, avrebbe dichiarato: “Non potevo continuare. Ho posto fine al mio lavoro con ‘al-Hayat’ perché non posso far parte di un giornale che è impegnato in una campagna sistematica contro la Siria”.

Sebbene fosse ormai chiaro a tutti – ed in primo luogo alla Francia – che i sauditi non stavano avendo la meglio nel panorama politico di Beirut, il Libano è rimasto uno alleato privilegiato di Riyadh, a causa dello stretto legame personale e finanziario tra Saad Hariri (figlio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri (N.d.T.) ), il leader della maggioranza parlamentare, e la famiglia dei Saud (a proposito degli interessi sauditi in Libano si può consultare l’articolo “Se la ’setta saudita’ si aggiunge alle sette libanesi”(N.d.T.) ).

Uno dei primi a realizzare che i siriani stavano avendo il sopravvento sui sauditi in Libano è stato il leader druso Walid Jumblatt, uno degli ‘uomini forti’ della coalizione del 14 Marzo. Egli ha compreso che l’isolamento della Siria imposto dagli Stati Uniti era ormai crollato, dopo la visita di Bashar al-Assad a Parigi nel luglio del 2008. La Turchia ed il Qatar appoggiano fermamente la Siria nei suoi colloqui di pace con Israele – un forte contrappeso ai sauditi, che potrebbe tradursi in un accordo di pace entro la metà del 2009. Se ciò dovesse accadere, il tribunale su Hariri (nel quale i sauditi avevano riposto grandi speranze) sarebbe consegnato definitivamente alla storia.

L’amministrazione USA, assorbita dai suoi problemi in Iraq, è chiaramente poco interessata ad un cambio di regime in Siria, a differenza di alcuni anni fa. Il loro alleato, Abdul Halim Khaddam, si è a detta di tutti rovinato con le sue mani puntando sul cavallo sbagliato nel 2005 (il 30 dicembre di quell’anno, Khaddam, che nel frattempo si era rifugiato a Parigi, rilasciò un’intervista all’emittente saudita al-Arabiya in cui accusava Bashar al-Assad di aver minacciato Rafiq Hariri prima che quest’ultimo venisse assassinato; Khaddam affermò che l’intelligence siriana non avrebbe potuto portare a termine l’operazione senza che Assad ne fosse a conoscenza; tuttavia, i mezzi di informazione sauditi, che in un primo momento diedero ampio risalto alle accuse di Khaddam, smisero all’improvviso di occuparsene; anche la Francia si distanziò progressivamente da Khaddam, il quale peraltro non riuscì a riunire intorno a sé nessun elemento dell’opposizione siriana (N.d.T.) ). Ma la cosa peggiore è che le milizie del Fronte del 14 Marzo, finanziate ed addestrate dai sauditi, furono sconfitte nelle strade di Beirut lo scorso maggio, quando tentarono di contrapporsi a Hezbollah. Il risultato era evidente: gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita avevano perso la guerra per Beirut, e la Siria e l’Iran avevano vinto.

Quando i combattimenti si spostarono nei villaggi drusi del Monte Libano, i miliziani di Hezbollah circondarono la casa di Jumblatt – malgrado tutto l’appoggio che egli aveva ricevuto dai sauditi – ma non la occuparono. Jumblatt ebbe una conversazione telefonica con il presidente del parlamento Nabih Berri (che è filo-siriano, ed è uno stretto alleato dell’Iran), al quale disse: “Dì a Hassan Nasrallah che ho perso la battaglia e che lui ha vinto. Dunque, sediamoci e parliamo per raggiungere un compromesso”.

Il mese scorso, Jumblatt si è spinto ancora oltre, accusando Hariri, dalle pagine del quotidiano di Beirut ‘al-Akhbar’, di continuare a portare avanti un tentativo volto a creare una milizia e ad allearsi con gruppi islamici estremisti. Parlando a proposito delle armi del gruppo di Hariri, Jumblatt ha affermato: “Formare una milizia oggi? Per affrontare chi? Hezbollah? E’ una follia”.

Ancora più di recente, ciò che ha preoccupato sia i sauditi che Jumblatt è stato il parziale riavvicinamento che ha cominciato a verificarsi tra la Siria e gli Stati Uniti. Il mese scorso, il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim si era incontrato con il segretario di stato americano Condoleezza Rice, su richiesta di quest’ultima, ed aveva discusso con lei una serie di questioni relative al Medio Oriente.

Si è trattato del secondo incontro fra i due dal maggio del 2007. Secondo quanto afferma il ministro siriano, la Rice si è mostrata disponibile ad appoggiare una pace siro-israeliana – un vero capovolgimento nella posizione degli americani, i quali finora non avevano mostrato alcun interesse ai colloqui indiretti che stavano avendo luogo in Turchia.

La scorsa settimana, al-Jazeera ha affermato che, secondo alcune fonti americane, Washington starebbe riconsiderando la sua politica nei confronti della Siria nel rimanente periodo concesso all’amministrazione Bush. Un ‘alto responsabile’ americano avrebbe ripetuto esattamente le stesse cose alla radio israeliana, aggiungendo che ciò avrebbe portato alla fine delle sanzioni imposte alla Siria dall’amministrazione Bush a partire dal 2003.

I siriani credono – anche se non lo dicono apertamente – che i sauditi siano furiosi per i ripetuti successi diplomatici della Siria. Desiderosi di vendicarsi, i sauditi starebbero ora finanziando il fondamentalismo islamico di matrice sunnita in Libano per colpire sia Hezbollah che la Siria, non avendo ancora mandato giù la situazione delineatasi in Libano lo scorso maggio.

Assad ha dichiarato che la violenza settaria che si sta manifestando nel nord del Libano è pericolosa per la Siria. Molti ritengono che l’attentatore suicida che si è recentemente fatto esplodere a Damasco sia il prodotto di un gruppo fanatico creato e addestrato in Libano. Ciò spiegherebbe perché i siriani hanno ammassato migliaia di soldati al confine con il paese dei cedri. L’obiettivo sarebbe infatti quello di impedire l’afflusso di combattenti jihadisti in Siria.

Se l’Arabia Saudita non è colpevole dell’attentato del 27 settembre scorso, certamente è apparsa come tale rifiutandosi di commentare o di condannare l’accaduto.

Nel frattempo i sauditi, nel loro convulso tentativo di salvare le proprie posizioni in Libano, avevano già iniziato ad inviare denaro per creare un movimento armato sunnita che sia in grado di opporsi a Hezbollah se le cose dovessero precipitare ancora una volta. Nel maggio del 2007, il noto giornalista americano Seymour Hersh aveva sostenuto che i sauditi avevano contribuito a creare ‘Fateh al-Islam’, un gruppo fondamentalista che avrebbe dovuto combattere gli sciiti in Libano.

Tale movimento sfuggì al controllo, proprio come era accaduto con al-Qaeda (inizialmente creata allo scopo di combattere i sovietici), e rivolse le proprie armi contro lo stato libanese. Ciò portò alla feroce battaglia che ebbe luogo all’interno del campo profughi di Nahr al-Bared, nel nord del Libano (a tale proposito si possono consultare gli articoli “Chi ha mandato a combattere la gioventù saudita?” e “Il Libano si piega di fronte alla sfida estremista”  (N.d.T.) ).

All’inizio dello scorso anno Serge Brammertz, il procuratore dell’ONU per il caso Hariri, osservò che l’attentatore suicida che aveva ucciso Rafiq Hariri nel febbraio del 2005 non era né libanese né siriano. Piuttosto, egli veniva da un “distretto caldo” – secondo molti, un chiaro riferimento ad uno dei paesi del Golfo, forse all’Arabia Saudita.

L’attentatore, secondo Brammertz, aveva trascorso appena quattro mesi della sua vita in Libano e circa 10 anni in un’ “area rurale” – forse le montagne dell’Afghanistan. Dopotutto, centinaia di sauditi avevano vissuto da quelle parti quando collaboravano con gli Stati Uniti per combattere l’invasione sovietica negli anni ’80 del secolo scorso. Ciò ha puntato i riflettori ancora una volta sui jihadisti sauditi in Libano.

I siriani comprendono quanto sia pericoloso che i sauditi flirtino con i fondamentalisti radicali, poiché ciò potrebbe far esplodere l’intera regione. In fin dei conti, è già stato rivelato (da fonti americane sul Los Angeles Times) che il 45% di tutti i combattenti stranieri in Iraq proveniva dall’Arabia Saudita, il 50% dei quali giungeva a Baghdad “pronta a farsi esplodere”.

Sami Askari, un consigliere del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, ha confermato le accuse dicendo: “Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita ha sofisticate fonti di intelligence, e sarebbe difficile pensare che i sauditi non siano consapevoli di quanto sta accadendo [in Iraq]”.

Il giornalista saudita Faris bin Khuzam, scrivendo sul quotidiano saudita ‘al-Riyadh’, ha stimato che il numero di jihadisti sauditi in Libano che operavano dal campo di Nahr al-Bared sia stato pari a circa 300 militanti. Egli sostiene che costoro sarebbero stati attirati in un teatro di guerra “diverso da quello a cui ambivano”, aggiungendo che essi avevano pianificato di combattere gli americani in Iraq, ed erano finiti a Tripoli in Libano.

La ragione – ha spiegato Khuzam – sta nella stretta sorveglianza presente sul confine siriano (oltre che su quello saudita), che ha impedito loro di trovare un varco per introdursi nell’Iraq devastato dalla guerra. Invece, essi hanno trovato il modo di giungere in Libano, dove rimasero per quello che inizialmente doveva essere un periodo di transito temporaneo. “Gradualmente le cose sono cambiate”, ha scritto Khuzam, aggiungendo che “fu detto loro che la strada per Gerusalemme passa da qui [Nahr al-Bared]”. Khuzam conclude: “Essi hanno scelto il sogno saudita che Osama bin Laden non poté realizzare”.

Quando la battaglia di Nahr al-Bared si concluse, nel 2007, fu reso noto che 43 jihadisti sauditi erano stati radunati da Fateh al-Islam a Tripoli, mentre altri si potevano trovare nel campo di Ain al-Hilweh, vicino Sidone. Secondo Hersh, “Il fatto [è] che i sauditi promisero di essere in grado di controllare i jihadisti, così noi [gli USA] spendemmo un sacco di denaro e di tempo …utilizzando ed appoggiando i jihadisti affinché ci aiutassero a battere i sovietici in Afghanistan, ed essi si rivoltarono contro di noi. Ora ci troviamo di fronte allo stesso schema, come se non avessimo imparato nessuna lezione. Lo stesso schema, utilizzando di nuovo i sauditi per appoggiare i jihadisti”.

I sauditi, ha affermato Hersh, di fatto stavano dicendo agli americani: “Non è che non vogliamo che i salafiti lancino bombe, il punto è a chi le debbono lanciare – Hezbollah, [il religioso sciita iracheno] Muqtada al-Sadr, e i siriani se continuano a collaborare con Hezbollah e con l’Iran”. In una famosa intervista alla CNN, Hersh ha aggiunto: “Il nemico del nostro nemico è nostro amico, proprio come i gruppi jihadisti in Libano, che erano lì per andare contro [il leader di Hezbollah] Hassan Nasrallah. Siamo impegnati a fomentare in alcuni luoghi, ed in Libano in particolare, la violenza settaria”.

Sami Moubayed è un analista politico siriano; risiede a Damasco

Titolo originale:

Syria plays hardball with the Saudis

Link:http://www.arabnews.it/2008/10/14/la-siria-sfida-apertamente-l’arabia-saudita/




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