sabato 11 ottobre 2008

Nascosta norma nel decreto sanità,chiudono 4000 istituti con meno di 500 alunni


ROMA - Nuovo scontro sulla scuola tra l'opposizione e il ministro Gelmini. È Giuseppe Fioroni (Pd) a denunciare un taglio di 4.000 istituti con meno di 500 alunni «nascosto» in un decreto riguardante la sanità, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre. Ferma la replica del ministro: «Questa è disinformazione». 

FIORONI - Nel mirino di Fioroni c'è «la norma sull'accorpamento e la conseguente chiusura degli istituti scolastici con meno di 500 alunni, inserita di soppiatto dal Governo in un decreto riguardante la Sanità». Nel dibattito in Parlamento sulla riforma della scuola, la stessa Gelmini aveva escluso un provvedimento del genere. E invece, attacca Fioroni, «tutto questo conferma ciò che avevamo preannunciato in Aula: e cioè che per effettuare i tagli alla spesa scolastica imposti da Tremonti non basterà il ritorno al maestro unico. Oggi hanno cominciato con le scuole sotto i 500 alunni, più di 4000 istituti, domani toccherà a quelli con meno di 300 finora coperti da deroga, per arrivare poi al taglio degli insegnanti di sostegno. Queste sono le bugie della Gelmini». Rincara la dose Maria Pia Garavaglia, ministro dell'Istruzione del governo ombra del Pd: «Siamo di fronte a scelte distruttrici, altro che riformatrici. Chiedo alla ministra di dirci come faranno, dopo la chiusura imposta per decreto degli istituti con meno di 500 alunni, i ragazzi di Capri o delle Eolie a raggiungere la terra ferma? E chiedo alla Lega di farci sapere come possa condividere un attacco tanto diretto e smodato all'autonomia degli Enti locali su di un tema di loro esclusiva competenza? È questo il modo con cui ci prepariamo ad andare al federalismo?». 

GELMINI - Immediata la replica di Maria Stella Gelmini: «Le dichiarazioni di Fioroni e Garavaglia sono incomprensibili ed arbitrarie: non ci saranno la paventata chiusura di 4.000 istituti, né il taglio degli insegnanti di sostegno, né l'attacco all'autonomia degli enti locali». Secondo il ministro dell'Istruzione, «come al solito, la Sinistra tenta di fare disinformazione con la vecchia tecnica secondo cui una falsità ripetuta molte volte diventerebbe una verit. Ormai però gli italiani hanno capito, non credono più a certi trucchi e sostengono in pieno l'azione del Governo».

DIMENSIONAMENTO DEGLI ISTITUTI - La norma in questione è contenuta nell'articolo 3 del Decreto legge 7 ottobre 2008 ("Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali" - leggi l'articolo 3): «I piani di ridimensionamento delle istituzioni scolastiche, rientranti nelle competenze delle regioni e degli enti locali - si legge - devono essere in ogni caso ultimati in tempo utile per assicurare il conseguimento degli obiettivi di razionalizzazione della rete scolastica previsti dal presente comma, già a decorrere dall'anno scolastico 2009/2010 e comunque non oltre il 30 novembre di ogni anno». Il comma citato è il sesto dell'articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008 (leggi il testo in pdf): «Devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012». Scuole a rischio chisura, dunque? La legge 6 agosto 2008, n.133 (leggi il testo integrale), che converte il decreto legge in questione, prevede esplicitamente che «nel caso di chiusura o accorpamento degli istituti scolastici aventi sede nei piccoli comuni, lo Stato, le regioni e gli enti locali possono prevedere specifiche misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti».
Fonte: Corriere della sera

Corso accelerato in crolli economici

La prima volta in cui fui coinvolto in un incidente stradale fu a sei o sette anni.
Un sacco di tempo fa. Ma certi particolari li ricordo ancora come se fosse ieri.
Mio padre era alla guida. Asfalto ghiacciato. Iniziammo a slittare. Questo successe prima delle cinture di sicurezza, le macchine avevano, sì, delle cinture imbottite sui sedili, ma non a misura del fondoschiena di chiunque. Mio padre fece scattare il suo braccio sinistro e mi spinse verso lo schienale per evitare che finissi in avanti, in realtà stavamo per scaraventarci contro qualcosa.
 
La cosa straordinaria è che sembrò un’eternità. Come se il tempo frenasse la sua corsa mentre slittavamo in avanti e di lato, finendo sul ciglio. Sembrava potessimo disporre di tutto il tempo possibile immaginabile, eppure non c’era nulla che potessimo fare per allontanarci dal ghiaccio, modificare la traiettoria, frenare… nulla… sino allo schianto finale.
 
Mentre leggo le notizie economiche, ho la sensazione di essere vittima di un incidente alla moviola.
Ogni settimana, ultimamente quasi ogni giorno, passiamo da un nuovo allarme economico all’altro, da una rovina all’altra e già un’altra è in agguato.
Questa volta è la Lehman Brothers.
Prima Fannie Mae e Freddie Mac. E prima ancora Bear Stearns.
 
In agosto “una famiglia americana su 416 si è vista precludere il diritto di riscatto”. Il numero di bancarotte personali sta subendo un’impennata, nonostante una legge del 2005 che le rendeva più difficili e che garantiva ai creditori la possibilità di esigere denaro anche da chi era in bancarotta. Le azioni della General Motors sono ai livelli del 1950. Come GM, la Ford lascia a casa migliaia di lavoratori. Per sopravvivere, tutti reclamano a gran voce l’aiuto federale. I fondi pensione sistematicamente falliscono.
 
Queste le mie personali esperienze.
Come quando mi fermo alla pompa di benzina e vedo il contatore segnare 50 dollari, 60 e poi arrivare a 70 per il pieno. O come quando vado al supermercato e ci lascio 140 dollari per quello che più o meno un anno fa me ne costava 90.
Spesso mi imbatto in gente ricca con relativi accompagnatori. A febbraio viaggiavo con un avvocato di uno studio di grido di New York. Lavora con gli IPO. Mi disse che il volume d’affari dello studio a gennaio 2008 era sceso del 90 per cento rispetto all’anno precedente. Un paio di giorni fa uno dei fondi di copertura ci è venuto a trovare durante i nostri consueti doppi di tennis. Tra un set e l’altro ci ha confidato quanto difficile sia di questi tempi recuperare i crediti. “Su un prestito sicuro”, il che significa garantito da attività, per la maggior parte immobiliari – parlava di 120 milioni di dollari e più – le banche esigono il 20% d’interessi”.
Ogni analista che vedo o sento incrimina la “bolla edilizia” e lo “scandalo dei subprime”.
 
Questo non è corretto.
Infatti non spiega perché mai il dollaro abbia perso un terzo del suo valore rispetto alla moneta canadese e all’euro, tra gli altri, e perché l’oro abbia superato la soglia di 1.000 dollari – questo molto prima che la bolla cominciasse a far acqua.
Ciò non spiega perché il mercato azionario sia sotto di 15 punti percentuali (tenendo conto dell’inflazione) rispetto al 2001.
 
Ciò non spiega perché il reddito medio – dipende da chi parla – è di 700, 1.000, 1.200 dollari a persona al mese. Anche con più lavoratori all’interno dello stesso nucleo familiare, il reddito medio per famiglia scende.
Ciò non spiega perché, durante il cosiddetto boom dell’era Bush, i profitti delle società erano costantemente in ascesa ma le società non sapevano dove investire.
Mettiamo caso che la politica del governo abbia effetti economici.
Quali politiche hanno prodotto ora che questa economia slitta sul ghiaccio, al rallentatore, verso il precipizio o, se siamo fortunati, in un fosso?
 
Il punto, il nodo dell’economia bushiana è tagliare le tasse, specialmente quelle dei ricchi.
Ritengo impossibile prefigurare quali siano le motivazioni di Bush per una qualsiasi cosa. È probabile che abbia questa tendenza perché lui stesso, la sua famiglia, i suoi amici sono molto ricchi e negli anni nascondono sotto il materasso migliaia di dollari. O forse per ragioni politiche. Una volta disse che i super ricchi sono la sua “base”. O probabilmente è una questione di classe che nasce dalla convinzione che i ricchi sono ricchi perché sono migliori e col loro denaro fanno le cose migliori. Credo mistico che il “mercato” rende tutto migliore.
 
Qual che sia la verità, svendevano i tagli alle tasse come stimolo economico e i pacchetti lavoro con la promessa che non avrebbero creato deficit, idea peraltro basata sulla visione romantica di Ayn Rand dei miliardari che si sarebbero scapicollati verso posti dimenticati da dio per creare, creare ed ancora creare nuove imprese che avrebbero creato a loro volta nuovi posti di lavoro, “ottimi posti di lavoro”, e le nuove tasse sarebbero state pagate da imprese e lavoratori a reintegro del deficit iniziale.
Ahimè, nulla di tutto ciò è successo.
I deficit ci sono stati.
Bush è andato in guerra sperperando una follia e li ha fatti aumentare. Qualunque boom ci sia stato non ha prodotto un ritorno tale da colmare il debito.
 
Prossimo episodio della saga.
Il debito normalmente porta all’inflazione.
I banchieri odiano l’inflazione, come i politici.
Quindi Alan Greenspan, il nostro eroe economico, è intervenuto. Ha tagliato i tassi che la Federal Reserve applicava alle banche sui prestiti governativi.
Lo scopo era tenere sotto controllo l’inflazione.
Più o meno la cosa ha funzionato per cinque anni. I tassi d’inflazione ufficiali, ed effettivi, sono rimasti su livelli piuttosto bassi.
 
La ragione per cui dico più o meno è che in realtà l’inflazione è stata soppressa. Il dollaro è stato svalutato, da quanto ne sappiamo, almeno di un terzo. Il prezzo del petrolio è per l’appunto in dollari. I produttori di petrolio d’oltreoceano hanno visto i profitti calare di circa un terzo. Quindi hanno agito come avrebbe agito una persona di buon senso se avesse avuto il potere di farlo: aumentando il prezzo.
Questa non è l’unica ragione dell’aumento del costo del greggio, ma ne ha dato l’avvio e ne costituisce buona parte. Dato che il petrolio fa muovere tutto in America, i prezzi dei beni sono di conseguenza aumentati. Ciò non spiega l’impennata dei costi cui stiamo assistendo ma può esserne considerata significativa forza propulsiva.
 
Questo fenomeno si lega ad altre spinte.
Il libero commercio è la prima voce in lista.
Il libero commercio ha portato dall’oltreoceano in America beni di consumo a basso costo che hanno fatto la felicità dei negozianti e tenuto basso l’inflazione.
È stata dura per i lavoratori. Non solo molti si sono trovati a spasso, ma la pressione sulle paghe è stata tenuta sotto controllo in ogni settore. Ed anche questo ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione.
Ed è stata dura anche per quelle imprese che comunque producono qui negli Stati Uniti. Produzione e servizi ausiliari sono stati appaltati all'esterno, sebbene le aziende fossero rimaste qui, come entità di distribuzione e societarie.
Possiamo individuare altri fattori come la deregolamentazione, la non applicazione delle regolamentazioni, la nomina degli amministratori delegati nelle agenzie governative e la desindacalizzazione.
 
Con produzioni decentrate all'estero e salari in ribasso, le aziende, in effetti, hanno fatto affari d’oro.
Tre fattori hanno prodotto una grande quantità di liquidità svincolata.
Primo, il governo tagliava le tasse mentre aumentava le spese.
Secondo, la Federal Reserve ha reso i prestiti, artificialmente, meno onerosi.
Terzo, le grandi imprese hanno fatto i soldi, in larga misura abbassando paghe e salari, ma non avevano modo di piazzarli.
Ma cosa ci si doveva fare con tutti quei soldi?
Nulla veniva prodotto con quella crescita potenzialmente adatta a rimborsare i prestiti. 
I lavoratori non producevano più denaro che potesse essere usato per creare maggior consumo.
 
Perciò un mare di dollari è stato impegnato in due settori diversi, dai quali si supponeva avrebbe potuto essere rimborsato; beni immobili e consumatori (che rendevano meno) per personali investimenti nelle linee di credito.
C'è stata la crescita di circa 37 punti percentuali del Prodotto Interno Lordo in moneta reale nell’arco di sette anni, quindi 17 punti percentuali tenendo conto dell'inflazione.
 
Facciamo un passo indietro e diamo un’occhiata ad altri due parametri: reddito medio e mercato azionario.
Entrambi registrano un crollo.
Dov’è la crescita?
Stava nei prestiti. Debito e credito.
Si profila una bolla, una bolla edilizia, che sta all’interno – o è sintomatica – di un’altra bolla, la bolla del credito, di proporzioni così rilevanti da rappresentare l’intera crescita dell’economia americana degli ultimi sette anni.
Il nocciolo della questione, i semi che hanno dato origine al frutto proibito sono i tagli alle tasse.
I tagli alle tasse sono effettivamente stimolo per l’economia?
Enormi quantità di denaro hanno finito per creare un mito. Al centro delle pretese la storia di San Ronald Reagan.
 
Reagan tagliò le tasse sui redditi, rivoluzione. Ma alzò le tasse su assistenza e sanità. Questo significa che i ricchi pagavano meno e i lavoratori di più. Conseguenza immediata fu che l’economia vacillava. Quindi Reagan aumentò le imposte, anche se non nella stessa misura in cui le aveva tagliate. Contemporaneamente, il greggio scese da 40 a 20 dollari al barile. L’economia riprese vigore. Questo fino al crollo del mercato azionario nell’87.
Nel caso opposto la cosa diventa più lampante. L’aumento delle tasse stimola la ripresa economica. Può anche essere un non senso, una contro-intuizione, ma i fatti sono questi.
Se le tasse fossero arrivate al 90 per cento?
 
Secondo Reaganiani e Bushiani il mondo sarebbe esploso, la produttività disintegrata fino al totale stop, gli investitori si sarebbero volatilizzati, gli operai avrebbero appeso al chiodo gli attrezzi.
Durante la seconda guerra mondiale, le tasse videro un’impennata.
L’americano che guadagnava quellatantum di 500 dollari all’anno pagava il 23 per cento di tasse sul reddito, mentre quelli che di dollari ne guadagnavano un milione all’anno pagavano il 94 per cento di imposte.
Risultato:
l’economia americana fra il 1941 ed il 1945 ebbe una crescita senza precedenti (ed irripetibile). Il Pil statunitense passò da 88,6 miliardi nel 1939 – mentre il paese ancora soffriva degli effetti della depressione – a 135 miliardi nel 1944.
Dal 1946 al 1963 la percentuale massima fluttuava dall’86 al 91 per cento.
La crescita economica media era di 3,5 punti percentuali all’anno.
Il tasso attuale di imposta sul reddito è del 35 per cento.
La crescita economica è stata, al massimo, di 2,5 punti percentuali, se non si considera il 2007. E senza tener conto del tipo di crescita, costituita principalmente dal debito accresciuto e dalle piramidi del debito.
 
Nel 1992 il tasso d’imposta si è attestato intorno al 31 per cento.
Bill Clinton l’ha aumentato sino al 39,1 per cento.
Il Dow Jones salì del 360 per cento. Il numero di posti di lavoro crebbe al ritmo di 237.000 al mese (con Bush, nel 2007, solo 72.000 al mese). Il reddito medio per famiglia cresceva piuttosto che diminuire. Il bilancio era in pareggio.
Entrambi i candidati parlano di tagli alle tasse per sistemare l’economia.
Ha senso?
Qui, nello stato di New York, stiamo fronteggiando una crisi di bilancio dovuta al collasso dei mercati finanziari da dove proviene gran parte del nostro gettito fiscale.
Il governatore può scegliere di aumentare le tasse o di tagliare le spese. È un buon democratico, piuttosto liberal. Ma ha ottenuto i voti della gente e la legislatura e tutti volevano ridurre le spese.
Il che significa tagliare la forza lavoro dello stato.
Il che significa che chi aveva il lavoro e spendeva denaro sarà disoccupato e senza molte possibilità di spendere. Il che significa meno introiti per lo stato e per chi ne era in affari, cioè la crisi economica si aggraverà.
 
Gli stati si trovano in una posizione difficile perché sono in competizione gli uni con gli altri per “aree affaristiche amichevoli”, vale a dire, in breve, meno tasse.
Questa amministrazione e la maggior parte degli economisti, almeno secondo come si presentano sui media, vogliono che “consumiamo” per tirarci fuori dai guai.
Ma la prospettiva dovrebbe essere altra. Dovremmo produrre, per tirarci fuori dai guai.
Ciò è possibile in un mondo di “libero commercio”?
La risposta è sì – con la spesa pubblica. Attraverso ciò che il mercato non può o non vuole fornire.
 
Il mercato non proteggerà le nostre coste. Quanti Katrina e Ike dobbiamo avere prima di realizzare che facciamo questo per il bene comune – e per il bene del commercio e dell’economia?
I costi non possono essere esternalizzati. Per loro natura, devono rimanere qui.
La stessa cosa vale per l’energia solare ed eolica, per ricostruire il nostro sistema elettrico sfruttando queste fonti di energia.
 
Il mercato non creerà un sistema sanitario assennato ed accessibile. In fondo, il mercato ha prodotto il peggior rapporto costo-benefici del mondo civilizzato. Il mercato ha prodotto più burocrazia di una qualsiasi agenzia governativa.
Un sistema sanitario nazionale accessibile renderebbe il sistema americano più competitivo.
Per quelli che pagano per il proprio sistema sanitario, di sicuro avrebbero in tasca più denaro di quanto non potrebbe fare una qualsiasi proposta di riduzione delle imposte.
Il mercato non può e non vuole produrre aria ed acqua pure. Non darà alla luce un popolo istruito. 
Perché abbiamo avuto una tale crescita, una tale crescita nel commercio con tasse esorbitanti, quando queste tasse sui profitti delle società venivano effettivamente riscosse?
 
Se le imposte sui redditi (privati o societari) sono alte, la tendenza sarebbe di non riscuoterle, specialmente se sfiorano il 90 per cento. Ma non è necessario spingersi molto in là per cominciare ad apportare qualche significativo aggiustamento.
Che fanno società e persone quando guadagnano in un contesto che prevede imposte elevate? Reinvestono nella produzione. La monetizzazione è difficile ma il valore di ciò che possiedono continua a crescere man mano che il reinvestire si rivela redditizio. Quindi dobbiamo “fare soldi alla vecchia maniera….guadagnando”.
C’è una differenza fra la mia attività ed “il commercio”, ricchezza della nazione.
Nella mia attività, odio regolamentazioni, sindacati e pressione fiscale elevata.
Nel mio paese, apprezzo regolamentazioni, sindacati e ciò che tasse elevate, se spese bene, possono fare per me. In quel caso, il commercio in generale va bene, i miei investimenti nel mercato azionario vanno bene, la mia pensione è al sicuro, il sistema sanitario è accessibile ai miei figli, ho molte speranze per il loro futuro.
 
Larry Beinhart*

*articolo pubblicato in originale su Alternet.org . Larry Beinhart è un autore statunitense. È famoso per aver scritto il raccoto politico e investigativo American Hero, che ha ispirato il film politico Wag the Dog (Sesso e Potere in italiano). No One Rides for Free (1986) ha ricevuto l'Edgar Award del 1987 come Best First Novel. Il suo libro più recente, Fog Facts, parla di come alcune importanti verità palesemente lamapanti vengano ignorate dai media e dalla cultura in generale.
Traduzione di Claudia Parma


Morti sospette...stavolta è toccato ad Haider


Vi ricordate di Ahmad Shah Massoud, leader dell'Alleanza del Nord e combattente contro il regime dei Taliban? Venne ucciso da terroristi suicidi il 9 settembre 2001, due giorni prima dell'attacco agli U.S.A.
E chi non ricorda Wim Duisenberg, primo governatore della Banca Centrale Europea. Per la cronaca una sola cosa è certa: la data del decesso, il 31 luglio 2005. Le cause rimangono ancora oscure e nessuno, a quanto pare, si è preoccupato di indagare. Secondo fonti ufficiali, il banchiere sarebbe stato trovato morto ai bordi della piscina della sua villa nel sud della Francia e la morte sarebbe da attribuirsi, genericamente, ad un malore. Secondo le dichiarazioni, imminenti all'accaduto, della gendarmeria francese, le cause della morte non sono state invece precisate. Secondo altri, Duisenberg sarebbe morto nel salotto e poi, chissà perché, trasportato fino ai bordi della piscina.  La sua posizione filo-tedesca, volta al rigore monetario, gli comporta molti avversari Oltremanica; in particolar modo in ambienti molto influenti negli Stati Uniti, poiché, dal momento del varo dell'euro, è in atto nel mondo una serie di guerre di apparente basso profilo che motivano la minaccia nei confronti del dollaro. Da governatore della BCE, lo stesso Duisenberg si è permesso di parlare pubblicamente di argomenti che non devono pervenire all'opinione pubblica.
Il 27 ottobre del 1962 in un misterioso incidente aereo muore Enrico Mattei, mentre nel 1969 allo stesso modo muore il Presidente boliviano René Barrientos, nel 1992 tocca all'ex presidente afghano Babrak Karmal , nel 2004 è la volta del presidente  macedone  Boris Trajkovski. Nel 1978 muore in incidente aereo il presidente e dittatore panamense Omar Torrijos. 
Oggi muore in un incidente stradale il leader della Carinzia ed estremista di destra Joerg Haider.
Autore: F.G.

"LA VITA A CREDITO E’ ATTRAENTE COME NESSUNA ALTRA DROGA”


DI SUSANNA MARIETTI
Liberazione

La crisi dei mercati finanziari è una crisi globale e nazionale. E' una crisi che mette in discussione il sistema capitalistico nel suo complesso e le abitudini più radicate dei singoli cittadini. Che mette in discussione il modo stesso in cui si sono costruite la finanza e l'economia negli ultimi decenni, dal reaganismo in poi. Una finanza e un'economia slegate dalla produttività e dal mondo del lavoro, che tuttavia hanno avuto l'ambizione di guidare i processi politici e di arrivare perfino a valutare i lavori delle amministrazioni statali e locali. La crisi di oggi è stata giudicata paragonabile a quella del 1929. Qualcuno l'ha definita ancora più grave. Ne abbiamo parlato con Zygmunt Bauman sulle colonne de Linkontro.info . 

Professor Bauman, lei afferma che la sola autentica soluzione alla situazione attuale consista nell'andare alle radici del problema. Cosa intende dire con ciò? Si riferisce a un cambiamento culturale globale o a misure politiche specifiche?



L'attuale panico del credito offre una straordinaria dimostrazione di cosa in politica dovrebbe significare, ma spesso non significa, andare alle radici. L'odierno credit crunch non è una conseguenza del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del loro incredibile successo, pienamente prevedibile sebbene per molti inaspettato: successo nell'aver trasformato un'enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una razza di debitori. Debitori per sempre, dal momento che la condizione di essere in debito è stata resa auto-perpetuante, e altri debiti vengono indicati come l'unica soluzione realistica ai debiti pregressi. Incorrere in tale condizione debitoria è recentemente diventato facile come non mai nella storia umana, mentre uscirvi non è mai stato così difficile. Chiunque può diventare un debitore, e milioni di altri che non potrebbero e non dovrebbero essere attirati dall'indebitamento sono già stati allettati e sedotti da esso. E così come la scomparsa di gente scalza significa problemi per le industrie di scarpe, allo stesso modo la scomparsa di gente senza debiti significa disastro per l'industria del prestito. La famosa previsione di Rosa Luxemburg si è avverata ancora una volta: comportandosi come un serpente che si morde la coda, il capitalismo si è di nuovo pericolosamente avvicinato al suicidio involontario con il portare a esaurimento le nuove terre vergini da sfruttare.

E come si è reagito a tutto questo?

La reazione fino ad ora - di effetto, e perfino rivoluzionaria, come può sembrare una volta trattata nei titoli dei media e nel parlare sloganistico dei politici - è stata: ne vogliamo ancora. Un tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente meritevoli di credito, così che il business di prestare e prendere in prestito, di indebitarsi e rimanere indebitato, potesse tornare alla normalità. Il welfare state per i ricchi - che diversamente dal suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori uso - è stato riportato negli showroom dalle stanze di servizio dove erano stati temporaneamente relegati i suoi uffici per evitare spiacevoli paragoni (ma non il welfare state per i non-ricchi: per loro continua certo a valere la categorica affermazione di John Mc Cain secondo cui "non è dovere del governo tirar fuori dai guai e ricompensare chi si comporta in maniera irresponsabile", New York Times, 28 marzo 2008).

Lo Stato ha dovuto gonfiare i muscoli, secondo una sua espressione.

I muscoli statali, a lungo non utilizzati a tal fine, sono stati di nuovo pubblicamente gonfiati, stavolta per continuare quel gioco in cui il gonfiarli è sentito come offensivo eppure - disgustosamente - inevitabile, un gioco che curiosamente non può sopportare che lo Stato gonfi i muscoli ma non può sopravvivere senza che lo faccia. Si noti che il governo americano è entrato in azione solo dopo che i giocatori di serie A di quel gioco che è il libero mercato e la libera circolazione di capitali hanno avuto esperienza diretta della tendenza suicida della rampante globalizzazione e della deregolamentazione su vasta scala dei mercati finanziari globali. Si noti anche che tutte le misure che sono state poi intraprese dalle autorità federali - improvvisamente e in netta contraddizione con tutte le loro precedenti professioni di fede - mirano a salvare ‘l'alto e potente' dalla catastrofe che esse hanno potuto verificare sul ‘basso e debole', e mirano a permettergli di ristabilirsi dai presenti e futuri ‘singhiozzi' e giocare al gioco della globalizzazione con ancor più vigore, determinazione e profitto.

Il welfare state per i ricchi di cui parlava prima. Chi è stato aiutato da queste misure?

Esse sono state introdotte per salvare gli squali, non i pesciolini di cui questi si nutrono. E, una volta rassicurati e rinforzati, gli squali sono le ultime creature che chiedono limiti alla caccia nelle acque globali… Per dirla con la colorita espressione del Financial Times del 20/21 settembre, "i mercati globali hanno ruggito la loro approvazione" della linea d'azione americana, che nella sobria valutazione di questo giornale significa "permettere alle banche di tamponare le proprie perdite, ricapitalizzare e rimettersi in affari". Non per cambiare i modelli operativi delle banche, bensì per metterle in condizione, una volta di più, di seguirli, sperando ora di poter essere sottratte alle conseguenze della loro avidità, con la quale sarebbe stato auspicabile (e immaginosamente esigibile) che avessero fatto i conti basandosi sui propri (insufficienti, come trapela ora) mezzi e secondo il proprio (sbagliato, come trapela ora) giudizio. Come ha detto Alistair Darling, responsabile della politica finanziaria britannica, a Sky News l'8 ottobre, dopo il mercoledì nero: "noi vogliamo essere sicuri di far ripartire il sistema".

Un sistema sbagliato nella sua interezza, che produce all'uomo sofferenza?

Quel che è allegramente dimenticato è che le modalità dell'umana sofferenza sono determinate da come gli uomini vivono. Le radici della sofferenza lamentata oggi, come le radici di ogni male sociale, affondano in profondità nel nostro modo di vivere, grazie alla nostra abitudine - attentamente coltivata e ora assai radicata - di ricorrere al credito al consumo ogni qualvolta c'è un problema da affrontare o una difficoltà da superare. La vita a credito è attraente quanto - forse - nessuna altra droga, e di certo dà ancor più assuefazione di molti tranquillanti in vendita. Ma decenni di copiosa fornitura di una qualche droga non possono che condurre a un trauma nel momento in cui essa si interrompe. Ci viene oggi proposta una scappatoia apparentemente facile dallo shock che affligge sia il tossicodipendente che lo spacciatore di droga: riprendere la fornitura di droga, possibilmente in modo regolare.

Susanna Marietti
Fonte: www.liberazione.it


Usa: fusione Chrysler- GM?Terremoto nel mercato


La grande crisi dei mercati finanziari globali si sta trasmettendo pericolosamente all'economia reale: in questo contesto i maggiori produttori automobilistici statunitensi stanno predisponendo alleanze e cessioni di asset, per far fronte al collasso delle vendite. E' in questa situazione che s'inserisce la notizia relativa a una trattativa in corso fra General Motors e Chrysler, di cui ha parlato il New York Times e che è stata confermata da indiscrezioni autorevoli riferite da Bloomberg.

LE TRATTATIVE
 I colloqui tra Gm e Cerberus Capital Management, la società di investimento proprietaria di Chrysler, sono cominciati da qualche mese ma i negoziati non necessariamente giungeranno ad un accordo", scrive il giornale. "Due persone vicine alle trattative hanno stimato che le possibilità di fusione venerdì erano del 50%", aggiunge il New York Times. Il Wall Street Journal ha confermato che General Motors ha intrapreso dei colloqui preliminari in merito all'acquisto di Chrysler ma le trattative sono state sospese per la situazione dei mercati finanziari. Una fusione modificherebbe radicalmente il paesaggio dell'industria statunitense automobilistica, riducendo a due il tradizionale trio delle 'Big Threè di Detroit (Ford, Gm e Chrysler).

Il governatore della Carinzia Haider è morto in un incidente stradale


Il leader populista austriaco e governatore della Carinzia Joerg Haider e' morto in un incidente stradale: lo ha reso noto l'agenzia austriaca Apa, citando fonti della polizia di Klagenfurt.

Secondo le prime testimonianze il 58enne Haider - leader del partito dell'Alleanza per il Futuro dell'Austria, Bzo - si trovava da solo alla guida della vettura, uscita di strada per ragioni ancora da accertare. Haider, ferito gravemente alla testa e al torace, e' deceduto poco dopo, secondo quanto riferito dall'Apa.

Fonte: Rainews24


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