giovedì 9 ottobre 2008

Precettati 150 dipendenti pubblici per applaudire la Gelmini

Cerchi la tua anima gemella?

Il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer accusa la regione Lombardia di voler "precettare" 150 dipendenti pubblici per partecipare ad un'assemblea pubblica per applaudire, in orario di lavoro, il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. la denuncia di Mimmo Pantaleo, segretario generale Cgil scuola: "Queste cose le faceva il regime"

Lunedí 13 ottobre si terrà al Pirellone l'assemblea pubblica intitolata "La passione tinge dei propri colori tutto ciò che tocca" in cui si parlerà di scuola; sottotitolo: "Racconti di esperienze educative in Regione Lombardia". Organizza la Regione e interverranno il Presidente della Regione Roberto Formigoni e il ministro Gelmini, oltre all'assessore regionale all'istruzione, Rossoni, e al ministro dei beni Culturali Sandro Bondi.

In apparenza, tutto normale. Ma a rompere le uova nel teatrino istituzionale ci pensa Luciano Muhlbauer, consigliere regionale di Rifondazione comunista che denuncia come "a partire dal tardo pomeriggio di martedì i dipendenti dell'Assessorato Istruzione iniziavano a ricevere sul loro computer una nota, a firma della responsabile del personale della direzione generale, che recita: 'il Direttore Generale chiede a tutti la partecipazione all'evento del prossimo 13 ottobre, ... Segnalo l'utilità di essere in loco alle ore 9.00, per ovvie ragioni organizzative, e preciso che la partecipazione è da intendersi, a tutti gli effetti, quale attività di lavoro'".
Secondo Muhlbauer significa, in altre parole, "abbandonate i vostri uffici, venite in assemblea e sarete regolarmente retribuiti". Difficile peraltro immaginarsi che i lavoratori così precettati oseranno contestare il Ministro. Mica sono lì per libera scelta, ma perché‚ l'ha ordinato il principale.

Dipendenti pubblici retribuiti non per svolgere il loro lavoro ma per fare la claque al ministro Gelmini. Un'altra, fantasiosa, declinazione del lavoro secondo il centrodestra. C'è da chiedersi cosa ne pensi il "moralizzatore" Brunetta. Le adunate "volontarie" - soprattutto se messe a confronto con l'attacco strumentale del governo ai dipendenti pubblici - ci riportano agli anni bui del secolo scorso.

"Nel paese - denuncia Mimmo Pantaleo, segretario generale Cgil Scuola - c'è la necessità di un grande dibattito libero e pubblico, a cominciare dal sistema universitario con il governo che taglia risorse, trasforma gli atenei in fondazioni, blocca il turn over. Al contrario, si annulla ogni spazio di libertà, ogni spazio critico trasformando momenti di dibattito e confronto in vere e proprie adunate nelle quali osannare il ministro di turno. Queste cose le faceva il regime".

Da parte sua, Luciano Muhlbauer chiede che il Presidente Formigoni e l'assessore Rossoni "revochino immediatamente questo ordine di servizio, che rappresenta un autentico abuso, e chiariscano di chi sono le responsabilità". 
"Ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno ricevuto la missiva del Direttore Generale - prosegue Muhlbauer - esprimiamo la nostra solidarietà. Conosciamo per esperienza il loro impegno e la loro professionalità e non si meritano di essere ridotti a uditorio plaudente".
Al ministro Gelmini, infine, auguriamo una platea libera, non artificiosa, che le faccia sentire anche le voci di quei tanti che non sono d'accordo con lei. In fondo, che le piaccia o meno,  questa è la democrazia.

Autore: Carla Longa

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id


Nato chiede più soldi nonostante crisi finanziaria


BUDAPEST (Reuters) - BUDAPEST (Reuters) -I membri della Nato devono aumentare le spesi militari, anche se la crisi finanziaria globale rischia di distogliere gli interventi economici. Lo ha detto il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, in una intervista pubblicata oggi da un quotidiano ungherese.

"Abbiamo bisogno di fare di più, non solo aumentando le spese militari, ma anche sviluppando l'efficienza delle forze, ha detto Scheffer al quotidiano Nepszabadsag, quando mancano due giorni al vertice dei ministri della Difesa Nato a Budapest.


"La crisi finanziaria globale premerà certamente sui bilanci nazionali, ma noi dobbiamo difendere i nostri valori congiunti e preparaci ad affrontare le sfide...", ha aggiunto Scheffer, secondo il quale l'Alleanza dovrà essere presente per molti anni in Afghanistan.

Il segretario della Nato ha detto che l'Alleanza deve normalizzare le sue relazioni con la Russia, dopo il conflitto in Georgia. "Una guerra fredda non è tra i nostri desideri... Dobbiamo cooperare, ma gli eventi di agosto non hanno facilitato la cosa".

Scheffer ha detto che Georgia e Ucraina non sono ancora pronte per entrare nella Nato: "Il summit di Bucarest ha già stabilito che saranno invitati in futuro. Non so quando".

Fonte: Reuters

Link: http://it.notizie.yahoo.com/rtrs/20081009/foto/pts-militari-nato-in-afghan-e1415ba608bc.html

Somalia/ Kenya smentisce Bbc: armi non per governo sud Sudan


 Il ministro degli esteri del Kenya Moses Wetangula smentisce la Bbc. Le armi imbarcate sulla nave ucraiana Faina non erano dirette al governo del Sud del Sudan, come affermato ieri dalla Bbc, ma al Kenya. Secondo Wetangula, la Bbc è stata tratta in inganno dalla sigla "Goss" (riportata sulle polizze di carico della nave), che viene spesso letta come Governement of South Sudan ma che, precisa il ministro, in questo caso significa invece "General Ordinance Supplies and Security", una formula che indica il ministro della difesa.

Già la Quinta flotta americana di stanza nel Bahrein, i pirati che hanno sequestrato la nave e fonti della Difesa keniana contattate dalla stampa nazionale avevano affermato nei giorni che il carico di armi era diretto in Sud Sudan e non in Kenya, come invece sostenuto dalle autorità di Nairobi e Kiev.

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La nave trasporta 33 carri armati T-72, 150 lanciagranate Rpg-7, batterie anti-aeree, cannoni e circa 14.000 munizioni. Al momento è ancorata davanti al porto di Hobyo (500 chilometri a nord della capitale somala, Mogadiscio) ed è sotto la sorveglianza di sei navi da guerra statunitensi. I pirati hanno avviato la scorsa settimana un negoziato con l'armatore ucraino e oggi si sono detti pronti a rilasciare la nave dietro il pagamento di un riscatto di 8 milioni di dollari.

La copia della polizia di carico ottenuta dalla Bbc dimostra che le armi sono state acquistate dal Sud Sudan, con il Kenya indicato come ricevente. I numeri del contratto per carri armati, lanciagranate e batterie anti-aeree contengono le iniziali GOSS (Government of South Sudan). Già la scorsa settimana, esperti militari occidentali avevano dichiarato alla Bbc che le armi erano dirette al Sudan, mentre fonti contattate in Sud Sudan dal quotidiano keniano Daily Nation Sudan hanno riferito di una corsa al riarmo da parte del nord e del sud del Paese, in vista del referendum del 2011 sullo status del Sud.

Subito dopo il sequestro, anche il responsabile del Programma di assistenza ai marinai dell'Africa orientale, Andrew Mwangura, aveva dichiarato che il cargo era diretto in Sud Sudan e che si trattava dell'ultimo dei tre o quattro carichi simili inviati in Sudan nell'ultimo anno. Mwangura è stato arrestato la scorsa settimana e accusato di dichiarazioni incendiarie, mentre il Daily Nation ha ricostruito le precedenti spedizioni di armi al Sudan attraverso il Kenya.

Le armi hanno cominciato a transitare a Mombasa a partire dallo scorso anno. Il 2 novembre scorso, un treno carico di 17 carri armati T-72 era deragliato a Kokotoni, circa 30 chilometri da Mombasa, danneggiando cinque mezzi. L'incidente fece scattare subito un'operazione militare, per cui la zona venne isolata e ai giornalisti fu impedito di scattare fotografie. Quindi, il 25 gennaio di quest'anno, altri 33 carri armati sono transitati a Mombasa, nel pieno delle sommosse seguite alle elezioni presidenziali di dicembre.

Fonte: Virgilio news

Link: http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2008/10_ottobre/08/somalia_kenya_smentisce_bbc_armi_non_per_governo_sud_sudan,16361267.html

Le Clezio Nobel per la letteratura


Il Nobel della letteratura è andato al francese Jean-Marie gustave Le Clezio, che era tra i favoritissimi. Lo scrittore, nato a Nizza nel 1940 e che ha cominciato a scrivere a 7 anni, ha ormai un repertorio di oltre 30 pubblicazioni (libri, fiabe, saggi e novelle) che lo hanno reso un autore di successo in tutto il mondo. Il primo 'Il Verbale' a 23 anni.

 

Deluse anche quest'anno dunque le aspettative degli italiani (in cima alla lista c'erano Claudio Magris e Antonio Tabucchi).

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Poco noto in Italia, lo scrittore francese è stato premiato - si legge nella motivazione dell'Accademia - come "autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensoriale, pioniere di un'umanità oltre e sottostante la civiltà imperante".

 

Viaggiatore intancabile, Le Clezio ha esplorato in una prima fase della sua produzione i temi della follia, del linguaggio, della scrittura; ma poi dalla fine degli anni '70, la sua scrittura è divenuta più serena ed è passata ai temi dell'infanzia, della minoranza, del viaggio. Oltre alla gloria, a lui andranno i dieci milioni di corone svedesi, pari a circa un milione di euro con cui si accompagna il premio.

 

La famiglia di Le Clézio è originaria della Bretagna emigrata verso le isole Maurizie nel Settecento (suo padre era chirurgo nell'esercito francese in Africa). Inizia a scrivere dall'età di 7/8 anni e, malgrado i molti viaggi trascorsi, non ha mai smesso di farlo. Studia nel collegio universitario letterario di Nizza e dopo essersi laureato in lettere, diventa insegnante negli Stati Uniti d'America.

 

A soli 23 anni, pubblica con Gallimard la sua prima opera: Le procès verbal (il Verbale) e diventa noto ricevendo il Premio Renaudot e mancando per poco il Premio Goncourt. Da allora pubblica più di 30 libri : fiabe, romanzi, saggi, novelli, due traduzioni dalla mitologia indiana e anche innumerevoli prefazioni e articoli e alcuni contributi ad opere collettive.Nella sua opera si possono distinguere abbastanza nettamente due periodi.

 

Il primo periodo va dal 1963 al 1975, i romanzi e i saggi di Le Clézio esplorano i temi della follia, del linguaggio, della scrittura, con la volontà di esplorare certe possibilità formali e tipografiche, come fecero altri scrittori della sua epoca: Georges Perec e Michel Butor. Le Clézio si conquistò allora l’immagine di scrittore innovatore e ribelle che gli procurò l’ammirazione di Michel Foucault e Gilles Deleuze.

 

Alla fine degli anni '70 (secondo periodo) Le Clézio compie un cambiamento nel suo stile e pubblica libri più leniti. La sua scrittura è più serena e i temi dell’infazia, della minoranza, del viaggio, passano al primo piano. Questo modo letterario seduce il suo grande pubblico. Nel 1980, è il primo a ricevere il Premio Paul Morand conferito dall’Académie française, per la sua opera "Désert". Nel 1994 è eletto più grande scrittore vivente in lingua francese. Nel 2008 vince il premio Nobel.

Fonte: Quotidianonet.it

Link: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/10/09/124122-nobel_francese_clezio.shtml 

Scuola, sciopero generale il 30 ottobre


Sindacati sul piede di guerra: "no" al
maestro unico della riforma Gelmini
ROMA
I sindacati bocciano la riforma Gelmini e proclamano lo sciopero della Scuola giovedì 30 ottobre proclamato. «Le sigle hanno registrato una risposta negativa rispetto alle loro rivendicazioni e hanno, quindi, deciso di promuovere una forte mobilitazione di tutto il personale». I sindacati hanno anche annunciato una manifestazione nazionale a Roma nella stessa giornata.

Lo sciopero generale della scuola dunque si farà: la decisione era giunta già ieri durante l’incontro tra i segretari generali dei sindacati della scuola firmatari dei contratti - Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda - che assieme rappresentano il 90 per cento degli iscritti al comparto scuola pari ad oltre mezzo milione di lavoratori. Restava da definire la data, oggi si è optato per il 30 ottobre: farlo prima sarebbe stato pressoché impossibile per i tempi tecnici ed anche perché a metà mese, il 17 ottobre, è già previsto sciopero dei Cobas. 

Sono diverse le motivazioni che hanno portato le organizzazioni sindacali allo sciopero: prima di tutto c’è il dl 137, in via di approvazione definitiva alla Camera e dalla prossima settimana all’esame del Senato, che ripristina il cosiddetto maestro unico riportando l’orario di base della scuola primaria a 24 ore. I sindacati chiedono poi un confronto aperto con il governo per decidere quali misure adottare per ridurre gli sprechi: sinora, invece, lamentano i rappresentanti dei lavoratori, le decisioni (contenute soprattuto nell’articolo n. 64 della finanziaria approvata ad inizio agosto) sono state prese dall’esecutivo unilateralmente attraverso decreti legge e il ricorso alla fiducia in aula. 
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La mobilitazione servirà anche a rivendicare il rinnovo del contratto scuola scaduto da nove mesi: sempre secondo i sindacati le buste paga del personale scolastico negli ultimi anni si sono infatti attestate ben al di sotto del tasso d’inflazione scivolando nelle ultime posizioni stipendiali dell’Ue. Approvato dall’aula, il decreto Gelmini "sul maestro unico" è dunque bocciato dal mondo della scuola che si prepara a scendere in piazza rispondendo all’appello dei sindacati. Un appuntamento, quello messo in cantiere dai sindacati di categoria, al quale si arriva dopo una marcia di avvicinamento cominciata già da settimane e costellata da sit-in davanti al ministero, iniziative spontanee di protesta, occupazioni, "notti bianche", dal Nord al Sud della penisola. 

Venerdì un assaggio del malcontento arriverà ancora dagli studenti che manifesteranno in decine di città. «L’approvazione del voto di fiducia alla Camera sul decreto Gelmini - spiega l’Unione degli studenti - rappresenta un ulteriore atto antidemocratico di un governo che elude le tante manifestazioni di dissenso e con violenza prova ad affermare il proprio autoritarismo. Per questo venerdì porteremo in piazza tutta un’altra musica, alle 70 manifestazioni da noi organizzate». «Ci mobilitiamo - spiega un’altra associazione studentesca, la Rete degli studenti - contro i tagli di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, che è la vera riforma messa in campo dal Governo Gelmini-Tremonti-Berlusconi. Contro un Governo che conta balle, per rivelare la verità all’opinione pubblica». Dai ragazzi la contestazione passerà quindi nelle mani del sindacalismo di base: i Cobas guidati da Piero Bernocchi, tra i primi, hanno proclamato uno sciopero, in calendario per il 17 ottobre. Insomma, il fronte della protesta è ampio e non si ferma certo alla scuola.
Fonte: la Stampa

LOTTA INTERNA AL PDL: GUZZANTI, "BERLUSCONI FA VOMITARE"


Paolo Guzzanti, deputato Pdl ed ex Presidente della Commissione Mitrokhin, entra "in rotta di collisione" con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "E' nauseante e mi fa vomitare". Motivo della rottura le parole del premier su Putin e la Georgia alla riunione del gruppo Pdl ieri alla Camera. Ecco la descrizione dei fatti: "La mia coscienza - scrive Guzzanti sul suo blog - mi vieta di condividere il connubio moralmente indecente, le parole e i giudizi di Berlusconi sulla sua relazione con Vladimir Vladimirovic Putin, l'uomo accusato da Litvinenko di essere il mandante del suo omicidio. Disagio? Molto di piu': conflitto di coscienza, che sarebbe il conflitto di interessi delle persone perbene. Ieri alla riunione dei suoi deputati Berlusconi ha superato se stesso paragonando il presidente Saakashvili a Saddam, soltanto per reggere il gioco del bandito internazionale. Era troppo. Ho vomitato. Ieri sera ho ascoltato da Berlusconi parole terribili e inaccettabili che non avrei mai voluto ascoltare. Ma poiche' invece le ho udite, non posso e non voglio fingere di non essere stato testimone e ho dunque il dovere che hanno tutti coloro che assistono a un misfatto. Dichiaro dunque da ieri notte una insuperabile crisi di coscienza: la mia coscienza e' la sola entita' cui io debba essere fedele. Con i leader politici si e' leali, non fedeli. E io lealmente dico che di questa storia ne ho abbastanza. Cio' che ho trovato piu' grave, inaccettabile e nauseante e' stato il tono con cui Berlusconi ha ripetuto a megafono le storie della propaganda russa, dicendo che 'bisognava ad andare a prendere quello la', quel Saddam', intendendo il presidente Saakashvili".
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Un altro attentato in Pakistan. 1300 vittime in un anno, cifre da bollettino di guerra

E' di almeno otto vittime il bilancio dell'attentato kamikaze che questa mattina ha fatto tremare il centro di Islamabad. Secondo quanto riferiscono fonti della sicurezza alla tv araba 'al-Jazeera', un attentatore suicida si è fatto saltare in aria contro un gruppo di poliziotti nei pressi della sede centrale della polizia della capitale pakistana. La deflagrazione è stata molto forte tanto da far tremare i palazzi dell'intero quartiere e rompere i vetri delle auto parcheggiate nei
dintorni. 
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Lo scorso 20 settembre la capitale pakistana è stata oggetto di un violento attentato terroristico contro l'Hotel Marriot che ha causato la morte di 55 persone. "Secondo le prime informazioni di cui disponiamo, un'autobomba e' esplosa nel complesso della polizia e otto persone sono morte", ha detto un sottufficiale. Obiettivo dell'attentato il quartier generale della polizia a Islamabad, che comprende un centro di addestramento ed alloggi per le famiglie degli ufficiali. Il Pakistan è stato colpito da un'ondata di attacchi terroristici compiuti da integralisti vicini ad al Qaida, che ha provocato nel paese la morte di circa 1.300 persone in poco più di un anno.

Le accuse di un veterano americano: nel 1991 sganciammo una bomba atomica in Iraq


di Alessio Marri - Megachip

Mancherebbe la “pistola fumante”, ma le prove sembrano supportare le sue gravissime accuse. Jim Brown, veterano della prima Guerra del Golfo, non ha dubbi: negli ultimi giorni del febbraio 1991, l'aviazione americana, proprio al termine del conflitto che non sovvertì forse volutamente il regime del Raìs Saddam Hussein, sganciò tra Bassora e i confini dell'Iran una bomba atomica della potenza di cinque kilotoni.

A raccogliere le sconvolgenti dichiarazioni Maurizio Torrealta, giornalista responsabile del settore inchieste per Rainews24 e autore di straordinari documentari tra i quali “Falluja, la strage nascosta” dove si denunciò per primi l'impiego da parte dell'esercito statunitense di armi chimiche ai danni della popolazione irachena. “Non possiamo da soli verificare definitivamente l'autenticità delle dichiarazioni, vista la complessità delle indagini – ha chiarito all'inizio della conferenza stampa svoltasi presso la sede nazionale dell'Fnsi, la federazione nazionale dei giornalisti italiani – ma le ricerche, che auspichiamo vengano approfondite dagli organismi internazionali predisposti, si muovono in questa direzione”. Diversi sono infatti gli elementi che comprovano le agghiaccianti affermazioni dell'ex soldato Brown, ingegnere degradato per la sindrome del Golfo dal rango di quarto livello al terzo e, infine, congedato con onore per l'impossibilità di svolgere le sue funzioni. Un dato su tutti: le rilevazioni effettuate dal Centro sismologico internazionale proprio in quell'arco temporale durante il quale secondo Brown si sarebbe svolto l'attacco. Infatti il 27 febbraio alle ore 13:39 nella zona circostante Bassora ai confini con l'Iran, una scossa sismica pari ai 4,2 gradi della Scala Richter è stata registrata dai sismografi del Csi. Esattamente lo stesso livello di magnitudo causato da l'innesco e l'esplosione di una bomba atomica di quella potenza.

Contemporaneamente i casi di tumori, malformazioni e leucemie nella zona sarebbero cresciute esponenzialmente. Jawad Al Alì, responsabile del Reparto oncologico dell'ospedale di Bassora, intervistato da Torrealta, mostra durante il documentario i dati frutto delle ricerche: dai 34 casi di tumori del 1989 si è passati agli oltre 600 degli ultimi anni. Moltissimi all'interno delle stesse famiglie, un fenomeno assolutamente fuori dal comune. “Abbiamo assistito a una rarissima forma di slittamento dell'età legata a particolari tumori, bambini sotto i dieci anni affetti da malattie e malformazioni inspiegabili”. In scena, mentre Torrealta lo intervista, decine di immagini strazianti di donne e bambini vittime delle radiazioni. L'utilizzo, in più sedi accertato, di proiettili all'uranio impoverito, dal comprovato contagio radioattivo del suolo e delle risorse idriche, non mina comunque l'impianto accusatorio. Secondo Brown infatti piccole testate nucleari sarebbero state impiegate anche nei primi giorni di marzo del 2002 in Afghanistan.

Facendo un passo indietro e ricontestualizzando le strategie militari ai primi anni Novanta torna alla mente la celeberrima “dottrina dell'ambiguità calcolata” varata dal segretario di stato americano James Baker e fortemente appoggiata dall'amministrazione repubblicana capeggiata da Bush padre.

Durante “Desert Storm” l'impiego di bombe atomiche non era affatto scartato a priori: “Il presidente non esclude l'impiego di armi nucleari – disse Baker in un'infuocata conferenza stampa - ma la considera semmai un'opzione credibile”.

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Forti dubbi invece sorgono sulle motivazioni plausibili che possano giustificare un tale atto di barbarie. Rainews24 prova a suggerirne una: mancano pochi giorni al ritiro definitivo delle truppe americane quando un missile Scude iracheno colpisce una base americana uccidendo una ventina di soldati ferendone una ottantina. In seguito a quell'incursione, in un'ottica da mera e semplice vendetta, ebbe luogo una delle stragi più cruente e spietate degli ultimi venti anni: “l'autostrada della morte”. Sull'Highway 80, che unisce il Kuwait alla provincia irachena di Basra, vennero rinvenute le carcasse di migliaia di veicoli carbonizzati. Tra le migliaia di morti soldati in ritirata ma soprattutto civili sfollati inermi alla ricerca di un rifugio sicuro. Forse l'attacco nucleare potrebbe rientrare nella stessa malsana logica di morte.

Di fronte alla tesi che si trattasse in realtà di bombe “Blue-82”, la cosiddetta madre di tutte le bombe, simile ad una piccola testata nucleare, il veterano Brown ha ribattuto energicamente: “A differenza dell'attacco svoltosi nel '91 che colpì il sottosuolo, le blue-82 necessitano di ossigeno per causare l'esplosione”. Le rilevazioni del Csi confermano quest'ipotesi, l'impatto avvenne tra 0 e 33 km sottoterra. Di fronte a un certo grado di diffidenza Brown conclude svelando la propria fonte: “Ho fondato un associazione che conta circa trecento veterani, la “GulfWacth IW”, da lì ho tratto queste informazioni, da lì ne ho ricevuto conferma”.

Il documentario, intitolato “Le accuse del Veterano: la terza bomba nucleare” andrà in onda su Rainews24 alle ore 20 di Giovedì 9 ottobre e su RaiTre alle ore 5:30 di Venerdì 10 ottobre.

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8019

Schiavi della carta di credito così siamo finiti nell´abisso


di Zygmunt Bauman - da la Repubblica. Traduzione di Emilia Benghi

Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58.000 sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi- Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi.

In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.

C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.

L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: «Perché aspettare per avere quello che vuoi?». Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.

Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi? Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile? In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.

Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del «prendi subito, paga dopo». Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali.

Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori ? perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie.

L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare?

Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni ? anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali? Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.

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La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.

Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga.

Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza.

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8018



Il governo salva Geronzi, Tanzi e Cragnotti


ROMA - Un'altra? Sì, un'altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un'altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell'opposizione s'intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d'una "bomba atomica" destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri.  Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L'emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l'impresa si trovi in stato di fallimento.  Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d'insolvenza era equiparato all'amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com'è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l'impresa non sarà definitivamente fallita.  Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l'ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l'opposizione batta un colpo. 
Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l'autrice di Report, la trasmissione d'inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi "una manleva", un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: "No, io non ho nessuna manleva".  Ma quel 7bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: "Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c'è stata la dichiarazione d'insolvenza non seguita dal fallimento".  Cascini cita i casi: "Per i crac Cirio e Parmalat c'è stata la dichiarazione d'insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l'abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi". Non basta. "Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche".  Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: "Ma la norma vale anche per lui?". Lapidaria la risposta: "Ovviamente sì". Le toghe s'allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: "Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso". Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese.  


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Vediamolo questo 7bis, così titolato: "Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare". Stabilisce: "Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell'ipotesi in cui intervenga una conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell'ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell'ammissione alla procedura". La scrittura è cattiva, ma l'obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d'insolvenza. Invece, se il 7bis passa, l'azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: "Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica". Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S'interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento.  Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d'uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un'evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l'esercizio dell'azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l'azienda in crisi. Se la salva, salva pure l'ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta. 
di LIANA MILELLA

La scure si abbatte sulla scuola indiscriminatamente e senza un progetto


Condivisibile l'obiettivo di una riduzione del personale e di una riorganizzazione della rete delle scuole. E probabilmente ragionevole una revisione degli orari di insegnamento almeno negli istituti professionali. Ma nel piano del governo manca un progetto educativo e non c'è alcuna valutazione delle conseguenze dei provvedimenti decisi. Sembra emergere solo la necessità di far cassa rapidamente. Gli stessi risultati si potevano ottenere con interventi alternativi, che non avrebbero colpito altrettanto pesantemente e casualmente l'offerta didattica. Il problema del sostegno.

Il piano del governo sulla scuola prevede la riduzione di 87.400 insegnanti e di 44.500 unità di personale amministrativo nel triennio 2009-2012, di cui, rispettivamente, 42.000 e 15.000 solo nel primo anno.
Per raggiungere questi obiettivi, si prevedono interventi sulla rete delle scuole e sugli ordinamenti scolastici: riduzione nel numero di ore insegnate nei vari livelli di scuola e modifiche nell’organizzazione della didattica, tra cui la reintroduzione del maestro unico alle elementari.
Il piano solleva dunque almeno tre domande: 1) gli obiettivi sono ragionevoli? 2) gli interventi previsti consentiranno di raggiungerli e a che costi? 3) Si poteva fare qualcosa di meglio?

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IL NUMERO E LA DISTRIBUZIONE DEI DOCENTI

Sul primo punto la risposta è sì. Sulla base delle statistiche internazionali, l’Italia non spende per studente in modo molto diverso dagli altri paesi sviluppati: 2.971 dollari (a parità di potere di acquisto) in Italia, contro la media Ocse di 3.072. Tuttavia, è al ventinovesimo posto in termini di risultati sugli apprendimenti. (1) Tra le ragioni, l’abnorme sproporzione della spesa per il personale, che è tanto ampia da finire con il mangiarsi tutte le altre componenti di spesa, compresa quella per l’incentivazione e la carriera dei docenti, oltre che per la valutazione dei risultati. Gli insegnanti sono più della media Ocse - il rapporto alunni/insegnanti è pari a 10.7 nella scuola primaria e secondaria, contro una media Ocse di 16.2 e 13.2 rispettivamente -, insegnano meno ore e sono pagati meno degli altri paesi. Per l’incapacità di governarne razionalmente la mobilità, sono anche mal distribuiti sul territorio nazionale. Èanche vero che alla base di questa sproporzione ci sono, tra l'altro, orari scolastici mediamente più lunghi per gli studenti e una rete scolastica eccessivamente frammentata nei punti di offerta e mai riformata. Razionalizzare la rete, ridurre il numero degli insegnanti, e del personale Ata, e razionalizzarne la presenza sul territorio, allo scopo di liberare risorse da impiegare nel settore, rappresenta dunque una priorità per ogni politica di riforma seria della scuola italiana.

LE PROPOSTE DEL GOVERNO

Dunque, le proposte del governo sono giuste? Qui la risposta è più incerta. Èpossibile che le politiche scelte sugli ordinamenti, ma non certo la razionalizzazione della rete che ha tempi lunghi, siano utili per tagliare personale erisparmiare soldi alla svelta. Anche se è lecito qualche dubbio, visto che il ministero fornisce solo cifre aggregate e non spiega come i vari interventi proposti dovrebbero incidere sul personale. Per esempio: non si capisce dove e in che misura il modello del maestro unico alle elementari verrà applicato, considerato che continuano a essere previsti moduli organizzativi alternativi, compresi quelli basati sulle 40 ore. Ma in tutti i casi, oltre a quello di far cassa, non si capisce quale sia l’obiettivo formativo sottostante all’azione del governo. Per esempio, è probabilmente giusto ridurre gli orari di insegnamento negli istituti professionali, dove in alcuni casi si superano le 36 ore, considerato che sono mediamente più lunghi di quelli di paesi esteri che pure funzionano meglio in campo didattico. Ma non si capisce quale è, e se c’è, il progetto educativo sottostante. Perché tre ore in meno alle medie oppure 30 ore massime ai licei o 32 agli istituti tecnici o professionali? Quali insegnamenti verranno sacrificati? E perché? Inesistente anche la valutazione delle conseguenze. Ridurre il tempo prolungato nella scuola primaria produrrà sicuramente risparmi in termini di organico docente. Tuttavia, l’evidenza ci dice che stare più ore a scuola alla primaria aumenta la probabilità di completare la scuola secondaria, un effetto che compensa lo svantaggio relativo dovuto all’istruzione dei genitori. Sono stati presi in considerazione questi danni potenziali in termini di eguaglianza nelle opportunità?

ALTERNATIVE POSSIBILI    

Criticare è però fin troppo facile. La domanda vera, visto che l’obiettivo della riduzione del personale è condivisibile, è se c’erano interventi alternativi che non colpissero altrettanto pesantemente e casualmente l’offerta didattica. La risposta è sì. Il capitolo sull’istruzione del rapporto della Commissione tecnica sulla finanza pubblica ne descrive alcuni (LINK). Per esempio, il numero eccessivo di insegnanti alle elementari e medie dipende in larga misura dal modo in cui le classi sono ora formate, cioè a livello di singolo istituto. Riportare la decisione a un livello più alto, per esempio, i bacini di utenza, spostando se necessario tra scuole limitrofe gli studenti in eccesso, sarebbe di per sé sufficiente a ridurre fortemente il numero delle cattedre, con costi limitati per le famiglie. Ancora, il numero elevato di insegnanti dipende anche dalla presenza di deroghe eccessivamente generose sui numeri minimi di studenti necessari per formare le classi. Quella sui comuni montani, per esempio, pensata per garantire il servizio scolastico in situazioni estreme, interessa in realtà oltre il 20 per cento della popolazione studentesca.
Più in generale, le proposte del governo sembrano soffrire di un vecchio vizio ragionieristico; quello di credere che sia sufficiente scrivere una norma perché questa venga poi applicata. In realtà, l’esperienza del passato dimostra che non è così. Coloro che prendono le decisioni che davvero incidono sul personale scolastico (enti locali e Regioni per la rete scolastica, dirigenti di istituto per l’organico) hanno ampi spazi di azione, garantiti dalla normativa e dalla specificità del servizio scolastico, per annullare gli interventi centrali. Perché questi funzionino, è necessario che gli incentivi tra centro e periferia siano allineati. Oggi, è vero l’opposto. Se un comune chiude una scuola inefficiente, oppure se un dirigente scolastico riesce a risparmiare sull’organico nella formazione delle classi, ne paga solo i costi senza alcun beneficio, perché tutti i risparmi in termini di personale vanno al centro. Idee innovative, come il budget prefissato di insegnanti a livello di provincia e di singola scuola, introdotte dal precedente governo e che avrebbero consentito di superare il problema, sono scomparse nelle proposte attuali.

CARENZA

C’è infine una curiosa assenza nelle proposte governative. Non è possibile pensare di intervenire in modo efficace sulla spesa del personale docente in Italia se non si affronta con coraggio anche il problema della tutela degli studenti con handicap. Gli insegnanti di sostegno sono l’unica categoria ad aver mostrato una crescita incessante nell’ultimo decennio, fino a raggiungere l’11 per cento del totale nel 2007, con un costo complessivo per le finanze pubbliche che può essere stimato, in difetto, in oltre 4 miliardi di euro. In più, la loro distribuzione territoriale è sospetta. Lo stesso numero di studenti disabili produce il 50 pr cento in più di insegnanti di sostegno al Sud rispetto al Nord. Le politiche relative alla tutela devono essere riviste, introducendo criteri più rigorosi nell’accertamento della disabilità, protocolli che specifichino l’utilizzo del personale per tipologia di disabilità e che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione. I primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela. 

(1) Per la spesa si veda Education at a glance 2008, tabella B7.2. Per gli apprendimenti ci riferisce a Pa 2006, competenze scientifiche.

di Massimo Bordignon e Daniele Checchi 

Link: http://www.lavoce.info/articoli/-scuola_universita/pagina1000656.html

Gli Stati Uniti forniscono armi a Taiwan, soffiano venti di guerra


La vendita di 6,5 miliardi di armamenti americani a Taiwan ha fatto scendere di colpo la temperatura dei rapporti tra Stati uniti e Cina, che per protesta ha deciso di congelare una serie di scambi militari e diplomatici con Washington. Una decisione, quella dell'amministrazione Bush, che ha «guastato l'atmosfera positiva delle relazioni» rovinando anni di «sforzi per incoraggiare e rafforzare i legami militari» tra i due paesi, ha lamentato ieri il portavoce del ministero degli esteri cinese, Qin Gang. La protesta cinese avrà come conseguenza immediata la cancellazione di uno scambio di visite tra alti quadri militari, che avrebbe dovuto avere luogo prima della fine di novembre, oltre che il rinvio a data da destinarsi di incontri per discutere come fermare la diffusione delle armi di distruzione di massa. Lo scontro non farà invece venire meno la cooperazione di Pechino negli sforzi internazionali per Iran e Corea del nord.
Il pacchetto arrivato venerdì all'esame del Congresso Usa è di tutto rispetto e comprende la vendita di 330 missili Patriot, 30 elicotteri Apache da attacco, 182 missili Javelin anti tank accompagnati da 20 unità di lancio, parti di ricambio per i cacciabombardieri F16. Nonostante la dura reazione cinese, la vendita, asseriscono gli analisti militari, è in realtà frutto di un compromesso rispetto a una proposta inziale da 12 miliardi di dollari che comprendeva anche dei sottomarini a propulsione elettrica e diesel ed elicotteri Black Hawk. 
Il dimezzamento del pacchetto sarebbe dunque un favore reso a Pechino. Paradossale, ma fino a un certo punto, considerata la mentalità di una diplomazia basata su un contorto mix di deterrenza e conservazione dello status quo sullo Stretto. Diplomazia che ha indotto a procedere nella vendita delle armi proprio quando a Taipei si è installato un governo del Kuomintang che ha avviato una politica di dialogo con la Cina. D'altra parte da più di un anno il parlamento taiwanese aveva approvato lo stanziamento per l'acquisto delle armi americane ma Washington ha nicchiato per tutto il tempo in cui al timone dell'isola c'è stato un presidente indipendentista, Chen Shui bian, le cui iniziative minacciavano di alterare pericolosamente l'equilibrio nella zona. Evento poco gradito agli americani che sono impegnati, dal Taiwan Relations Act, a stare al fianco di Taipei ma si sono altrettanto impegnati a rispettare la politica di «una sola Cina». Una posizione difficile ma certo non sgradita agli Stati uniti visto il ruolo decisivo che assegna loro nell'equilibrio dell'area.
Da maggio il nuovo presidente taiwanese è Ma Ying-jeou, nazionalista, che ha avviato una politica di rilancio delle relazioni, politiche ma soprattutto economiche, con la contestata «madrepatria». Ciò non gli ha impedito, o forse lo ha convinto, a mettere tra i punti forti della sua campagna elettorale un aumento del budget militare per l'ammodernamento della difesa. Così lo stesso Kuomintang che aveva sempre osteggiato in parlamento gli stanziamenti per l'acquisto di armamenti dagli Stati uniti ha preso una posizione diversa. Se, al vaglio del Congresso Usa, nessuno solleverà obiezioni, fra 30 giorni l'affare da 6,5 miliardi sarà fatto.
C'è anche chi fa notare il tempismo dell'evento, che avviene nel momento del cambio della guardia alla Casa bianca. «In definitiva non potevano lasciare che fosse la prossima amministrazione a sganciare questa bomba su Pechino» scriveva ieri il Los Angeles Times citando Shelley Rigger, professore al Davidson College in North Carolina. E Pechino, dopo qualche mese di raffreddamento, potrà ricucire con il prossimo presidente. O no?
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Fonte: il Manifesto

Dal Governo rete di garanzie a sostegno delle banche

Garanzia pubblica senza precedenti in Italia sui depositi bancari: non in sostituzione ma «in aggiunta», dunque «addizionale», al fondo interbancario alimentato dalle banche che copre già fino a 103.000 euro. Ingresso «solo se necessario» e «temporaneo» dello Stato nel capitale delle banche che hanno bisogno di rafforzarsi patrimonialmente ma che non hanno avuto successo ricorrendo agli azionisti e al mercato: un intervento della mano pubblica questo, come nel caso inglese, attraverso la sottoscrizione di azioni privilegiate senza diritto di voto e senza alcun intento di «nazionalizzazione».

L'Italia fa per ora a meno di garantire le emissioni future delle obbligazioni delle banche, come invece intendono fare i Governi di Irlanda e Gran Bretagna: perché il nuovo meccanismo di finanziamento Bce al sistema bancario, illimitato per importi e a medio termine, dovrebbe aver risolto il problema per questo tipo di raccolta. Non è previsto inoltre, smentendo per ora le aspettative, un fondo ad hoc a sostegno delle piccole e medie imprese: non è escluso che questo venga fatto in un secondo tempo e attraverso la Cassa depositi e prestiti.
Sono questi gli interventi più importanti del decreto anti-crisi varato in linea di principio ieri sera dal Consiglio dei ministri: il provvedimento è stato poi messo a punto nei dettagli nel corso della notte in stretta collaborazione con la Banca d'Italia. A differenza della raffica di cifre di grosso taglio che ha dato corpo e peso all'intervento inglese, il Governo si è potuto limitare a una serie di impegni tutti in seconda battuta: perché il sistema bancario italiano, a differenza di quello di molti altri Stati europei, è «sufficientemente patrimonializzato e liquido», come ha puntualizzato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, «le banche italiane sono forti e solide e si badano da sole».

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In conferenza stampa Tremonti ha potuto spiegare le linee guida del decreto senza fornire alcuna cifra, né in centinaia né in decine di miliardi di euro. «Non c'è alcuna soglia di alcun tipo – ha detto uscendo da Palazzo Chigi – si agirà caso per caso». Una salvaguardia per i conti pubblici, gravati da un debito/Pil in risalita già dall'anno prossimo senza considerare interventi sulle banche. La garanzia pubblica, sia pur se aggiuntiva al fondo interbancario, si è tuttavia resa necessaria per equiparare le banche italiane alle rivali estere: e bloccare così sul nascere qualsiasi intento di uscita degli italiani dai depositi delle banche in casa verso strumenti d'investimento all'estero garantiti dalle casse statali. «Il nostro fondo interbancario è il modo più efficiente in Europa di garantire i risparmiatori», ha affermato Tremonti, puntualizzando: «Aggiungiamo la nostra garanzia, ma non serve».

Un altro importante intervento in seconda battuta dello Stato italiano, almeno da un punto di vista formale, riguarda la capitalizzazione delle banche. La cornice resta quella di un sistema «sufficientemente patrimonializzato» e dunque di banche solide. Tremonti ha spiegato che nel caso in cui la Banca d'Italia ritenesse che una banca ha bisogno di più capitale, oppure che la banca stessa dovesse decidere di rafforzarsi ulteriormente sotto il profilo patrimoniale, il primo canale di riferimento restano gli azionisti e il mercato. Solo nel caso di fallimento di ricorso agli strumenti privati, lo Stato è disposto a intervenire con i soldi dei contribuenti: «Solo se necessario». «Non si tratta in Italia di nazionalizzazioni», ha messo in chiaro Tremonti. L'intervento pubblico sarà «temporaneo» e soprattutto «sterile», senza esercitare «potere», perché verrà realizzato con la sottoscrizione di azioni privilegiate senza diritto di voto. Ma il ministro non ha potuto fare a meno di indicare che per le banche vi sarà un costo: «La gestione resta privata» ma «non si dà danaro dei contribuenti a chi ha sbagliato». Facendo intendere che la rimozione del management delle banche "ricapitalizzate" dallo Stato è nelle carte. Nessuna menzione in conferenza stampa del ruolo di Mediobanca . In quanto al peso in soldoni di questo eventuale intervento dello Stato nelle banche, ieri le stime degli esperti del settore spaziavano entro una "mini-forchetta" di 5-10 miliardi: nulla a che vedere con i 50 miliardi di sterline del Regno Unito.

di Isabella Bufacchi

L'incubo nelle fabbriche

Al momento si tratta solo di un mood, di un sentore che coinvolge soprattutto le piccole e medie imprese; un sistema che più della grande industria, dipende in modo ombelicale dalle banche. Il timore è che gli istituti di credito, sia per un eccesso di prudenza, sia perchè in reali difficoltà di liquidità, chiudano i rubinetti del credito. Con mutui più difficili verrebbe a mancare al sistema imprenditoriale quel flusso di ossigeno necessario per spingere sulla produttività, soprattutto in un momento in cui l'economia generale ha subito una battuta d'arresto. È questo lo scenario che il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha delineato al ministro Giulio Tremonti nel corso del vertice convocato al ministero dell'Economia al quale hanno partecipato anche l'Abi e Mediobanca. L'intervento di Mediobanca è indicativo del ruolo che ha l'istituto in tutta questa partita della crisi dei mutui. 
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Due sono gli interventi individuati nel corso del vertice: garantire l'approvvigionamento delle banche e garantire il meccanismo di finanziamento delle imprese. 
Quelle imprese che hanno un fido aperto temono che non venga rinnovato o che possa essere ridotto. Ci sono poi le emissioni obbligazionarie importanti da rinnovare. Il pericolo, come conseguenza della riduzione del credito, è che si inneschi una spirale perversa per cui meno mutui determinano un minor credito al consumo e una minore liquidità. Insomma un cortocircuito pericoloso per l'economia. 
A cascata ci sarebbero ripercussioni sull'occupazione con il ricorso massiccio alla cassa integrazione per quelle imprese che possono usufruire degli ammortizzatori sociali mentre per le realtà imprenditoriali minori e più fragili il rischio di chiusure potrebbe essere reale. 
Al vertice al ministero dell'Economia è stato analizzato il sistema di finanziamento dalle banche all'economia. Ma è stata anche analizzata la situazione internazionale. Ciascuna istituzione ha portato i dati aggiornati in suo possesso. 
Il cortocircuito banche-imprese è l'incubo che ha spinto la Confindustria a organizzare per il 17 ottobre un summit a Milano con i principali banchieri italiani. La realtà è che al momento nessuno sa quale sarà la portata dell'impatto della crisi finanziaria sull'economia reale. Nè allo stato dei fatti è possibile prevedere come reagiranno i mercati day-by-day alle misure che gli organismi internazionali metteranno in campo. 
Il taglio congiunto dei tassi deciso dalla Fed e dalla Bce non ha ottenuto l'effetto sperato. Ieri le Borse dopo un rimbalzo iniziale, sono tutte ripiegate in negativo. È il segnale che nemmeno questo tipo di interventi, più spesso sollecitati nei giorni scorsi, sono risolutivi per ridare fiducia agli operatori. Occorre qualcosa di più.
di Laura Della Pasqua

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