mercoledì 8 ottobre 2008

Superata la soglia di sicurezza in Italia è allarme razzismo


MILANO - Gettato a terra e ammanettato davanti al figlio che stava accompagnando a scuola. Diop Moussa è un senegalese di 43 anni. Dal '92 vive e lavora regolarmente in Italia, è caporeparto responsabile del lavoro di 7 persone. E' sposato con un'italiana e ha un figlio di 6 anni.

CONTROLLO DOCUMENTI - Mercoledì mattina, verso le 8.20, stava portando il figlio a scuola, in macchina. Parcheggia e scende con il bimbo. Lo raggiungono due vigili. Gli chiedono patente e libretto, perchè - dicono - il bambino viaggiava senza cintura. Lui mostra la patente e spiega che vuol portare prima il figlio a scuola. Poi li seguirà fino alla macchina, per mostrare il libretto. I vigili non sono d'accordo e insistono. Alla fine lo atterrano in 5 e lo ammanettano proprio di fronte la scuola, davanti al figlio, a tutti gli altri bambini e ai genitori. Lo portano via e il bambino rimane da solo, nel parco giochi, circondato da una piccola folla che inutilmente ha tentato di far ragionare gli agenti.

LA DIFESA DEI GENITORI - Alcune persone seguono Diop fino al Comando, per capire il motivo di un gesto del genere, e poi testimoniano a suo favore. Sono mamme e papà di bambini che ogni giorno giocano e studiano con suo figlio. Diop ci racconta che non ha mai avuto problemi di questo genere, ma che invece da un po' di tempo si sente perseguitato. Ogni volta che porta il figlio a scuola, ogni mattina, incontra i vigili, e spesso capita che lo fermino. Una settimana fa ha ricevuto una multa, racconta, ed è stato preso a male parole da un altro vigile mentre, in bicicletta, tentava di attraversare le strisce pedonali scendendo da un marciapiede. Negli ultimi giorni, dice, ha scelto di cambiare strada nel tentativo di evitarli. Ma questa volta non è bastato.

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LA DENUNCIA - Nei confronti del senegalese è scattata una denuncia per resistenza, mentre non è stata confermata la notizia, secondo la quale l'immigrato a sua volta avrebbe denunciato i vigili per un atto di razzismo. Prende le difese degli agenti il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: «Per il momento risulta del tutto infondata l'accusa di razzismo, comunque stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari . Di sicuro noi abbiano la denuncia dei vigili nei confronti del senegalese: inoltre dall'inizio dell'anno è il settantaseiesimo caso di aggressione ai vigili»

Gian Marco Alari
Michela Dell'Amico

NOBEL PER FISICA A GIAPPONESI, ITALIANI PROTESTANO

E' un Nobel decisamente amaro per l'Italia, quello assegnato ieri alla Fisica. Sono state premiate teorie fondamentali della fisica delle particelle associate fin dall'inizio ad una tripletta e a una coppia di nomi: Cabibbo-Kobayashi-Maskawa e Nambu-Jona Lasinio. Ma in tutti e due i casi i nomi italiani sono caduti e il Nobel é stato assegnato ai giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa, rispettivamente del Centro nazionale per la fisica delle particelle Kek di Tsukuba e dell'istituto di Fisica teorica dell'università di Kyoto; e a Yoichiro Nambu, dell'istituto 'Enrico Fermi' dell'università di Chicago. Eppure i nomi tagliati fuori sono assolutamente illustri e riconosciuti come tali dalla comunità scientifica internazionale. Il fisico Nicola Cabibbo, le cui ricerche hanno gettato a partire dal 1963 le basi per comprendere il fenomeno per cui i mattoni della materia, i quark, si mescolano dando origine alle particelle elementari. Il suo modello è stato integrato successivamente dai due giapponesi ed è oggi noto come Matrice di Cabibbo-Kobayashi-Maskawa (CkM). Giovanni Jona-Lasinio è riconosciuto come il pionere della ricerca teorica sulla rottura spontanea di simmetria e soprattutto per i suoi contributi al modello di Nambu-Jona Lasinio. Perplessità, incredulità, rammarico e rimpianto: la comunità scientifica italiana, ma anche quella internazionale, non sa trovare una spiegazione. 
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"Il lavoro di Cabibbo ha rappresentato una svolta storica per l'Europa. Siamo tutti dispiaciuti, me incluso, che il Nobel non gli sia stato riconosciuto", ha detto il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), il fisico Luciano Maiani. "Non posso nascondere che questa particolare attribuzione mi riempie di amarezza", ha detto il presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), Roberto Petronzio. Kobayashi e Maskawa, ha osservato, "hanno come unico merito la generalizzazione, peraltro semplice, di un'idea centrale la cui paternità è da attribuire al fisico italiano Nicola Cabibbo che, in modo autonomo e pionieristico, ha compreso il meccanismo del fenomeno del mescolamento dei quark, poi facilmente generalizzato dai due fisici premiati". In pratica, si è trattato di uno scippo. Anzi, un doppio scippo: per il direttore del Dipartimento di Fisica dell'università di Roma La Sapienza, Giancarlo Ruocco, le ricerche di Cabibbo e di Jona-Lasinio "sono indissolubilmente legate a quelle dei vincitori". E osserva che é "spiacevole constatare che questi importanti contributi di ricercatori italiani - sottolineati anche nelle motivazioni dell'Accademia - nella presente circostanza non abbiano ricevuto il meritato riconoscimento". D'altro canto, osserva ancora Ruocco, "non dobbiamo dimenticare che in passato un altro italiano è stato escluso dal comitato dell'Accademia Svedese delle Scienze". E' accaduto nel 1979 e anche allora si trattava di fisica delle particelle. Intanto da tutto il mondo si solleva la protesta e piovono le e-mail nella casella posta del dipartimento di Fisica de La Sapienza. Arrivano in particolare dal Cern di Ginevra, la culla della ricerca sulla fisica delle particelle e ci si chiede perché. E anche un autorevole settimanale britannico, il New Scientist, parla di "una decisione che ha già suscitato controversie" e si domanda perché sia stato snobbato Cabibbo. Nessuno, però, ha la risposta. 
Fonte: Ansa

Il sistema finanziario è crollato, le bugie servono solo ad organizzare la fuga

Le bugie colossali che vengono perpetrate in queste ore da giornali e televisioni che amplificano i connotati sorridenti di questi garanti del nulla, pronti a fuggire chissà dove pur di scampare a possibili rivolte e saccheggi, non sono altro che quotidiani attentati a una sorta di “non procurato allarme” che invece sarebbe opportuno diffondere con serenità.
Siccome non esistono fondi di riserva bancari e siccome l’Italia sta per essere travolta, come il resto del mondo, dalla crisi dei mutui e dei numeri gonfiati, De Benedetti è uno di quelli che è già salito sulla scialuppa di salvataggio trasferendosi a St. Moritz.

Intervista a Marco Saba del Centro Studi Moneta
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Google può perdere una battaglia ma alla fine regnerà incontrastato


C’è un un mondo dove, chiudendosi alle spalle il rumore delle notizie, dei crolli e delle banche, tutto si muove come i bambini sulla neve. Veloci, eccitati, ma silenziosi perché la neve spegne anche i loro urli. In questo mondo fatato Google continua a fare annunci che fanno sobbalzare dalla seggiola: l’ultimo è che la sua pubblicità (link a testo in inglese) potrà andare sui videogiochi, quelli online ovviamente, ma anche quelli che girano sulle console che ai giochi sono dedicate e che alla rete si connettono. Un’avanzata senza fine? Un attimo.

Quella porta poi si riapre. E il rumore di Wall Street dice che anche Google sta picchiando in caduta libera e supera le sue soglie “psicologiche”, nel caso di specie quella di 350 dollari (pochi mesi fa era oltre 600), dove non stava da tre anni. Ora la gente sbadiglia quando sente parlare di titoli in borsa, ma la cosa ha una sua dura realtà.

“L’ora della verità per Google”

Se si regge la lettura puntigliosa di questo pezzo di Silicon Alley Insider (proprio così  senza la “v”- in inglese), blog-giornale tecnologico, si scoprono alcune cose interessanti che qui riassumiamo:

  1. “La parte divertente” della vita è finita anche per Google, adesso bisognerà cominciare a render conto di ogni dollaro speso, mentre finora, nei tempi dell’abbondanza, si spendeva e spandeva senza che analisti e investitori (quelli che i soldi sulle azioni ce li mettono) chiedessero di sapere nel dettaglio “per cosa” si spendesse.
  2. Questo significa che per Google comincerà la “prosa” di ogni azienda quotata, con il menù che prevede sia i licenziamenti che tutte quelle altre misure che vanno sotto il titolo fastidioso di “stringere la cinghia”.
  3.  Infine una conseguenza “di immagine” devastante: che anche la grande G può sbagliare, far male e far danno, laddove Google è percepita ancora come la grande novità positiva di questi anni.

A questo punto se uno volesse chiuderla qui e fare un titolo frettoloso potrebbe dire che per Google siamo alla fine della festa e cominciano i tempi duri. In realtà potrebbe  essere vero l’opposto: è la nostra tesi e seguiteci un attimo attraverso qualche altro dato.

Fine del consumismo tecnologico?

Le borse non stanno punendo solo Big G. Per dire, nell’intervista (post precedente a questo) al Telegraph,  Steve Wozniak, cofondatore di Apple ora ritirato, arriva a dire che sì, è giusto che le azioni della Apple abbiano perso un po’ del loro valore (lui ne possiede diversi milioni). Perché? Perché l’industria tecnologica ha condiviso l’ubriacatura dell’economia mondiale, lucrando in modo incommensurabile sulla frenesia della “killer application” e del consumismo tecnologico (parole nostre) e quindi una bella ridimensionata ci sta.

La quaresima del “venture capital”

Altri dati: già prima della tempesta finanziaria, il 30 settembre, il Silicon Alleyprevedeva un rallentamento del flusso di “venture capital” o capitale di rischio (link a testo in inglese) per investimenti su aziende che all’inizio sono solo “idee”  di business - ma anche per Google è stato così. La motivazione dell’autore è che quando i tempi sono magri, i gestori dei portafogli tendono a salvaguardare l’esistente, piuttosto che aprire nuove linee di “avventura”.

La conseguenza - se questa previsione si avverasse, ed è molto probabile che si avveri - potrebbe essere una moria di quella miriade di piccole aziende tecnologiche che hanno dato vita al boom del web 2.0 e che ne fanno quella fase allegra, vitale, piena di novità e di voglia di libertà imprenditoriale che abbiamo vissuto dal 2004 in poi.

Flette la pubblicità

Infine le previsioni sulla pubblicità, anche on line, negli Stati Uniti sono pessime (qui, link a testo in inglese) nonostante o forse proprio perché si viene da un primo semestre del 2008 smagliante. E allora? si dirà: se la pubblicità flette sono guai per i grossi come Google e Microsoft e per i media mainstream. Mica così semplice: i piccoli tremano per primi. La Gawker Media (post in questo blog il 4 ottobre: è una holding di blog-giornali con centinaia di redattori) sta attuando “licenziamenti preventivi” in vista della flessione che si concretizzerà in gennaio.

Quelli che restano in piedi

Morale di questa troppo lunga favola - scuse ai lettori pazienti - è che se c’è un disboscamento di “piccoli” funghi, rischiano di rimanere, indeboliti ma sempre più aggressivi, i funghi grossi. Lo scenario rischia di giocare a favore di Google, di Microsoft ed altri “ragazzoni”, tra i quali dovrebbe elencarsi anche Murdoch.

Se nel conto ci mettete pure la perdita di valore di borsa per giornali e media tradizionali, fra sei-dodici mesi lo scenario dei media sul web (e fuori) potrebbe essere molto semplificato e con pochi, severi e assoluti padroni. E’ così evidente la tendenza che perfino TechCrunch, un blog estremista, l’ha capito. Il titolo di oggi (inglese):  “Organizza tutta l’informazione e mettici la pubblicità di Google sopra” (E Google non è solo…)

Fonte: la Repubblica

Link: http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2008/10/08/?ref=hpsbsx

Unicredit sta affondando!!!


Il titolo Unicredit continua ad affondare in borsa. Alle 11.40 la banca guidata da Alessandro Profumo segna un calo dell'11,15% a 2,485 euro per azione.

Perchè l’ipotesi Hiv-Aids è un errore macroscopico


Ci sono persone che farebbero (e fanno) di tutto pur di accaparrarsi i prestigiosi Premi Nobel, e ovviamente il gruzzoletto messo a disposizione dalla caritatevole Fondazione svedese omonima. Qualcuno ucciderebbe il collega, qualcun altro falsificherebbe i dati o venderebbe la propria anima al Diavolo pur di salire sul palco e tornare a casa con l’ambito premio. 
I Nobel sono decisi dall’establishment scientifico internazionale, per premiare ufficialmente ed economicamente i ricercatori che portano avanti, nei loro specifici rami, il paradigma ufficiale. Ne più ne meno. 
Le prove ovviamente non mancano e basterebbe avere un po’ di memoria storica – ahimé sempre più labile grazie alla televisione e al bombardamento mediatico. Uno per tutti: la “statuetta per la Pace ” al massone eugenetista Albert Arnold Gore junior, pochi mesi fa.

Nel 2008 ad aggiudicarsi il Nobel per la medicina sono addirittura ben tre “scienziati” europei “autori di due scoperte chiave per la salute umana: il tedesco Harald zur Hausen, per aver dimostrato che ‘il Papillomavirus umano causa il carcinoma della cervice’; e i francesi Francoise Barrè-Sinoussi e Luc Montagnier, per la loro scoperta dell'Hiv” (Adnkronos, 6 ottobre 2008).

In periodo di grandi campagne per la vaccinazione di massa contro il fantomatico HPV, papilloma virus, è più che doveroso premiare i servitori delle lobbies del farmaco. 
Lobbies potentissime come la Merck che produce il vaccino Gardasil (564,00 euro per 3 siringhe e che provocò una strage con l’antidolorifico Vioxx per fortuna ritirato dal commercio pochi anni fa) e la GlaxoSmithKline che sforna il Cervarix (oltre a produrre mostarde azotate per i tumori, cioè agenti vescicanti derivanti dalla guerra chimica, come l’Hycamtin a soli 1850,00 euro a fiala), tanto per ricordare due nomi.

Affermano gli studiosi dell’Assemblea dei Nobel: «La sua scoperta ha portato alla comprensione dei meccanismi della cancerogenesi indotta dall'Hpv e, alla fine, allo sviluppo di vaccini profilattici contro il Papillomavirus". (Adnkronos, 6 ottobre 2008). 
Soprattutto lo sviluppo di vaccini contro il virus!

Ma in tema di virus fantomatici, il podio in assoluto se lo merita l’Hiv. 
Ed è per coerenza, che il Premio Nobel per la medicina è andato anche a Luc Montagnier & C.: ufficialmente “lo scopritore dell’Hiv”, cioè del retrovirus colpevole dell’Aids! 
A questo punto sorge spontanea una domanda: come mai oggi, di punto in bianco, l’establishment decide di premiare, dopo ventiquattro anni dalla presunta scoperta, il ricercatore? Soprattutto in un momento molto particolare dove il sistema economico sta crollando come un castello di sabbia al sole - trascinando nel baratro moltissime istituzioni e banche collegate?

Non è un po’ strano che le Grandi Menti dell’accademia, si preoccupino del Papilloma e dell’Hiv? 
L’Aids era scemato lentamente nel dimenticatoio. 
Tutti noi ci siamo dimenticati le affermazioni terroristiche dei giornali (il caso di Enzo Biagi e del suo libro “Il sole malato” è emblematico), dei medici, delle chiese in generale e dei luminari di turno. 
L’Aids era “la peste del 2000 , “la nuova Apocalisse”, “il virus dello sterminio” che avrebbe decimano la popolazione mondiale, rea di aver ceduto al sesso e ai rapporti promiscui. 
Erano i tempi in cui Ronald Reagan definiva l’Aids “il nemico pubblico n .1 Karol Wojtyla consigliava spassionatamente il vincolo sessuale della castità come “l’unico modo sicuro e virtuoso per porre fine alla tragica piaga dell’Aids” (Il Corriere della Sera, 8 febbraio 1993), e Margaret Thatcher concludeva il discorso di fine anno alla nazione con “Dio salvi l’Inghilterra dal flagello della nuova peste“ (“Contro l’Aids, Reagan predica la castità”, Il Corriere della Sera, 4 febbraio 1987). 
Eravamo nel 1987, solo 21 anni fa e non nel Medio o Tardoevo!

La pandemia dov’è finita? Sodoma e Gomorra che fine hanno fatto? I sessuofobici dove si sono nascosti? 
Ma andiamo per ordine, perché questa triste storia inizia il 23 aprile 1984 quando il dottor Robert Gallo dell’Istituto superiore di sanità statunitense annuncia al mondo intero che era stata individuata una nuova malattia infettiva, causata da un retro-virus (scoperto ovviamente dallo stesso Gallo) e trasmessa attraverso il sangue o il contatto sessuale! Entro due anni - canta sempre il Gallo - sarebbe pronto un vaccino specifico contro l’Aids. Nel frattempo si era però premunito, come sanno fare bene alcuni ricercatori, di registrare e brevettare il “test dell’Aids”. Quindi dal 1984 in poi, ogni test che verrà eseguito per l’Aids nel mondo porterà delle royalty (interessi) nelle casse…

I primi casi ufficiali di Aids risalgono al 1981 e già nel 1983 Robert Gallo pubblica sulla prestigiosa rivista Science l’annuncio dell’isolamento del virus. 
Dall’altra parte dell’oceano e sullo stesso numero della rivista un virologo francese Luc Montagnier dell’Istituto Pasteur descriveva l’isolamento di un retro-virus chiamato Lav. 
Dopo le dichiarazioni di Gallo del 23 aprile 1984, in maggio dello stesso anno l’Istituto Pasteur accusa Gallo di essersi indebitamente appropriato del virus Lav scoperto da Montagnier per sviluppare i test (poi brevettati).

Parte un contenzioso giudiziario, e come si potrà immaginare non è stato per per interessi economici ovviamente, ma per "fini umanitari", che si conclude nel 1987 con la firma reciproca di un accordo internazionale che stabilisce che Robert Gallo e Luc Montagnier erano i due “co-scopritori del virus dell’Aids”, ribattezzato nel frattempo Hiv. 
I proventi miliardari dei test dell’Aids, da quel giorno in poi saranno equamente divisi tra loro (Gallo e Montagnier) e le nazioni (Francia e Usa).

Qualche giorno fa la Fondazione Nobel riconosce al francese Luc Montagnier la paternità del virus. 
Detto questo, la cosa che è sfuggita è che non si parla più di Aids. 
I giornali non scrivono nulla e i medici non rilasciano se non qualche striminzita intervista sulla situazione africana. Come mai? 
Semplice: si è verificato che l’uguaglianza  Hiv = Aids è una balla immensa, forse la più grande menzogna della storia della medicina. Una balla da centinaia di miliardi di dollari ogni anno! 
Grandi e onesti ricercatori come Peter H. Duesberg (uno dei più famosi virologi e docente di Biologia molecolare e cellulare alla Berkeley in California, il primo scienziato al mondo ad aver isolato un gene del cancro), Kary B. Mullis (Premio Nobel per la Chimica ) e moltissimi altri stanno mettendo in guardia le persone e le istituzioni da decenni!

“Sappiamo che errare è umano, ma l’ipotesi Hiv-Aids è un errore macroscopico” 
Dottor Kary B. Mullis

Nessuno nega l’esistenza dell’Aids come sindrome da immunodeficienza (provocata da stili di vita, alimentazione, farmaci, droghe, trasfusioni, ecc.), quello che viene contestato è il legame con il misterioso virus Hiv, e cioè che questo virus sia la causa dell’Aids.
Sono migliaia nel mondo questi scienziati tra virologi, epidemiologi, infettivologi, biologi molecolari, esperti di salute pubblica e anche tre Premi Nobel (per quanto possono valere tali premi). 
Non esiste alcuna correlazione tra Hiv e Aids, cioè tra virus (Hiv) e malattia conclamata (Aids) e i dati di fatto parlano chiaro. 
La pandemia che tutti strillavano non c’è mai stata, anzi si è dissolta come neve al sole.

In Africa continuano a morire da migliaia di anni delle stesse malattie (tubercolosi, malaria, dissenteria, malnutrizione, ecc.) e i test per l’Aids vengono fatti in quei paesi solo sui sintomi e quindi in maniera non scientifica e non riproducibile. Malattie che necessitano non di vaccini, ma di acqua pulita e cibi sani. Ma questo per gli eugenetista occidentali non sa da fare...meglio lasciarli morire di stenti, di inedia e di Aids…  

Apro una piccola parentesi sui test per l'Aids, perché presentano spessissimo dei "falsi positivi". 
Significa che dopo il test si può risultare positivo (sieropositivo)
, ma ovviamente non lo so si è. Ecco il falso positivo! 
Anche dei semplici 
trattamenti medico-preventivi, come una vaccinazione antinfluenzale, possono far risultare positivo un test. Quindi a tutte le persone che hanno fatto il test ed è risultato positivo è consigliato ripeterlo almeno tre volte, cambiando per sicurezza laboratorio. 

Oggi come ieri, le uniche categorie a rischio sono: gli omosessuali, tossicodipendenti ed emotrasfusi, e c’è per tutto questo una spiegazione. 
Le prime due categorie (omosessuali e drogati) sono a rischio a causa dello stile di vita; gli omosessuali spesso usano nitriti che sono immunodepressivi, hanno spesso infezioni trattate con antibiotici (immunodepressivi a loro volta), per non parlare della droga che è una delle sostanza più pericolose per il sistema immunitario e non solo. 
Tutto questo predispone l’organismo umano a quello che viene definito Aids, cioè depressione del sistema immunitario, con le conseguenze che si possono immaginare. 
Negli emotrasfusi, proprio a causa delle continue trasfusioni, il sistema immunitario è totalmente depresso.

Come vedete il comune denominatore è la depressione del sistema immunitario e non il virus. 
Se poi analizzassimo le caratteristiche virologiche dell’Hiv comprenderemo per bene tale truffa.

1) il primo postulato di Kock: “il microbo deve essere trovato in tutti i pazienti affetti dalla malattia” 
Il Sarcoma di Kaposi è da tempo sinonimo di Aids, ma nessuna traccia del virus si riesce a trovare nei sarcomi di Kaposi. Vi sono malati di Aids (cioè malattia conclamata) che non sono sieropositivi (cioè positivi al test del virus Hiv) e sieropositivi che non hanno la malattia conclamata (Aids).

2) il secondo postulato di Kock: “il microbo deve poter essere isolato dal suo ospite e coltivato in coltura” 
In moltissimi casi non si riesce ad evidenziare un virus attivo in molti casi di Aids che pure hanno anticoprti anti-Hiv accertati.

3) il terzo postulato di Kock: “il microbo deve riprodurre la stessa malattia originale quando viene inoculato in un ospite suscettibile” 
L’Hiv non rispetta il terzo postulato: cavie infettate non hanno manifestato nulla. Su 33 medici infettati accidentalmente, sette mostravano sintomi simili all’Aids.

Se fosse un virus l’Hiv dovrebbe, oltre ad obbedire alle leggi della virologia, infettare ogni cellula del corpo umano entro poche settimane dal contagio. Ma oggi la virologia ufficiale utilizza un lasso di tempo di incubazione di 15 anni. Inizialmente tale periodo era 18 mesi, ma le personeinfettate non morivano per cui sono stati costretti ad aumentare i tempi di incubazione.

Come vedete si tratta di un virus magico e misterioso: non risponde alle leggi della virologia; non esiste un antidoto; può sparire per vent’anni per poi apparire devastando il sistema immunitario; c’è quando non dovrebbe esserci e non c’è quando invece ci sono tutti i presupposti; cambia forma a proprio piacimento come un camaleonte; si trasmette sessualmente e con contatto di sangue (dicono ma non è vero).

"Il mistero che circonda quel dannato virus è il frutto inevitabile di quei due miliardi di dollari che ci spendono sopra ogni anno. 
Se prendessimo un qualsiasi altro virus e spendessimo due miliardi di dollari ogni anno per studiarlo, 
state certi che anche quel virus produrrebbe misteri a bizzeffe".
Kary B. Mullis (Premio Nobel per la Chimica ) scritto agli inizi degli anni ‘90

Autore: Marcello Pamio

Il mondo drogato della vita a credito


Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi. 

Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia. 

C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?". Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere. 

Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà. 

Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali. 

Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie. 

L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare... 

Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile. 

La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza. 

Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga. 

Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza. 
di ZYGMUNT BAUMAN

Continua l'accerchiamento alla Cina


Nel bel mezzo della discussione del piano di bailout per Wall Street il Senato si è preso una pausa per votare un provvedimento che, benché passato quasi inosservato, è destinato a pesare sul futuro dei già travagliati impegni per la non-proliferazione nucleare mondiale: con un voto 86-13 il Senato ha approvato il piano dell'amministrazione Bush di avviare le forniture all'India di reattori nucleari civili, combustibile nucleare e altre tecnologie correlate. In cambio l'India aprirà 14 reattori nucleari civili alle ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica; altri 8 siti nucleari resteranno invece chiusi alle ispezioni. Il voto del senato ha seguito l'approvazione del provvedimento da parte della Camera dei Rappresentanti, la scorsa settimana, e la decisione presa lo scorso mese dal Nuclear Suppliers Group (il Gruppo Fornitori Nucleari, un consorzio di 45 nazioni che partecipano al commercio nucleare) di emettere un atto di rinuncia riconoscendo all'India lo status di paese nucleare.

Per quanto riguarda le armi nucleari, l'India è sempre stata considerata un pariada quando fece esplodere una bomba atomica nel 1974. (il Nuclear Suppliers Group è stato creato su impulso degli Stati Uniti dopo il test indiano per impedire al paese di accrescere le proprie capacità nucleari; l'India era allora allineata con l'Unione Sovietica). A oggi l'India non ha ancora firmato il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, e altri test nucleari compiuti nel 1998 hanno accentuato il disprezzo internazionale e indotto l'amministrazione Clinton a imporre sanzioni economiche.
Ma tutto ciò fa ormai parte del passato. Se un tempo gli Stati Uniti vedevano l'India attraverso il prisma della politica della Guerra Fredda, ora considerano il paese un importante contrappeso nel nuovo gioco di potere con la Cina. E il cosiddetto Accordo sul Nucleare Civile tra Stati Uniti e India (noto in ambito commerciale come "Accordo 123") solidifica la nuova collaborazione strategica.

Il provvedimento è passato al Congresso con ampi margini in entrambe le Camere e, date le sue implicazioni per la non-proliferazione, sorprendere sapere che tra i suoi promotori c'è per esempio il senatore Richard Lugar (R-Ind.), uno dei principali fautori della non-proliferazione. Lugar ha dichiarato al New York Times che “la sicurezza nazionale e il futuro economico degli Stati Uniti saranno rafforzati da una solida e duratura cooperazione con l'India”. Gli ha fatto eco John McCain, che il 2 ottobre ha diffuso una dichiarazione congratulandosi con il Congresso per aver passato l'accordo e suggerendo che “permetterà [all'India] di integrarsi ulteriormente nell'impegno globale per il controllo della proliferazione e delle tecnologie pericolose” e consentirà al paese di produrre energia “senza dover ricorrere a combustibili fossili con alte emissioni di gas serra” (l'India attualmente genera solo il 3% della propria energia per mezzo del nucleare, parzialmente a causa dell'efficacia delle restrizioni internazionali imposte al suo commercio nucleare).

Quest'ultimo aspetto però impallidisce al confronto con ciò che l'accordo potrebbe significare per la non-proliferazione. Malgrado McCain e altri (democratici e repubblicani) sostengano che l'accordo porterà l'India sotto il controllo internazionale e la costringerà ad accettare le ispezioni, in realtà secondo i suoi detrattori creerà un'eccezione esonerando un paese dai controlli sulla proliferazione nucleare e costituirà dunque un pessimo precedente per altri aspiranti paesi nucleari come l'Iran, dimostrando cosa c'è da guadagnare dall'ostinazione. Come ha dichiarato al Times il senatore Byron Dorgan, democratico del North Dakota, “Con questo accordo abbiamo detto all'India: 'Potete fare cattivo uso della tecnologia nucleare americana e sviluppare segretamente armi nucleari'. Questo è quello che hanno fatto. 'Potete testare queste armi'. Questo è quello che hanno fatto. E dopo i test, dieci anni dopo, sarà tutto perdonato”.
Oltre a dare la Cina altro a cui pensare, questo accordo è anche un accordo economico. C'è un sacco di denaro da guadagnare fornendo energia all'India, il secondo paese più popoloso del mondo. E Washington non è sola in gara. Il governo francese ha appena annunciato di avere firmato un contratto con l'India per la fornitura di almeno due reattori nucleari civili che saranno costruiti da Areva, una compagnia francese. Anche la Russia è interessata a partecipare alla gara. L'India è in grado di garantire fino a 27 miliardi di dollari in contratti per 18-20 reattori nucleari, e le stime indicano che i contratti potrebbero totalizzare i 175 miliardi di dollari nel prossimi 25 anni: non quanto servirebbe a salvare l'economia americana ma comunque molti soldi. Tra le compagnie statunitensi che si apprestano a trarne profitto ci sono la General Electric, la Westinghouse e la Bechtel.

Le conseguenze dell'accordo nucleare Stati Uniti-India emergeranno lentamente, e forse per questo non è stato dato ampio spazio alla notizia sulla stampa o al Congresso. Subito dopo il voto i senatori sono tornati a discutere il pacchetto di salvataggio dell'industria finanziaria: l'accordo con l'India era stato semplicemente un punto dell'ordine del giorno da spuntare dalla lista. Per un provvedimento così importante per il futuro della proliferazione delle armi nucleari, ha detto Dorgan, “mai un tema di così grande portata e importanza era stato discusso in un lasso così breve di tempo e trattato in modo tanto sbrigativo”.
Autore: "Mother Jones"

Anna Politkovskaja: quando la verità?


È possibile smascherare una bugia, ma quando ce ne sono milioni, quando vengono scelte e ricombinate anno dopo anno, decennio dopo decennio, quando milioni di persone abilmente addestrate partecipano a questa falsificazione con l'impiego di enormi risorse e tecnologie sofisticate e miliardi di persone subiscono un lavaggio del cervello ideologico generazione dopo generazione, non c'è alcuna possibilità di scavalcare quella serie ininterrotta di bugie e ristabilire la verità. Non è improbabile che secoli dopo si possa scoprire un barlume di quella verità, ma quale differenza potrà mai fare? Sarà solo un debole e distorto riflesso della storia.
Aleksandr Zinov'ev, "Global'noe Sverchobščestvo i Rossija", Mosca, Labirint, 2000. 


Il russo ha due parole per dire verità: pravda e istina. La prima fa parte di un gruppo di vocaboli che ha per radice “vero”, “giusto” ed è anche “franchezza”, verso se stessi e verso gli altri; la giustizia per esempio è pravosudie, il processo con cui si cerca e si trova la verità. La seconda è la Verità con la V maiuscola, l'unica, quella che rende liberi e con la quale è meglio non scherzare.

Io qui sarò semplicemente sincera. Nei giorni successivi alla morte di Anna Politkovskaja, che conoscevo grazie al libro La Russia di Putin pubblicato in Italia da Adelphi e ad alcuni articoli letti in rete, ho deciso di mettermi a tradurre dal russo un po' di materiale scritto da lei e su di lei: articoli, ricordi, commenti, reazioni, dinamica dell'omicidio, primi passi delle indagini. Il motivo è semplice: mi interessava. Per anni avevo continuato a seguire le vicende russe, senza mai scriverne e con un certo distacco. Però l'omicidio Politkovskaja per me ha rappresentato una svolta, e non nel senso più immaginabile o prevedibile: basti qui dire che mi sono resa conto quanto fosse drammatica la differenza di percezione tra Russia e Occidente e quanto bisognasse lavorare per spiegare, distinguere, mediare, contestualizzare, mettendoci di volta in volta e a seconda dei casi serietà, ironia, pedanteria, leggerezza.
Mai la differenza tra il punto di vista russo e le proiezioni occidentali mi era sembrata più grande e più difficile da gestire come in quell'ottobre 2006: di qui la scelta a un certo punto di smettere di scriverne e di occuparmi più seriamente della Russia e soprattutto di quello che la Russia non è.

Oggi, a due anni di distanza, è il momento di riparlarne. Credo che l'omicidio Politkovskaja sia stato capace di tirar fuori il peggio di ciascuno, di innescare isteriche reazioni a catena di malintesi, generalizzazioni e approssimazioni. È stata una gara di dilettantismo, opportunismo, insensibilità, mancanza di tatto, meschine vendette, cialtroneria, ipocrisia, sentimentalismo, pelosa compassione.

Da una parte, la Russia. Putin che fece quello che fa di solito quando viene messo sotto pressione e si infastidisce per le domande sbagliate: invece di strapparsi i pochi capelli superstiti e spargere lacrime di coccodrillo uscì dal protocollo e offrì a tutti noi occidentali quello che volevamo vedere, il demone meschino con un passato nei Servizi, KGB a Dresda. Ricordate? Cosa è successo al Kursk? È affondato. E Anna Politkovskaja? La sua influenza nella vita politica del paese era minima, no?

Forma sbagliata, contenuti tecnicamente corretti.
Come è stato spiegato da giornalisti e addetti ai lavori che non possono in alcun modo essere sospettati di connivenza con il Cremlino, non credo di fare un torto ad Anna Politkovskaja confermando che non era molto letta né molto conosciuta nel suo paese. Ma non perché particolarmente scomoda: semplicemente perché l'informazione russa, fuori e dentro la rete, è complessa, stratificata e dispersiva, con numeri, proporzioni, livello di interattività e capacità di influire sulla situazione del paese molto diversi da quelli a cui siamo abituati.

E forse anche perché scriveva per un bisettimanale, la Novaja Gazeta, che non è un faro della libera informazione e del giornalismo investigativo in un paese altrimenti barbaro: è un giornale politicamente orientato in senso “liberale” al quale, come ha ben ricordato John Laughland, [1] collaborano e hanno collaborato commentatori filo-americani vicini alla Jamestown Foundation, il centro studi neo-conservatore interessato alla democratizzazione (o “destabilizzazione”, dipende dai punti di vista) dei paesi dell'ex-blocco comunista. Dal 2006 il 49% della Novaja Gazeta è nelle mani di Michail Gorbačëv (10%) e di Aleksandr Lebedev (39%), politico e uomo d'affari milionario nonché ex funzionario del KGB e poi dell'SVD (i servizi segreti internazionali russi). Incidentalmente, i due hanno appena deciso di fondare un nuovo partito, il Partito Democratico Indipendente. [2] Sia chiaro: non è che Gorbačëv stia proprio simpatico a tutti, in Russia.
Infine, tanto per farci un'idea delle proporzioni, una circolazione di 250.000 copie in un paese di 145 milioni di persone non è molto.

Potremmo anche aggiungere a tutto questo il fatto che alla Politkovskaja non veniva perdonato di essersi associata a Boris Berezovskij nel comune interesse per il Caucaso Settentrionale e la causa dei profughi ceceni, che in quegli anni riceveva l'attenzione dei media occidentali e i soldi delle cosiddette fondazioni umanitarie e delle organizzazioni non governative. Intendiamoci: non c'è niente di male nell'abbinare al giornalismo la difesa dei diritti umani, a patto che non si considerino alcuni più umani di altri.

Come reagì l'opinione pubblica russa alla morte di Anna Politkovskaja? Con un misto di pena e indifferenza. In rete le cose stavano diversamente: opinioni tendenzialmente molto critiche e distaccate, con picchi di livore nei confronti della giornalista e del suo lavoro, e quei primi sintomi di rabbia e delusione nei confronti dell'opinione pubblica e dei media occidentali destinati a esasperarsi negli anni successivi.

Come reagì l'Occidente? Ma figuriamoci, il cadavere della povera Politkovskaja era il grande sogno trasversale: ci si buttarono tutti, giornalisti, politici, opinionisti, difensori della libertà di stampa, associazioni per la difesa dei diritti umani, sindaci, assessori, poeti, cantanti, registi, comitati di signore bene. E poi i premi, i premi: postumi, intitolati alla defunta, inutili. Che momenti.

Naturalmente parte di questi singoli e organizzazioni era in perfetta buona fede, e non lo dico solo perché l'ultima cosa che vorrei è un picchetto di signore sotto casa che protesta contro gli abusi in Russia. Ma di fatto i media occidentali (i nostri sulla scia di quelli britannici e statunitensi) avevano consacrato e diffuso una versione unica: in Russia era stata assassinata una giornalista coraggiosa che si opponeva a Putin; se ne deduceva che Putin doveva avere commissionato l'omicidio.

La vecchia sindrome del rosso sotto il letto è dura a morire, e l'avrebbe dimostrato di lì a poco l'opera buffa mediatica rappresentata dalla morte di Aleksandr Litvinenko (a proposito del quale, lo ammetto, mi sono fatta meno scrupoli: ma lui non era né giornalista, né donna, e del resto neanche tanto coraggioso).

Il Financial Times sottolineava che Putin era responsabile della creazione di un clima politico e sociale che rendeva possibili omicidi come questo. Anne Applebaum sul Washington Post attribuiva direttamente a Putin gli omicidi di giornalisti avvenuti in Russia dopo il 2000 (non che prima non ce ne fossero stati, solo che prima c'era El'cin). Olga Craig sul Sunday Telegraph titolava un suo articolo “Incrocia Putin e muori”, nel quale raccontava la fantasmatica storia di un povero giornalista russo perseguitato dai servizi segreti assassini. L'Economist ne approfittava per evocare le ombre del Reich e osservava che “a volte la Russia sembra orientarsi verso il fascismo”. [3]

La demonizzazione della Russia a questo punto era completa, potevamo rilassarci in questa certezza che non aveva bisogno di ulteriori conferme e dimenticarci della vera Politkovskaja. Tanto la vera Politkovskaja non esisteva già più: esisteva invece il fantasma di “una delle giornaliste più brillanti e coraggiose” (The Guardian), “una delle poche voci che osassero contraddire la linea di partito” (The Daily Telegraph), “scomoda in nome della libertà” (The Independent), “la più famosa giornalista investigativa russa” (The Times), “una delle giornaliste più coraggiose” (The New York Times), “vittima di raro coraggio” (The Washington Post). [4]

Anna Politkovskaja svolgeva il proprio lavoro in una posizione di estrema vulnerabilità, con i suoi reportage dal Caucaso ha documentato e testimoniato sofferenze, torture e abusi ed è stata vicina a tante vittime della guerra, anche se solo di una parte coinvolta in quella guerra. Per farlo e per combattere contro quello che considerava un sistema spietato ha scelto di schierarsi, e questo non l'ha resa più amata (basti leggere la testimonianza di uno degli ostaggi dell'assedio al Teatro Nord-Ost: non contiene parole di perdono o di riconciliazione ma accuse feroci e dolorose che non è difficile comprendere). [5] Ha corso rischi intollerabili e si è fatta molti nemici, ma forse non per le storie che scriveva (come ricordò il giornalista e commentatore politico Oleg Kašin in un bell'articolo su Vzgljad, più che una giornalista era una newsmaker: tendeva a stare davanti e non dietro alle telecamere, a fare notizia più che a scriverne). [6] Tra questi nemici c'erano persone capaci di farla uccidere praticamente alla luce del sole, o almeno nell'ingresso di un tranquillo condominio, vicino all'ascensore, un pomeriggio di ottobre: quattro colpi di Makarov, compreso quello finale “di controllo” (kontrol'nyj), che serve a verificare che la vittima sia morta ed è considerato indizio di un assassinio su commissione.

Per concludere: non so se Anna Politkovskaja sia stata in qualche modo strumentalizzata quando era in vita, e se ne fosse consapevole. So però che lo è stata, e molto, dopo la sua morte.

Ma veniamo al punto sulle indagini, che sono ora giunte a una svolta.

Inizialmente circolano varie ipotesi, tutte più o meno collegate all'attività professionale della Politkovskaja: vendetta di poliziotti corrotti che erano finiti nei guai per i suoi articoli; vendetta di militanti ceceni; azione dei nazionalisti russi (il suo nome era sulla lista di morte di vari gruppi neonazisti); provocazione politica per screditare le autorità russe e cecene o innescare conflitti nel Caucaso.

Poi la Procura Generale chiede il silenzio stampa, che viene rispettato. La Novaja Gazeta annuncia che avvierà una propria indagine e collaborerà con gli inquirenti; Aleksandr Lebedev offre una ricompensa pari a 1 milione di dollari a chi contribuirà alla soluzione del caso.
Segue dunque un silenzio stampa che dura dieci mesi.

Il 28 agosto 2007 il Procuratore Generale Jurij Čajka annuncia in una conferenza stampa l'arresto di dieci sospetti in relazione all'omicidio. Tra questi, un ufficiale di polizia, un colonnello dell'FSB (Servizio di sicurezza federale, i servizi segreti russi) e tre ex poliziotti; gli altri cinque sono ceceni, uno di loro avvocato a Mosca, e farebbero parte di una banda specializzata in omicidi su commissione. Gli inquirenti pensano che i ceceni possano avere a che fare anche con gli omicidi del vice presidente della Banca Centrale russa Kozlov e del giornalista di Forbes Russia Paul Klebnikov.

La Novaja Gazeta, impegnata nella sua indagine parallela, scrive che gli arresti sono stati fatti dal 15 al 23 agosto. Il direttore del giornale definisce le conclusioni degli inquirenti “convincenti”, il figlio della Politkovskaja, Il'ja, si dice “non sorpreso”.
“I nostri nomi coincidono con quelli dell'indagine ufficiale”, dice il vice direttore del giornale, Sergej Sokolov. “Ma l'identità del mandante non coincide”.

Nella sua conferenza stampa il Procuratore Generale fa anche una dichiarazione politica, puntando il dito contro le “forze esterne” di putiniana memoria che mirano a offuscare la reputazione internazionale della Russia e a destabilizzare la situazione interna del paese, e aggiunge che i responsabili vogliono “un ritorno al vecchio sistema di governo nel quale erano i soldi e gli oligarchi a decidere tutto”. Non si fanno nomi, ma tutti colgono il riferimento agli oligarchi in esilio (rispettivamente nel Regno Unito e in Israele) Berezovskij e Nevzlin; non a caso nel corso della conferenza stampa Čajka ribadisce che la Russia continuerà a chiedere l'estradizione di Berezovskij, ricercato per reati finanziari.

Nel frattempo anche l'FSB tiene una conferenza stampa in cui comunica che un suo ufficiale, Pavel Rjaguzov, è tra gli arrestati.

Gli altri nomi non si sanno, ma appaiono sulla stampa il giorno successivo, completi di foto e generalità dei sospettati: Aleksej Berkin, Dmitrij Lebedev, Tamerlan Machmudov, Džabrail Machmudov, Oleg Alimov, Achmed Isaev, Sergej Chadžikurbanov, Dmitrij Gračev, Pavel Rjaguzov. Il Moskovskij Komsomolec aggiunge un bel po' di dettagli. [7] Si sa così che Rjaguzov, il colonnello dell'FSB, ha 37 anni ed era già tenuto d'occhio da tempo per presunti collegamenti con il crimine organizzato. Rjaguzov è specializzato in compiti di sorveglianza, dunque potrebbe avere messo sotto controllo il telefono della Politkovskaja. Dmitrij Lebedev, Dmitrij Gračev, Oleg Alimov e Aleksej Berkin sono ex poliziotti: alcuni hanno lasciato il servizio tra i 5 e gli 8 anni fa. Avrebbero avuto l'incarico di sorvegliare la Politkovskaja quando usciva di casa. Sergej Chadžikurbanov, ufficiale di polizia, 40 anni, quattro anni prima ha organizzato una trappola che ha portato alla cattura di Frank Alcapone (alias Fizuli Mamedov), arrestato per il possesso di un chilo di eroina. Secondo le guardie del corpo del boss l'eroina gli era stata messa addosso dai poliziotti. Alcapone viene rimesso in libertà e i poliziotti accusati di abuso d'ufficio.

Poi ci sono i tre fratelli Machmudov, di origine cecena: Tamerlan, 36 anni, Džabrail, 49, e Ibrahim, 25. Tamerlan e Ibrahim risiedono a Mosca, Džabrail a Zarajsk, nel distretto di Mosca. Secondo le autorità questi tre non avevano rancori personali nei confronti della giornalista, e hanno partecipato all'omicidio in cambio di un'ingente somma di denaro.

Infine ci sarebbe l'autista, Achmed Isaev: avrebbe portato i fratelli Machmudov sul luogo del crimine e li avrebbe aiutati a ottenere la documentazione per acquistare la macchina.

Forse anche a causa di questa fuga di notizie, nei giorni successivi le prove contro alcuni degli accusati cadono una dopo l'altra. Viene rilasciato per insufficienza di prove Berkin (gli inquirenti pensavano facesse parte della banda di criminali ceceni chiamata “Lasagna”, dal nome di un ristorante in cui erano soliti incontrarsi, e ritenuta responsabile dell'omicidio); e viene rilasciato anche Chadžikurbanov, perché il giorno dell'assassinio era in carcere (quello che si dice un alibi di ferro). [8] Poi è la volta di Alimov, mentre emerge che Rjaguzov è accusato di abuso di potere per un caso che risale al 2002. [9]

A una settimana dagli arresti, un altro colpo di scena: la Procura Generale toglie il caso alla squadra di inquirenti che se ne era occupata fino a quel momento e al suo capo Pëtr Garibjan. [10] Il direttore della Novaja Gazeta Muratov dice in un'intervista a Echo Moskvy che la decisione è frutto di pressioni dei siloviki (uomini dei servizi) per sabotare le indagini. La Procura Generale nega l'accusa dicendo che la squadra è stata invece rafforzata con l'aggiunta di nuovi elementi. La Novaja Gazeta fa sapere che continuerà a lavorare con Garibjan, che sono in corso nuovi arresti e che l'indagine si è fatta estremamente complicata.

La Procura apre un'indagine sulla fuga di notizie.

A metà settembre viene arrestato Šamil Buraev, ex capo del distretto ceceno di Ačhoj-Martanov, accusato di aver ottenuto l'indirizzo della giornalista da Rjaguzov e di averlo passato agli assassini.
Una notizia RIA Novosti del 24 ottobre conferma che Buraev rimane in arresto e che i detenuti al momento sono nove, compresi i fratelli Machmudov. [11]

Nell'intervista a Time del dicembre 2007 Putin dice che le autorità faranno il possibile per risolvere il caso, ma che ci sono dei “problemi con le prove”. [12]

Alla fine di marzo 2008 la Procura Generale fa sapere che il killer è stato identificato ed è attualmente ricercato. Gli accusati in quel momento sono nove, compreso l'ufficiale dell'FSB. [13]

Agli inizi di aprile un investigatore capo incaricato delle indagini, Dmitrij Dovgij, rilascia un'intervista a Izvestija nella quale afferma che Boris Berezovskij è il mandante dell'omicidio. Dovgy è stato sospeso per corruzione (avrebbe preso tangenti per 4 milioni e mezzo di dollari), ma secondo Izvestija l'intervista è stata fatta quando era ancora in servizio. [14] Dovgij non ha in mano prove concrete, ma si dice convinto che l'omicidio sia stato ordinato da Boris Berezovskij attraverso Chož-Achmed Nuchaev, il criminale ceceno fuggiasco ufficialmente sospettato dell'omicidio di Paul Klebnikov. Appare abbastanza evidente che Dovgij, che pochi mesi prima in un'intervista alla Rossijskaja Gazeta era stato estremamente cauto, ha tentato una mossa disperata dimostrando la sua lealtà e accreditando una pista politica che poteva supporre molto gradita ai suoi superiori.

Il 16 aprile altra fuga di notizie: il sito russo Life.ru pubblica la foto di Rustam Machmudov, sospettato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio. [15]

Il 12 maggio viene rilasciato un altro sospetto, Magomed Dimelchanov. Gli arrestati scendono a sette. Contro Rustam Machmudov è stato emesso un mandato di cattura internazionale.
Agli inizi di giugno viene rilasciato anche Buraev, in attesa di processo.

Il 18 giugno gli inquirenti russi dichiarano di avere concluso l'indagine e di avere formalizzato le accuse contro quattro sospetti: tre per coinvolgimento nell'omicidio e uno per abuso d'ufficio. [16] Un'indagine distinta è stata avviata nei confronti dell'esecutore materiale dell'omicidio, Rustam Machmudov, latitante. Le accuse contro Buraev sono invece cadute per insufficienza di prove.
Agli inizi di luglio fonti della Procura Generale dichiarano di sapere in quale paese dell'Europa Occidentale si nasconda Machmudov. [17]

Arriviamo infine al 2 ottobre 2008, quando la Procura Generale della Federazione Russa comunica di avere rinviato a giudizio per l'omicidio di Anna Politkovskaja tre persone: Sergej Chadžikurbanov e i fratelli Džabrail e Ibrahim Machmudov. L'ex ufficiale dei servizi Pavel Rjaguzov è accusato di abuso di ufficio. Un distinto procedimento penale è stato avviato a carico di Rustam Machmudov. [18]

Il figlio della giornalista, Il'ja Politkovskij, ha sostenuto in una conferenza stampa che il caso è stato trasferito non a un tribunale civile, ma a un tribunale militare, in quanto uno degli imputati è un agente dei servizi. “Vorrei sottolineare che non accuso dell'organizzazione diretta di questo omicidio le autorità, perché niente fa pensare a questo. All'omicidio hanno preso parte elementi isolati dei servizi segreti e loro agenti”, ha aggiunto il figlio della giornalista. [19]

Dunque si va al processo, probabilmente in tempi brevi. Mancano il killer, il mandante e il movente.

La ricompensa da un milione di dollari non è stata incassata da nessuno.

È una storia fatta di voci e fughe di notizie, di avvertimenti, di “io so”, di sassi lanciati e mani nascoste, di rivelazioni frettolose e premature, di gang Lasagna e soldi, di criminalità, connivenze e coperture, probabilmente non di massimi poteri, o folli regali di compleanno, o premier ceceni capricciosi, o maligni oligarchi con l'hobby del colpo di stato. Ma chi può dirlo con certezza.

Quando è stata diffusa la notizia del rinvio a giudizio la stampa occidentale e quella russa hanno reagito pigramente. La ricerca su Google e Yandex dà pochi e ripetitivi risultati, le discussioni sui blog si limitano a rilanciare la notizia (che è stata riportata già a settembre [20] e non fa che confermare fatti noti già a giugno), nessun commento sui giornali.
Forse si aspetta il 7 ottobre per far scattare i riti del ricordo, più appaganti della ricerca di un tenue e distorto riflesso di verità.


NOTE
[1] “Who killed Anna Politkovskaya?”, John Laughland, Sanders Research Associates, 19 ottobre 2006
[2] “Russia: Gorbaciov- Lebedev, partito”, ANSA, 30 settembre 2008
[3] “Where is America's Politkovskaya?”, Mark Ames, The eXile, 20 ottobre 2006
[4] John Laughland, op. cit.
[5] СВИНСТВО!!!, http://al-stal.livejournal.com/, 20 ottobre 2006
[6] “Kto ubil Annu Politkovskuju?”, Oleg Kašin, Vzgljad, 9 ottobre 2006
[7] “Sodejstvujuščie lica i ispolniteli – V spiske ubijc Politkovskoj – torgovcy ryboj, čekisty i milicionery”, Moskovskij Komsomolec, 29 agosto 2007
[8] “Mera Otsečenija”, Kommersant', 30 agosto 2007
[9] “Genprokuror sdaet po delu”, Kommersant', 31 agosto 2007
[10] “Investigator out in Politkovskaya case”, The Moscow Times, 5 ottobre 2007
[11] “Court remands Politkovskaya murder suspect Burayev in custody”, RIA Novosti, 24 ottobre 2007
[12] “Putin promises to complete probe into Politkovskaya's murder”, RIA Novosti, 19 dicembre 2007
[13] “Politkovskaya's killer identified, being sought - top prosecutors”, RIA Novosti, 28 marzo 2008
[14] “Načalnik Glavnogo sledstvennogo upravlenija Dmitrij Dovgij: 'Čeloveku dolžno byt' vygodno ne brat' vzjatok'”, Izvestija, 3 aprile 2008
[15] “Ubijstvo izvestnoj žurnalistki. Killer sbežal iz Rossii”, Life.ru, 15 aprile 2008
[16] “Russian prosecutors finish probe into Politkovskaya murder”, RIA Novosti, 18 giugno 2008
[17] “Russian reporter Politkovskaya's killer hiding in Western Europe”, RIA Novosti, 1° luglio 2008
[18] “Russian prosecutors refer Politkovskaya murder case to court”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[19] “Delo ob ubijstve Politkovskoj peredano v voennyj sud”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[20] “Delo Politkovskoj v Genprokurature”, Rossijskaja Gazeta, 20 settembre 2008


*Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica.
Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

La traduzione francese, a cura di Fausto Giudice, è a questo indirizzo.

Il nuovo ordine mondiale sarà migliore? Ne dubito.

DI PETER OBORNE
Daily Mail

Circa sette anni fa i terroristi di Al Qaeda colpivano con gli aerei che avevano dirottato le Twin Towers nel cuore del centro finanziario di New York – e il mondo risultava trasformato.

Non ci sono stati morti questa settimana, ma gli effetti della strage avvenuta nei mercati finanziari saranno molto più profondi e destabilizzanti delle atrocità dell’11 settembre. 

Per quasi tutti noi si tratterà, prevedo, di un cambiamento in peggio e per un’ampia minoranza le conseguenze saranno estremamente dolorose.

Il mondo occidentale – la Gran Bretagna, l’Europa e gli USA – sono passati dall’eccesso all’austerità nel giro di poco tempo. La tempesta finanziaria di questa settimane avrà un forte impatto sugli standard di vita.

A suo tempo, farà cadere i governi e condurrà ad un trasferimento permanente del potere politico ed economico dall’Europa e dall’America alle emergenti e, in alcuni casi, come la Cina, semi-barbare economie orientali.

So che sarò accusato di essere apocalittico senza necessità e pessimista senza responsabilità, ma credo che il più grande errore che possiamo fare ora è sottovalutare la serietà della situazione e mettere la nostra testa sotto la sabbia.

Gli eventi sismici che hanno visto la quasi distruzione del settore delle banche d’investimento e il collasso del gigante delle assicurazioni AIG sono sullo stesso livello del Grande Crollo del 1929. 

Quello fu un disastro tale perché creò le condizioni per l’emergere del fascismo nell’Europa continentale e poi per la Seconda Guerra Mondiale.

Benché sia difficile prevedere le conseguenze, dobbiamo aspettarci complicazioni di uguale importanza – inclusa la rinascita in tutto il mondo di partiti di Estrema Destra che faranno uso della violenza.

Alcuni esperti parlavano questa settimana come se la crisi finanziaria fosse quasi superata. Erano più che mai dalla parte del torto [E l'articolo si riferisce alla settimana tra il 14 e il 21 Settembre! N.d.r.]. La crisi è appena iniziata – e molti cittadini che non hanno nulla a che fare con la finanza non se ne sono nemmeno accorti.

Ma se ne accorgeranno presto e in modo brusco. L’economia britannica è nelle stesse condizioni in cui si trovavano all’inizio di questo mese le coste texane poco prima dell’arrivo dell’uragano Ike – apparantemente calma, con la vita che procede normalmente, mentre una onnipotente tempesta si fa minacciosa all’orizzonte e si dirige verso di noi ad una velocità spaventosa.

Possiamo attenderci un forte aumento di bancarotte individuali. Tuttavia, esse raggiungeranno il loro picco non prima dell’anno prossimo in questo periodo.

Centinaia di migliaia di persone perderanno il loro posto di lavoro, con molti di essi obbligati a vendere la propria casa. I prezzi degli immobili crolleranno.

Vi saranno una grande sofferenza umana, panico e disperazione. Molte carriere saranno distrutte. Questa recessione è notevolmente peggiore rispetto a quella avvenuta all’inizio degli anni ’90.

L’ortodossia del governo britannico, della Confindustria britannica e di altri, secondo i quali vi sarà un lieve rallentamento dell’economia che si concluderà alla fine del prossimo anno, è priva di senso.

Questa crisi è violenta, dinamica ed è soltanto appena iniziata.

Anche coloro tra noi che saranno abbastanza fortunati da non perdere il lavoro e la casa avranno amici e parenti a cui accadrà..

Prendiamo in esame, per prima cosa, il destino dei banchieri della City come quelli della Lehman Brothers - quasi tutti licenziati quando la loro azienda è fallita questa settimana.

Non riceveranno la loro liquidazione e non avranno quasi più nessuna occasione di beneficiare dei salari a sei zeri e degli ingenti bonus che avevano dato per scontati negli ultimi anni.

Questo significa che non potranno più restituire i giganteschi mutui che avevano ottenuto per costosissime case. Perciò questo fine settimana sono diventati venditori obbligati – il che significa che centinaia di nuovi cartelli con la scritta “Vendesi” compariranno a Londra e nel Sud Est nelle prossime settimane.

Benché questi banchieri d’investimento disoccupati abbiano avuto la sventura di acquistare ciò che di meglio vi era sul mercato, ora devono affrontare una bancarotta individuale.

Questo perché scopriranno che le loro case valgono di meno rispetto a quanto le avevano pagate, e perciò non saranno in grado di restituire il mutuo.

Con così tanti venditori sul mercato obbligati a vendere a qualunque prezzo, può essere dato per certo che questo fine settimana qualunque casa a Londra varrà il 25% in meno rispetto allo stesso periodo della scorsa settimana..

Molti giovani banchieri – ventenni e trentenni con una famiglia recentemente costituita - si trovano ad affrontare un disastro totale.

Sicuramente, c’è scarsa simpatia verso questi ex-“padroni dell’universo” che si sono divertiti. 

Ma sappiamo già che la fusione avvenuta giovedì [18 settembre] tra la Lloyds Bank e HBOS (ammesso che sia completata: contrariamente a quanto affermato dal Cancelliere dello Scacchiere Alistar Darling questo non e' affatto certo) porterà alla perdita di 40.000 posti di lavoro tra i lavoratori nel settore bancario.

Avverrà una strage in ogni via dove vi sia tanto uno sportello della HBOS che uno della Lloyd – una filiale verrà sicuramente chiusa.

Ma questo massacro è solo l’inizio. Nei prossimi mesi, il ciclone finanziario si spingerà oltre senza pietà e condurrà l’economia alla rovina.

Le banche chiuderanno le porte a centinaia di piccole imprese. Un ingente numero di aziende fallirà inevitabilmente. 

Questi disastri si ripercuoteranno quindi sul settore finanziario, dal momento che le bancarotte delle aziende e il crollo dei prezzi immobiliari costringeranno ad attuare svalutazioni contabili e ulteriori licenziamenti.

Si prevede che la disoccupazione – già rapidamente in crescita e che è aumentata di 80.000 persone nel corso dell’estate– farà un balzo in avanti e che aumenterà superando i due milioni previsti dagli economisti. 

Questo produrrà un circolo vizioso. Ogni lavoratore disoccupato significa meno ricavi dalla tassazione e maggiore spesa sociale. 

Nel bilancio dello scorso marzo ([considerato] irrealistico quando fu pubblicato), Alistair Darling prevedeva di prendere in prestito 43 miliardi di sterline. Anche allora, questo dato sembrava spaventosamente eccessivo.

Ciò significava che solo l’Egitto, il Pakistan e l’Ungheria tra le principali economie mondiali avevano una spesa statale più dissoluta di quella britannica. 

Questo fine settimana, i prestiti dello Stato sono fuori controllo.

Essi raggiungeranno quota 100 miliardi di sterline il prossimo anno – più del doppio di quanto stimato da Darling. Questo farà suscitare dei dubbi sulla capacità della Gran Bretagna di finanziare il nostro debito sul mercato del credito internazionale

Il Fondo Monetario Internazionale ha già messo in guardia Darling in merito alle sue spese sfrenate. Nei prossimi mesi, chiederà di attuare dei tagli nella spesa statale, come fece negli anni ’70 quando il Cancelliere dello Scacchiere Denis Hailey, laburista, fu costretto a chiedere un prestito al FMI.

Darling sarà costretto a prendere provvedimenti urgenti e dolorosi per invertire la rotta rispetto alle recenti spese pazze – ben accolte dai parlamentari laburisti con poche conoscenze finanziarie – per i servizi pubblici, in particolare per la sanità e per l’istruzione.

E qualora l’ala responsabile del governo laburista sosterrà, come fece negli anni ’70, questo atteggiamento prudente, la Sinistra chiederà di aumentare la spesa per salvare i posti di lavoro. 

È probabile che il Partito Laburista si spaccherà su questo tema – come fece dopo il Crollo nel 1931 e nuovamente all’inizio degli anni ’80. Nel medio termine, l’unica soluzione a questa crisi del debito è l’incremento dell’inflazione, dal momento che i governi sono obbligati a stampare moneta per evitare la depressione. 

I risparmiatori dovrebbero perciò prepararsi al ritorno di incrementi dei prezzi a doppia cifra che non si vedono dai primi anni ’80.

Sotto la spinta della povertà, anche la criminalità crescerà – in particolare quella contro il patrimonio. Dovremmo anche prepararci al ritorno della violenza di matrice politica nelle strade.

Sicuramente il British National Party sfrutterà il rallentamento dell’economia per attaccare gli immigrati, accusandoli di aver “rubato il lavoro ai britannici”.

Il BNP ha registrato una crescita di consensi sorprendente in occasione delle elezioni dello scorso maggio, e questi cresceranno ancora alle elezioni europee del prossimo giugno.

Questo è il panorama problematico che ci aspetta. Ma le conseguenze a livello mondiale sono altrettanto significative e possiamo aspettarci che l’Euro resti schiacciato dal collasso economico.

L’Euro non è mai stato messo alla prova dalle avversità. Coloro che hanno progettato la moneta unica hanno commesso un errore folle quando la lanciarono dieci anni fa: hanno istituito l’unione monetaria prima di quella politica.

In democrazie da lungo tempo in vita come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, è normale che un’area del paese aiuti l’altra nei momenti di difficoltà.

Per esempio, non vi è stata nessuna forte opposizione da parte dei contribuenti del Sud quando è stato chiesto loro di salvare dalla bancarotta la Northern Rock, benché le sue attività fossero concentrare nel Nord Est.

Tuttavia, questo non è il caso dell’Europa continentale dove i contribuenti francesi si rifiuterebbero di fornire somme ingenti per salvare, ad esempio, il settore bancario italiano.

Ecco spiegato il motivo per cui è probabile che l’Euro verrà distrutto dalla tempesta economica in arrivo – come l’adesione della Gran Bretagna al sistema monetario europeo andò in pezzi in occasione del Mercoledì Nero del 1992. La verità è che il terremoto di questa settimana si trasformerà in una pesante umiliazione per la classe politica europea.

Come in Gran Bretagna, questa crisi sarà sfruttata dall’Estrema destra in paesi come la Francia, l’Olanda e l’Austria.

Questi paesi hanno potenti partiti neo-fascisti che apprezzeranno la recessione, in particolare destinando le minoranze etniche ad esserne accusate, come fecero i nazisti in Germania dopo la crisi del 1929.

La buona notizia è che la Gran Bretagna – nonostante lo sforzo di Tony Blair e di altri – rimane fuori dall’Euro.. 

Questo significa che possiamo controllare i nostri tassi d’interesse e consentire che la sterlina venga svalutata, diversamente da molti Stati europei, alcuni dei quali (come l’Irlanda) sono già distrutti dalla recessione.

Ma la più grande preoccupazione riguarda quello che avverrà negli USA. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’America è stata il guardiano del mondo. 

È stata in grado di ricoprire questo ruolo e di respingere quelli che riteneva propri nemici, come l’Unione Sovietica e l’Iraq di Saddam Hussein, perché negli ultimi 60 anni è stata la più grande potenza economica mondiale.

Il problema più importante che oggi il mondo sta affrontando è se gli Stati Uniti – già azzoppati dai 2 trilioni di dollari stimati per il finanziamento dell’occupazione dell’Iraq – possono permettersi di mantenere il loro ruolo a livello globale..

Il precedente storico è tutt’altro che incoraggiante. 

Dopo il crollo del 1929, gli Stati Uniti si sono chiusi in se stessi, reintroducendo il protezionismo. 

Tornò ad avere rapporti con il resto del mondo solo dopo l’attacco del Giappone a Pearl Harbour nel dicembre del 1941.

È ancora troppo presto per dirlo con certezza, ma è possibile che l’America sia a un punto di svolta simile nella propria storia. 

La decisione del Presidente Bush di trasferire il denaro dei contribuenti ad istituzioni finanziarie andate in bancarotta ha condotto ad un’esplosione del debito pubblico degli USA, che peggiorerà enormemente a causa della decisione presa ieri a Washington.

Come conseguenza di ciò, l’affidabilità creditizia degli USA a livello globale è a rischio, ed è probabile che entro il prossimo decennio il dollaro perderà il suo status mai messo in discussione di valuta principale nelle riserve mondiali. 

Vi sono segni che [dimostrano] che questo processo è già iniziato. 

Il destino della sterlina è stato segnato da questo tipo di svalutazione in occassione della crisi economica degli anni ’30. 

In verità, la decisione successiva di interrompere la corrispondenza tra sterlina e Gold Standard nel 1931 segnò la fine dell’Impero Britannico.

Il dominio globale dell’America – già minacciato dall’emergere di potenze economiche rivali come la Cina – potrebbe presto avere fine.

Gli Stati Uniti probabilmente si ritireranno al proprio interno, diventando isolazionisti, almeno temporaneamente – aprendo la strada ad un nuovo e persino più minaccioso ordine globale.

È inevitabile che l’America si ritirerà presto dall’Iraq, lasciando che il suo peggior nemico, l’Iran, sia la potenza dominante nella regione senza essere messo in discussione.

La Cina si farà valere maggiormente e vorrà umiliare Washington imponendo il proprio controllo su Taiwan, fatto di fronte al quale la Casa Bianca avrà difficoltà a opporre resistenza. Essa passerà poi a minacciare la vicina India.

L’Africa diventerà la sede di guerre per procura tra la Cina e l’Occidente, come lo fu delle guerre delegate tra gli Stati Uniti e la Russia sovietica per gran parte del periodo post-bellico. 

La Cina, irritando ulteriormente gli Stati Uniti, inizierà anche ad intromettersi in America Latina. 

Il mondo che uscirà dal Grande Crollo del 2008, perciò, sarà oscuro e imprevedibile.

Questo fine settimana, tutte le famiglie sagge analizzeranno la loro situazione finanziaria, preveniranno gli inevitabili problemi che li aspettano, e faranno immediatamente dei tagli alle spese non necessarie come i pasti fuori casa, le seconde auto e le vacanze all’estero. 

Negli ultimi 25 anni abbiamo vissuto in una bella festa, tutti noi – governi, aziende, banche e, naturalmente, consumatori – abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e ne stiamo pagando il prezzo.

Questo fine settimana iniziano i postumi della sbornia. Dureranno a lungo. 

Lo stile di vita sarà molto più simile all’austerità del secondo dopoguerra piuttosto che al boom delirante e sostenuto dai debiti degli ultimi due decenni.

Forse le nostre vite non peggioreranno a causa di tutto questo. I nostri valori sicuramente cambieranno – molti diranno che era ora. 

Gli oggetti materiali dovrebbero contare molto di meno.

Quasi dall’oggi al domani siamo entrati in nuovo mondo, e dobbiamo imparare a trarne il meglio.

Titolo originale: “Apocalypse Now?: New world order could have devastating implications for Western nations”

Fonte: http://www.dailymail.co.uk/
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