martedì 7 ottobre 2008

Lo Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura (SOFA) 2008

L'edizione 2008 del rapporto annuale della Fao valuta rischi e opportunità della bioenergia. Il rapporto boccia le attuali produzioni di biocombustibili, ritenute troppo impattanti sulla sicurezza alimentare. Il Rapporto Sofa 2008 (The State of Food and Agriculture - SOFA - 2008) riconosce ai biocarburanti d'essere una opportunità, ma anche quella di presentare forti rischi.

Il Direttore Generale della Fao, Jacques Diouf. “Le politiche attuali tendono a favorire i produttori di alcuni paesi sviluppati rispetto ai produttori della maggior parte dei paesi in via di sviluppo. La sfida è riuscire a ridurre, o a gestire, i rischi e condividere invece in modo più ampio le opportunità”.

Secondo lo studio della Fao i biocarburanti coprono attualmente il 2% del consumo mondiale di carburanti per il trasporto. Il contributo dato dal biofuel al fabbisogno mondiale di carburante è pertanto ancora modesto. La crescita della produzione di biofuel spinge al rialzo la domanda di alcune materie agricole come lo zucchero, il mais, i semi oleosi, ponendo una forte pressione al rialzo dei prezzi alimentari. Un fenomeno che mette a rischio la vita di milioni di abitanti nei paesi in via di sviluppo. Particolarmente a rischio sono i consumatori poveri delle aree urbane ed i compratori netti di cibo delle aree rurali.

Il fenomeno potrebbe essere attenuato se la produzione di biofuel fosse decentrata nei paesi in via di sviluppo, in quest'ultimo caso la spinta agricola potrebbe favorire la crescita anche dell'agricoltura alimentare e ridurre le importazioni di generi alimentari. Oggi, la produzione di biofuel è invece sussidiata e protetta all'interno dei paesi sviluppati dell'area OCSE, scaricando tutte le conseguenze in termini di rialzo dei prezzi alimentari sui paesi in via di sviluppo.

Il Rapporto si pone in atteggiamento critico anche nei confronti del vantaggio ambientale apportato dall'uso del biofuel in sostituzione del carburante fossile. Secondo il rapporto i biocombustibili determinano il cambiamento di destinazione d'uso della terra, spingendo i piccoli agricoltori alla deforestazione per l'agricoltura di sussistenza, con grave impatto sulla biodiversità. L'impronta ecologica dei biocarburanti è pertanto dubbia, secondo la Fao, come anche il suo bilancio in termini di emissioni di gas serra.

Questi aspetti critici potranno essere superati soltanto con lo sviluppo e la diffusione della seconda generazione di biocombustibili, che impiegano come materia prima gli scarti o le materie prime non alimentari. Ad esempio il legno, le alghe, le piante erbacee,

“Queste considerazioni sembrano offrire motivazioni valide affinché gli investimenti sui biocombustibili sia indirizzati maggiormente nella direzione della ricerca, specialmente verso lo sviluppo delle tecnologie di seconda generazione, che se ben concepite ed implementate fanno ben sperare per la riduzione delle emissioni di gas serra ed allo stesso tempo per una minore pressione sulle risorse naturali”, ha concluso Diouf.

20081007

Src: Sofa2008

Fallimento di una banca: chi ci perde e chi ci guadagna



Una banca è una particolarissima attività commerciale che acquista e vende denaro.

Lo acquista dai risparmiatori ad un costo prefissato e lo impiega prestandolo a vari soggetti ad un certo tasso di interesse (maggiore rispetto al costo ).

La banca cioè svolge una funzione di intermediario creditizio, ma in atto interpreta anche un ruolo di protagonista deteriore dell'economia. Vediamo come e perché. Quando la banca non può più far fronte ai suoi impegni nei confronti di coloro i quali le hanno prestato del denaro fallisce.

 

Ma perché non riesce a restituire ai propri fornitori la liquidità che era stata loro affidata? Si tratta di pura e semplice incapacità della dirigenza o di una oculata strategia diretta da una regia tanto micidiale quanto occulta? La crisi avviene quando l'impiego del denaro o è ad un tasso troppo basso e quindi incapace di remunerare il costo ,ovvero quando i clienti per una pluralità di ragioni non riescono o non vogliono restituire sia il capitale prestato che gli interessi. Questo è avvenuto nell'economia americana ma non solo in essa e sta allargandosi pericolosamente all'economia globale.

 

Ed allora chi ci guadagna e chi ci perde?

Chi ci perde sono indubbiamente i risparmiatori che non hanno la possibilità (se non con lunghe e costose cause) di recuperare i loro averi depositati nelle banche fallite ed i dipendenti dell'istituto di credito decotto che devono rinunciare al loro posto di lavoro e spesso ai trattamenti di fine rapporto, ma paradossalmente ci perdono anche i clienti che in crisi di liquidità dovranno rinunciare anche agli immobili o ad altri beni dati in garanzia per i prestiti naufragati che saranno sottoposti ad esecuzione forzata.

 

Ed allora ci perdono tutti? A ben guardare non sono poi tutti che ci perdono anzi in una crisi del genere il GRANDE CAPITALE si arricchisce a dismisura.

Come? Gli avvocati incaricati dei costosi recupero crediti guadagnano enormemente lucrose parcelle con un serbatoio di pratiche legali praticamente immenso,i notai aumentano i loro introiti per i rogiti delle case vendute all'asta, dopo la procedura immobiliare Chi si arricchisce in misura eccezionale sono soprattutto i grandi speculatori che dopo aver fatto artificialmente lievitare i costi degli immobili li acquistano collettivamente a basso prezzo durante gli espropri rivendendoli poi a prezzi maggiorati garantendosi un extra-profitto.

 

Ma chi ci perde ancor di più sono i contribuenti che vedono aumentare le imposte a seguito degli interventi impropri decisi dai governi per fronteggiare (fittiziamente) le crisi finanziarie delle finanziarie , ed in ultimo chi paga il conto sono i cittadini appartenenti alle fasce più deboli delle popolazioni mondiali che stretti tra crisi ed inflazione perdono posti di lavoro e capacità di risparmio e potere d'acquisto.

 

Perché non si spiega tutto questo? Le crisi economiche (cicliche o no) non esistono sono inventate e procurate solo per favorire gli interessi dei pochi che si arricchiscono a più non posso.

 

Sigismondo Panvini

Link:http://www.siciliainformazioni.com/giornale/economia/economia/29739/perch-fallisce-banca-guadagna-perdelaltra-faccia-delleconomia-statunitense.htm 


La Georgia come stato fantoccio e un quotidiano italiano come strumento della nuova guerra fredda

In tutti questi anni abbiamo ripetuto sistematicamente un consiglio ai giovani che aspirano a diventare giornalisti o a lavorare nel campo dell’informazione. 

a) non fidatevi delle versioni ufficiali, 

b) non usate le loro categorie per descrivere i soggetti e gli eventi ma scegliete quelle più rispondenti alla realtà e al contesto 

c) soprattutto leggete sempre tra le righe e i dettagli delle corrispondenze e dei reportage dai vari teatri di crisi. Un corrispondente o un inviato – anche se titoli, occhielli e catenacci scelti dalle direzioni spesso stravolgono il contenuto del reportage – forniscono sempre elementi e notizie utili perché vengono raccolte sul campo e non possono essere omesse oltre un certo limite. 

Un esempio di questa semplice lezione di giornalismo critico ci viene dalle cinque pagine che l’inserto domenicale della Repubblica ha dedicato al reportage dello scrittore Jonathan Littel sulla situazione in Georgia. Sul successo di questo scrittore parleremo successivamente, ma nel suo reportage ci sono dettagli che confermano quanto corrisponda al vero il fatto che la Georgia sia uno “stato fantoccio” completamente teleguidato dagli USA e non una repubblica indipendente e sovrana. 

Già nelle prime dodici righe scopriamo l’esistenza del sig. Dan Kunnin in qualità di “consigliere americano” del presidente Shakaasvili e di come il suo ufficio sia situato direttamente nel nuovo palazzo presidenziale. Dove si è mai visto un presidente che ha un consigliere straniero con tanto di ufficio nel suo palazzo se non in una repubblica delle banane? Per il sig. Kunnin – di professione consigliere USA del presidente della Georgia, “sarebbe ridicolo pensare in termini diversi” dalla versione secondo cui la Russia stava preparando da tempo un'invasione della Georgia (vedere in seconda pagina). 

Sempre nella seconda pagina scopriamo che il governo della Georgia ha assunto uno studio di comunicazione belga - la Aspect Consulting - per promuovere la propria versione elaborata ad uso e consumo della comunità internazionale. Il suo fondatore Patrick Worms (tradotto dall’inglese il cognome significa “vermi”!) che - secondo Littel - i media russi hanno ribattezzato il “maestro della comunicazione oscura”, ha dato vita “ad una rete di unità in tutte le capitali europee e quotidianamente distilla informazioni del genere “persuasione occulta” mirante ad accreditare il punto di vista dei suoi datori di lavoro (il governo della Georgia, NdR). 

In terza pagina scopriamo invece che il segretario alla sicurezza del governo della Georgia, Khaka Lomaia, che il reporter Johnatan Littel aveva già conosciuto nel 2004 appena eletto come ministro dell’istruzione e che fino alla “Rivoluzione delle Rose” - che portò al potere Shakaasvili - “aveva diretto la filiale georgiana della Open Society di George Soros. 

Insomma il quadretto che si ricava dal reportage di Johnatan Littel sulla Georgia, nonostante cinque pagine tese a descrivere i russi come brutali invasori della democratica repubblica caucasica, consente a chi vuole cercare tra le righe di avere un’idea molto più nitida (e inquietante) di “in che cosa” gli USA avevano trasformato la Georgia grazie alla Rivoluzione delle rose prima e alla presenza militare, diplomatica, politica ed economica poi. Una sorta di stato fantoccio piazzato in funzione apertamente antirussa proprio a ridosso dei confini del grande nemico.
 

Infine avevamo promesso qualche parola sull’autore del reportage Johnatan Littel. Di origine ebraica, è nato a New York da una famiglia fuggita dalla Polonia. Figlio dello scrittore di “spionaggio” Robert Littel, Johnatan è diventato dopo molte difficoltà e insistenze cittadino francese. Era uno sconosciuto fino al 2006 quando venne pubblicato un suo ponderoso romanzo di novecento pagine “Le benevole” che attraverso il suo protagonista (un ufficiale delle SS) racconta lo sterminio nei campi di concentramento nazisti e la guerra sul fronte orientale proprio contro la Russia. 

Un romanzo che ha suscitato qualche polemica per questa scelta della visuale della narrazione, polemiche in doppia direzione: qualcuno gli rimprovera di non prendere le distanze dalla visione dell’ufficiale delle SS protagonista del romanzo, altri gli rimproverano una intervista al quotidiano israeliano Ha’aretz in cui ha paragonato i soprusi dei nazisti contro gli ebrei a quelli dei soldati israeliani contro i palestinesi. 

Wikipedia ci informa inoltre che Littel “Nel 2008 ha pubblicato un saggio (Le sec et l'humide) in cui analizza La campagne de Russie di Léon Degrelle alla luce delle tesi di Klaus Theweleit (in particolare quelle esposte in Fantasie virili, 1977). Secondo Littell, il testo di Degrelle rivela un'impressionante serie di opposizioni strutturanti, tipiche della mentalità del soldatischer Mann messa in luce da Theweleit (secco/umido, duro/molle e così via): non essendo riuscita la separazione dalla madre, questo tipo di invididuo non ha potuto costruirsi un Io in senso freudiano. Staccatosi solo parzialmente, egli è comunque capace di interagire, di vivere "normalmente", ma solo perché si costruisce, o si fa costruire (con disciplina, dressage, esercizio fisico) un Io esteriorizzato che prende la forma di una sorta di "armatura muscolare". Il solo terrore vissuto dall'uomo-soldato, di cui Degrelle sarebbe un esempio particolarmente eloquente, sarebbe la dissoluzione dei propri limiti corporei. Non gli resta che esteriorizzare ciò che lo minaccia dall'interno, e il pericolo assume le sembianze dell'informe, del liquido, del femminile. Per strutturare il mondo, al fascista non resterebbe pertanto che uccidere, annientare tutto quanto è diverso da lui”. 

Insomma Johnatan Littel è un personaggio quantomeno contraddittorio con qualche passioncina per i nazisti e i loro teorici contemporanei. Ma, come accaduto durante la guerra fredda, anche i nazisti possono essere riciclati e buttati nella mischia contro i nemici del “Nuovo Secolo Americano”, ieri l’URSS e oggi la Russia. Cosa volete che siano cinque pagine regalate a Johnatan Littel sul quotidiano La Repubblica? 

Le lezioni da trarre sono molteplici ma su questo lasciamo che siano i giovani giornalisti con un minimo di senso critico a farsi le proprie opinioni in merito. Prendete la penna e un blocchetto per gli appunti e… al lavoro

Radio Città Aperta 

fonte: cpiano@tiscali.it

La grande crisi del 2008: cio' che la gente non sa


Stiamo subendo da circa un anno e mezzo una crisi economica e finanziaria che non ha avuto eguali per dimensioni e diffusione prima d'ora. E tutti sono convinti abbia avuto origine negli Stati Uniti e dagli States sia poi giunta al resto del mondo. Ebbene tale disastro è nato in Gran Bretagna, nella City e, nello specifico, all'interno di numerose società di ingegneria finanziaria. Dobbiamo tener presente che il 90% dei prodotti finanziari, buoni ma soprattutto non buoni, viene studiato e progettato presso queste società finanziarie/bancarie [Fabrizio Zampieri].
In questo caso, la causa dei principali mali del mondo è rappresentata dai cosiddetti strumenti derivati, denominati CDO e CDS.

Tali strumenti non sono altro che mutui immobiliari “impacchettati” e trasformati in obbligazioni. Quindi, grazie a questa operazione di “cartolarizzazione” (trasformare in carta un mutuo) tutte le principali Banche hanno potuto vendere a chiunque e all'esterno i debiti immobiliari dei loro clienti. Naturalmente il vantaggio delle Banche stava proprio nel fatto che potevano ottenere ulteriori profitti da queste obbligazioni strutturate: infatti, chi acquistava un'obbligazione garantita da un mutuo immobiliare prestava una certa quantità di denaro per un certo periodo di tempo ricevendo un interesse, garantito dai pagamenti rateali di chi aveva realmente sottoscritto il mutuo.

Si parla anche di mutuo “subprime” per indicare che questo è effettivamente un mutuo a rischio, detto in termini tecnici NINJA (No Income, No Job or Asset = Nessun Reddito, Nessun Lavoro stabile o Garanzia Finanziaria).

Praticamente, il circuito partiva dalle Società di ingegneria finanziaria che progettavano il prodotto, proseguiva poi con le Banche Commerciali (quelle che erogavano i mutui ai clienti) che impacchettavano i mutui e vendevano le obbligazioni alle Banche d'Affari o le collocavano direttamente sul mercato. In questo modo si creava una sorta di circolo vizioso con l'entrata di continua liquidità derivante dalla vendita delle obbligazioni strutturate, liquidità utilizzata per sostenere richieste di nuovi mutui e finanziamenti, e nuovamente per emettere altre obbligazioni strutturate.



Iniziata con gli Stati Uniti (a parte la progettazione avvenuta nella city di Londra) questa prassi è divenuta comune sia in Asia che in Europa tantoché pochissime Banche, anche europee, sono immuni da questo fenomeno.

E questo giochetto, che ha portato enormi profitti “facili” nelle casse delle Banche è andato avanti per anni, sostenuto anche dal continuo sviluppo del mercato immobiliare americano, con aumenti costanti del numero delle case costruite (esiste anche un indice economico basato sul numero dei nuovi cantieri) ed ovviamente con gli aumenti dei prezzi. Ciò ha portato inesorabilmente alla creazione di una bolla speculativa, che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni fa, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i  mutui vengono, almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo.

Si è assistito quindi al blocco dell'aumento del prezzo delle case e successivamente al suo crollo, non ancora terminato.

Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai mutui subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano  scesi profondamente, e le quotazioni furono sospese. 

A seguito di questa crisi, diverse Banche americane dichiararono fallimento o pesanti insolvenze (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington, ecc...), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità.

E veniamo all'ultimo atto, ovvero all'approvazione da parte dell'Amministrazione Bush, naturalmente in collaborazione con la Fed, del pacchetto di misure d'emergenza mediante la costituzione di un mega fondo pubblico da 700 miliardi di dollari (si stima però che il vero “buco” si

intorno ai 1.500 miliardi di dollari), che avrà la funzione di raccogliere, per il prossimo biennio, questi titoli finanziari “tossici”, ormai privi di mercato e detenuti dalle Banche Usa. L'obiettivo è senz'altro quello tentare di stabilizzare i mercati finanziari, dai quali poi dipende la sorte di tutti gli altri settori economici.

Ora gli effetti, come sempre, partendo dagli Usa stanno arrivando anche in Europa dove molte Banche hanno acquistato e rivenduto ad altre Banche, Sim, Gruppi Assicurativi, Fondi Pensione, Amministrazioni Pubbliche (Stati, Regioni, Provincie e Comuni), Gruppi Industriali, le obbligazioni strutturate sui mutui subprime. Immaginiamo quali potranno essere le conseguenze dell'azzeramento di valore di queste obbligazioni per i Fondi Pensione o per le Amministrazioni Pubbliche, e quindi per la collettività, che le detengono nel proprio portafoglio...  

In Europa, però, non c'è ancora alcun accordo su un eventuale piano di salvataggio comune.

Anche l'Italia non è immune da tale situazione negativa ed i principali Gruppi Bancari (Unicredit, e prossimamente anche Intesa ed MPS) iniziano ora a far uscire comunicati stampa con i quali si dichiarano notevoli difficoltà finanziarie legate al possesso e alle perdite causate da questi titoli (obbligazioni strutturate e derivati). E' proprio di questi giorni l'annuncio dell'Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, relativo ad un prossimo aumento del capitale sociale della Banca necessario per far fronte a tali problematiche. E pensare che lo stesso Profumo, fino a pochi mesi fa, intervistato, continuava ad affermare che era tutto sotto controllo, i fondamentali erano più che buoni e la Banca da lui condotta non aveva certo da temere nulla (forse non aveva detto tutta la verità); nel frattempo il valore del titolo ha perso oltre il 50%.   

E questa possiamo definirla la cronaca della nascita e sviluppo della nuova crisi finanziaria del 2008.

Ma, al di là della mera e tecnica cronistoria, mi sembrano doverose alcune considerazioni, alle quali vorrei lasciare la risposta ai lettori:

è giusto che il conto di tale disastro finanziario sia poi pagato dai cittadini?

è giusto che la maggioranza della Comunità ripiani il conto salato causato da una minoranza di avidi, ricchi, egoisti, imbroglioni, bugiardi e ladri?

è giusto che i veri autori di tale “truffa” finanziaria legalizzata (i nomi sono sempre quelli delle principali Banche d' Affari Usa e delle Banche Commerciali loro complici americane, asiatiche ed europee), alla fine escano impuniti con il benestare delle principali Autorità Governative e di Controllo?

è giusto che gli amministratori di queste note Banche d' Affari e Commerciali, dopo aver causato un tale dissesto mondiale, semplicemente si dimettano dalle loro cariche e se ne escano con liquidazioni di 30-40-60 milioni di dollari ciascuno?

è giusto che all'interno delle più alte cariche governative e degli organi di controllo siedano personaggi provenienti da queste famigerate Banche d' Affari? (l'esempio emblematico è il caso di Henry Paulson, Ministro del tesoro Usa, con patrimonio personale stimato intorno ai 700 milioni di dollari e, guarda caso, proveniente da Goldman Sachs; ma ricordiamo anche Mario Draghi, oggi Governatore di Banca d'Italia, proveniente dalla stessa Banca d'Affari, e lo stesso Romano Prodi, ex Primo Ministro del Governo Italiano e proveniente sempre dalla stessa Banca...);

è giusto che le società di Rating, che dovrebbero essere degli Enti imparziali e super partes, ma che invece sono in collusione con queste Banche d'Affari, applichino giudizi e punteggi positivi a queste obbligazioni e a quelle delle Banche amiche pur non avendone i requisiti? (ricordiamo che le obbligazioni di Lehman Brothers avevano AAA, ovvero il massimo punteggio di affidabilità e, nella sola Italia, i risparmiatori truffati possessori di tali titoli si stima siano oltre 300.000).

Inoltre, un nuovo pericolo è all'orizzonte sul sistema finanziario Usa, e successivamente in Europa: il rischio fallimenti relativamente ai rimborsi legati alle carte di credito.

E' infatti sempre maggiore il numero di clienti che non riescono a far più fronte ai pagamenti, in un'unica soluzione e rateali, sulle carte di credito. E forse non tutti sono a conoscenza che, nei giorni scorsi, mentre al Congresso Usa si votava il piano di salvataggio di Paulson, è stata approvata, sempre dal Congresso, una Legge a favore dei detentori di carte di credito, in difficoltà nei pagamenti, che impedisca alle Compagnie Finanziarie e assicuratrice di alzare indiscriminatamente gli interessi retroattivamente, senza preavvisare la clientela. Dopo le segnalazioni di migliaia di clienti, la stessa Federal Reserve ha dovuto ammettere che queste rappresentano pratiche “ingannevoli”.

Ed i numeri di tale fenomeno non sono per niente incoraggianti: nel solo 2007 ed inizi 2008 il tasso delle insolvenze è aumentato in maniera vertiginosa e si stima che circa 2.5 milioni di cittadini rischino il fallimento personale.

Fabrizio Zampieri  -economista ed analista finanziario- fabrifinanz@hotmail.com

Libano: interrogativi sul caos della sicurezza e dei media


Il succedersi degli attentati in Libano, sia nel nord del paese che contro obiettivi sensibili dell’esercito libanese, insieme alla ridda di ipotesi e di interpretazioni che proliferano nei mezzi di informazione, rendono praticamente impossibile la formulazione di una chiara visione di ciò che sta avvenendo in Libano – sostiene il giornalista libanese Walid Choucair

Forse uno dei successi di coloro che cercano di prolungare lo stato di instabilità in Libano sta nel fatto che essi contribuiscono a creare una situazione tale da rendere praticamente impossibile il tentativo di giungere ad una visione chiara dei fatti. Di conseguenza, gli eventi sanguinosi a cui ha assistito il paese negli ultimi 4 anni rimangono aperti pressoché a tutte le interpretazioni, il più delle volte fra loro contrastanti, e dipendenti dal clima politico più che dalla realtà oggettiva. Molto spesso tali interpretazioni sono falsificate e distorte al servizio di un dato obiettivo politico, anche se ciò dovesse avvenire a spese del sangue versato, e di vittime uccise a freddo.

E’ questa l’immagine più chiara del caos in cui versano la politica e la sicurezza, il quale è a sua volta il risultato delle profonde divisioni politiche all’interno del paese. In Libano le ragioni del conflitto internazionale in atto nella regione si sommano alle aspre e debilitanti fratture confessionali esistenti nella società libanese, ed alle strumentalizzazioni che di tali divisioni vengono compiute all’estero. Ciò ha reso la situazione ancora più intricata e suscettibile delle più svariate interpretazioni, rafforzando il caos e la mancanza di chiarezza.

Di conseguenza, non è più possibile determinare chi ci sia dietro gli attentati che colpiscono l’esercito libanese, sia che essi prendano di mira i luoghi in cui si riuniscono le truppe, sia che colpiscano gli autobus che le trasportano. Ma è anche impossibile sapere chi è che semina bombe quasi ogni settimana in questa o quella strada di Tripoli, al fine di riattizzare lo scontro confessionale. In assenza di dati e fatti certi, giungere ad una analisi unitaria è diventato impossibile.

Ma il risultato principale di tutto questo, fra le altre cose, è che ‘sfuggire alla giusta punizione’ è diventato più facile in Libano. Questa frase rimbalza ormai sulla bocca di tutti, all’interno della comunità internazionale; è ormai quasi diventata uno slogan, alla luce del caos che le campagne dei mezzi di informazione contribuiscono a generalizzare. Utilizzare i mezzi di informazione per facilitare e giustificare un caos ancora maggiore è uno dei mezzi che le parti interessate tengono nella dovuta considerazione nel perseguire i loro obiettivi. La teoria del ‘caso creativo’, ormai, non è più confinata soltanto alla sconsiderata politica americana, ma è divenuta un metodo che molti stati ed organizzazioni terroristiche dalle molteplici affiliazioni nazionali, e dai molteplici legami con svariati servizi di intelligence, hanno imparato a padroneggiare.

Vi sono molte parti in causa che sono interessate a ‘sfuggire alla giusta punizione’ in Libano, diffondendo il caos e lanciando accuse in tutte le direzioni ogniqualvolta si verificano incidenti o omicidi, in conseguenza dell’assenza di fatti certi e di una visione ben delineata. Diffondere il caos aiuta a distribuire le accuse ed i sospetti, permettendo a colui che si ritiene il più forte di sfruttare tutto ciò a fini politici.

Nel caos febbrile che ‘affoga’ gli attentati nel ‘bazaar’ delle deduzioni politiche, si perde anche l’obiettivo politico che sta dietro tali attentati, i quali diventano una mera sequenza di date che la gente si stanca di seguire allo scopo di verificarne i fatti e lo svolgersi degli eventi. In questo contesto, la spiegazione delle ragioni per cui viene preso di mira l’esercito libanese diventa generica e superficiale. Oppure queste ragioni vengono automaticamente spiegate come una vendetta contro l’esercito per la sua vittoria nella battaglia di Nahr al-Bared (contro il movimento estremista ‘Fateh al-Islam’, circa un anno fa (N.d.T.) ). Vengono invece trascurate altre spiegazioni, come ad esempio il tentativo di esercitare pressioni sulla nuova leadership libanese al fine di ‘addomesticarla’, o il tentativo di lanciare degli avvertimenti al presidente della repubblica, il generale Michel Suleiman, che proviene per l’appunto dall’esercito, e di indebolirlo al fine di impedirgli di porre fine al caos che fa sì che sia facile ‘sfuggire alla giusta punizione’ in Libano.

Nel frattempo, il caos mediatico accompagna il caos della sicurezza, sopraffacendo i tentativi di rispondere ad interrogativi come il seguente: se le accuse vengono indirizzate nei confronti dei gruppi fondamentalisti sunniti, accompagnate da analisi che suggeriscono che i colpevoli potrebbero essere cellule residue del gruppo ‘Fateh al-Islam’ o gruppi leali ad al-Qaeda, perché non è stato emesso alcun comunicato che rivendicasse gli attentati contro l’esercito, come era accaduto in passato, e come sono soliti fare questi gruppi in Iraq?

Se la Siria, ad esempio – i cui alleati hanno fatto trapelare di avere informazioni sul fatto che al-Qaeda cercherebbe di stabilire un rifugio sicuro nel nord del Libano – ha informato di questa situazione (la quale giustificherebbe i timori del presidente siriano Bashar al-Assad sul rischio che “il nord del Libano diventi una base dell’estremismo ed una minaccia per la Siria”) i leader di Francia, Turchia e Qatar al vertice a quattro che si è tenuto a Damasco all’inizio del mese scorso, ciò significa forse che i responsabili libanesi della sicurezza hanno ricevuto informazioni dalla loro controparte siriana (che si coordina con essi nell’ambito della cosiddetta Commissione di coordinamento delle forze armate dei due paesi) a proposito di questi gruppi estremisti monitorati da Damasco?

Il legame postulato da Damasco fra gli attentati in Siria e gli incidenti nel nord del Libano non hanno spinto la controparte siriana ad informare il Libano, attraverso questa commissione, relativamente ai dati in suo possesso?

link:http://www.arabnews.it/2008/10/07/libano-interrogativi-sul-caos-della-sicurezza-e-dei-media/

Walid Choucair è un giornalista libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “Dar al-Hayat” pubblicato a Londra

Titolo originale:

أسئلة عن الفوضى الأمنية والإعلامية

El Pais: Berlusconi sopprimerà 50.000 posti da insegnante

Il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, sta progettando di sopprimere, a partire dal 2009, la maggior parte dei posti da insegnante di materie specializzate e limitare così la quantità di maestri delle scuole elementari a uno per classe. La riforma inoltre ridurrebbe quasi della metà la settimana scolastica, frastornando la vita dei genitori dei 2,8 milioni di bambini italiani dai 6 ai 10 anni.

Tornare a questo modello, abbandonato 30 anni fa, aiuterà il paese più indebitato d’Europa a risparmiare 7.000 milioni di euro all’anno. Spariranno almeno 50.000 posti di lavoro nelle scuole elementari, secondo Rino di Gennaro, presidente di Gilda, un sindacato che rappresenta il 15% degli insegnanti delle scuole elementari d’Italia. Il ministro dell’Educazione, Mariastella Gelmini, argomenta che, col tempo, il paese starà meglio.

“L’Italia è divisa in due” ha detto la Gelmini giovedì scorso quando è arrivata davanti a una barricata di manifestanti appostati davanti ai suoi uffici a Roma. “Una parte dell’Italia vuole professori pagati di più e un’educazione migliore. L’altra è semplicemente un piccolo gruppo di pusillanimi. Non ci faccio caso”.

Proteste notturne

Maestri e genitori hanno protestato per i tagli all’impiego, che colpiranno 18.163 scuole elementari pubbliche e 240.000 impiegati. Il sindacato CGIL, il più grande d’Italia, ha minacciato di convocare uno sciopero generale nelle scuole se i legislatori non rivedranno il progetto, discusso attualmente in Parlamento.

All’apertura dell’anno scolastico, il 15 settembre, i maestri si sono vestiti di nero per ricevere i genitori che portavano i bambini alla scuola elementare Capponi, a Firenze.

Gli oppositori non danno segnali di resa. Questo giovedì i maestri hanno organizzato una manifestazione durata tutta la notte in 25 scuole elementari di Roma, con lo slogan “No Gelmini Day”. 

“Le minacce di scendere in strada con gli scioperi non mi impressionano” ha detto Berlusconi. “Ottengono l’effetto opposto: mi spingono ancora di più a continuare in questa direzione”. Il Primo Ministro ha la maggioranza della democrazia moderna in Italia: 340 seggi alla Camera su un totale di 630.

Link: http://italiadallestero.info/archives/1229

IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO

DI THOMAS WALKOM
Toronto Star

La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta. 

Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia. 

Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato. 

Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo. Cosa che regolarmente avviene. 

A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House. 

Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un mondo migliore. 

Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il capitalismo da se stesso. 

Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale. 

I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola. 

Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo. 

Per molto tempo ha funzionato. 

Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco. 

Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea. 

In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione decollò. 

Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia? 

E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo sindacalizzati. 

Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit. 

Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si concentrò sullo stritolamento dei salari. 

In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa. 

Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri. 

La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree. 

Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto nel mercato immobiliare. N.d.t.]. 

A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra. 

In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le restrizioni al prestito vennero attenuate. 

Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative. 

Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.]. 

Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a bassa leva. N.d.t.]. 

In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato sarebbe continuato a crescere di valore. 

Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Vedi Wikipedia. N.d.t.] 

Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano. 

In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale. 

I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare. 

Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la struttura economica della crisi. 

Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des. E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui abbiamo bisogno per vivereuna vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo. 

E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato. 

Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare regolarmente il mercoledì e il sabato. 

© Copyright Toronto Star 1996-2008

Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"

Fonte: http://www.thestar.com



VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?

Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale. 

Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo: 

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria

3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci; 

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. 

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal Capitolo VII].

[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile. 

[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]

Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo. 

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione. 

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati periodi di tempo. 

Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso. 

Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano 

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858: 

"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile". 

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa". 

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva: 

"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo" 

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese. [Dal Capitolo VIII

Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008? "

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/

Guerra civile


E’ guerra civile o guerra per banda? Comanda Maroni o La Russa? E’ territorio di interesse strategico militare come la base Dal Molin di Vicenza o è un deposito di immondizia? E si può combattere la Camorra con i paracadutisti dotati di pesanti armi automatiche come Bush ha deciso di combattere il terrorismo (suicidi sconosciuti e apparentemente in regola che si fanno esplodere provocando centinaia di morti) con l’esercito più potente del mondo? 

Riusciranno, con cingolati e uniformi mimetizzate, a penetrare nel giro degli insospettabili, a ricostruire i rapporti tra corruzione e politica, tra appalti e finanziamenti di Stato, tra sanità e morti ammazzati, tra controllo politico del territorio, controllo della Camorra, controllo del rifiuti e controllo del cemento? 

Ma la vera domanda è se i soldati sono in marcia per combattere la Guerra Civile, che avrà i suo schieramenti, i suoi giornali, i suoi valori, le sue bandiere, e che dunque potrà essere affrontato con reparti in assetto di guerra.

O se è guerra di banda, che vuol dire guerriglia, imboscate, mobilità estrema di piccoli gruppi, e un fitto reticolato di “intelligence”. 

“Intelligence” di Maroni, che è di Varese, è eletto nelle valli bergamasche e non ha un solo deputato o un solo elettore nel territorio che sta invadendo da straniero come gli americani in Iraq?

C’è l’alternativa: La “intelligence” di La Russa, l’uomo che ha dimostrato acutezza di fronte al conflitto. Esempio: come sostenere la spedizione militare italiana in Afghanistan che è stato votata e approvata ed esaltata come progetto umanitario? Semplice: inviando cinque aerei da combattimento, ciascuno del costo di un ospedale, e tutti per fronteggiare la terribile aviazione talebana.

La Russa, ministro della Difesa, è comparso vestito da pilota Top Gun per dimostrare a Maroni (che non ha l’aviazione) che è lui che comanda.

Maroni, per ritorsione, ha annunciato il suo prossimo sbarco in Libia a bordo (probabilmente in piedi, contro il vento del mare, e con bandiera leghista) da una motovedetta della Marina Italiana. Sarebbe stato imbarazzante visto che Maroni si batte per l’indipendenza della Padania. Fa, di mestiere, il Ministro della polizia italiana, ma stava andando in Libia con la cravatta e la bandiera verde. Verde è il colore islamico. Maroni voleva andare a intimorire Gheddafi, recente acquisto di Berlusconi, per fargli una lavata di testa a causa del suo lassismo: lascia venire troppi disperati in Italia.

Gheddafi sarà anche stato acquistato ma è svelto. Ha visto il rischio di confusione e ha semplicemente ingiunto al Ministro italiano, tramite ambasciatore, di non andare dove nessuno lo ha invitato.

Chiunque si sarebbe dimesso. Abituato a Berlusconi, Maroni ha obbedito al colonnello libico, e – da leghista padano – continua a fare il Ministro degli Interni della Repubblica Italiana.

Furio Colombo 

Il "presidenzialismo" va in onda alla televisione



di Antonio Ruggieri - Megachip

Con piccoli e programmati slittamenti annunciati da servizi giornalistici sagacemente sommari, la politica e il suo contesto cambiano di piano. La prospettiva del Caimano (come quella della P2) prevede la marginalizzazione del Parlamento, in favore di procedure decisionali monocratiche e maggiormente sbrigative. Ci stiamo avviando a una sorta di "presidenzialismo di fatto", la cui portata di revisione costituzionale non ha nemmeno lambito le forme istituzionali della rappresentanza democratica.

Berlusconi annuncia il ricorso sempre più esteso e spregiudicato al decreto legge, suscitando una risposta flebile e di maniera da parte del Partito Democratico.

Senza dichiarazioni di programma, sta prendendo forma un populismo di stampo sudamericano del quale la televisione è strumento e laboratorio nello stesso tempo.

Dal sondaggio alla proposta verificata da un sondaggio ulteriore, la politica cambia anima e fondamento.

Si fa format del palinsesto incessante nel quale siamo immersi.

Lo strabiliante consenso del Premier si alimenta di brevi, ammiccanti apparizioni, sempre digressive rispetto ai temi d'attualità politica che comunque vengono sapientemente ribattuti.

Da Vespa a Ballarò, da Striscia la Notizia a le Iene, Berlusconi mette in opera una strategia di comunicazione "a bassa intensità" che sfugge all'opposizione, la quale anzi contribuisce a renderla maggiormente feconda.

Le poche, mirate e "protette" apparizioni televisive del Presidente del Consiglio, sono accompagnate da una valanga di citazioni, allusioni e ammiccamenti, che ne fanno ridondare l'immagine e la pervasione.

Addirittura inconsapevolmente, ottengono lo stesso subdolo risultato le battutine garbate sul premier di D'Alema dalla Gruber, la messa in onda a Striscia la Notizia di una canzone di Berlusca accompagnato da Apicella, l'augurio di compleanno di quest'ultimo al suo pigmalione dalla Ventura, le immagini che lo riprendono insieme a Galliani alla partita del Milan, l'intervista sul Corriere dello Sport e addirittura il riferimento tutto sommato bonario di Crozza alla sua surrealistica capigliatura.

Berlusconi si avvantaggia di un "infotainment" senza fine e senza ritegno che ha definitivamente surclassato l'informazione.

E' questa la fisionomia della seconda Repubblica.

La prima non è mai finita; ha soverchiato anche "mani pulite" ed è rinata dalle sue ceneri più corrotta e impunita di prima.

Il quarto Governo Berlusconi, quello nato sul disfacimento dell'Unione e sul tramonto parlamentare della sinistra, ha preso in carico un radicale progetto di riforma, ridanciano e sovversivo nello stesso tempo.

Che passa a Blob e a colpi di Tapiri consegnati invece che nel dibattito istituzionale.

L'intenzione revisionista di Dell'Utri in campo storico, la paccottiglia fascista sulla sicurezza che ha innescato le tragiche vampate di razzismo di questi giorni, il presidenzialismo annunciato, l'epilogo della vicenda Alitalia finita in bocca alla cordata "amica", l'antiabortismo di Ferrara in campagna elettorale, l'attacco ad alzo zero della Gelmini contro il segmento primario della scuola fiore all'occhiello del nostro sistema formativo, il lugubre dibattito sul reato di clandestinità, la ripresa del nucleare da parte di Scajola, le fesserie sopra le righe della Carfagna sulla prostituzione, la laconica esposizione parlamentare di Tremonti delle linee guida della legge finanziaria, la rottura del fronte sindacale, l'approvazione dei preliminari per un Federalismo fiscale che inciderà profondamente sulla coesione della comunità nazionale e rinfocolerà gli egoismi e i particolarismi localistici, il "lodo Alfano" e l'imminente riforma della giustizia, lo spostamento della spazzatura napoletana col rilancio della cultura dell'incenerimento e il conseguente rialzo della quotazione in borsa della Fibe (Impregilo) che del disastro che ci è stato ammannito per mesi è la maggiore responsabile.

Tutto questo è accaduto in cinque mesi più o meno, a cura di un Governo che con ogni probabilità rimarrà in carica cinque anni.

E' accaduto innanzitutto alla televisione, mentre giorno dopo giorno, in qualche modo, ce ne facciamo una ragione.

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8003

La Russia è un mondo di mondi



di Giulietto Chiesa - Megachip

"La Russia è grande e contiene molte cose diverse tra loro". Parola del nuovo presidente e non ancora Zar, Dmitrij Medvedev. Che riecheggiano, in termini meno poetico-filosofici, il concetto del grande storico Mikhail Ghefter: "La Russia è un mondo di mondi". Per dire che sarà difficile trovare un filo conduttore politico preciso per la "riabilitazione" dello zar Nicola II, decisa ieri dalla Corte Suprema delle Federazione Russa. E' la Russia imperiale che rinasce sotto i nostri occhi, mentre l'America del turbocapitalismo affonda?

Se fosse così non si capirebbe perchè mai la tesi della Procura di Stato sia stata contraria alla decisione e l'abbia combattuta legalmente fino all'ultimo. La decisione non pare dunque venire dal Cremlino di oggi, assai meno impegnato a rimettere sui loro piedistalli i santini del passato di quanto non lo fosse Boris Eltsin.

Da dove viene dunque questa decisione piuttosto sorprendente? E si può trovare un ispiratore cui farla risalire?

E poi di che "riabilitazione" si tratta? La tesi della Procura è stata che nessun organi di stato, fosse pure sovietico, prese la decisione di sterminare la famiglia imperiale al completo, e quindi, non si sarebbe dovuto applicare la legge sulal riabilitazione dei perseguitati politici. Piuttosto - così argomentava la Procura - l'assassinio della famiglia imperiale, atto moralmente esecrabile specialmente perchè aveva incluso non solo il responsabile della guerra e del disastro della Russia, ma l'intera sua famiglia, inclusi i figli e le figlie minori, la moglie, perfino il medico di famiglia e i servitori rimasti, doveva essere considerato un atto criminale, per quanto efferato, non un atto politico.

Tesi debole, invero, perchè chi ordinò l'eccidio nella casa di Ekaterinburg (destino volle che Boris Eltsin fosse in seguito il primo segretario della regione che venne ribattezzata, in epoca sovietico, di Sverdlovsk) aveva ben chiaro uno scopo politico: liquidare non solo Nicola II ma anche tutti gli eredi, estirpare la famiglia per evitare che, se la guerra civile fosse andata male per le guardie rosse, il ritorno dei "bianchi" al potere non potesse fare riferimento in alcun modo alla dinastia dei Romanov.

Niente di più "politico" che un ragionamento del genere. Dunque, sotto questo profilo, la Corte Suprema sembra avere agito razionalmente e in base allo spirito della legge. Del resto, dare ragione alla tesi della Procura avrebbe significato l'impossibilità di riabilitare le migliaia di repressi nei lager, fatti morire senza alcun processo, semplicemente periti per i disagi, spariti nel vortice della macchina concentrazionaria.

Ma, una volta sciolto questo nodo, ne vengono al pettine molti altri. Nicola II era davvero innocente per i milioni di morti patiti dalla Russia nella guerra contro le potenze centrali? Non fu lui a prendere, come monarca assoluto, quella decisione fatale che aprì la mattanza dei contadini russi? Non fu lui ad avere creato le condizioni che resero possibile, perfino difficilmente evitabile, la rivoluzione che fu poi - non subito - guidata dalla frazione di maggioranza del Partito Sociadlemocratico Russo, passata alla storia come il partito dei Bolscevichi? E si può mettere sullo stesso piano un oscuro lavoratore morto nella costruzione della diga sull'Angarà, colà mandato obbligatoriamente, quasi come uno schiavo, e un monarca assoluto investito di poteri statuali e religiosi, non sindacabile, cioè assolutamente responsabile dei suoi atti? monarca assoluto,

Raibilitarlo significa di fatto dire che ha fatto tutto bene? Che lo si deve considerare come un martire dell'ortodossia? Che è giustamente stato innalzato agli altari come santo dalla Chiesa Ortodossa? Non pare. Sebbene le correnti più conservatrici del Patriarcato abbiano non poco soffiato da questa parte, il significato della sentenza ha tutta l'aria di essere una conclusione tecnica. Una volta tanto, senza troppi retroscena, in Russia un tribunale decide in base alla legge. Quella legge mette lo zar e la sua famiglia dalla parte dei repressi. Ma quella legge non esprime nessun giudizio sull'azione dello Zar come uomo di Stato.

C'è dietro la nuova Russia, piena di riserve valutarie, che ha appena vinto una guerra, che può permettersi ora di rilanciare il suo ruolo di potenza mondiale, che ha risorse in quantità tale da metterla al sicuro dai contraccolpi che il resto del mondo pare destinato a subire?

Francamente non sembra. Piuttosto, tornando a Mikhail Ghefter, sembra un riflesso profondo del passato, piuttosto una nostalgia inoffensiva di tempi lontani e non più proponibili. Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin, i gemelli che costituiscono la nuova diarchia di ferro del Cremlino, hanno progetti assai più ambiziosi della riabilitazione dello Zar.
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7991

Salvate la scuola dagli squali

di Davide Rossi, segretario SISA – Sindacato Indipendente Scuola Ambiente – www.sisascuola.it

Un cittadino italiano, non solo un lavoratore della scuola, uno studente o un genitore, ha facilità a comprendere che è difficile parlare per la scuola di novità e cambiamenti, prima ancora che di riforme, se le novità coincidono con un taglio di 8 miliardi (non milioni!) di euro del bilancio dell'istruzione e una sforbiciata di almeno 140mila posti tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario, con la ricaduta immediata di avere classi da oltre 30 alunni e decretando la morte delle scuole dei piccoli comuni.

Per altro lo stesso governo ha fatto una doppia ammissione che lo discredita da solo, la prima è l'ammissione del livello miserevole degli stipendi dei lavoratori del settore, la seconda ammette che il 97% del bilancio dell'istruzione è destinato ai salari. La conseguenza logica, anche per il più sprovveduto tra gli amministratori, sarebbe quella di aumentare il bilancio della scuola, qualificarne le retribuzioni e quindi, solo dopo, avviare un progetto di riorganizzazione del sistema, che altrimenti, è evidente, risulterebbe una mera operazione di cassa.

Tuttavia la situazione è forse più grave, perché dietro la logica “risparmista” mossa contro la scuola, mentre ad esempio in campo militare il governo Berlusconi spende e acquista nuova tecnologia di guerra a prezzi superiori ai tagli promessi dall'avvocatessa Gelmini, si paventa un attacco complessivo, oserei dire sistemico, alla scuola pubblica sancita dalla Costituzione Italiana.

È evidente che la logica del ministro dell'Istruzione è quella di dequalificare, per gradi ma con scientifica meticolosità, la scuola pubblica, favorendo nei fatti le scuole private. Il tempo pieno alle elementari verrà sì garantito dal maestro unico, ma affiancato da giovani volontari del tutto inesperti e sottopagati per le 16 ore rimanenti da “riempire” alla meno peggio. Per altro la reinvenzione della “maestra mamma” è in totale antitesi con la maturazione professionale dei docenti elementari impegnati da anni in ambiti disciplinari specifici, un percorso intrapreso da venti anni contro la logica del docente “tuttologo” decisamente superata.

Facile allora prevedere che nelle grandi città chi potrà permetterselo cercherà di mandare i figli in scuole, ovviamente private, in cui il tempo pieno non sia garantito dai volontari, ma da due insegnanti come ancora avviene per il momento in tutta la penisola, altri indirizzeranno i figli nella scuola media o superiore, ancora una volta privata, in cui le classi non siano composte da una trentina di ragazzi ammassati, ma in cui una ventina di ragazzi possano avere modo di essere meglio seguiti, magari ritrovando lo spazio e i tempi per la relazione educativa.

In poche parole il governo vuole equiparare le scuole pubbliche e quelle private, diminuendo i fondi per le prime e aumentando, contro la Costituzione, i fondi per le seconde, permettendo tuttavia alle seconde di non essere vittime dei nuovi modelli organizzativi penalizzanti. Direbbe don Milani che è un modo neppure tanto subdolo di “fare parti uguali tra diseguali”, accrescendo la disuguaglianza e inventando d'ufficio scuole di serie A e di serie B.

Ugualmente i piccoli comuni, la maggior parte degli ottomila della Repubblica Italiana, rischiano di vedere chiuse le scuole pubbliche e al massimo assistere all'apertura di scuole - negli stessi edifici chiusi d'ufficio dal ministro Gelmini - di natura confessionale o confindustriale. Per i piccoli comuni, spesso con cinque classi per 50 alunni alle elementari e tre classi per 30 alunni alle medie, da anni avanzo la proposta del modello francese. Queste scuole, fondamentali per il tessuto sociale delle piccole città, siano tenute aperte con un contributo al 50% delle spese totali, stipendi compresi, da parte delle regioni e delle amministrazioni locali. Le regioni, che hanno gravi e grandi responsabilità, vorrebbero mettere mano ai programmi, al nord ad esempio per “padanizzarli” o sull'istruzione professionale, con il proposito di mettersi in combutta con i più vari e più o meno seri imprenditori per “guadagnarci”. Questo stile spesso piratesco delle regioni è molto poco europeo e nulla ha con un coinvolgimento serio, come sarebbe ad esempio la garanzia di un sostegno economico alle scuole elementari e medie dei piccoli centri.

I progetti del governo, di cui il ministro Gelmini è un semplice terminale operativo, sono quindi di portata devastante, con il chiaro obiettivo di non rispettare le indicazioni provenienti da tutte le organizzazioni internazionali preposte alla promozione della scolarità e dei saperi.

Ai cittadini tutti si pone allora il problema di come rispondere, come difendersi, come risultare propositivi, anche perché sempre più e a ragione la società italiana chiede idee alternative, non semplici no.

In questo senso i movimenti di lotta, le occupazioni, gli scioperi, le manifestazioni, oramai quasi giornaliere, hanno un valore non solo di contestazione, ma anche fortemente propositivo, perché ci si ritrova insieme, si parla e si discute, si riannoda il filo, da troppo tempo smarrito, di un impegno per la scuola di tutti.

Ogni giorno si fa più chiara la necessità di una scuola in cui i saperi siano il risultato di una ricerca e di una costruzione in cui gli studenti siano attivi, partecipi e protagonisti e non passivi recettori, si fa strada la convinzione che solo la libertà d'insegnamento dei docenti e la libertà d'apprendimento degli studenti possano essere gli strumenti regolatori del fare scuola.

Certo occorrono investimenti, fiducia, nuova consapevolezza del ruolo e della necessità dei saperi per il domani. È un percorso lungo e articolato, non immediato, Gelmini e soci hanno deliberatamente avviato un processo di dismissione della scuola pubblica che ha solo due esiti possibili, la sua vittoria e il regresso civile e sociale del paese, oppure la sua sconfitta e l'apertura di nuovi scenari oggi difficilmente ipotizzabili, ma ragionevolmente volti ad una scuola italiana che torni ad essere capace di futuro.

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