sabato 4 ottobre 2008

Il Kosovo nove anni dopo: intervista a Riccardo Iacona

Con il suo documentario "La guerra infinita" , Riccardo Iacona, giornalista e reporter della RAI, porta sul grande schermo italiano i retroscena del dopoguerra balcanico, segnato dai crimini compiuti nei confronti dei serbi del Kosovo. Un conflitto senza fine, che non è mai cessato e che non è mai stata raccontata nella sua complessità e nella sua violenza. In un'intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, Riccardo Iacona traccia un quadro del Kosovo di ieri e di oggi, visto con gli occhi di chi cerca la verità.

Dopo il conflitto del 1999 sul territorio della ex Jugoslavia, l’intervento militare della Nato è stato seguito da un protettorato ONU in Kosovo, durante il quale sono stati cacciati circa 250.000 serbi sotto gli occhi dell’intera Comunità Internazionale. Secondo lei, il ruolo delle Nazioni Unite è stato in qualche modo screditato dalla Nato?
Credo che anche l’Onu ha avuto delle difficoltà oggettive ad amministrare il territorio del Kosovo con i suoi tribunali e i suoi organismi burocratici, come la stessa Nato che si è occupata più un controllo militare e dell’ordine pubblico all'interno del territorio. Entrambe non hanno saputo far fronte alla situazione kosovara, né dal punto di vista amministrativo né militare. Anche perché si tratta di missioni umanitarie internazionali che, nonostante si prefiggano come obiettivo quello di risolvere ogni tipo di problema, e poi, per non avere difficoltà, trovano un accordo con i poteri forti del luogo, ed in generale con chi controlla il territorio. Per loro è più importante garantire la sicurezza dei loro soldati, e dunque mantenere l’ambiente formalmente tranquillo, piuttosto che entrate in conflitto con le organizzazioni criminali locali, le quali, in effetti, hanno compiuto una pulizia etnica tra la popolazione serba.
LA GUERRA INFINITA

Quindi lei conferma che vi è stata una pulizia etnica dei serbi del Kosovo?
Certo, e lo abbiamo anche documentato, soprattutto nei primi 40 minuti, in cui vi è una concentrazione della documentazione abbastanza minuziosa, persino insistita. Molti mi hanno scritto dicendo che "questa parte del documentario è insopportabile da punto di vista emotivo". Ovviamente, se in pochi minuti si riassumono le violenze compiute per più di nove anni, al fine di riempire un "buco" dell’informazione, il risultato dà una certa impressione. Tutto questo però è accaduto in nove anni di amministrazione ONU e Nato, il che è ancora più grave. Mentre nei primi tempi, dopo il 1999, era immaginabile la fuga dei serbi che avevano ricoperto dei ruoli all’interno delle amministrazioni e magari si erano anche "sporcati le mani di sangue" - come spesso affermano - e per paura di ritorsioni e vendette hanno lasciato la provincia, non è tollerabile che questi crimini siano stati fatto quando la Nato ha assicurato una certa sicurezza nella regione ed era già cominciata la ricostruzione. Lei sa che i serbi hanno bruciato le case degli albanesi durante la guerra, e quelle stesse abitazioni sono state ricostruite con i fondi internazionali, ma ciò non è avvenuto nei confronti dei serbi.

Come lei diceva, vi è un "buco" di informazione sulla Guerra nei Balcani. Lei crede che i media abbiano manipolato le informazioni stravolgendo così la cronaca degli eventi?
La guerra porta sempre con sé questo tipo di distorsioni, quale essa sia e ovunque si scateni: è sempre una guerra contro l’informazione. Non esistono guerre che non mettano sotto controllo l’informazione, rendendo quasi impossibile l’esercizio di quella informazione indipendente. Quando c’è una guerra bisogna schierarsi da qualche parte, se non altro per garantire la sicurezza dei giornalisti in pieno conflitto, e poi si cerca in una seconda fase di raccontare "in filigrana" la complessità degli eventi. Ma se c’è una cosa che gli apparati militari pianificano, sia nella fase di preparazione che di esecuzione delle guerre, è proprio l’informazione. Successivamente, una volta che la guerra è vinta, si tratta solo di controllare il territorio e di limitare la libertà dei giornalisti. Quando vi è una guerra è davvero complicato fare una buona informazione.

Il suo servizio analizza in maniera particolare anche il processo di Ramush Haradinaj, durante il quale molti testimoni sono stati uccisi oppure si sono ritirati. Secondo lei, la giustizia del Tribunale dell’Aja è stata ancora una volta cieca?
Può darsi che non vi erano abbastanza prove per condannare Haradinaj, come dimostrato dal fatto che è stata presentata una richiesta di appello; oppure le attività investigative portate avanti dal pubblico ministero non siano state abbastanza precise, o eventualmente facevano troppo affidamento a quelle testimonianze che poi sono venute meno, considerando che alcuni testimoni hanno avuto paura mentre altri sono morti. E’ una questione molto complessa e difficile da ricostruire, anche in considerazione del fatto che molte prove sono andate perse. Da una parte l’Aja si comporta come tutti i tribunali delle società moderne, che hanno bisogno di forti prove per arrivare ad una condanna definitiva. Dall’altra non si può nascondere che una condanna di Haradinaj avrebbe messo in serie difficoltà la Nato. Vi sono molte ipotesi a questo riguardo, ma preferisco non cadere nel "complottismo" e guardare gli eventi nella sua oggettività, e, in questo caso, il dato oggettivo è che l’assoluzione di Haradinaj è del tutto provvisoria, visto che è in corso un processo di appello.

Grazie al suo approfondito reportage, è stato possibile far luce sul conflitto irrisolto tra l’Armata per la liberazione del Kosovo (UCK) e le Forze armate nazionali del Kosovo (FARK). L’opinione pubblica internazionale non sapeva, infatti, che vi era una sorta di guerra tra gli stessi albanesi. Secondo lei, la guerra UCK-Fark è stata combattuta per la droga o per l’indipendenza?
Credo che sia stata una guerra per il controllo politico, il quale poi dà anche controllo del territorio. Sicuramente è stata una guerra rapida, senza esclusione di colpi, ma soprattutto combattuta nell’impunità, la cosa più grave. Sappiamo bene come le organizzazioni criminali controllano il territorio, visto che in certe fasi della nostra storia, la "mafia" è riuscita a mettere sotto scacco persino lo Stato italiano, e dunque non una semplice provincia che è diventata indipendente da poco. Quindi conosciamo cosa significa "controllo mafioso" del territorio, e sappiamo anche che, l’unico modo per combatterlo, è avere una giustizia che colpisce e una politica che non accetta la commistione con la mafia. Condizioni che sono ben lontane dall’attuale situazione in Kosovo. La giustizia delle Nazioni Unite è fragile, è fatta da magistrati che operano sul territorio per poco tempo, che provengono da decine di Paesi diversi (vi sono per esempio magistrati del Marocco), mentre le inchieste di mafia richiedono un coordinamento efficace e delle prolungate indagini. Come si può sperare di combattere la mafia sul suolo albanese con strumenti così limitati? E’ una battaglia persa in partenza.

Ad ogni modo, a distanza di anni, è stato possibile dimostrare - anche attraverso il suo servizio - che l’Uck ha compiuto dei crimini contro gli stessi kosovari, che invece erano stati addebitati all’esercito serbo.
Certo, ma oltre a questo reportage, è importante notare che vi è stata una sentenza dell’Aja contro Daut Haradinaj. Anche se è stato condannato a soli 5 anni di detenzione, questa sentenza rappresenta sempre un dato importante, considerando che è un verdetto di primo e di secondo grado. Daut Haradinaj, e così anche l’UCK, è stato dichiarato colpevole di aver sequestrato quattro persone, i cui corpi senza vita sono stati ritrovati in un pozzo all’indomani della fine della guerra, dopo essere stati torturati e uccisi a colpi di kalashnikov. Dopodichè, per tutto ciò che è accaduto dopo, come la sparizione dei testimoni o l’omicidio di molti poliziotti, non vi è alcuna verità giudiziaria, tranne la sentenza di primo grado per l’assassinio di Sebahate Tolaj, che ha indicato come colpevole la guardia del corpo di Ramush Haradinaj. Questo, tuttavia, non basta a condannare lo stesso Ramush Haradinaj, che è al momento un uomo libero che fa politica e, oltre al probabile processo di appello, non ha altre pendenze con la giustizia.

Come giornalista, che è stato in queste terre e ha visto da vicino la realtà dei fatti, che effetto farà vedere un politico italiano stringere la mano ad Haradinaj?
Ramush Haradinaj è semplicemente il capo del partito dell'Alleanza (AAK), che non appartiene neanche alla coalizione di Governo costituita dal partito di Thaci (PDK) e il vecchio partito di Rugova (LDK). Ad ogni modo l’Italia si sta muovendo in maniera molto cauta, considerando che sta portando avanti una politica diplomatica in Europa a sostegno della richiesta serba di avere un parere della legittimità dell’indipendenza del Kosovo presso la Corte di Giustizia delle Nazioni Unite. Inoltre, si stanno firmando dei contratti a Belgrado, e l'Italia promuove l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea. In generale, sono tutti molto più cauti, anche chi ha appoggiato l’indipendenza del Kosovo e l'ha subito ratificato. Si presta, dunque, molta attenzione a ciò che sta accadendo, anche perché il caso kosovaro è stato subito utilizzato dalla Russia per chiedere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, con un meccanismo molto pericoloso, in quanto potrebbe azionare una forza centrifuga che andrebbe a provocare chissà quante altre separazioni nel mondo. E si sa, quando le separazioni non sono consensuali, producono conflitti anche duraturi e persistenti, perché hanno a che fare con "la roba", con le terre, per cui vi è sempre qualcuno che viene cacciato e perde tutto, e chi ha la meglio.
Dunque l’Italia sta giocando un ruolo diplomatico più attento, non solo nel breve termine ma anche in un futuro più lontano, cercando di non prendere una posizione di parte. Si parla ora anche di "partizione" di Mitrovica Nord, come accennato dal Presidente Tadic, in maniera da porre la restante comunità serba sotto la giurisdizione di Belgrado, distinta dal Kosovo indipendente. Ciò significa che la partita non è assolutamente chiusa, come si riteneva a febbraio, ma che anzi è tutta da giocare.

La partita dunque è ancora aperta...
Assolutamente. La questione è ancora aperta, per fortuna - direi - in quanto nessuno vuole che si venga a creare un nuovo conflitto nella regione della ex Jugoslavia. Ci si augura che tali questioni trovino una soluzione sul tavolo delle trattative, e la stessa integrazione europea dei Balcani Occidentali è una fase importante per la pacificazione. Anche perché, come abbiamo potuto riscontrare sul territorio, quando un’operazione militare non è accompagnata da una giusta politica diplomatica, rischia di riprodurre le ingiustizie per la quale era cominciata. La Nato, infatti, si era prefissata di impedire che i serbi facessero "carne da macello" dei kosovari, e ora ci ritroviamo un Kosovo che è quasi "pulito etnicamente". Vi è stata così un’assoluta mancanza di "Politica", e non sono questioni irrisolvibili che non possono essere discusse ad un tavolo diplomatico.

Con una provincia kosovara più indipendente rispetto alla Serbia, vi è stata una progressiva diffusione del fondamentalismo islamico, ciò in relazione al fatto che sono giunti in Kosovo molti fondi e finanziamenti dall’Arabia Saudita. Lei crede che il Kosovo possa trasformarsi in una minaccia per l’Europa?
Non necessariamente, fermo restando che la diffusione del fondamentalismo arretra l’evoluzione sociale dello Stato del Kosovo. D’altronde è un fatto storico: questi anni saranno ricordati per la lenta cancellazione della presenza cristiana nei Balcani. Tuttavia, è davvero molto grave che tutto questo è accaduto sotto i nostri occhi, e non doveva accadere. I soldati della Nato non sono mercenari, in quanto rappresentano i diversi Paesi della comunità Internazionale, sono "il volto militare" della nostra civiltà e della nostra cultura, di un’idea di democrazia in cui la giustizia e i diritti umani sono importanti. Così, sotto i nostri occhi è stata cancellata la presenza cristiana in queste terre, per far posto a centinaia di moschee soprattutto wahabite, che - tengo a precisare - di per sé non sono un pericolo. Lo diventano se intorno a tali moschee vengono creati dei veri e propri campi di addestramento di fondamentalisti, come quello che abbiamo visitato di Novi Pazar.
Abbiamo costruito, dunque, una cintura di sicurezza che dovrebbe garantire i nostri Stati, ma la via dei Balcani resta ancora aperta a tutti gli effetti. D’altronde, anche la Bosnia è un Paese con un tale passato; tutti per esempio conoscono Zenica, ciò che ha rappresentato e ciò che magari ancora rappresenta. Portare all’attenzione del grande pubblico tali eventi è anche un dovere di cronaca, perché il mondo cambia anche così. È bene sapere che quando vi erano i serbi in Kosovo, non vi era il fondamentalismo islamico, è qualcosa che è sopraggiunto in un secondo momento e, sebbene possa essere considerato un semplice aspetto religioso, non bisogna sottovalutare il radicale cambiamento che è avvenuto. Oggi in Kosovo ci sono decine di migliaia di persone che credono vi sia una corrispondenza tra "pratica religiosa" e "pratica politica": il fondamentalismo è tutto lì, è l’idea che la religione possa comandare, che politica e religione si decidano nello stesso luogo.

È infatti una contraddizione che la Serbia è stata bombardata per aver risposto con le armi verso dei fondamentalisti. Lo stesso sta accadendo in Macedonia, a Brodec, dove persistono delle bande armate che il Governo macedone ha definito "terroristi", mentre per molti albanesi rappresentano la "resistenza". Ancora una volta, siamo davanti a delle forze che hanno abbracciato il fondamentalismo, fomentando l’odio tra i popoli. Visti i risultati, secondo lei la Nato poteva fare di più?
Credo che sia impossibile controllare del tutto questa regione, a meno che non viene istituito un protettorato che è una dittatura. Insediarsi in un Paese con la pretesa di controllare ogni aspetto sociale e politico - come la religione o la libertà di culto - è anacronistico, è impossibile prevedere tutto. Quando si arriva in un Paese che non si conosce bene e ci si appoggia alle forze locali, accade proprio questo. Del resto anche Bin Laden è stata una creatura dei servizi segreti americani e dell’Occidente: lo hanno fortemente finanziato quando l’obiettivo comune più importante era l’Unione Sovietica. Se l’obiettivo della Nato era quello di mantenere una certa stabilità politica, non poteva certo discettare sui wahabiti. Dato che non riesce a difendere in maniera dignitosa la comunità serba, così come era stato stabilito nel mandato iniziale, e costruire un "Kosovo multietnico", non può fare molto contro queste forze fondamentaliste. Anche perché il fondamentalismo si manifesta con un volto molto "sociale" - com’è accaduto per le forze di occupazione di Hamas - andando a sfruttare le contraddizioni e i problemi di un Paese che non ha nulla. Così intervengono i finanziamenti umanitari, la solidarietà, la costituzione di un sistema scolastico parallelo: aspetti che non si possono controllare così facilmente.

Lei crede che ci sarà una partizione del Kosovo?
Penso che le ragioni della "multietnicità" sono molto difficili da applicare. La presenza dei serbi nel Kosovo era molto capillare e vasta, e il loro venir meno ha provocato dei vuoti sul territorio. Anche la politica dei rientri dei serbi, tra l’altro molto costosa, si è rivelata inefficace perché molte case ricostruite sono state distrutte di nuovo, mentre chi fa ritorno in Kosovo conduce una vita di stenti, ha paura di muoversi e al massimo costruisce altre isole serbe intorno a sé. Dunque, la multietnicità è un’ipotesi poco reale, mentre la partizione del territorio è qualcosa che si è già venuta a creare sul territorio, con la creazione del Parlamento serbo del Kosovo. Il nuovo confine potrebbe essere sul fiume Ibar, che divide Mitrovica Nord da Mitrovica Sud.

Secondo lei, se vi sarà una partizione del Kosovo, avremo una contro-risposta nella Republika Srpska?
Sicuramente avrà una conseguenza sul Trattato di Dayton, anche se bisogna prestare attenzione che non sia rimesso in discussione. Nessuno vuole un nuovo conflitto in Bosnia tra serbi e bosniaci.

Crede che la stessa Belgrado abbia manipolato la questione del Kosovo?
Tutti hanno giocato sulla questione del Kosovo, che comunque è figlia degli errori della vecchia dirigenza serba, del nazionalismo serbo. Tanto è vero che è stata la Serbia a ridurre l’autonomia del Kosovo, chiudendo scuole ed università, vietando la lingua albanese. Ancora prima della guerra del 1999, vi è stato un conflitto strisciante che è durato più di 15 anni, durante il quale gli albanesi avevano costruito un sistema scolastico parallelo. Quindi vi è una forte responsabilità anche da parte della Serbia, che comunque non va usata come alibi per portare avanti una guerra interminabile. Se c’è un processo di pace, è bene lasciare alle spalle la guerra; commettere gli stessi errori dei serbi è sbagliato e non porta a nulla.

Secondo lei, i politici kosovari hanno mentito agli stessi albanesi del Kosovo? Questa può essere considerata una vera indipendenza?
Forse non hanno mentito, ma sicuramente hanno creato un’aspettativa che non verrà esaudita, soprattutto tra i giovani kosovari, che rappresentano al momento la risorsa più importante del Paese. Come i giovani di Belgrado, i ragazzi di Pristina desiderano viaggiare, studiare nelle Università occidentali, ma questo non è ancora possibile. All’indipendenza della provincia non è seguita un’apertura del Paese, è ancora una piccola prigione, che si può evadere solo facendo eterne e irrisolvibili file dinanzi ai consolati. Si è creata un’aspettativa enorme, anche di benessere economico, considerando che i dati economici sono ancora preoccupanti, con una disoccupazione giovanile del 40-50% che aspetta una soluzione. Chiudendo la popolazione in un recinto piccolo come il Kosovo, si crea una "bomba ad orologeria". Si è scatenato dunque un processo di aspettative, e se queste non saranno realizzate, vi saranno dei problemi tra l’opinione pubblica kosovara.

Michele Altamura
Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=14043

Albania: privatizzato il monopolio di distribuzione di elettricità


Termina la gara di privatizzazione dell'operatore di distribuzione di energia elettrica d'Albania (OSSH) con la designazione della ceca CEZ, dopo che è stata esclusa l'italiana ENEL, e le due società austriache la Energy Shtanmark e la EVN, che si sono definitivamente ritirate. La nuova proprietaria, avrà infatti il controllo dell’unico distributore di energia elettrica del paese - con circa 1 milione di clienti - avendo acquisito il 76% delle azioni, mentre il restante 24% rimarrà dello Stato, che però non avrà nessun ruolo all’interno dell’amministrazione della compagnia.

Si è conclusa ieri la gara di appalto per la privatizzazione dell’Operatore di distribuzione di energia elettrica d'Albania (OSSH) individuando la compagnia ceca Cez la sola società idonea a partecipare al tender. Insieme alla Cez, avevano superato la fase di prequalificazione altre tre società estere, tra cui l'italiana Enel, e due società austriache, la Energy Shtanmark e la EVN. Mentre quest’ultime hanno volontariamente deciso di ritirarsi dalla gara senza fare nessuna offerta, e la stessa EVN ha lasciato le selezioni senza neanche comunicare la disdetta, la proposta dell'Enel è stata rigettata in fase di valutazione tecnica . A capo della Commissione per la Valutazione delle Offerte vi è Neritan Alibali, Ministro del Economia, Commercio ed Energia, affiancato poi da Sherefedin Shehu e Asllan Sherra (Ministero delle Finanze) , Viktor Gumi e Miran Kopani (Ministero della Giustizia), Mimoza Vokshi, Engjell Qorlaze, Fatjon Tugu e Zamir Stefani ( Ministero del Economia, Commercio ed Energia).

Stando all’analisi della Commissione della Valutazione delle Offerte del Ministero dell'Economia, sulla documentazione presentata, l'offerta tecnica della società italiana non è risultata congrua alle indicazioni indicate dalla procedura dell’appalto. In particolare, è stata rilevata la mancanza del "Business Plan" richiesto al punto VIII del paragrafo 3.1.1 della sezione 3.1. (Preparazione delle Offerte, dell’Annex 17 per "Direttive per gli Offerenti"), nonché una difformità di forma nel testo dell’offerta, non rispondente all’Annex 15 delle "Istruzioni per gli Offerenti". Manca anche la bozza dell'Accordo per l`Acquisto delle Azioni con diritti limitati. Secondo la Commissione, dunque, la compagnia italiana Enel Spa non possiede le condizioni minime obbligatorie della performance tecnica, prevista dall'Annex 17 delle Direttive per gli Offerenti, mentre la documentazione presentata dalla compagnia ceca è stata definita totalmente aderente alle istruzioni dei documenti standard dell'appalto e dunque continuerà le procedure di appalto. A questo punto, sebbene manchi la decisione definitiva del governo albanese, la Cez è ufficialmente il nuovo acquirente del 76% delle quote dell’operatore del sistema della distribuzione di elettricità.

L’evolversi della gara, nei fatti, non ha disatteso le aspettative, visto che la Commissione per la Privatizzazione aveva già annunciato che "la privatizzazione della OSSH sarebbe stata diversa da ogni altro appaltoper la vendita di imprese pubbliche svolto finora ", essendo comunque parte dell'operazione di vendita della Compagnia dell’Energia Elettrica dell’Albania (KESH), una delle più importanti e più complesse dell'economia albanese. Tra l’altro, la privatizzazione della OSSH è stata rimandata molte volte, su richiesta della Confindustria d'Albania, affermando che, qualora le compagnie mettono delle condizioni contrarie agli interessi pubblici, il processo di vendita deve essere rimandato, in quanto si tratta sempre della società che detiene il monopolio del mercato della distribuzione dell'energia elettrica del paese.
La nuova proprietaria, avrà infatti il controllo dell’unico distributore di energia elettrica del paese - con circa 1 milione di clienti - avendo acquisito il 76% delle azioni, mentre il restante 24% rimarrà dello Stato, che però non avrà nessun ruolo all’interno dell’amministrazione della compagnia, mentre la decisione delle tariffe spetterà ancora all'Ente Regolatore dell'Energia. Si stima che, alle attuali tariffe, la società otterrà degli introiti pari a circa 80 milioni di euro, a fronte dei quali - secondo le condizioni contrattuali essenziali per l’accettazione dell’offerta stessa durante l’appalto - dovrà far fronte all’instabilità finanziaria della OSSH, riducendo le perdite del 32% entro la fine di quest`anno, e di un ulteriore 15% entro la fine del 2014.

Il Governo ha comunque presentato la vendita della società di distribuzione come la migliore soluzione per apportare un miglioramento effettivo sul mercato dell’energia elettrica del Paese, nonché per rendere più efficiente il servizio di fornitura e ridurre poi le perdite tecniche e non tecniche, e per effettuare i necessari investimenti per la società senza che vadano a gravare sul bilancio dello Stato. Non vi sono dubbi, quindi, che lo Stato albanese, in questo modo, elimina un problema come quello della ristrutturazione della rete energetica dal budget di Stato, ma ciò non implica che tutto questo non abbia un costo. Saranno infatti i singoli cittadini che percepiranno, con il passare degli anni, il peso della "new deal" nella rete energetica, sia per le condizioni contrattuali imposte, sia per i costi da sostenere, oltre alle stesse tariffe.

Alketa Alibali

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=14094

Nuova offensiva dei curdi del Pkk: morti 15 soldati e 23 separatisti


Nuova offensiva dei separatisti curdi del Pkk contro i militari di Ankara: una postazione dei soldati turchi è stata attaccata ieri con armi pesanti ad Aktutun, nel sud-est della Turchia. Due militari sono stati dati per dispersi prima che infuriasse la battaglia.

Una battaglia che è apparsa durissima sin dalle sue prime fasi e che ha lasciato senza vita 15 militari e 23 esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Il presidente turco Abdullah Gul ha annullato la sua visita in Francia ed ha promesso una risposta ferma di Ankara.


I separatisti del Pkk hanno agito con la protezione del fuoco di artiglieria pesante esploso da alcune basi nel nord dell'Iraq. E' stato proprio quest'ultimo a causare il maggior numero di vittime tra i militari turchi, come ha confermato un portavoce dello Stato Maggiore della Difesa, generale Metin Gurak. I soldati di Ankara, che hanno chiesto l'invio di rinforzi, hanno risposto al fuoco, bombardando le postazioni dei ribelli con elicotteri e caccia.

Alcune unità dell'artiglieria turca hanno preso di mira un gruppo di separatisti appostati a una decina di chilometri dal luogo del primo attacco. "Non sappiamo ancora quanti terroristi siano stati uccisi", ha dichiarato il generale. Ma per la Cnn turca almeno 23 esponenti del Pkk hanno perso la vita.


Il primo ministro Recep Rayyip Erdogan ha annullato la sua visita di due giorni in Mongolia, annunciando di volere rientrare ad Ankara dal Turkmenistan, dove si trova attualmente. E non si muoverà dalla capitale nemmeno il presidente Gul, che ha rinunciato al suo viaggio in Francia ed ha lanciato un duro avvertimento ai separatisti curdi: "Voglio ribadire con forza, ancora una volta, che proseguiremo la lotta qualunque sia il prezzo da pagare", ha detto.


Il Pkk aveva annunciato lunedì una sospensione
delle operazioni contro i militari turchi per celebrare la fine del ramadan.
Considerato come un'organizzazione terroristica da Ankara, Unione Europea e Stati Uniti, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan si batte per l'autonomia del sud-est della Turchia dal 1984.

Secondo un recente bilancio fornito dall'esercito turco, il conflitto tra le due parti ha fatto 32.000 morti tra le fila dei separatisti curdi e 6.500 tra le forze di sicurezza turche. Nel conflitto, inoltre, hanno perso la vita circa 5.500 civili.

Link:

http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2008/10/04/122961-nuova_offensiva_curdi.shtml

TURISTI PEDOFILI IN AMERICA LATINA, IL TERZO MERCATO CRIMINALE CON NARCO E ARMI


Sono italiani, soprattutto del Nord, ma anche nordeuropei di tutti i paesi, statunitensi e giapponesi. Ogni anno almeno tre milioni di persone rispettate e insospettabili a casa loro, partono da paesi ricchi per trasformarsi in mostri appena svoltano l’angolo. Approfittano della povertà e si sentono e quasi sempre sono impuniti. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo un turista su cinque al mondo cerca sesso a pagamento e un sesto di questi, tra quelli che arrivano in America latina o nei Caraibi, ha un obbiettivo preciso: stuprare un bambino.
L’America latina offre paradisi naturali, cultura, musica, ma ci sono milioni di turisti che cercano altro. Bambine intorno agli 8 anni e maschietti di più o meno 12, sono i più ricercati. Ovviamente sono poveri, perché la prostituzione infantile come il lavoro minorile, hanno una diretta relazione con la povertà nella quale continua a vivere una parte importante della popolazione del continente.
Gli stupratori di bambini spendono, e rappresentano un mercato criminale floridissimo. Il turismo a quel fine è infatti al terzo posto dopo il narcotraffico e il traffico dei armi come affare per la criminalità procurando guadagni per miliardi di dollari l’anno. Se fino al decennio scorso la prima destinazione degli stupratori di bambini era soprattutto il nord del Brasile, dove secondo il “Correio Braziliense” un bambino stuprato viene pagato poco più di un Euro, il crollo verticale dell’economia messicana dopo il disastro del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti del 1994, ha reso il paese nordamericano la prima destinazione del turismo pedofilo. 
E’ difficile orientarsi tra i numeri. Al mondo almeno due milioni di bambini è costretto a prostituirsi, due terzi dei quali sono bambine ma secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 150 milioni di bambine e 73 di bambini avrebbero subito violenze sessuali. Nonostante i numeri in Asia siano maggiori, circa un quarto delle vittime è latinoamericano (in America latina vivono 40 milioni di bambini in stato di abbandono o semiabbandono) e circa 100.000 ogni anno sarebbero nei vari paesi i bambini sequestrati dalle loro famiglie, ridotti in schiavitù e trasferiti nelle capitali turistiche per essere fatti prostituire. Nel nord dell’Argentina, si calcola che il 90% dei bambini che spariscono siano sequestrati per destinarli al mercato della pedofilia nella capitale. Nella sola Buenos Aires sarebbero costretti a prostituirsi almeno 5.000 bambine e bambini. 
Per le bambine i bambini costretti alla prostituzione le conseguenze sono nefaste. Quasi sempre sono avviati o obbligati al consumo di droga e oltre al degrado psicologico e sociale al quale sono sottoposti sono esposti a violenze che vanno oltre quelle sessuali, gravidanze nel caso delle bambine e l’esposizione ad ogni tipo di malattie a trasmissione sessuale, a partire dall’AIDS.
L’UNICEF e l’Organizzazione mondiale del lavoro mettono in diretta relazione il turismo sessuale con il “sequestro di minori” e la “pornografia infantile” e vengono associati a legislazioni permissive e ad alto livello di corruzione. E se poche migliaia di bambini vengono sottratti ogni anno al loro destino l’impunità è la cifra degli stupratori che dal Nord del mondo scendono al Sud.
Quelli denunciati ogni anno sono poche centinaia ma solo pochissimi vengono effettivamente condannati. Tra questi per la prima volta, nel marzo del 2007, è stato condannato un italiano, il veronese (il veneto sarebbe la prima regione di provenienza degli stupratori di bambini italiani) Giorgio Sampec, di 56 anni. Si vantava di aver stuprato 400 tra bambini e bambine in Thailandia. E’ stato condannato dal tribunale di Milano a 14 anni di reclusione. Uno su tre milioni.

fonte www.gennarocarotenuto.it

MEMBRO DEL CONGRESSO: “MINACCIATA LA LEGGE MARZIALE SE IL PIANO PAULSON NON FOSSE PASSATO”

DI STEVE WATSON
Infowars.net

Un membro democratico del Congresso ha avvertito che un’atmosfera di panico è stata intenzionalmente creata perché fosse approvato il decreto sugli aiuti finanziari, affermando inoltre che diversi membri del Congresso sono stati avvertiti, prima del voto di lunedì, che se la legge fosse stata bocciata in America sarebbe stata instaurata la legge marziale. 

Il membro del Congresso Brad Sherman, eletto nel ventisettesimo distretto della California, ha detto in un discorso ieri sera alla Camera dei Rappresentanti, che conosce personalmente diversi rappresentanti del Congresso che hanno affermato di essere stati minacciati con la prospettiva della vera e propria legge marziale se avessero votato in opposizione al piano di aiuti da $ 700 miliardi. 

Sherman ha essenzialmente avvertito che potenti forze che vogliono che il decreto passi hanno tentato di ricattare i rappresentanti eletti. 

“L’unico modo in cui possono far passare questo decreto è creando e sostenendo un’atmosfera di panico. Questa atmosfera non è giustificata” ha affermato Sherman. 

A seguito, Quando 700 miliardi sono bazzeccole (Pino Cabras, Pinocabrasblogspot); 

Il membro del Congresso ha continuato: “A molti di noi è stato detto in conversazioni private che se lunedì avessimo votato contro il decreto il cielo sarebbe crollato, il mercato sarebbe caduto di 2000 o 3000 punti il primo giorno, altri 2000 il secondo giorno, e ad alcuni membri del Congresso è stato persino detto che ci sarebbe stata la legge marziale in America se avessimo votato no”.

“Questo è ciò che chiamo spargere paura. Ingiustificata. Dimostrata falsa. Abbiamo una settimana, abbiamo due settimane per scrivere un buon decreto. L’unico modo per far passare un cattivo decreto è mantenere la pressione del panico” ha insistito Sherman. 
Guardate l’intero discorso dell’onorevole Sherman su CSPAN

Sherman è membro della Camera dei Rappresentanti dal 1997 e fa anche parte del Comitato sui Servizi Finanziari insieme al parlamentare eletto in Texas Ron Paul. 

Alla vigilia di un secondo voto del Congresso sulla legge, queste rivelazioni mostrano che la libertà in America è sotto attacco. Il Congresso dovrebbe costringere a un’immediata indagine su queste serie accuse per scoprire quali privati individui e funzionari dell’amministrazione, se ce ne sono, sono coinvolti con la diretta minaccia di un rovesciamento militare dei lavori del governo Usa. 

I commenti di Sherman seguono quelli dell’onorevole Michael Burgess (repubblicano, Texas), che, lunedì, ha avvertito che l’unica informazione che egli aveva ricevuto sul piano di salvataggio era quali argomenti utilizzare di fronte al popolo americano, e che egli era stato cacciato da delle riunioni per non aver ciecamente appoggiato il decreto. 

Profeticamente Burgess ha anche commentato: “Signor presidente [della Camera], capisco che siamo sotto legge marziale come dichiarato dal presidente [della Camera] la notte scorsa”. 

L’onorevole Burgess è apparso alla trasmissione di Alex Jones all’inizio di questa settimana per discutere i suoi commenti. Chi è iscritto al sito [Prison Planet] può ascoltarlo a questo link

Bisogna comunque sottolineare che la definizione di legge marziale a cui si riferisce il membro del Congresso Sherman è una piena sospensione militare della normale amministrazione della giustizia, mentre l’onorevole Burgess si riferiva alla temporanea sospensione delle regole e procedure del Congresso da parte dei suoi leader in modo che il decreto fosse fatto rapidamente passare. 

Le accuse di Sherman di minacce contro i rappresentanti eletti è stata anche ripresa dal sincero attivista politico Lyndon LaRouche che ha detto ad un’assemblea: “c’è gente in posizioni elevate che sa che, se non lasceranno passare questo decreto, ci sono persone dietro l’amministrazione Bush che li costringeranno a farlo passare o li uccideranno...”. LaRouche ha affermato che fonti bene informate gli hanno riferito che l’uso di forze armate per costringere il passaggio del decreto è “realtà”. [E’ doveroso ricorda a riguardo che diversi osservatori e media alternativi hanno notato la anormalità dell’assegnamento al territorio nazionale americano, a partire dal primo di Ottobre, di una brigata da combattimento dell’esercito, cosa che dovrebbe essere proibita dalla legge Posse Comitatus Act: si veda questo link. ]. 

Titolo originale: "Democratic Congressman: Representatives Were Threatened With Martial Law In America Over Bailout Bill "

Fonte: http://www.prisonplanet.com/

Confindustria abbandona il liberismo o forse no


Basta ai «castelli di carta costruiti e venduti spesso in modo delinquenziale a cittadini e rispamiatori. Bisogna tornare alla base all’economia reale». Lo ha detto la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, parlando della crisi dei mercati dal palco del convegno dei giovani di Confindustria. «È entrato in crisi deflagrante - ha detto - un sistema finanziario simultaneo universale, dalle dimensioni impressionanti, basato sulla droga monetaria, costruito sul nulla, slegato dall’economia reale, dagli scambi commerciali, dal lavoro, dalla produzione, dalle tecnologie».

«Nell’emergenza - ha detto la presidente di Confindustria - lo stato ci deve essere ma poi bisogna ripristinare il mercato ben regolato. Soprattutto in Europa e in Italia non ci devono essere alibi per tornare al controllo pubblico sull’economia. Dobbiamo dire no alla chiusura dei mercati, alle lusinghe del protezionismo che provoca il crollo degli scambi e del benessere». «Oggi - ha aggiunto - il vero tema è l’impatto sull’economia reale». 

Per la Marcegaglia occorre inoltre preparare anche in Europa «un piano di intervento» e non far mancare il credito alle imprese. Poi parlando sempre dei rimedi alla crisi la presidente ha detto che «è il momento di fare forti tagli alla spesa pubblica improduttiva che continua a crescere e a liberare risorse per investimenti pubblici che sono fondamentali in un momento come questo». «È necessario ripartire - ha aggiunto - dalle cose concrete: dalle infrastrutture, dalle grandi opere pubbliche che possono essere un forte volano per il sistema economico e possono contribuire ad uscire da questa crisi». 
Fonte: la Stampa

Mi lasciato interdetto ascoltare le parole della presidente Marcegaglia che denotano una completa incapacità di analisi della situazione economia e italiana e mondiale. Tutti i modelli economici esistenti evidenziano il fatto che dei tagli alla spesa pubblica in fase recessiva non fanno che aggravare ulteriormente la crisi impedendone l'uscita in tempi brevi. Il controllo pubblico dell'economia non è una strada percorribile ne tantomeno l'adozione delle famigerate barriere doganali, ma una fortissima regolamentazione è necessaria per garantire la fiducia dei consumatori,dei risparmiatori e degli stessi imprenditori. F.G.

Berna potrebbe rappresentare Mosca in Georgia

La Svizzera è disposta a rappresentare gli interessi diplomatici della Russia in Georgia. Il governo elvetico ha accolto venerdì una domanda di Mosca in tal senso.

Il Consiglio federale "ha deciso in linea di massima di considerare positivamente la richiesta, a condizione che anche la Georgia sia d'accordo con un corrispondente mandato di potenza protettrice della Svizzera", si legge nel comunicato diramato venerdì dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

Le relazioni diplomatiche tra Mosca e Tbilissi sono interrotte a causa della guerra scoppiata in agosto tra i due paesi.

Il DFAE è stato incaricato di fissare nei prossimi giorni i dettagli del mandato con i ministeri degli esteri dei due paesi.

La protezione d'interessi di Stati esteri – ricorda il DFAE – è uno strumento che rientra nella tradizione della politica estera svizzera. Berna esercita attualmente diversi mandati di potenza protettrice. Ad esempio rappresenta gli interessi degli Stati Uniti a Cuba e in Iran e tutela negli USA gli interessi dell'Avana.

Fonte: Swissinfo

"E' una nautica da magnati russi"


Polemica al salone Nautico
FABIO POZZO
Nonostante il barometro indichi alta pressione, facendo splendere il sole - metaforicamente - su un complesso fieristico rinnovato e potenziato, l’edizione 2008 del Salone Nautico di Genova, la più grande rassegna generalista mondiale del settore, s’inaugura oggi con acque piuttosto mosse. Ad agitarle è Fiorenza Mursia, presidente di Ugo Mursia Editore, storico marchio di libri di mare, che si è chiamata fuori dalla rassegna, costretta a lasciare la rotta «ad una nautica d'élite, sempre più per magnati russi, tutta business e poca cultura». La questione potrebbe apparire come una querelle meramente commerciale. Gli organizzatori del Salone, Ucina (gli industriali nautici) e Fiera di Genova, quest’anno hanno rivoluzionato l’assetto merceologico della manifestazione, spostando di posto il 70% degli espositori (1500, in totale). Mursia si è vista «dimezzare e cambiare lo spazio richiesto». Da qui, la decisione di dare forfait. «Avevamo offerto loro uno dei posti più esclusivi dell’area espositiva, nel nuovo padiglione B (disegnato dall’archistar Jean Novel, ndr). Ma hanno rifiutato. Ci dispiace», replica l’Ucina. Succede tutti gli anni, a Genova, che qualcuno protesti per la sistemazione. Fa parte del gioco, e c’è anche chi si chiama fuori, come Luca Bassani, che preferisce esporre i suoi modelli griffati Wally a Portofino. 

Lo j’accuse di Fiorenza Mursia, però, va oltre. «La corsa al gigantismo finanziario, che sembra diventato il pensiero fisso dei nostri industriali nautici, finirà per escludere dal mare una larga fetta di diportisti che sono da decenni la vera forza motrice del settore. Tutta la filiera sta virando pericolosamente verso un’idea del mare e delle barche come privilegio di pochi», denuncia l’editrice, che parla di ormeggi carenti e sempre più cari, lacune normative, mancanza di vivai sportivi per la vela. Il discorso è ampio, e chiama in causa la politica nautica di un paese che, nonostante le coste, non sembra avere vocazione per il «blu». Un paese che non ha un ministro per il Mare e che il mare non sembra capire, e quindi sostenere. Ma Mursia, la pasionaria, mette sott’accusa anche il Salone. «Dovrebbe essere la vetrina di tutti, e soprattutto della piccola nautica, quella del popolo». 

In realtà, dice, la fanno da padroni i cantieri che sfornano prodotti per l'élite (barche e affini: c’è anche Scuba, la prima auto elettrica anfibia). «Non dico che non devono aver spazio, ma non devono soffocare gli altri, che dalla rassegna dovrebbero trovare una spinta». Soprattutto in un momento come quello attuale, di caro petrolio e di recessione globale, in cui navigano bene soltanto i megayacht (l’Italia è leader mondiale, e questa è comunque un’importante risorsa), quelli sopra i 40 metri, mentre le imbarcazioni medio-piccole sono in crisi nera. L’Ucina (che nel frattempo ha sospeso il direttore generale, Lorenzo Pollicardo; «divergenze col presidente, la motivazione ufficiosa) risponde con le cifre. Il 57% delle 2500 barche esposte al Salone è sotto i 10 metri.

E quest’anno è stato destinato al «primo acquisto», cioè alle barche e gommoni più accessibili, il padiglione S, il più grande. Proprio qui, nei prossimi dieci giorni - la rassegna contribuisce per un terzo al valore di produzione annuo della nautica italiana, cioè un miliardo di euro su 3,3 - si celebrerà la resa dei conti. Barche offerte in 60 rate, a tasso zero reale, sconto pari all’Iva. «Resisteranno solo le aziende finanziariamente forte - prevede Lorenzo Selva, patron dell’omonimo gruppo. Le altre periranno».

Alleanza Usa - India per per distruggere il Pakistan e accerchiare la Cina

Il dramma in corso al Congresso Usa ha fatto ieri passare quasi inosservato un voto storico, quello che ha posto fine a tre decenni di bando alla vendita di materiale e tecnologia nucleare Usa all India. Una delle ultime vittorie in politica estera che George Bush mette in valigia. «Per la prima volta un paese come l India ha ottenuto il consenso internazionale a velocità della luce». ha dichiarato Abhishek Manu Singhvy, portavoce del Congress Party. Decisivo il consenso del Nuclear Suppliers Group, organismo multinazionale che vigila sulla non proliferazione nucleare controllando il trasferimento e l export. Il mercato indiano, affamato di energia, si apre adesso a miliardi di dollari di investimenti e a compagnie come General Electric, Westinghouse, Toshiba. Una spinta all economia e al ruolo strategico di Nuova Delhi che però non ha mai sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare.
Fonte: il Manifesto

I soldati olandesi testimonieranno in difesa di Karadzic


I soldati dell’esercito olandese, che 1995 facevano parte delle truppe ONU dislocate a Srebrenica hanno deciso di testimoniare per la difesa all’interno del processo di Radovan Karadzic. Questa trama melodrammatica, che dura ormai da più di dieci anni, sembra essere giunta ad una svolta ora che i militari olandesi hanno deciso di presentarsi dinanzi al Tribunale dell’Aja, dopo che alcuni di esse sono stati già assolti della stessa Corte, mentre altri sono morti suicidi a causa delle pressioni della propaganda politica. Oggi invece, circa dieci soldati sono pronti a testimoniare e dimostrare della verità di Srebrenica a favore dell'ex Presidente della Republika Srpska, Radovan Karadzic. Lo ha confermato anche Aleksandar Gavrilovic, cittadino serbo che vive da anni in Olanda, nonché fondatore dell'organizzazione "Ricerca serba" nata con lo scopo di dimostrare la verità sulle vicende di Srebrenica.  "Tutto è cominciato un paio di anni fa, quando ho conosciuto Marc von Hees, il quale nel 1995 è stato un membro dell'esercito olandese delle truppe dell'ONU a Srebrenica - racconta Gavrilovic - e mi ha rivelato che Alti ufficiali chiedevano loro di confermare pubblicamente dei crimini compiuti dai serbi contro i musulmani di Srebrenica, che non sono mai accaduti e neanche avevano mai visto. Le pressioni sui soldati sono state tali che moltissimi tra loro hanno subito gravi shock psicologici", spiega così Gavrilovic la sconcertante verità che si nasconde dietro gli scandali propagandistici dei media pro-musulmani, stravolgendo al punto la realtà da accusare dei soldati perché hanno semplicemente difeso dei civili inermi. 

"Una decina tra i di militari si sono suicidati, perchè non potevano sopportare anche per tanto tempo quelle pressioni che duravano da anni - afferma Gavrilovic rivelando le parole di Marc Von Hees - proprio perché nessuno di loro ha mai visto assistito ai crimini contro civili bosniaci che invece dovevano confermare". Marc von Hees ha inoltre affermato che, prima di andare a Srebrenica, avevano ricevuto ordine di proteggere i musulmani dai serbi. In realtà, una volta giunti nell’enclave bosniaca, hanno visto con i loro occhi una situazione completamente diversa, perché, a Srebrenica, hanno dovuto proteggere i serbi dai musulmani. L’ex comandante dell'esercito olandese,Thomas Caremans, ha confermato tutto questo, e ha dichiarato che "l’esercito serbo non ha commesso nessun atto di violenza durante l'evacuazione dei civili nei pullman da Srebrenica", mentre invece denuncia i crimini dell’esercito bosniaco che ha ucciso un soldato olandese, durante uno scontro per impedire che l'esercito ONU si ritirasse da Srebrenica. "I bosniaci hanno gettato una granata sul carro armato dell’esercito ONU che cercava di trapassare le barricate musulmane, uccidendo così un soldato olandese", afferma Caremans. "Devo dire che questi ragazzi sono molto coraggiosi, sono riusciti a sopportare delle terribili pressioni fino alla fine, decidendo di testimoniare persino a favore di Radovan Karadzic all'Aja", continua Gavrilovic. 

Della stessa opinione è anche Milivoje Ivanisevic, Presidente del Centro per la Ricerca dei Crimini commessi contro i Serbi di Belgrado, nonché membro della difesa di Radovan Karadzic. "I soldati olandesi hanno contribuito al trasporto dei civili musulmani da Potocari e Srebrenica e confermano che non hanno visto neanche un omicidio - dichiara Ivanisevic che continua - tutta la storia di Srebrenica è una costruzione immensa!E è assurdo accusare 400 soldati olandesi che non hanno protetto i 6000 soldati della brigata di Naser Oric. Infatti, subito dopo che l’arresto di Karadzic ci hanno contatto circa una diecina dei soldati olandesi, dichiarandosi pronti a testimoniare per l’ex Presidente serbo. Certi sono subito accorsi a Belgrado per consegnarsi le loro dichiarazioni", continua Ivanisevic. Dalle loro testimonianze traspare, come affermato dallo stesso Marc von Hees, che i soldati olandesi durante la loro permanenza a Srebrenica non hanno assistito ad alcun incidente o attacco in cui l’esercito serbo aggrediva l’enclave protetta; al contrario, i mercenari di Naser Oric, uscivano da Srebrenica e facevano strage di serbi nei paesi vicini.

"Riveleranno tutto questo dinanzi al Tribunale dell’Aja. Si tratta di soldati onorevoli, che per anni sono stati colpevolizzati da tutto l’Occidente per delle mancanze mai avute, per dei crimini che non hanno mai visto. Nessuno però può più obbligarli a dire falsità", afferma Ivanisevic. Quei poveri soldati, che nel 1995 avevano soltanto 18 o 19 anni, durante la loro permanenza a Srebrenica sono stati umiliati dai soldati musulmani di Naser Oric, e quando sono ritornati in Olanda hanno dovuto subire anche le accuse dell’opinione pubblica. Hanno chiesto loro di dire cose non vere, vedendo poi le terribili conseguenze delle loro bugie. Per i più giovani, certe sono troppo difficili da comprendere e da accettare, il peso era troppo opprimente, e alcuni di loro hanno deciso di suicidarsi. Rappresenta questa una motivazione in più che spinge i soldati olandesi a testimoniare, per rispettare la memoria e l’onore dei loro colleghi, delle famiglie affrante. Il processo di Karadzic diventa così un’ottima opportunità per rivelare finalmente cosa è davvero accaduto a Srebrenica.

Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=13909&


La recessione è più vicina. Ma i tassi rimangono fermi

I signori del denaro di Francoforte vedono avvicinarsi la recessione, ma non riducono i tassi deludendo le aspettative dei mercati. E come al solito, lanciano l allarme sui salari che non debbono essere indicizzati all inflazione. Il consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce), riunitosi ieri a Francoforte, ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro al 4,25% nonostante le attese contrarie della vigilia. La decisione, secondo quanto ha spiegato Jean Clude Trichet, presidente della Bce, è stata presa «all unanimità» dopo che erano sono state prese in considerazione tutte le opzioni possibili. Ovvero quella riferite all andamento del tasso di inflazione e quelle che riguardano la crescita economica nella zona di Eurolandia; soprattutto del crack finanziario Usa e dopo la firma del senato del megapiano Paulson-Bush. Un taglio ai tassi è stato preso in considerazione ma allo stesso tempio scartato. Perché, ha detto Trichet, «pur considerando i rischi di un aumento del costo della vita sono diminuiti, come pure la diminuizione delle aspettative inflazionistiche», i prezzi viaggiono ben sopra al sentiero «compatibile» fissato dalla stessa Bce. La Banca centrale ha ripetuto il solito ritornello: «l istituto teme che ci siano forti rischi di una possibile spirale prezzi-salari; spirale che potrebbe ricadere notevolmente sulle pressioni inflattive». In definitiva, la banca di Francoforte si è schierata nuovamente contro un rialzo delle buste paghe. Trichet e il consiglio direttivo hanno anche analizzato la situazione internazionale ed hanno dedotto che «le turbolenze finanziarie si sono intensificate», tuttavia, non c è stato nessun accordo da parte della Bce sulla proposta di creare un fondo europeo per aiutare le banche in sofferenza; semmai Jean-Cluade Trichet chiede «che ogni singolo paese si faccia carico delle loro difficoltà o insolvenza». Di fatto un approvazione degli interventi per salvare decisi da Germania e Belgio per salvare banche in crisi. Nemmeno la situazione economica della regione (che viene giudicata difficile) può richiedere un intervento urgente di riduzione dei tassi da parte della Bce. Ieri, l euro ha continuato la sua discesa nei confronti del dollaro toccando il minimo di 1,3744 dollari. Per gli anailisti significa ce la crisi in Europa è destinata a diventare più pesante attirando meno capitali.
Autore: Ma.Ga.

Dieci consigli per uscire dalla crisi

Che cinismo parlare di «crisi» come di un fenomeno di un mese, o un anno o due, quando ogni giorno circa 125mila persone muoiono per fame indotta dal sistema o per malattie curabili/prevenibili! Gran parte della responsabilità risiede in un economismo che privilegia il sistema delle transazioni rispetto ai bisogni fondamentali delle persone. Il capitalismo è esattamente questo. E tuttavia, c'è una crisi sopra la crisi permanente. Con una compressione del credito in un'economia finanziaria malata le transazioni soffrono, e soffrono anche gli attori, ancor più di prima. Com'è possibile? Il capitalismo è un sistema che pompa ricchezza dai poveri su fino ai ricchi con una ricaduta minuscola, se non ci sono contromisure. 
In termini economici: un deficit di potere d'acquisto - fatta eccezione per il prestito e le carte di credito in basso e un eccesso di liquidità in alto. Al punto che solo una frazione può essere usata per i consumi. Ma l'investimento a lungo termine in imprese produttive, in una economia reale stagnante, è limitato. Perciò l'«investimento» si trasforma in speculazione a breve termine nell'economia finanziaria e la bolla cresce. Qualunque economia reale produce prodotti per i consumi. Ma le serve anche una economia finanziaria che produca prodotti, come i prestiti, per poter acquistare e vendere. Le due devono sincronizzarsi; se ciò non accade è crisi. Ma c'è una novità. Con una economia reale stagnante e un eccesso di liquidità, la differenziazione dei prodotti finanziari era prevedibile. Da qui «leva», «hedge funds», «futures», «options», «derivati» ecc., laddove prima avevamo azioni e obbligazioni, prestiti e interesse. E anche qualcosa in più. Così, prima di crollare, la Bear and Stearns ha informato i propri clienti che uno dei suoi prodotti finanziari non valeva (quasi) niente. C'è una via d'uscita? Naturalmente, ma non è il piano di salvataggio con i 700 miliardi di dollari prelevati dai poveri contribuenti e dati alle banche e ai super-ricchi. Questo è il solito capitalismo, e non funzionerà. Data una massiccia stampa di valuta, si regalano soldi cattivi ai soldi cattivi; in secondo luogo, si premia una enorme incompetenza che sfiora la truffa; e terzo, si riduce ulteriormente il potere d'acquisto per la maggior parte degli americani, rendendo la crescita economica reale ancora più sfuggente. Si considerino invece questi dieci punti, che funzionerebbero: 1. Un keynesismo massiccio: finanziamenti massicci per migliorare l'infrastruttura Usa in sfacelo, creando milioni di posti di lavoro, compresa la costruzione di scuole e policlinici. Più potere d'acquisto in basso. 2. Una redistribuzione massiccia: spingere in alto la tassazione; tassazione progressiva e sul lusso. E riduzione della pressione tributaria per il 70% che sta in basso, con sussidi per la casa e la salute. 3. Far intervenire il governo sui mutui abitativi contratti tra l'inizio della bolla e il suo scoppio, sollevando il debitore di questo fardello e aiutando contestualmente anche le banche. 4. Fermare tutti i pignoramenti, trovare una soluzione equa per tutti. 5. Finanziare questi interventi tagliando le spese eccessive del Pentagono per l'Impero Americano (Ron Paul), come le spese per le basi militari. 6. Lasciare che le peggiori banche/istituzioni finanziarie affondino, le più avide con la minore copertura per le loro transazioni e il rapporto più alto tra gli stipendi e i benefit dei manager, e quelli degli altri dipendenti. 7. Dichiarare illegale la maggior parte dei nuovi prodotti finanziari, a meno che non ci sia una garanzia verificata che l'aquirente e il venditore sono pienamente consapevoli del loro funzionamento e delle loro conseguenze. 8. Rendere merito alle banche che tengono rapporti diretti con i clienti, che annunciano chiaramente che i prestiti resteranno congrui rispetto a noi e alla nostra fideiussione. 9. Rendere pubblico l'M2 per rendere il sistema economico Usa più trasparente. 10. Un massiccio deprezzamento del dollaro per un nuovo dollaro che tagli il peso del servizio del debito, per fare in modo che i prodotti Usa rimanenti siano più competitivi, e per evitare una inflazione massiccia. (www.transcend.org)

Autore: JOHAN GALTUNG

(Traduzione Marina Impallomeni)

Un mercato che fa gola


"Non si può non ricordare Ghandi, che pur rimanendo induista ha fatto capire agli indiani che anche i 'paria' sono 'figli di Dio'. Coloro che attaccano i cristiani stanno usando la religione per coprire un'inimicizia che ha profonde motivazioni sociali. I cristiani sono mal visti, perchè aiutano i più deboli, offrendo loro la possibilità di elevazione sociale. in questo modo vanno a mettere in discussione i pilastri su cui si basa la società indiana, cioè la divisione in caste", afferma Bernando Cervellera, direttore del Pime. 
"Il Bjp si candida a guidare la federazione indiana, e il leader Advani, che vuole accreditarsi a livello internazionale, denuncia l'ondata di massacri contro i cristiani. Appare come un capo affidabile, giocando a fare il moderato. Ma è anche lui accusato di aver spinto migliaia di indù a distruggere la moschea ad Ayodhya negli anni novanta" spiega Benardelli. 
"L'India di oggi è un mercato che fa gola a molti, perchè ci sono grandi interessi economici in ballo, come la costruzione della più grande centrale termoelettrica del mondo, ad opera della Reliance Industries, e nei pressi di Paradip la sudcoreana Posho sta costruendo un grande impianto per la produzione di acciaio -spiega il giornalista, concludendo- L'India è fatta di mille volti diversi. In altre zona la convivenza con le minoranze religiose è serena. L'ondata di violenze che non si placa in Orissa è il risultato della compresenza di molti fattori, tra cui l'indifferenza del governo centrale". 
 
Questa tesi è confermata dall' articolo del 3 settembre 2008 sul New York Times Violence in india is Fueled by religiosus and economic divide di Hari Kumar e Heather Timmons, dove viene spiegato che i motivi delle violenze  sono le conversioni al cristianesimo e i vantaggi di coloro che si convertono alla nuova religione, come gli aiuti, l'educazione e l'assistenza  dei missionari. Inoltre le ultime tensioni religiose sono aumentate anche per il decollo dell'economia. Sarebbe la paura che i cristiani, grazie all'educazione e all'istruzione, possano essere favoriti nella società indiana a spingere i fanatici induisti a colpirli senza tregua.
Fonte: Peacereporter

Il piano di Michael Moore per risolvere il caos di Wall Street

I 400 americani più ricchi – sì, proprio così, sono solo 400 persone – posseggono DI PIù dei 150 milioni di americani dei ceti più bassi messi insieme. 400 ricconi posseggono più beni nascosti di metà della nazione! La somma netta totale dei loro averi è pari a 1.6 trilione di dollari. Durante gli otto anni dell’amministrazione Bush, si sono arricchiti di quasi 700 miliardi di dollari – la stessa cifra che ci stanno chiedendo di dargli per tirarli fuori dai guai. Perché non usano i soldi che si sono fatti sotto Bush per uscirne? Resterebbe loro circa un trilione di dollari da suddividersi!

Ovviamente non lo faranno – perlomeno non di propria volontà. A George Bush erano stati consegnati 127 miliardi di dollari quando Bill Clinton lasciò la presidenza. Siccome quei soldi erano NOSTRI soldi, e non suoi, lui ne fece quello che piace fare ai ricchi – spenderli e non pensarci più. Adesso abbiamo un deficit di 9.5 trilioni di dollari, perché mai dovremmo anche solo pensare di dare a questi ladri patentati altri soldi nostri? 



Io vorrei proporre un nuovo piano di cosiddetto “salvataggio”. I miei suggerimenti, elencati qui sotto, vengono da una semplice ed unica considerazione, che i ricchi devono salvarsi da soli il loro culo di platino. My spiace amici, ma ci avete trapanato in testa una volta di troppo che: Non… si… mangia… a… sbafo. E grazie per averci incoraggiato ad odiare i poveracci della previdenza sociale, così non daremo niente neanche a voi. Questa sera all Senato cercheranno di far passare in tutta fretta un loro progetto di “salvataggio”. Dobbiamo fermarli a tutti i costi! Lo abbiamo fatto lunedì alla Camera, e lo possiamo rifare oggi al Senato.

È però chiaro che non possiamo semplicemente continuare a protestare senza proporre esattamente quello che pensiamo che il Congresso debba fare, per cui, dopo varie consultazioni con persone più in gamba perfino di Phil Gramm, eccovi le mie proposte, ora conosciute col nome di “Il Piano di Salvataggio di Mike”. E’ composto da 10 punti semplici e diretti:

1. NOMINARE UN PUBBLICO MINISTERO PER INCRIMINARE CHIUNQUE A WALL STREET ABBIA COSCIENTEMENTE CONTRIBUITO A QUESTO COLLASSO. 

Prima di spendere qualsiasi somma, il Congresso, tramite risoluzione speciale, deve impegnarsi a fare causa a chiunque abbia la benché minima colpa nel tentato saccheggio della nostra economia. Ciò significa che chiunque abbia commesso illeciti del tipo insider trading, emesso titoli fraudolenti o qualsiasi altra cosa che abbia portato a questo collasso deve andare in galera. Il Congresso deve nominare un pubblico ministero speciale che vigorosamente persegua tutti coloro che hanno causato questo bordello, e chiunque altro tenti di truffare il pubblico in futuro.

2. I RICCHI DEVONO PAGARE PER TIRARSI FUORI DAI LORO STESSI GUAI. 

Dovranno accontentarsi di vivere in 5 case anziché in 7. Dovranno guidare 9 macchine anziché 13. Il cuoco per i loro terrier nani dovrà essere riassegnato a nuovi incarichi. Ma dopo aver costretto i redditi delle famiglie a diminuire di 2.000 dollari durante l’amministrazione Bush, non c’è verso che sia i lavoratori che i ceti medi debbano cacciar fuori un solo centesimo per sovvenzionare il prossimo acquisto di uno yacht. Se, come dicono, hanno veramente bisogno di 700 miliardi di dollari, ebbene ecco un modo facile facile per ottenerli:
a) Ogni coppia che guadagna più di un milione di dollari all’anno ed ogni singolo contribuente che ne intaschi più di 500.000 all’anno pagherà un supplemento di tassa del 10%. (E’ il piano del Senatore Sanders. E’ come il Colonnello Sanders2, soltanto che lui intende spennare i polli giusti.) Ciò significa che i ricchi continueranno comunque a pagare meno tasse di quante ne pagavano sotto il presidente Carter. Questa operazione consentirà di recuperare 300 miliardi di dollari.
b) Come succede in quasi ogni altra democrazia, si dovrà tassare dello 0,25% ogni transazione commerciale. Questo raccoglierà più di 200 miliardi di dollari all’anno.
c) Siccome ogni azionista è un buon patriota, gli azionisti rinunceranno ad intascare un quarto dei loro dividendi, per cui questi soldi non erogati andranno al Tesoro per pagare “il salvataggio”.
d) Il 25% delle maggiori società statunitensi al momento non paga alcuna tassa federale. Il reddito da tasse federali è al momento l’1.7% del PIL, paragonato al 5% degli anni ’50. Se aumentiamo le tasse societarie a quei livelli otterremo un ulteriore 500 miliardi di dollari.
Tutte queste cose insieme dovrebbero bastare a coprire questa catastrofe. I ricchi potranno tenere i loro palazzi e la loro servitù, e il nostro governo degli Stati Uniti (“PRIMA LA NAZIONE”) avranno un po’ di avanzi per pagarsi qualche strada, ponte, scuola.

3. SALVIAMO LA GENTE CHE STA PERDENDO LA CASA, NON QUELLI CHE COSTRUIREBBERO LA LORO OTTAVA CASA. 

Al momento ci sono 1 milione e 300.000 case pignorate. Ecco il cuore di questo problema. Perciò, invece di regalare soldi alle banche, paghiamo un acconto di 100.000 dollari su ognuno di questi mutui. Forziamo poi le banche a rinegoziare tali mutui di modo che i proprietari di queste case possano pagarle in base al loro valore reale. Per essere sicuri che questi soldi non vadano a furbetti o a chi ha speculato nel settore edilizio, questo aiuto dovrà essere indirizzato alle prime case soltanto. In cambio per questi 100.000 dollari di acconto sui mutui esistenti, il governo ottiene una condivisione sul mutuo, in modo da poter recuperare una percentuale dei suoi soldi, così il costo iniziale per aggiustare alla radice la crisi dei mutui (anziché con gli ingordi usurai) sarebbe di 150 anziché di 700 miliardi di dollari.
Qui mettiamo le cose in chiaro. La gente che ha avuto difficoltà a ripagare il proprio mutuo non è “un cattivo rischio”. Sono americani come noi, e tutto quello che volevano è quello che tutti noi vogliamo, una casa tutta loro. Ma durante l’amministrazione Bush a milioni hanno perso il lavoro che avevano. Sei milioni sono caduti in povertà. Sette milioni hanno perso la loro copertura sanitaria. E tutti si sono visti i loro stipendi diminuire di 2.000 dollari. Chi osa guardare con condiscendenza questa gente che ha avuto un guaio dopo l’altro dovrebbe vergognarsi. Siamo una società migliore, più forte, più sicura e più felice quando ognuno di noi può permettersi di vivere in una casa propria.

4. SE LA VOSTRA BANCA, O LA VOSTRA DITTA RICEVE SOLDI NOSTRI IN UN “SALVATAGGIO”, ALLORA VOI CI APPARTENETE. 

Mi spiace, ma è così. Se la banca mi dà soldi per comprare una casa, la casa appartiene a quella banca finché l’avrò ripagata – con gli interessi. Lo stesso accordo deve valere per Wall Street. Qualsiasi somma vi necessiti per rimanere a galla, se il governo vi ritiene un rischio sicuro – e che sia per il bene del paese – allora potrete avere un prestito, ma voi ci apparterrete. Se sarete inadempienti vi venderemo. Questo è ciò che ha fatto il governo svedese, ed ha funzionato. 

5. TUTTE LE REGOLE DEVONO ESSERE RISTABILITE. LA RIVOLUZIONE DI REAGAN E’ MORTA.

Questa catastrofe è potuta succedere perché abbiamo permesso che la volpe avesse la chiave del pollaio. Nel 1999, Phil Gramm ideò un progetto di legge che eliminava ogni regolamentazione di Wall Street e del nostro sistema bancario. Il progetto passò e Clinton lo firmò. Questo è ciò che il Senatore Phil Gramm, il principale consigliere economico di McCain, ebbe a dire al momento della firma: “Negli anni ’30… si credeva che il governo fosse la risposta. Si credeva che stabilità e crescita venissero dal fatto che il governo avesse il controllo sul funzionamento del libero mercato. Oggi siamo qui per abrogare (quello) perché abbiamo imparato che il governo non è la risposta. Abbiamo imparato che le risposte vengono da libertà e concorrenza, sappiamo cioè che per promuovere crescita e stabilità economica dobbiamo essere liberi e competitivi. Sono orgoglioso di essere qui perché questo è un progetto di legge importante; è un progetto di deregolamentazione. Io credo che questa sia la chiave del futuro, e sono estremamente orgoglioso di aver partecipato a farne una realtà”.
Ebbene, questo progetto di legge deve essere abrogato. Bill Clinton può concorrere a far sì che il progetto di Gramm sia revocato e a ripristinare regole ancora più ferree per il controllo delle nostre istituzioni finanziarie. E quando ciò sarà stato fatto, si possono ripristinare le regolamentazioni che riguardano compagnie aeree, ispettorato del cibo, industria petrolifera, OSHA (Occupazione, Sicurezza e Amministrazione Sanitaria), e ogni altro ente che riguarda il nostro vivere quotidiano. Ogni errore su qualsiasi clausola di “salvataggio” deve essere forzatamente ripagato a suon di dollari, e chi sgarra deve essere perseguito penalmente.

6. SE E’ TROPPO GRANDE PER FALLIRE, ALLORA SIGNIFICA CHE E’ TROPPO GRANDE PER ESISTERE.

Permettere la creazione di queste mega-fusioni e non implementare le leggi del monopolio e dell’antitrust ha fatto sì che numerosi enti finanziari crescessero così tanto che il solo pensiero del loro crollo significa un crollo ancora più disastroso per l’intera economia nazionale. Nessun ente o istituzione dovrebbe avere questo strapotere. La cosiddetta “Pearl Harbour economica” non può succedere quando ci sono centinaia – migliaia – di istituti dove la gente ha investito i propri soldi. Se abbiamo una dozzina di case automobilistiche, se una fallisce non è che succeda un disastro nazionale. Se in una città abbiamo tre testate giornalistiche di tre proprietari diversi, allora un’agenzia mediatica non può dettare le proprie leggi (lo so… cosa sto pensando?! Chi legge più i giornali? Sono felicissimo che tutte quelle fusioni e acquisizioni ci hanno lasciato con una stampa forte e libera!). Bisogna fare leggi che impediscano alle compagnie di diventare così enormi e potenti che con un solo colpo all’occhio questi giganti cadano stecchiti. Così come non bisogna permettere a nessun istituto finanziario di creare schemi economici che nessuno capisce. Se non lo puoi spiegare in due frasi, allora non dovresti prendere soldi da nessuno.

7. NESSUN DIRIGENTE DOVREBBE ESSERE PAGATO PIÙ DI 40 VOLTE I PROPRI IMPIEGATI, E NESSUN DIRIGENTE DOVREBBE RICEVERE ALCUN TIPO DI “PARACADUTE”, MA ACCONTENTARSI DEL GENEROSISSIMO SALARIO CHE LUI/LEI HANNO RICEVUTO DURANTE IL LAVORO CON LA DITTA.

Nel 1980 il direttore generale medio guadagnava circa 45 volte il salario di un impiegato. Arrivati al 2003 il divario è di 254 volte. Dopo 8 anni di Bush i direttori generali guadagnano adesso 400 volte la media salariale dei propri impiegati. E’ incredibile come questo possa succedere in compagnie pubbliche. In Gran Bretagna, il direttore generale medio guadagna 28 volte il salario di un impiegato medio. In Giappone soltanto 17 volte! A quanto ho saputo, il direttore generale della Toyota vive in gran lusso a Tokyo. Come può farlo con così pochi soldi? Seriamente, questo è un oltraggio. Abbiamo creato il casino in cui ci troviamo perché abbiamo permesso che la gente ai vertici si gonfiasse a dismisura con milioni di dollari. Questo deve finire. Non solo nessuno dei direttori generali che riceveranno aiuti in questo frangente dovrà trarne profitto, ma chi di loro era a capo di una ditta fallimentare deve essere licenziato prima che la ditta riceva qualsiasi aiuto.

8. RAFFORZARE LA FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) E FARNE UN MODELLO PER PROTEGGERE NON SOLO I RISPARMIATORI, MA ANCHE LE LORO PENSIONI E LE LORO CASE. 

Obama correttamente ha proposto di estendere la protezione del FDIC ai risparmi fino a 250.000 dollari. Ma lo stesso trattamento va esteso ai fondi pensione nazionali. La gente non dovrebbe mai preoccuparsi se i soldi che hanno risparmiato per la vecchiaia ci saranno quando ne avranno bisogno. Ciò significa che il governo deve tenere uno stretto controllo sulle compagnie che gestiscono i fondi dei propri impiegati – oppure può significare che le compagnie lascino che sia il governo a gestire i fondi dei propri impiegati. Anche le pensioni private devono essere protette, ma forse è arrivato il momento di non investire i soldi della propria pensione in quel casinò che va sotto il nome di mercato azionario. Dovrebbe essere un dovere solenne del governo garantire che chiunque invecchi in questo paese non debba preoccuparsi di finire per strada.

9. ABBIAMO TUTTI BISOGNO DI FARE UN RESPIRO PROFONDO, CALMARCI E NON LASCIARE CHE LA PAURA CI ATTANAGLI.

Spegnete il televisore! Non siamo alla Seconda Grande Depressione! Il cielo non ci sta cadendo addosso. Sapientoni e politici ci stanno talmente bersagliando di bugie a raffica che è difficile non esserne scossi. Perfino io ieri vi ho scritto ripetendo quello che avevo sentito nei notiziari, che il Dow Jones ha avuto il tonfo più pesante della sua storia. Bene, è vero per quanto concerne i punti, ma la caduta del 7% non si è neanche avvicinata al Lunedì Nero del 1987 quando il mercato azionario perse il 23% del suo valore in un solo giorno. Negli anni ’80 3.000 banche chiusero, ma l’America non fallì. Questi istituti hanno sempre avuto i loro su e giù, ma alla fine si stabilizzano. Devono farlo, perché ai ricconi non piace perdere i loro soldi. E’ nel loro interesse far calmare le cose per poter saltare nuovamente dentro il loro Jacuzzi.
Per quanto pazzi siano i tempi, decine di migliaia di persone hanno ottenuto un prestito per comprarsi l’auto questa settimana. Migliaia sono andati in banca ed ottenuto un mutuo per la casa. Gli studenti appena tornati ai college hanno trovato le banche felicissime di prestare loro soldi per i prossimi 15 anni. La vita ha continuato il suo corso. Non un solo individuo ha perso alcun soldo se è in banca, in un buono del tesoro, o in un certificato di deposito. E la cosa più incredibile è che gli americani non si sono fatti infinocchiare da questa campagna di paura. La gente non ha battuto ciglio ed ha detto al Congresso di prendersi il loro “salvataggio” e infilarselo nel sedere. QUESTO è stato grandioso. Perché la gente non si è lasciata abbindolare dai discorsi catastrofici del presidente e dei suoi compari? Beh, puoi solo dire fino a un certo punto che “Sadddam ha la bomba” prima che la gente si renda conto che sei un bugiardo sacco di merda. Dopo otto lunghi anni il paese è esausto e non ne può proprio più.

10. CREARE UNA BANCA NAZIONALE, UNA “BANCA DEL POPOLO”.

Se poi fremiamo per stampare un trilione di dollari, invece di darli a pochi ricconi, perché non ce li diamo a noi stessi? Adesso che Freddie and Fannie ci appartengono, perché non fondare una banca del popolo? Una banca che offra prestiti a basso costo per chiunque voglia comprarsi una casa, avviare un’attività, andare a scuola, trovare la cura per il cancro o creare la prossima grande invenzione. E adesso che anche AIG ci appartiene, la più grande compagnia di assicurazioni del paese, facciamo il prossimo passo e forniamo un’assicurazione sanitaria a tutti. Cure mediche per tutti. Ci risparmierebbe tantissimi soldi in futuro. E non saremo più dodicesimi nella lista dell’aspettativa di vita. Avremo una vita più lunga, godremo delle nostre pensioni protette dal governo, e vivremo abbastanza da vedere il giorno in cui i criminali delle corporazioni che hanno causato tanta miseria usciranno di prigione e noi potremo aiutarli a reintegrarsi nella vita civile – una vita con una bella casa e una macchina che non va a benzina, inventata con l’aiuto della Banca del Popolo.

Vostro
Michael Moore

Fonte: http://www.michaelmoore.com/

La guerra in Afghanistan è ormai perduta?

Un numero sempre maggiore di analisti sta denunciando che la guerra in Afghanistan è ormai fuori controllo, e che si sta via via trasformando in un conflitto che coinvolge sia l’Afghanistan che il Pakistan. Un recente rapporto del ‘Center for Strategic and International Studies’ (CSIS) afferma che la crisi afghana sarà una delle principali sfide che la prossima amministrazione americana dovrà affrontare – una sfida probabilmente persa in partenza

La NATO sta perdendo la guerra in Afghanistan, così come accadde all’Unione Sovietica negli anni ’80 e all’impero britannico  nel XIX secolo? Nonostante i dinieghi della NATO e degli USA, la risposta è affermativa. E abbondante evidenza è fornita in un dettagliato rapporto di 113 pagine pubblicato dal ‘Center for Strategic and International Studies’ (CSIS). L’autore è Anthony Cordesman, tra i maggiori analisti strategici del CSIS.
 
Cordesman scrive che la situazione in Afghanistan si è deteriorata negli ultimi cinque anni, “e adesso sta raggiungendo un livello critico”. Sia il Segretario alla Difesa Robert Gates che il Capo degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Mike Mullen, hanno riconosciuto che ormai si tratta di un conflitto afghano-pakistano, che denota carenze “sia sul piano delle risorse civili che militari. Sta diventando inoltre sempre più letale per i civili, gli operatori umanitari e le forze USA e NATO.”

I Talebani in ripresa, afferma il rapporto, “hanno trasformato la maggior parte dell’Afghanistan in zone proibite per gli operatori umanitari e i civili.”

In agosto, l’amministrazione Bush è giunta alla conclusione di dover privare i Talebani dei rifugi sicuri di cui hanno a lungo goduto nella zona tribale del Pakistan che confina con l’indistinguibile,  montagnosa, frontiera afghana per centinaia di miglia. Ma il primo raid delle Navy SEALs (le forze speciali della marina militare americana, di solito impiegate in conflitti non convenzionali ed in azioni anti-terrorismo (N.d.T.) ) nelle Federally Administered Tribal Areas (FATA) del Pakistan ha causato molti morti tra i civili – ed ha suscitato il forte biasimo del nuovo governo pakistano e  del comandante dell’esercito, Gen. Ashfaq Kayani.

Promosso dal Presidente George W. Bush al rango di “principale alleato esterno alla NATO”, il Pakistan ha chiarito che soltanto il suo esercito avrebbe smantellato le basi dei Talebani nelle FATA. Ma l’esercito pakistano non è il benvenuto nelle FATA, e nonostante la sua presenza forte di 130.000 uomini non ha intaccato in maniera tangibile  l’organizzazione dei Talebani. I Talebani, però, hanno inflitto pesanti perdite all’esercito ( 1.400 soldati uccisi, 4.000 feriti).

Il rapporto del CSIS afferma anche che la guerriglia talebana, “ beneficiando di una crescita della coltivazione dell’oppio e di rifugi sicuri (in Pakistan), sta regolarmente espandendo le sue capacità e la sua portata territoriale”.

Intitolato “Losing the Afghan-Pakistan War? The Rising Threat”, il rapporto del CSIS documenta “i cambiamenti nelle caratteristiche della minaccia, e l’aumento delle vittime afghane ed alleate.” Le mappe dell’ONU, e le mappe desecretate dell’intelligence USA, riportano dettagliatamente la costante espansione della minaccia,  e le regioni che sono diventate insicure per gli operatori umanitari. Altri dati mostrano come la coltivazione della droga afghana si sia spostata in modo continuo verso sud, “e sia divenuta una delle maggiori fonti di finanziamento per i Talebani.”

Il rapporto del CSIS mostra come il prossimo presidente degli Stati Uniti “andrà incontro ad una sfida cruciale nei confronti di una guerra che sarà probabilmente persa a livello politico e strategico, e non sarà vinta sul piano tattico.”  E’chiara la ragione per cui i più alti comandanti USA e NATO in Afghanistan chiedono sostanzialmente più truppe di quanto Bush avesse deciso di schierare nel mese di settembre; ed i problemi esposti in questo rapporto sono aggravati da problemi cruciali nella governabilità afghana e pakistana e nello sviluppo economico.

A prescindere dal tema dell’attuale campagna politica USA, dice Cordesman, “queste sfide trascurate dovranno occupare il centro della scena nei primissimi mesi della prossima amministrazione. Sia John McCain che Barack Obama si sono detti favorevoli al trasferimento di un consistente numero di truppe dall’Iraq all’Afghanistan, spingendo i commentatori più pessimisti a suggerire che questo potrebbe essere il ‘Vietnam’ dell’uno o dell’altro candidato alla presidenza”.

Un duro inverno seguito da una siccità in gran parte dell’Afghanistan, un raccolto povero e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, hanno lasciato qualcosa come 9 milioni di afghani ad affrontare una grave scarsità di cibo. In 30 anni di guerra quasi ininterrotta, gli agricoltori  della provincia di Bamian dicono di non aver mai visto niente di così disastroso.

Il Maldon Institute (un think tank americano di orientamento conservatore (N.d.T.) ), in un rapporto intitolato “Sympathy for Taliban in Pakistan”, sostiene che Tehrek-e-Taliban, l’organizzazione che comprende i molteplici movimenti talebani del Pakistan, “tenta di diffondere la sua rigida interpretazione Deobandi dell’Islam in tutto il Pakistan”.

Il rapporto del Maldon cita Ayesha Jalal, un importante storico del Pakistan che ha recentemente scritto un libro sulla storia del jihad nel sud dell’Asia: “Non vogliono solo controllare le aree FATA, bensì l’intero paese”. Questi estremisti, tuttavia, sono appoggiati da meno del 15% della popolazione, e non ci sono possibilità che possano acquisire il controllo a livello nazionale. Possono però mantenere il Pakistan in uno stato di destabilizzazione per un futuro illimitato, mentre le forze di sicurezza li inseguono ovunque, da Peshawar a Islamabad, a Lahore, a Karachi.

Il nuovo governo democratico del paese, appoggiato dai militari, guarda ai Talebani come ad una minaccia sempre più grande per il Pakistan vero e proprio, più che per la provincia delle FATA e per l’Afghanistan. Ma i due fronti sono inestricabilmente collegati. Quanto più rapidamente l’intelligence pakistana e quella degli USA riusciranno a lavorare insieme per definire con precisione i bersagli talebani e di al-Qaeda nelle aree  FATA, ed alle truppe pakistane sarà dato un adeguato potenziale elicotteristico, tanto più rapidamente la situazione dei Talebani potrà essere capovolta. Finché gli Stati Uniti continueranno a portare avanti in Pakistan gli attacchi unilaterali che uccidono civili, la battaglia per conquistare i cuori e le menti dei pakistani sarà perduta. Ma c’è un ostacolo fondamentale a questa cooperazione – la mancanza di fiducia, da parte dell’intelligence americana nel suo complesso, nei confronti dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan.

Nei primi anni ’90, la creazione dei Talebani (studenti jihadisti) fu ispirata dall’ISI per porre fine alla guerra civile che aveva fatto seguito al ritiro dell’Unione Sovietica dall’Afghanistan nel 1989. Il monitoraggio elettronico a distanza degli americani ha convinto il Pentagono e la CIA che agenti o ex- agenti operativi dell’ISI stiano lavorando con i Talebani contro gli Stati Uniti.

Un commento  ancor più inquietante è stato pronunciato dall’ambasciatore russo in Afghanistan, Zamir Kabulov. In un intervista alla BBC, egli ha dichiarato che, o i paesi NATO smetteranno di criticare la Russia in merito alla Georgia e smetteranno di appoggiare l’ingresso del piccolo stato caucasico nella NATO, o quest’ultima perderà i suoi diritti di attraversamento dello spazio aereo russo per rifornire le sue truppe in Afghanistan.

Le forze USA e NATO in Afghanistan ammontano attualmente a 71.000 uomini. La Francia sta suggerendo di abolire le restrizioni sull’impiego delle truppe in combattimento imposte dai parlamenti nazionali. Per i britannici, gli olandesi, i canadesi e gli americani che conducono i combattimenti, un simile provvedimento potrebbe giungere appena in tempo. Ma la sua approvazione è incerta.

Arnaud De Borchgrave è un noto giornalista americano; ha seguito i principali conflitti del XX secolo per testate come Newsweek e il Washington Times; è stato a lungo caporedattore e poi direttore dell’United Press International (UPI); attualmente è consigliere del Center for Strategic and International Studies (CSIS)

Titolo originale:

Losing Afghanistan?

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori