mercoledì 1 ottobre 2008

Giorgio Bocca a Spike Lee: "il regista sa cos'è la resistenza"?


Giorgio Bocca fu partigiano nella zona Val Grana, comandante della Decima divisione Giustizia e Libertà. Per questo motivo non ha lasciato senza risposta la provocazione del regista Spike 
Lee, impegnato in questi giorni nel lancio del suo Miracolo a Sant'Anna, dedicato alla strage nazista di Stazzema.

L'Anpi non aveva nascosto il proprio disappunto per le verità storiche riportate nel film, ma Spike Lee non aveva voluto chiedere scusa ai partigiani, sostenendo che: «Anche i partigiani non erano amati da tutti, c'erano anche quelli che dopo aver fatto qualche azione scappavano sulle montagne, lasciando la popolazione civile a subirne le conseguenze». Il regista aveva affermato: «Una cosa è certa ed è quella che racconto e voglio raccontare: la 16ma divisione delle Ss il 12 agosto del 1944 uccise a Stazzema 560 civili».

Giorgio Bocca racconta allora, dalle pagine de La Repubblica, perché anch'egli, partigiano, sparava e scappava. «Spike Lee - si chiede il giornalista - ha un'idea sia pur labile di cosa è la guerra partigiana in ogni tempo e in ogni luogo? E' ricorrere alla sopresa, evitare di essere agganciati da un nemico superiore in numero e armi, mordere e fuggire al duplice intento di far male al nemico e di sopravvivere. Questi - spiega Bocca - sono i fondamentali di ogni resistenza armata, l'alternativa è una sola: rinunciare alla lotta di liberazione, accettare l'attesismo che fa comodo all'occupante».

Poi Bocca fa notare come nel film di Lee si sostenga «la versione falsa che la strage di Stazzema, le centinaia di donne e bambini trucidati, fu "colpa" di una sentinella partigiana che non aveva avvisato i compagni dell'arrivo delle SS». Lo scrittore italiano non accetta le giustificazioni di regista e sceneggiatore, i quali hanno sottolineato come la storia raccontata nel film sia «una finzione, una versione romanzata». «Una tragedia come quella - risponde Bocca - non la si inventa o non la si cambia per fare un film».

Spike Lee: la stampa ha gonfiato la polemica. A Firenze per l'anteprima nazionale del film, Spike Lee cerca di smorzare i toni: «La stampa ha gonfiato questa polemica: se così non fosse il presidente della Repubblica non andrebbe a vedere il film, come mi risulta che farà domani sera. E lui ha partecipato alla Resistenza. La questione - sostiene Lee - dimostra invece che in Italia c'è una ferita ancora aperta, che ancora qui non si riesce a venire a capo del proprio passato e ad elaborarlo. Sta agli italiani affrontare la loro storia, non a me o allo sceneggiatore e scrittore James Mcbride o al film». 

Lee ha poi aggiunto di non sapere che qualcuno dell'Anpi ha provato a contattarlo e ha sottolineato che «comunque non permetterei a nessuno al mondo di dirmi come fare un film, sia esso un partigiano o il presidente degli Stati Uniti». A proposito del film, Lee ha poi invitato a «vederlo in lingua originale» in quanto «con il doppiaggio si perde l'incontro di lingue e culture diverse tra soldati neri e italiani». «Un esempio - ha concluso - è la ricerca di un linguaggio gestuale tra il piccolo protagonista italiano, Angelo, e il soldato nero Train: col doppiaggio si butta tutto dalla finestra».

Pierfrancesco Favino, nel cast del film di Lee, entra nel merito della polemica. «Si leggono cose scritte da persone che il film non l'hanno visto - ha detto l'attore facendo riferimento all'articolo di Giorgio Bocca - Leggendolo non ho potuto far altro che notare che non aveva visto il film». Questa mattina Favino era a Firenze per l'anteprima nazionale di ieri sera in città. «Nessuno - ha sottolineato - ha parlato dell'orrore dei morti della guerra: questa polemica è come discutere della legge sulle intercettazioni senza sapere il loro contenuto».

Bush presidente più odiato di sempre


Gli americani non avevano mai detestato un presidente nella stessa misura in cui detestano George W. Bush. E' il verdetto implacabile a tre mesi dalla scadenza del secondo mandato a Washington per un presidente che, un mese dopo le stragi dell'11 settembre 2001, poteva contare sul consenso del 92 per cento degli americani, un plebiscito di repubblicani, democratici e indipendenti. 

Oggi, con l'America alle prese con una crisi dell'economia epocale, Bush ha toccato il fondo. Dal 1938, da quando cioe' esistono i sondaggi, nessun presidente ha fatto registrare un tasso di disapprovazione cosi' alto: il 70 per cento. Se si esamina invece il tasso di popolarita', solo due presidenti nella storia moderna hanno ottenuto meno simpatie di Bush. La popolarita' dell'inquilino della Casa Bianca e' al 26 per cento secondo l'ultima rilevazione di Abc News e Washington Post. 

I due meno popolari di lui furono Harry Truman, l'11 gennaio 1952 durante la guerra di Corea e Richard Nixon il 5 agosto 1974 pochi giorni prima di dimettersi sulla scia dello scandalo del Watergate. Ma il tasso di disapprovazione, anche per Truman e Nixon si fermava al 66 per cento, due terzi degli americani: solo Bush ha saputo fare peggio. 

A poco piu' di un mese dalle presidenziali del 4 novembre, a pagare l'inevitabile prezzo per l'impopolarita' di Bush e' il candidato del partito repubblicano John McCain. Sempre secondo il sondaggio di Abc, ben il 53 per cento degli americani pensa che McCain seguirebbe le orme di Bush nella sua gestione del Paese.

Tra i politici vince chi non sa fare nulla


DI MASSIMO GRAMELLINI
La Stampa

L'attrice Ramona Badescu (nella foto) è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni (i rapporti con gli uzbeki sono congelati in attesa di trovare un'attrice di madre lingua). La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega.

Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull'onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un'esperienza parlamentare.



Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l'ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

Massimo Gramellini
Fonte: www.lastampa.it

Quel fascino per la camicia nera nel mondo del calcio


L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani. 
La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere. 

Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova. 

E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente". 

Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema". 

Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto. 

Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo". 

Autore: CORRADO ZUNINO

Palestinesi verso la guerra civile?


L’incontro che ha avuto luogo la scorsa settimana a Beit El, che ha visto la partecipazione di dieci capi della sicurezza palestinese in Cisgiordania e di diversi ufficiali delle forze armate e di polizia israeliane, attesta un cambiamento spostamento da parte di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi. Non si tratta ancora di un cambiamento strategico, e certo non ancora di un’alleanza tra Fatah e Israele contro Hamas; ma è senz’altro uno spostamento.
Il campo nazionalista palestinese guidato da Fatah e il campo estremista palestinese guidato da Hamas sono più vicini che mai ad uno storico scontro violento a tutto campo: una vera e propria guerra civile.
Le dichiarazioni fatte da alti rappresentanti di Fatah durante l’incontro sono senza precedenti. Gli ufficiali di Fatah hanno parlato apertamente di una “azione congiunta con Israele contro il nemico comune Hamas”, e hanno espresso la loro “volontà di occuparsi delle moschee e delle istituzioni di Hamas usando informazioni fornite da Israele”.
Si tratta senz’altro di una novità interessante. Mi domando quale sarà la reazione di Jibril Rajoub e Mohammad Dahlan, che giuravano che Fatah non sarebbe mai diventata un contractor della sicurezza di Israele nei territori. Forse questo è il motivo per cui oggi Dahlan è un imprenditore edile e Rajoub guida un’associazione calcistica palestinese.
La prima “intifada intra-palestinese” potrebbe scoppiare nei prossimi due o tre mesi e raggiungere l’apice nel gennaio 2009. Tre sono gli elementi alla base di questa guerra civile, che per la prima volta potrebbe trasformarsi in una resa dei conti sanguinosa e senza compromessi, fino alla disfatta del nemico interno.
Il primo elemento è la prevista sfida di Hamas alla legittimità della presidenza di Abu Mazen. Il mandato di quattro anni del presidente palestinese scadrà nel gennaio 2009. Mentre Abu Mazen ignora “i golpisti di Hamas a Gaza” e sembra deciso a restare in carica per un quinto anno, il leader di Hamas Khaled Mashaal lo ha già sollecitato a concludere l’incarico e lasciare che si indicano libere elezioni presidenziali, nella speranza che il prossimo presidente sia un uomo di Hamas. Dal canto suo Abu Mazen ha già annunciato che una sfida alla sua presidenza lo spingerebbe a dichiarare la striscia di Gaza “territorio sovversivo”, conducendo al completo distacco tra i due territori dell’Autorità Palestinese.
Il secondo elemento è la volontà di Abu Mazen di impedire che si ripetano in Cisgiordania gli eventi di Gaza del giugno 2007. L’imbarazzo – come lo chiamano i palestinesi –, vale a dire l’imbarazzante umiliazione di Dahlan a delle sue forze a Gaza, costituisce un ammonimento che sviluppi simili potrebbero prodursi anche in Cisgiordania. Sebbene Hamas non abbia in Cisgiordania di robuste basi militari e forze combattenti paragonabili a quelle di cui dispone nella striscia di Gaza, il sostegno ideologico di cui gode l’organizzazione jihadista palestinese in Cisgiordania non è minore di quello su cui può contare a Gaza.
Non meno preoccupati di Abu Mazen sono il generale americano Keith Dayton, che si sta adoperando per ricostruire le forze difensive dell’Autorità Palestinese, e gli ufficiali delle Forze di Difesa e dei servizi di sicurezza israeliani, che raccomandano di fornire assistenza israeliana a Fatah in vista della guerra civile. Molti palestinesi sono convinti che, senza l’appoggio delle Forze di Difesa israeliane ad Abu Mazen in Cisgiordania, Hamas avrebbe già da tempo buttato fuori Fatah a bastonate. Sia Dayton che i militari israeliani sono angustiati dalla “sindrome del giugno 2007”, quando lo zelo ideologico di Hamas sconfisse la ricca e corrota Fatah, odiata dai palestinesi della strada di Gaza.
Bisognare tenere a mente che in Cisgiordania Fatah è percepita come un’organizzazione corrotta imbottita di denari e armi occidentali: percezione che certamente non aiuta quando si tratta di raccogliere consensi nell’opinione pubblica locale. Alla fin fine quello che ci si può aspettare in Cisgiordania è uno scontro tra le forze militari di Fatah e la forza popolare di Hamas. E la vittoria di Fatah è tutt’altro che scontata.
Il terzo motivo per un imminente scontro fra palestinesi è il fatto che, per la prima volta dagli Accordi di Oslo, Abu Mazen e le sue forze sono davvero con le spalle al muro. Abu Mazen gode, è vero, del sostegno occidentale; ma sa bene che, differenza delle precedenti battaglie che hanno visto Fatah sconfitta, la prossima avrà luogo anche nei quartieri governativi di Ramallah. E non ha nessuna voglia di vedere masse religiose esaltate assediare il suo ufficio chiedendo la sua testa.
I leader di Fatah hanno piani di fuga di emergenza, e la maggior parte di loro possiede già case all’estero. Non dovremo stupirci se torneranno a farne uso in questa circostanza. Ma questa volta sembra che Abu Mazen ordinerà come minimo a Fatah di aprire il fuoco contro Hamas: questa volta assisteremo a un definitivo braccio di ferro per il potere in campo palestinese.

(Da: YnetNews, 22.09.08)

Nella vignetta in alto: Re Salomone ai nostri tempi. “La buona notizia è che la maggior parte dei palestinesi oggi vuole la soluzione due-stati”. “E la notizia cattiva?”. “Vogliono uno stato per Hamas e un altro per Fatah”.
Da un articolo di Moshe Elad

Il mondo della prostituzione da un diverso punto di vista: racconto di Simone Maria Navarra

Dopo i miei articoli su fumo, sevizie sugli animali, letteratura di quart'ordine e la tenerezza dei bambini piccoli, un nuovo argomento che di sicuro darà il via a qualche nuova polemica... ma che probabilmente decuplicherà gli accessi al blog, per cui ben venga.

Insomma, sono a Berlino. O meglio lo ero, visto che si tratta di qualche anno fa. Dietro al monolocale in cui abito c'è una specie di negozietto strano, con un grosso cuore luminoso accanto all'insegna e la silouhette illuminata di una donnina alla finestra. Io lo guardo perplesso e penso: uhm, lì dentro dev'esserci qualcosa di collegato a cuori e donnine, ma cosa mai ci sarà?!

Al corso di tedesco chiedo alla mia giovane insegnante, che mi spiegaci sono le prostitute (razza di coglione, avrà anche pensato). Io domando: ma non è illegale? E lei: certo che no. Davvero non è illegale, insisto io. E lei: no che non lo è, perché dovrebb... ehi, ma dove stai andando così di corsa?

Ok, altro viaggio in Germania, stavolta ad Amburgo. Posto ben noto per la cucina (?) per il clima mite (??) per le attività culturali (???) e ovviamente per le mignotte. Che ci crediate o no io sono lì per studiare il Tedesco, e un professore simpatico mi spiega come si dice puttana (die Schlumpe, per chi avesse bisogno di chiedere indicazioni una volta arrivato in Germania). Io ripeto prontamente la parola a una professoressa (tipo: è vero che 'sta città è piena zeppa di Schlumpe?) e lei si offende: perché le chiami così? Puttana è un insulto, mentre loro lo fanno per lavoro. Sono professioniste, e si chiamano prostitute.

Dubbio amletico: la mia insegnante faceva la zoccola dopo l'orario di lezione (dubito molto, avendola vista) o la cosa aveva un fondamento di verità? Devo verificare e mi reco in fretta nei pressi di un sordido bordello di periferia (e vai che gli accessi salgono!) Qui hanno fatto le cose in grande: il bordello è tutto colorato di verde che si vede da 10 chilometri (anvedi aho - diranno i tedeschi appena uno si avvicina. Anzi: anveden Sie, aho! Un altro italiano che va a mignotte!) e sopra il palazzo c'è un mega cartello gigante con la pubblicità: una specie di gioco di parole sulla tirchieria che non capirò mai (il tedesco è proprio una lingua del cazzo, e mi scusino i miei amici tedeschi quando tutti i miei scritti saranno tradotti nella loro lingua) che incitava gli avventori a frequentare quel bordello così particolarmente a buon mercato.

Prostitute economiche in un quartiere di periferia tedesco, non siete già arrapati anche voi? Spero di no. Comunque mi avvicino per verificare un po' meglio, e accanto alla porta c'è una specie di menu in tedesco di cui capisco solo che - più o meno - più paghi e più trombi, ma sempre a buon mercato come promette la pubblicità.

Il posto ha anche un sito internet. Ovviamente vado a cercare altre informazioni lì sopra (non speravate mica che entrassi e che vi descrivessi tutti più scabrosi dettagli? Non sono mica uno scrittore famoso, io!) Da quello che riesco a evincere, il bordello in questione appartiene a queste professioniste prossime alla pensione, che se lo sono comprate insieme dopo anni di onorata carriera.

La cosa che più di tutte mi colpisce è che qualcuna delle Schlumpe o lavoratrici private che dir si voglia, tra un turno di lavoro e l'altro presta opera di volontariato con i disabili... e di che tipo di volontariato si tratti non c'è bisogno che ve lo spieghi. Certa gente ha dei problemi che non possiamo nemmeno immaginare, e loro cercano di aiutarli nel solo modo che conoscono e - perché no - anche con un po' di affetto.

Torno in Italia, e quello che si vede di notte su certi marciapiedi non devo certo raccontarvelo, visto che è sotto gli occhi di tutti. Mi tornano alla mente le signore attempate di Amburgo: saranno immorali, saranno scandalose, andranno contro tutti quei principi che ci sembrano tanto importanti. Però mi sembrano più pulite, più felici e soprattutto più libere, perché vivono come hanno scelto di vivere in un mondo che vedono a modo loro.

E sempre a modo loro, hanno anche costruito qualcosa

Autore: Simone Maria Navarra

Stati Uniti: la grande rapina

«Il governo Bush sta saccheggiando le casse dello stato». Appello del cineasta attivista contro il piano anti-crisi
MICHAEL MOORE

Cari amici, permettetemi di andare subito al sodo. Mentre leggete queste righe, è in corso la più grande rapina della storia di questo paese. Anche se non sono servite le armi da fuoco, 300 milioni di persone sono state prese in ostaggio e fatte prigioniere. Potete giurarci: dopo aver rubato 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni per riempire le tasche dei loro sostenitori che fanno profitti grazie alla guerra, dopo avere riempito le tasche dei loro amici petrolieri al ritmo di più di cento miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, Bush e i suoi compari - che presto dovranno traslocare dalla Casa Bianca - stanno saccheggiando le casse dello stato arraffando ogni dollaro su cui riescono a mettere le grinfie. Stanno rubando tutta l'argenteria prima di accomodarsi alla porta. Qualunque cosa dicano, qualunque discorso usino per terrorizzare la gente, si stanno dedicando ai loro vecchi trucchi: creare paura e confusione per continuare ad arricchirsi e ad arricchiare quell'uno% che è già schifosamente ricco. Leggete soltanto le prime quattro frasi del servizio di apertura apparso sul New York Times di lunedì 22 settembre e potrete constatare qual è la vera posta in gioco: «Mentre i policy makers mettevano a punto i dettagli di un'operazione di salvataggio dell'industria finanziaria da 700 miliardi di dollari, Wall Street ha cominciato a cercare il modo di guadagnarci sopra. Le società finanziarie hanno fatto pressione per ottenere la copertura di ogni tipo di investimento traballante, e non solo di quelli collegati ai mutui ipotecari... Nessuno vuole essere tagliato fuori dalla proposta del Tesoro di comprare i bad asset delle istituzioni finanziarie». Incredibile. Wall Street e i suoi sostenitori hanno combinato questo disastro e ora si stanno preparando a fare un sacco di soldi, come dei banditi. Persino Rudy Giuliani sta facendo pressione perché la sua società sia incaricata (e pagata) per fornire «consulenza» nell'operazione di salvataggio. Il problema è che nessuno è veramente in grado di quantificare questo «crollo». Anche il ministro del tesoro Paulson ha ammesso di non sapere quale sia esattamente l'ammontare necessario (la cifra di 700 miliardi di dollari è una sua invenzione!). Il capo dell'ufficio del bilancio al Congresso ha detto che non è in grado di calcolarlo né di spiegarlo a nessuno. Eppure, eccoli lì a strepitare su quanto la fine è vicina! Panico! Recessione! La Grande Depressione! Il baco del millennio! L'influenza aviaria! Le api assassine! Dobbiamo approvare la manovra oggi stesso!! Casca il mondo! Casca la terra! Cascare da cosa? Niente in questa operazione di «salvataggio» abbasserà il prezzo del carburante che dovete mettere nella vostra macchina per andare al lavoro. Niente in questa proposta di legge vi proteggerà dal rischio di perdere la vostra casa. Niente in questa manovra vi darà l'assicurazione sanitaria. Assicurazione sanitaria? Mike, perché la tiri in ballo? Che c'entra con il crollo di Wall Street? C'entra e come. Questo cosiddetto «crollo» è stato scatenato dall'enorme quantità di persone impossibilitate a pagare il mutuo di casa, e dai conseguenti pignoramenti. Sapete perché così tanti americani stanno perdendo la propria abitazione? A sentire i repubblicani, perché troppi idioti della working class hanno contratto dei mutui che in realtà non si potevano permettere di pagare. Ecco la verità: la Causa Numero Uno per cui la gente dichiara bancarotta sono le spese mediche . Ve lo dico in modo semplice: se avessimo avuto tutti l'assistenza sanitaria universale, questa «crisi» dei mutui non ci sarebbe mai stata. La missione di questa manovra di salvataggio è proteggere l'oscena quantità di ricchezza che si è accumulata negli ultimi otto anni. Serve a proteggere i grandi azionisti che possiedono e controllano le corporations americane. Serve a garantire che i loro yacht, le loro tenute, il loro «stile di vita» non siano intaccati mentre il resto dell'America soffre e lotta per pagare le bollette. Che per una volta siano i ricchi a soffrire. Che ci pensino loro a pagare la manovra. Stiamo spendendo 400 milioni di dollari al giorno per la guerra in Iraq. Che la fermino immediatamente, facendo risparmiare a tutti noi altri 500 miliardi di dollari! Devo smetterla di scrivere queste cose e voi dovete smetterla di leggerle. Stamattina nel nostro paese stanno mettendo a segno un golpe finanziario. Sperano che i membri del Congresso si sbrighino, prima di fermarsi a pensare, prima che noi riusciamo a fermarli. Perciò smettete di leggere qui e fate qualcosa... adesso! Ecco cosa potete fare immediatamente: 1. Chiamate il Senatore Obama o mandategli una mail. Ditegli che non c'è bisogno che se ne stia seduto là a sostenere Bush e Cheney e il disastro che hanno combinato. Ditegli che sappiamo che è abbastanza in gamba da fermare questa cosa per poi decidere qual è la strada migliore da prendere. Ditegli che i ricchi devono pagare per qualunque aiuto venga loro offerto. Usate la leva che abbiamo per pretendere una moratoria dei pignoramenti delle abitazioni, per insistere nella richiesta dell'assistenza sanitaria, e ditegli che noi, il popolo, dobbiamo avere voce in capitolo nelle decisioni economiche che riguardano la nostra vita, e non i baroni di Wall Street. 2. Scendete in piazza. Partecipate a una delle centinaia di dimostrazioni convocate in fretta e furia e che si stanno svolgendo in tutto il paese (specialmente quelle vicino Wall Street e Washington). 3. Chiamate il vostro rappresentante al Congresso e i vostri Senatori. Ditegli quello che avete detto al Senatore Obama. Quando nella vita abbiamo incasinato tutto, ci aspettano un bel po' di guai. Ognuno di voi conosce questa lezione fondamentale e presto o tardi ha pagato le conseguenze delle sue azioni. In questa grande democrazia non possiamo permettere che ci siano delle regole per la stragrande maggioranza dei cittadini che lavorano sodo, e delle regole diverse per le élite che, quando combinano un disastro, si vedono offrire l'ennesimo regalo su un piatto d'argento. Ora basta!

(Traduzione Marina Impallomeni )

Link:  http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Settembre-2008/art14.html

I pirati accerchiati da un incrociatore americano

Intrigo internazionale sulla vera destinazione delle armi - tra cui 33 tank T-72 di fabbricazione sovietica - a bordo di una nava ucraina, il «Faina», sequestrata da pirati al largo delle acque somale giovedì scorso. Fonti ufficiali dell'Ucraina e del Kenya dichiararono subito che si trattava di armi destinate all'esercito keniano, con regolare contratto di vendita. Ma ieri il tenente Nathan Christensen, portavoce della Quinta Flotta Usa che opera nelle acque somale, ha detto che ci sono ragioni per ritenere che la vera destinazione fosse il Sud-Sudan, che non può ricevere armi, poiché in base al fragile accordo di pace firmato con Nord nel 2005. Intanto il Faina resta fermo al largo di un piccolo porto somalo, 450 km a nord di Mogadiscio, controllato a vista dall'incrociatore Usa della Quinta Flotta 'Howard', e da altre due navi militari, non statunitensi. Sono in corso trattative: i pirati, che minacciano di far saltare tutto in caso di attacco, chiedono 20 milioni di dollari.

Senza commento

Attenti a chi vuole addomesticare la giustizia


di CARLO FEDERICO GROSSO*

Dopo alcune settimane di silenzio la politica ha ricominciato a parlare di giustizia. Ancora una volta è stato Berlusconi a lanciare il sasso: la riforma dev’essere incisiva. Essa dovrà, anzi, tanto più stravolgere gli assetti attuali, quanto più dovesse apparire probabile l'accoglimento dell'eccezione d'illegittimità costituzionale sollevata nei confronti del lodo Alfano o se, a Milano, il processo per corruzione contro il premier dovesse proseguire contro l'imputato non immune accusato insieme a lui.

Che cosa farà, a questo punto, il ministro Alfano? Ad inizio settembre aveva dichiarato che obiettivo primario della riforma sarebbe stato l’interesse del cittadino: dunque, nessuna fretta per eventuali modifiche costituzionali, che interessano principalmente gli equilibri fra i poteri dello Stato, ma priorità per le riforme della giustizia civile e penale e dell’organizzazione giudiziaria, finalizzate a realizzare una giurisdizione rapida ed efficiente. Allora mi ero sforzato di credergli. Smentendo clamorosamente se stesso, in questi giorni il Guardasigilli ha annunciato che invece, guarda caso, anche la riforma delle norme costituzionali costituisce un’urgenza.

Nell’attesa di conoscere i dettagli dei progetti, è comunque possibile prospettare già ora i nodi che dovranno essere affrontati. E sono nodi non da poco. Mi limiterò ad accennare a due fra i principali: riforma del Csm, obbligatorietà dell’azione penale.

In materia di Csm da tempo la maggioranza sta meditando una riforma stravolgente. 

Se si diminuisce la consistenza dei togati e si aumentano i laici, se si riesce a spaccare il Consiglio, sdoppiandolo in istituzioni separate per i giudici e per i pubblici ministeri, se si consegna addirittura uno dei due consigli alla direzione del governo, se si affida la disciplina dei magistrati ad un’istituzione autonoma a prevalenza non togata, i giochi sono fatti: il potere dei magistrati risulta indebolito in modo irreparabile, aumenta la capacità della politica d’interferire sulle decisioni che concernono l’ordine giudiziario. Se, poi, si decidesse di eliminare altresì la presidenza del Capo dello Stato, il prestigio dell’organo subirebbe un vulnus decisivo.

Si tratta di una scelta realizzabile con legge costituzionale, che, per certi aspetti, può trovare una giustificazione nel modo non sempre commendevole con il quale la componente togata, dominata dalle correnti, ha gestito in passato i suoi poteri. Bastano, tuttavia, queste disfunzioni, comunque rimediabili, a giustificare anche soltanto l’alterazione della composizione del Consiglio? Già modificando i rapporti di forza al suo interno si rischia, in realtà, di trasformare l’organo di autogoverno, che è stato concepito per assicurare all’ordine giudiziario massima autonomia, in un’istituzione in larga misura eterodiretta dalla politica.

Il colpo di grazia sarebbe costituito, comunque, dall’eliminazione della presidenza del Capo dello Stato, che è, di per sé, garanzia di autorevolezza ed indipendenza e dall’introduzione in un settore del Consiglio, quello dei pubblici ministeri, della gestione diretta del Guardasigilli. Quest’ultima novità sarebbe esiziale per la separazione dei poteri e per lo Stato di diritto. 

Altrettanto scivoloso è il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non è chiaro che cosa uscirà davvero dal dibattito in corso. Le ipotesi sul tappeto sono diverse: abolizione del principio costituzionale; sua conservazione, ma introduzione di una programmazione annuale dei reati da perseguire; sua conservazione, ma modificazione dei presupposti dell’esercizio dell’azione penale come conseguenza di una profonda revisione dei poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria nella conduzione delle inchieste.

Auspico che nessuno vorrà davvero abrogare il principio di obbligatorietà, che nel nostro contesto politico e sociale rimane garanzia irrinunciabile di eguaglianza. Ho qualche perplessità sulla programmazione delle priorità, che rischia di creare pericolose sacche d’impunità. Ma, soprattutto, mi preoccupa la proposta avanzata in modo bipartisan da due esponenti politici di schieramenti apparentemente contrapposti, che stravolge le attuali competenze del pubblico ministero e della polizia nella conduzione delle indagini penali. Com’è noto, si ipotizza di sottrarre al pubblico ministero la loro conduzione e di rendere la polizia autonoma nella loro gestione.

Qui, davvero, il pericolo è insidioso. Se non si dovessero fissare rigorosi confini all’autonomia delle forze dell’ordine, si rischierebbe di vanificare, nei fatti, lo stesso principio di obbligatorietà: il pubblico ministero potrebbe non trovarsi mai nella condizione di valutare se esistano o no i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, o, ancor prima, di controllare se le indagini si stiano svolgendo con la necessaria celerità o completezza. Il che appare tanto più preoccupante se si considera che la polizia dipende dall’esecutivo, il quale potrebbe pertanto, se del caso, interferire nelle inchieste. A tacer d’altro c’è dunque, pure a questo riguardo, un rischio forte d’illegittimità su cui la Consulta potrebbe essere chiamata a pronunciarsi. 

Chissà se, a questo punto, a qualcuno verrà in mente di abbozzare una riforma della stessa Corte Costituzionale, già sotto pressione a causa del lodo Alfano, al fine di renderla meno indipendente o quantomeno più domestica con il potere politico. Sarebbe una tragedia. 

*Carlo Federico Grosso è professore ordinario di diritto penale nell'Università di Torino e noto avvocato penalista.

Bolivia sarà solo colpo di stato o si trasformerà in guerra civile?

Gruppi armati contro i contadini. E contro il governo. Città nella paura. Rischio di colpo di Stato. Così i latifondisti delle regioni prospere sfidano il potere del presidente indigeno Evo Morales da La Paz di diletta varlese.

Le 5,30 del mattino nella regione kallawaya di etnia Quechwa, terra di guaritori millenari. Le nuvole avvolgono i 3.200 metri di altitudine delle Ande boliviane, sul confine ovest con il Perù. L'Amauta, il sacerdote andino, intona una preghiera nella lingua natia ringraziando la Pachamama, la Madre terra, nel giorno dell'equinozio. Pronuncia alcune parole di riconciliazione per tutta la Bolivia: "Beni, Pando, Tarija, Santa Cruz, che trovino pace". "Allalla! Così sia", rispondono i fedeli. 

Bolivia dalle due facce: quella andina che corre da nord a sud costeggiando il Perù e il Cile, fatta di cerimoniali indigeni della antica tradizione panteista. La abitano i visi duri dei contadini aymara e quechuwa sperduti in villaggi ai piedi di maestose montagne, senza elettricità e telefono, dove ancora si baratta e si gira a dorso d'asino. L'altra faccia, solcata dalla violenza delle proteste, abbraccia il Paese a ovest con le sue terre fertili.'L'Oriente', 'la Media Luna': area amazzonica di tenute terriere fertili, monocolture di soia e palma africana per il biocombustibile, e migliaia di ettari lasciati per il pascolo dalle grande famiglie di ganaderos, gli allevatori. Terre ricche di gas, acqua e legna. 

Da circa un anno, la Mezza Luna chiede autonomia al governo centrale. Le regioni di Beni e Pando a nord, Tarija al sud, capeggiate da Santa Cruz a est, hanno innescato un conflitto con il governo di Evo Morales. Sono due i poli di tensione: La Paz, capitale ufficiale, e Santa Cruz, capitale commerciale. La crisi tra il governo Morales e l'Oriente è nei discorsi dei passanti e della gente accalcata di fronte alle edicole. Nei caffè e nelle lunghe file di fronte alle banche non si parla d'altro: "Està que quema", la situazione scotta. "Evo dovrebbe cedere qualcosa alle regioni che vogliono l'autonomia" o "prendere di polso la situazione e militarizzare", "si rischia il colpo di Stato".

La presenza nella capitale del palazzo di governo e del presidente 'indigeno' non sono più sufficienti a rassicurare la popolazione. La Paz e l'arco andino sono da sempre la base elettorale del partito di governo, il Mas. Non c'è muro in città e in periferia che non inneggi al buon operato del presidente. Lodi al programma di alfabetizzazione rurale, al bonus per la scuola, alla pensione minima, alla sanità di base , alla nazionalizzazione dell'impresa del gas e delle telecomunicazioni. 

Non la pensano così la ricca Santa Cruz e le regioni vicine. Le riforme sono ritenute a favore degli indigeni. Sui muri di Santa Cruz: 'Evo esta es tu tumba', Evo questa è la tua tomba, o 'Cruzeños a las armas', abitanti alle armi. Negli ultimi mesi l'odio verso il presidente eletto con il 54 per cento delle preferenze, ma che non rappresenta la classe politica locale, ha imbrattato i muri e i sogni tranquilli degli abitanti. 

A Santa Cruz i volti sono più chiari, l'orgoglio della discendenza ispanica è parte dell'identità cruzeña, come la fisionomia più alta e slanciata rispetto a quella andina.Santa Cruz è la città dove diventare ricchi, sfoggiare auto costose, frequentare ristoranti di lusso e passeggiare tra le vetrine alla moda europea. Le donne che partecipano al comitato civico della città non si riconoscono nelle venditrici indigene, né i dirigenti in un presidente, non solo indigeno, ma ex sindacalista e contadino coltivatore di foglie di coca. 

Le stesse signore capeggiate da Julia Guittierrez, vestite col bianco e verde della regione, augurano una brutta fine a Morales. "Ci ha inculcato l'odio", dice la Gutierrez marciando, "vuole colonizzare". Migliaia di persone si sono presentate nella piazza principale, affascinate dal discorso per l'autonomia. La parola d'ordine: "Difendere l'amata Santa Cruz dallo Stato nemico e oppressore". Ripetuta per mesi, ha innescato la violenza. E ora si ha paura a Santa Cruz. Manipoli di gruppi estremisti hanno preso sul serio le parole del governatore regionale, Ruben Costas, e hanno messo a ferro e fuoco la città e le sedi istituzionali. Armati di pali, sassi e passamontagna, anche gli abitanti delle periferie hanno bloccato le strade. Terrore soprattutto nei barrios populares, nelle aree abitate dagli indigeni andini immigrati.

Sergio Antelo, l'ideologo dell'autonomia e del movimento per la secessione, sostiene che la Mezza Luna è scissa dalla Bolivia da sempre e che fu annessa con la forza da Simon Bolivar. "Dalla riforma agraria del 1959", dice Antelo, "il governo centrale ha preferito cedere le nostre terre ai 'colonizzatori' andini, gli indigeni dell'altopiano, piuttosto che darle alla popolazione locale, che le possiede di diritto".

Nel Beni, nel Pando e a Tarija la violenza è esplosa in fretta. Sull'esempio di Santa Cruz, le capitali sono state messe in subbuglio per giorni, gli uffici statali occupati e bruciati, coprifuoco di notte, bande di facinorosi si sono organizzate in ronde armate. L'intelligence boliviana sostiene che nelle regioni amazzoniche del Beni e Pando la gente sia stata armata da gruppi di latifondisti del vicino Brasile, che in zona hanno fatto grandi affari di terre. Come a Santa Cruz, la classe dirigente è composta da benestanti latifondisti. Il governatore del Beni, Ernesto Suarez, ha dichiarato di non aver intenzione di cedere nemmeno un ettaro alla riforma agraria 'indigena'. "La tierra es nuestra", ha affermato: "L'abbiamo vinta come diritto di conquista". 

Nelle regioni amazzoniche, facendo leva sulla povertà della maggioranza dei residenti e lo scarso livello culturale, i dirigenti locali hanno aizzato la popolazione. Le rivendicazioni regionali hanno attecchito in ogni settore e alcuni nel Pando si sono sentiti chiamati a passare direttamente all'azione. L'11 settembre scorso il terrore ha percorso la spina dorsale della Bolivia, quando una diretta radiofonica ha trasmesso l'uccisione di 16 persone. 

Ora la gente si domanda se queste morti valgano la pena, se davvero l'autonomia ne beneficerà, se davvero i poveri godranno dei risultati. Intanto nelle periferie della Mezza Luna si continua a morire d'indigenza e di denutrizione. Sottovoce la gente sussurra che le grida di autonomia non hanno portato miglioramenti, ma hanno accresciuto la paura e la divisione all'interno delle città. E la crisi resta una cosa concreta, almeno in città, la popolazione rurale è, invece, così dispersa che se realmente dovesse scoppiare una guerra civile, non se ne accorgerebbe. Ma la lotta esiste e rimbalza fuori dai confini: l'ambasciatore degli Stati Uniti, Philip Goldberg, è stato cacciato. Gli ha fatto eco il Venezuela di Chávez. Washington non ha tardato a far sapere che questa azione diplomatica avrà pesanti conseguenze sulle relazioni tra i paesi. "Non è più l'epoca degli interventi armati degli Stati Uniti in Sud America", ribatte il ministro degli Esteri, David Choquehuanca: "Ma se gli Stati Uniti appoggiassero una rivolta armata, non rifiuteremmo il supporto militare del Venezuela".

La Bolivia vive divisa tra le tradizioni contadine e indigene, i ritmi di vita scanditi da quelli della terra, i rituali millenari e un tempo politico, fatto di cacciate di presidenti, di rivolte popolari, di manifestazioni di piazza e di marce di protesta. Da una parte gli indigeni, che credono nel cambiamento politico, dall'altra la minoranza meticcia e imprenditrice, che guarda al modello occidentale come all'unica possibilità di sviluppo e benessere. Realtà che non trovano il modo di accettarsi. E questa mancanza scatena reazioni convulse.

Centinaia di ore di riunioni tra i governatori e l'entourage di Morales non sono valse a molto, tranne che a darsi reciprocamente del nemico acerrimo. Negli ultimi summit di questi giorni, nessun passo avanti: gli anti-Morales chiedono il rilascio del governatore del Pando rimosso dal presidente per avere istigato la violenza e sostituito con un ammiraglio a lui caro, mentre Morales accusa la Chiesa cattolica di spalleggiare gli americani nel fomentare la protesta contro di lui. Ora perfino gli abitanti delle aree più remote sanno che se non si trova presto una soluzione, potrebbe non esserci più altra occasione. Il governo cerca un accordo, ma i governatori 'ribelli' non cedono.

"L'arresto del governatore del Pando, Leopoldo Fernandez, ha senz'altro messo un freno alla superbia della Mezza Luna", dice Raul Prada, vice rettore della Università statale: "La scelta di Morales di non utilizzare la forza contro il popolo, tagliando la testa della rivolta, ha messo in guardia gli altri governatori".

Nell'incertezza c'è una data che rappresenta un potenziale pericolo. Il 7 dicembre è previsto il referendum per approvare la nuova Costituzione. I governatori della Mezza Luna non hanno riconosciuto il testo e allo stesso modo non riconoscono il mini-referendum che si terrà poco prima per stabilire le dimensioni massime concesse ai possidenti terrieri. Tutte le terre in esubero, secondo la riforma agraria, verranno requisite dal governo e redistribuite a comunità indigene e a piccoli agricoltori. La Mezza Luna è già sul piede di guerra: sferrerà una campagna spietata per ottenere l'annullamento del referendum di fine anno e tutto fa pensare che questo provocherà altro sangue.

Autore: Diletta Varlese

Link:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Fiamme-sulle-Ande/2042922//0

Gli internauti non sono controllabili...per ora!!!


Ma tutta la sfacciata propaganda antirussa alla Riotta-ricotta, alla fine, conviene ai suoi entusiastici e intruppati propalatori?

Certamente, come ha constatato a proprie spese CNN, tra gli utilizzatori dell’internet non rende.

Fiera del proprio battage antirusso estremo di questi giorni, l'importantissimo network statunitense che ha minimizzato i massacri georgiani di Ckhinvali (Tskhinvali secondo la traslitterazione inglese), e ha servito a centinaia di milioni di telespettatori nel mondo la retorica del dittatore di Tbilisi e delle sue deliranti menzogne direttamente in inglese (la vittoria a portata di mano, l'abbattimento di un centinaio di aerei russi, il bombardamento russo della capitale georgiana, stragi di civili causate dai russi, Russia paese di sotto-civilizzati sanguinari, ecc. ecc.), ha pensato bene di lanciare sul proprio sito web una votazione fra i lettori: l'operazione militare russa è per il mantenimento della pace, o è piuttosto un'aggressione? Beh, il 92% dei 32.528 partecipanti ha votato: è per il mantenimento della pace. Naturalmente, l'emittente si è affrettata a far sparire la pagina dal web, ancor prima che Google la indicizzasse e ne realizzasse una copia cache* (*riguardo a Google questa almeno è la mia personale interpretazione, la cosa potrebbe essere ancora peggiore, si veda http://www.uruknet.info/?p=s8156&hd=&size=1&l=i ). Ma ne abbiamo qui le eloquenti tracce: http://digg.com/politics/92_of_CNN_readers_Russia_s_actions_in_Georgia_justified .

Molto divertenti i commenti di questo blog statunitense, come: "Io e i miei amici, gli americani, non abbiamo alcun dubbio che la Russia protegge secondo giustizia i propri cittadini. La Georgia ha attaccato a tradimento l'Ossezia del Sud. Che ora la Georgia ne paghi le conseguenze. E il nostro presidente, Bush, vuole tirarsi fuori dall'aver aiutato la Georgia. Mentre tutti sanno che gli aerei americani hanno aiutato a trasferire i georgiani dall'Iraq alla Georgia". O ancora: "Ma certo che Saakhashvilli è un assassino. Quando il parlamento russo avvisava molti paesi della possibile aggressione georgiana, nessuno gli ha dato retta. Adesso soltanto la Russia può intervenire per la pace e fermare il fascismo in Georgia, e probabilmente in molti altri paesi (che tra l'altro sta soffrendo una tremenda crisi economica)". O ancora: "Buffo, ma il sondaggio lì non c'è più. Probabilmente perché non si tratta della "verità" che si aspettava CNN".

Gli utilizzatori dell’internet rappresentano una percentuale ancora piccola della popolazione alfabetizzata. Generalmente hanno una discreta cultura, ad es. conoscono una o più lingue straniere. Hanno così un facile accesso a più fonti, diverse e diversificate, rispetto alla maggioranza che deve sorbirsi l'informazione mainstream della tv e dei periodici cartacei, in Occidente controllata da pochi blocchi di potere multinazionali. Innanzitutto gli internetnauti possono confrontare tra loro le tesi dei mezzi d'informazione di massa di provenienza diversa, e già da questo rilevare eventuali ed interessanti discrepanze o omologazioni. Nel caso della guerra russo-georgiana si sono accorti che tutti i media occidentali si muovevano sincronizzati nel dare la massima rilevanza alle fonti – assai dubbie, fin dall'inizio – del regime georgiano, e nel mettere in cattiva luce non soltanto e non tanto la Russia, quanto l'attuale capo del governo Vladimir Putin, a sua volta oggetto di una campagna denigratoria da molti anni, più irritante per la popolazione russa che per il Cremlino; hanno potuto ascoltare le tesi della stampa russa, nonché i racconti dei giornalisti realmente sul terreno, e dei profughi scampati. Poco conta che dopo la crisi, risolta con la vittoria russa, qualche testata torni timidamente al suo ruolo critico per non sprofondare nel ridicolo l'intero sistema (si vedano ad es. gli ultimi numeri di The Times).

In secondo luogo gli utilizzatori dell’internet possono discutere facilmente con altre persone in tutto il mondo, persino sulla scena dell'evento, di quello che sta accadendo. E' quello che è avvenuto e sta avvenendo con testimoni oculari dall'Ossezia del Sud e dalla Georgia. Ciò aiuta l'analisi e la riflessione su molti pretesi "fatti" riportati dai media di massa. E' su internet, ad es., che ci accorgiamo che le foto Reuters lanciate in tutto il mondo per denunciare presunte uccisioni russe, sono state realizzate con attori, a meno che non si ammetta che la zona abbonderebbe misteriosamente di gemelli omozigoti ( http://russia-insider.livejournal.com/25329.html ). La nostra stampa ha lasciato passare la smentita di alcuni turisti e tecnici italiani, riguardo ai pretesi bombardamenti di Tbilisi annunciati da Saakashvili e riportati dai broadcast europei e americani, ma ha poi provveduto a non tornarci più su. Su internet quell'informazione non solo è stata diffusa, analizzata e verificata, ma soprattutto è stata ricordata. Perché – terzo punto –  internet ha anche una memoria, una memoria che il flusso mediatico della cosiddetta informazione non ha, e attivamente cerca di non far avere ai suoi fruitori. La notizia "non conforme" viene depotenziata dall'utilizzo di titoli che sostengono il contrario di quel che la notizia indica, da un taglio malizioso, dall'uso di immagini fuori contesto ("Può non tradurre?" chiedeva Himmler all'interprete mentre seguiva un cinegiornale russo sull'invasione tedesca, prima di usarlo per accusare la Russia di aggressione), ma sopra ogni cosa, dal silenzio a seguire. Se una bugia ripetuta mille volte diventa una mezza verità, la verità taciuta viene ridotta a una mezza bugia. E' il caso, nella nostra vicenda, del massacro di Ckhinvali (una mezza notizia), della richiesta russa dell'intervento ONU (una notizia minima) e dell'opposizione di USA e Gran Bretagna (una non notizia) alla quale seguì la decisione di Medvedev di inviare le proprie truppe in Ossezia. Notizia del tutto fantasma, infine, le denunce russe dei mesi precedenti riguardo all'ammassarsi di truppe georgiane al confine dell'Ossezia del Sud e dei bombardamenti georgiani con l'uso di droni di fabbricazione israeliana. Tutto ciò, su internet, è reperibile con discreta facilità.

Naturalmente un mezzo così potente è facilmente soggetto a divenire un'arma a doppio taglio, e a propalare con estrema rapidità bufale, avvelenamenti, falsità. Se nella guerra dei media ciò non è ancora avvenuto è solo perché i numeri dei fruitori dell’internet è ancora relativamente basso.

Certamente, insomma, la propaganda di massa paga: se qualche decina di migliaia di smanettoni del PC raggiunge posizioni diverse, chi se ne frega? Internet è una mosca ronzante per il potere che manipola milioni di persone. E quando crescerà significativamente da un punto di visto democratico-politico, cioè diventerà anch'essa un mezzo di comunicazione di massa, verrà opportunamente invasa, regolamentata, controllata, e soprattutto uniformata nelle sue differenze che riflettono le preziose differenze tra gli uomini. I mezzi ci sono, senza andare troppo lontano alle poche macchine che gestiscono il flusso mondiale della rete, si pensi al potere pressoché monopolistico di Google. Quel tempo è probabilmente assai vicino, e se CNN per ora scappa, è solo perché ha imparato la lezione.

di Stefano Serafini

Link: http://www.cpeurasia.org/?read=12501&


L'India e il mondo di domani


Come lo spettro di Banquo alla tavola di Macbeth nel dramma di Shakespeare, ci sarà un ospite invisibile anche nello Studio Ovale della Casa Bianca, venerdì prossimo, quando il Presidente George W. Bush riceverà il Primo Ministro indiano Manmohan Singh. Sarà lo spettro del periodo post-Guerra Fredda, morto a diciassette anni per cause innaturali e inutilmente. Bush riesce a vederlo, quel fantasma, e sa che è una metafora dell'usurpazione, ma il dottor Singh, come i nobili ospiti di Macbeth, probabilmente no. 

Il periodo seguito alla fine della Guerra Fredda è giunto a morte prematura la notte tra il 7 e l'8 agosto. Il conflitto transcaucasico ha avuto un impatto sulle relazioni della Russia con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO, per non parlare della leadership transatlantica degli Stati Uniti, del futuro della NATO e delle relazioni tra NATO e Unione Europea.

Ma soprattutto la Russia si è trasformata. Tutto ciò ci costringe a rivisitare le ipotesi e le previsioni dalle quali decollò la nuova politica estera indiana, all'inizio degli anni Novanta. Poteva Delhi prevedere – come Washington, le capitali europee o Pechino – che la rinascita russa era inevitabile, che era solo questione di tempo perché la Russia risorgesse dalle ceneri sovietiche? La nostra comunità strategica, che ha abbandonato l'osservazione della Russia nel 1991 a favore dei più verdi pascoli dell'euroatlantismo, sembra ancora attribuire la rinascita russa alle fortune dei petrodollari. Sembra inconsapevole del fatto che i primi segni di quella rinascita erano già visibili nella seconda metà degli anni Novanta, quando Boris El'cin introdusse nella gerarchia cremliniana Evgenij Primakov e Mosca si volse a Pechino. La Cina e l'Occidente almeno se ne accorsero. Tutto questo avveniva molto tempo fa, quando un barile di petrolio stava ancora sotto i 20 dollari.

Perché la nostra comunità di analisti strategici ha volontariamente sospeso l'incredulità a proposito della permanenza del caos della Russia post-sovietica? Dopo tutto pochissimi paesi hanno saputo come l'India riconoscere il genio russo e la sua infinita capacità di rigenerarsi. Ma i protagonisti della nostra politica si sono avidamente bevuti la versione trionfalistica degli Stati Uniti sulla morte del comunismo e la fine della storia. Sono giunti tristemente a usare il disordine della Russia come convincente giustificazione per le cosiddette “correzioni di rotta” della politica estera, che finirono per trasformarsi in quello straordinario “partenariato strategico” che abbiamo oggi con gli Stati Uniti.

Resta il fatto che siamo scivolati, come inebriati, verso la coabitazione nel modello egemonico degli Stati Uniti post-Guerra Fredda, il cui scopo principale era quello di mantenere una struttura di potere per il Nuovo Secolo Americano assorbendo alcune potenze emergenti. 

È questo modello la Russia ha messo sottosopra il 7-8 agosto. Naturalmente il cambiamento era nell'aria da molto tempo, e quando è giunto – per prendere a prestito le parole di W.B. Yeats – una “terribile bellezza” è nata nell'ordine mondiale. Ma quali sono i fatti concreti? In primo luogo, è ovvio che la Russia ha tracciato una linea rossa davanti all'ulteriore espansione della NATO verso il Transcaucaso, punto vulnerabile della Russia e via d'accesso all'Asia Centrale e al Medio Oriente. In secondo luogo, la Russia non si è scomposta quando le navi da guerra della NATO e degli Stati Uniti sono entrate nel Mar Nero per una prova di forza davanti alla base navale di Sebastopoli. In terzo luogo, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia ignorando le proteste degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e della NATO. Sta inoltre per creare basi militari nei due paesi per contrastare le basi degli Stati Uniti nel Mar Nero sulle coste orientali della Romania. 

Ma ci sono anche realtà più vaste. Primo, la Russia fatto capire di essere decisa ad affermare i propri legittimi interessi. Secondo, non accetterà più quella sorta di fatto compiuto che si è vista presentare dall'Occidente nei Balcani negli anni Novanta o in Kosovo lo scorso febbraio. Insiste invece nel voler essere attivamente protagonista nella sua regione e nel mondo. Terzo, gli Stati Uniti devono abituarsi a negoziare con la Russia da pari a pari e con reciproco vantaggio. Quarto, la Russia praticamente non ha vulnerabilità economiche che l'Occidente possa manipolare. Né è particolarmente in debito con l'Occidente. Sarebbe comico se l'Occidente si mettesse a sventolare la carta del G8 o dell'ingresso nella WTO per spaventare la Russia. 

Quinto, la Russia post-sovietica non è intralciata da futili bagagli ideologici, né rischia l'isolamento per aver respinto il mondo “unipolare”. Promuovendo il multilateralismo e un ordine democratico mondiale riecheggia lo spirito dei nostri tempi e l'opinione mondiale prevalente. Sesto, la Russia è tuttora convinta della validità di una politica estera non orientata allo scontro e “multivettoriale” per il perseguimento ottimale dei propri interessi nazionali in quanto potenza eurasiatica. 

Dunque, come ha scritto sul quotidiano China Daily uno studioso cinese di spicco, Fu Mengzi, Vice Presidente dell'Istituto Cinese per le Relazioni Internazionali Contemporanee, “il fatto che la Russia abbia tenuto testa all'Occidente su questa vicenda significa che si è finalmente conclusa l'epoca in cui la Russia doveva permettere alle potenze occidentali di fare tutto ciò che volevano. Come grande potenza risorgente, la Russia ha scoperto la propria profonda energia... e la volontà di essere la potenza in ascesa che è”. Fu osservava che sono finiti i tempi in cui la Russia voleva “entrare nell'ordine mondiale dominato dall'Occidente”, e che la causa di questo va cercata nel “timore profondamente radicato e [nella] diffidenza delle potenze occidentali nei confronti delle altre potenze in ascesa”. 

Aspetto interessante, Fu concludeva che ciò che importa non è tanto che la Russia possa cercare di cambiare il sistema internazionale quanto il fatto che “sta mutando l'epoca segnata dal dominio di in un'unica superpotenza o dell'alleanza occidentale”. È vero, i paesi delle regioni più remote stanno osservando con attenzione il modo in cui si sta configurando il mondo di domani. Nel Caucaso le armi tacevano da poco che già Mosca cominciava a ricevere importati visite da regioni vicine: il Primo Ministro turco Recep Erdogan, il Presidente siriano Bashar al-Assad, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki e il Presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev. 

Stanno per giungere a Mosca il Presidente venezuelano Hugo Chavez e quello nicaraguense Daniel Ortega. Il Ministro degli Esteri russo ha espresso indignazione per i tentativi statunitensi di deporre il boliviano Evo Morales, fedele alleato di Chavez. 

I bombardieri strategici russi sono ricomparsi nei cieli dei Caraibi; la Russia e Cuba collaboreranno nel settore della comunicazione spaziale; una flotta russa che comprenderà la portaerei a propulsione nucleare Pietro il Grande sarà impegnata in esercitazioni con il Venezuela in novembre. 

Per quanto riguarda l'India, però, è il Medio Oriente ad assumere particolare importanza. Non solo la regione è adiacente alla nostra, ma il teatro mediorientale è sempre stato fondamentale nel configurare il mondo del futuro. Mosca è decisa a far sì che la storia di isolamento della Guerra Fredda non si ripeta nel Medio Oriente. Sono in corso dialoghi per riaprire la base navale sovietica nel porto siriano di Tartus. Il Ministro degli Esteri russo ha reso pubblico che durante l'incontro a porte chiuse dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) svoltosi a New York venerdì 26 settembre "Noi [la Russia] ci siamo opposti a nuove sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [contro Teheran] allo stadio attuale. La Russia ha sottolineato la necessità di continuare i tentativi di coinvolgere Teheran in un dialogo costruttivo con l'obiettivo di avviare un processo negoziale”. 

La autorità russe hanno anche reso noto che Mosca aiuterà l'Iran a potenziare i suoi sistemi di difesa aerea in aggiunta ai 29 sistemi missilistici Tor-M1 di fabbricazione russa già forniti in base a un contratto di 700 milioni di dollari. Ma soprattutto la Russia ha proposto un coordinamento formale e una vasta cooperazione con l'OPEC.

Tutto questo allarma l'Occidente. Nonostante nelle ultime settimane sia stato il più feroce critico del Cremlino nel mondo occidentale, il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha invitato il Presidente russo Dmitrij Medvedev a un summit sull'energia che si terrà a Londra in dicembre. Creando sconcerto a Washington, l'Unione Europea ha dato segnali di voler riprendere i negoziati per un nuovo accordo di cooperazione con Mosca. Di recente Henry Kissinger ha definito un "terremoto politico ed economico" il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana che la triplicazione del prezzo del petrolio in 7 anni rappresenta per il Medio Oriente. Se la Russia intensificherà l'intesa con i paesi dell'OPEC questo costituirà un terremoto devastante del 10° grado della scala Richter, dando loro quella che Kissinger ha chiamato “un'influenza politica sproporzionata sugli affari mondiali”. 

“E tuttavia le vittime assistono impotenti... Questa situazione nel lungo periodo è intollerabile”, ha scritto, sottolineando quanto il mondo sia cambiato da quando Bush ha ricevuto Singh nello Studio Ovale, nel luglio del 2005. Il partenariato strategico USA-India, che sembrava imminente e che si sarebbe concentrato su quello che i nostri analisti strategici chiamano “ampio interesse convergente” dei due paesi a “promuovere congiuntamente” la sicurezza regionale nell'Hindu Kush, nello Stretto di Malacca e nel Golfo Persico, sembra essere diventato del tutto inutile.

Autore: M. K. Bhadrakumar

Alla conquista della Bielorussia


Le opposizioni sino ad ora parlano di “iniqua campagna elettorale” e molti media occidentali di ispirazione americana sostengono che il paese è nelle mani dell’ultimo dittatore d’Europa. Si riferiscono all’“autocrate” che occupa la poltrona presidenziale di Minsk e tutto questo va nel conto del personaggio – il presidente Lukascenko - che l’ovest contesta e attacca in modo particolare mentre la Bielorussia va al voto per il rinnovo del Parlamento: 282 i candidati per 110 seggi. La contestazione locale, comunque, non è nuova, perchè la dissidenza continua a farsi forte dell’appoggio degli Usa, del miliardario Soros e di tutte quelle organizzazioni cosiddette umanitarie spesso collegate direttamente ed indirettamente alla CIA, tramite il National Endowment for Democracy, che è una potente organizzazione statunitense creata nel 1983, con lo scopo di “rafforzare le istituzioni democratiche nel mondo mediante azioni non governative”. 

Un’istituzione che utilizza le Ong dell’Est europeo per contrastare i governi che non si allineano agli Usa come, appunto, è il caso della Bielorussia. E così contro la politica del Presidente si scatenano molti schieramenti che vorrebbero vedere una Bielorussia integrata pienamente nell’Occidente, lontana dalla Russia e dalle politiche della Csi, la Confederazione di Stati Indipendenti nata sulle ceneri dell’Unione Sovietica.

Lukascenko, intanto, resiste e attua una politica di rapporti normali con il Cremlino e con gli altri paesi dell’ex Urss e contesta gli attacchi che vengono rivolti al sistema elettorale vigente. Ricorda a tutto il Paese che queste elezioni avvengono anche sotto il controllo dell’Organizzazione per la sicurezza e la Cooperazione in Europa dal momento che Minsk ha consentito l’accesso alle urne agli osservatori internazionali, per accorciare le distanze con Stati Uniti ed Unione Europea che chiedono garanzie democratiche. In questo contesto di aperture democratiche, Lukascenko fa anche notare che, per la prima volta in dieci anni, nelle liste si sono ritrovati 70 candidati dell’opposizione. Le leggi elettorali, inoltre, sono state riviste e corrette in modo da venire incontro alle richieste dell’Occidente. Questo vorrà dire che Minsk è pronta a convivere con l’opposizione, sparita dal Parlamento quattro anni fa. 

Nonostante queste novità di rilievo c’e però chi, contestando il sistema elettorale, ha deciso di astenersi dalla consultazione. Domina infatti molto scetticismo sulle reali possibilità di svolta democratica in Bielorussia. E da oggi in poi - sulla base dei risultati delle legislavive – si vedrà se l’Unione Europea, alleggerirà o meno le sanzioni economiche imposte a Minsk. Ma è chiaro, intanto, che le opposizioni si faranno sentire. In primo luogo alzeranno la voce personaggi come Alexander Milinkevich (che nel 2006 cercò invano di sfidare Lukascenko alle presidenziali ricevendo anche un assegno di 50mila euro grazie al Premio Sacharov), Aleksander Kozulin (ex ministro dell'Istruzione e rettore dell'Università statale bielorussa passato poi all’opposizione) e Anatoli Lebedko, leader della formazione “Ods”.

La leadership di Lukascenko sembra però sempre dominante. Il Presidente – pur se chiacchierato - trova consensi per la sua politica interna ed estera e per i princìpi che ispirano la sua concezione economica. Viene sempre più alla luce il suo carattere di uomo d’azione, legato alla tradizione, la cui politica ha appunto l’appoggio della schiacciante maggioranza della popolazione bielorussa. Perché quindi – nonostante accuse ed attacchi - tanta popolarità? La risposta per capire il “fenomeno bielorusso”, notano gli analisti più accreditati, consiste nel fatto che la Bielorussia è l’unico paese, all’interno della Csi e dell’Europa orientale, ad essersi espresso contro ogni tipo di aiuto ispirato a princìpi e idee occidentali, ad aver avuto il coraggio di dichiarare apertamente la decisa volontà di scegliere una via di sviluppo del tutto autonoma, che rispetti le tradizioni nazionali e risponda ai propri interessi. 

Non va poi sottovalutato il fatto che dopo il crollo dell’Urss e la dichiarazione di indipendenza dell’agosto del 1991, la Bielorussia è riuscita a superare indenne le guerre politiche esplose nei territori postsovietici. Si è sapientemente tenuta fuori dal gioco di determinate scelte geopolitiche: o avvicinarsi alla Polonia e alla Lituania o entrare a far parte della cosiddetta “Federazione Baltico-Mar Nero” con l’Ucraina e la Lituania. Ha mantenuto una sorta di equidistanza interpretando e realizzando le aspirazioni più profonde della coscienza nazionale. Nessuna capitolazione di fronte a Mosca, ma nessun movimento anti-russo. Ed ha anche saputo ricomporre lo storico mosaico delle etnie.

Sta in questo, forse, il vero segreto della gestione di Lukascenko dal momento che il suo “opportunismo” ha alle radici un pragmatismo elementare e un populismo profondamente legato alle tradizioni slave orientali. C’è nella sua linea politica una particolare concezione del mondo e della vita, che è comune a buona parte della popolazione russa, bielorussa e ucraina. E che, tuttavia, ha poco in comune con il fondamentalismo religioso o comunista. Ad esempio, il rapporto che Minsk ha con le nuove oligarchie è piuttosto critico, ma non ostile. Si può così parlare di una Bielorussia che da un lato cerca di far sopravvivere le vecchie tradizioni sovietiche unendo a tutto questo un rispetto notevole per il libero mercato, per l’imprenditoria e l’Occidente in generale. Severità e precauzione è lo slogan dell’era di Lukascenko.
Autore: Giuseppe Zaccagni

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori