martedì 30 settembre 2008

La crisi brucia posti di lavoro

Quando crollano i valori nominali di azioni o di altri strumenti finanziari, il titolo preferito dai mass media è: “Bruciati in Borsa centinaia – o decine, o migliaia – di milioni”. Ma milioni di che? Che cosa distrugge realmente una crisi?
 
Immaginate Tizio che un giorno compra per un dollaro o un euro un’azione o una diavoleria finanziaria dal nome esotico. Di lì a qualche mese o qualche settimana, per ragioni a lui ignote o comunque indipendenti dalla sua volontà, il “valore” di questo pezzo di carta comincia a salire fino a due, tre, cinque, dieci dollari o euro. Tizio è ovviamente contento e – se non è fesso o ingordo – dovrebbe ringraziare la sua buona stella, arraffare il malloppo e buonanotte alla Borsa. Qualcuno lo fa, valutando correttamente quanto gli è capitato per quello che è: un colpo di fortuna, soldi guadagnati senza lavorare, magari grazie al lavoro di qualche altro. Altri no.
 
Perché il settore finanziario – speculativo è un grande business, con azionisti e top manager che guadagnano se riescono a piazzare le loro diavolerie a “risparmiatori” che non sanno che farsene dei propri quattrini e pensano – chissà poi perché – che la Borsa sia tanto differente da un Casino.
 
La crisi è sovrapproduzione, eccesso di capitale.
 
C’è troppo capitale in giro per il mondo rispetto alle normali opportunità di estrarre plusvalore e non c’è modo – pacifico – migliore di distruggerne una parte in eccesso che alimentare e gonfiare continuamente bolle speculative che poi, inevitabilmente, sono destinate ad esplodere.
 
E allora Tizio è “costretto” non solo a scommettere sempre, ma a rischiare – magari a sua insaputa – sempre di più. Quando poi la febbre finanziaria aumenta, Tizio spera addirittura di finanziare con la vincita in Borsa non qualche acquisto di lusso che normalmente non potrebbe permettersi, ma l’acquisto della casa o l’Università per il figlio. Accende un mutuo dando in cambio pezzi di carta, e la banca che dovrebbe prestargli i soldi, sapendo benissimo di che genere di garanzie si tratta, prende il debito a rischio, lo infiocchetta e impacchetta con qualche nome improbabile e cerca di sbolognarlo a chi può. E’ successo per anni, finché c’era qualcuno che comprava.
 
Poi, d’improvviso (o quasi) si comincia ad avvertire uno scricchiolio, da cento il pezzo di carta vale novantacinque, novanta, ottanta.
 
“Che faccio? – chiede Tizio alla sua banca – Vendo? “
 
“Ma no, non si preoccupi, è tutto sotto controllo, vedrà, si tratta di una crisi passeggera; sa i nostri modelli..”
 
Così diceva il grande Irving Fischer, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, poche settimane prima del crollo del ’29.
 
Intanto il pezzo di carta finisce per valere quanto valeva all’inizio, cioè zero, uno, e allora, se Tizio non ha scambiato in tempo i propri pezzi di carta con qualcosa di reale valore, scopre che non può più avere un mutuo, di quella casa che magari era già in costruzione.
 
Che disastro, eh. Milioni (virtuali) andati in fumo. E adesso?
 
E chi vuoi che intervenga se non gli Stati.
 
Fu proprio dopo il crollo del ‘29 che le idee di Mr. Keynes furono prese in più seria considerazione, salvo poi essere abbandonate e adesso, a ottant’anni di distanza, ci risiamo. Nel giro di due giorni tutte le teorie neoliberiste, le prescrizioni di politica economica, i modelli dei guru di Washington: carta straccia, né più né meno delle azioni di Lehman Brothers o di AIG.
 
Quel settore pubblico che quando le cose vanno bene dovrebbe ritirarsi dall’economia, ché i mercati – diamine – funzionano benissimo da soli anzi meglio, torna di attualità quando la crisi avanza, per salvare non i posti di lavoro persi a causa della crisi, ma i profitti di banche e compagnie di assicurazione troppo grandi e troppo interconnesse per fallire.
 
Una logica spietata, quella del capitalismo: se sei piccolo, se sei un lavoratore – di terra, d’aria o di mare – puoi anche andare al diavolo. Meglio, anzi, ché così i più grossi ti comprano a prezzi di svendita. Ma quando in crisi ci vanno i banchieri, quelli grossi, e allora, beh, bisogna essere pragmatici, lasciamo da parte l’ideologia. Strano che non abbiano ancora tirato in ballo l’emergenza. Che pena.
 
Le risorse pubbliche vanno adoperate per sostenere chi ne ha bisogno: il lavoro, non il capitale.
 
E se in un settore c’è possibilità di profitto, allora che questo profitto sia pubblico, non le perdite. Oppure lo si sostenga “a prescindere” perché fornisce un bene pubblico, profitto o meno.
 
Restano negli occhi le immagini di quegli scatoloni di centinaia e centinaia, in questo caso migliaia di funzionari, impiegati, segretarie, fattorini.
 
I loro posti di lavoro si sono bruciati assieme all’ideologia della finanza moderna e del libero mercato che funziona. Non “centinaia di milioni di euro”: quello carta straccia era e carta straccia è tornata ad essere.

Autore: Maurizio Donato

Crisi finanziaria mondiale c'è un piano B?

LaRouche: c’è un Piano B

30 settembre 2008 (MoviSol) – Il 27 settembre Lyndon LaRouche ha ribadito che il piano di salvataggio di Paulson sarebbe stato destinato a fallire. "Se sarà approvato, questo salvataggio non risolverà proprio niente. Innescherà un'iperinflazione immediata come quella della Germania di Weimar, portando alla rovina l’intero sistema bancario, e, diversamente dalle fantasie di Gordon Brown, non riuscirà a salvare il sistema bancario britannico che è irrimediabilmente fallito".

LaRouche aggiunge "Però, come molta gente sa benissimo, a Washington e a Wall Street, c’è anche un Piano B. Questo consiste nella soluzione in tre punti da me presentata, che comincia con la riorganizzazione fallimentare, piuttosto che dal salvataggio iperinflazionistico. Occorre in primo luogo approvare la Homeowner and Bank Protection Act (HBPA)". La proposta è sul tavolo dal settembre 2007 e se il Congresso l’avesse adottata ci avrebbe risparmiato la crisi bancaria attuale.

"Secondo, il Congresso, in coordinazione con la Federale Reserve, deve istituire un sistema creditizio a doppio sportello. La Fed deve aumentare immediatamente i tassi a breve, portandoli al 4%, indicando così in maniera inequivocabile che il governo degli USA sostiene un dollaro forte". Contemporaneamente il Congresso deve emettere un volume di credito pari a mille miliardi di dollari diretto ai progetti infrastrutturali, con un tasso d’interesse basso (1-2%) per provvedere agli interessi vitali della nazione.

Come terza misura occorre che gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’India "prendano l’iniziativa di convocare una conferenza allo scopo di stipulare un trattato internazionale per la costituzione di un nuovo sistema finanziario internazionale, fondato sui tassi di cambio fissi, secondo l’impostazione concettuale che Franklin D, Roosevelt definì per il sistema di Bretton Woods. Il sistema finanziario dev’essere sottoposto a riorganizzazione fallimentare, ed occorre varare su scala globale gli investimenti capitali nelle grandi infrastrutture da me proposti".

Link:  http://www.movisol.org/08news214.htm

Attacco ai Casalesi


CONTRO IL CLAN CAMORRISTICO DEI CASALESI SONO STATE ESEGUITE 107 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE. LA GUARDIA DI FINANZA HA SEQUESTRATO BENI MOBILI ED IMMOBILI E SOCIETÀ COMMERCIALI PER UN VALORE DI OLTRE 100 MILIONI DI EURO. TRA GLI ARRESTATI ANCHE TRE PRESUNTI KILLER DEL GRUPPO DI FUOCO DI CASTELVOLTURNO E GIUSEPPINA NAPPA, 48 ANNI, MOGLIE DI FRANCESCO SCHIAVONE DETTO SANDOKAN, IN CARCERE DA CIRCA 10 ANNI E ANCORA RITENUTO A CAPO DELL'ORGANIZZAZIONE. IL MESSAGGIO DI NAPOLITANO: "IL FRUTTO DI UN INTENSO, QUOTIDIANO IMPEGNO INVESTIGATIVO E DELLA COLLABORAZIONE TRA I MAGISTRATI E LE FORZE DI POLIZIA"

Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, accusati di essere componenti di un gruppo di fuoco al centro di una serie di agguati, sono stati bloccati dai carabinieri del comando provinciale di Caserta in due villini, tra Monterusciello e Quarto, nella zona flegrea. Nelle due residenze blindate sono state trovate armi, parrucche, ma anche pettorine delle forze dell'ordine. I tre non hanno opposto resistenza: Cirillo si è perfino complimentato con le forze dell'ordine. Oltre 500 tra poliziotti e militari della Guardia di Finanza sono stati invece impegnati nell'esecuzione di oltre 100 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 76 notificate in carcere, ed emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea. Tra gli arrestati anche Giuseppina Nappa, 48 anni, moglie di Francesco Schiavone, detto Sandokan, in carcere da circa 10 anni ed ancora ritenuto dalle forze dell'ordine a capo del clan dei Casalesi. L'accusa nei suoi confronti è di ricettazione, per aver percepito lo stipendio che l'organizzazione assicurava mensilmente ai familiari degli affiliati detenuti. Nella sua abitazione di Casal di Principe, sempre nel Casertano, è stato arrestato anche un avvocato, Mario Natale, nei cui confronti l'accusa è di estorsione. Sequestrati beni mobili e immobili e società riconducibili al clan camorristico per un valore di oltre 100 milioni di euro.

 

Lo straordinario trionfo di Rafael Correa in Ecuador


Un altro presidente integrazionista, Rafael Correa in Ecuador, trionfa in America Latina ottenendo in maniera schiacciante, col 64% dei voti, l’approvazione di una delle Costituzioni partecipative più avanzate al mondo e che sanziona che nessuna base militare straniera potrà restare sul suolo ecuadoriano. Diranno che è populista e amico di Hugo Chávez, diranno che ha liquidato l’opposizione (liquidatasi da sola) e lo calunnieranno in mille modi, ma questo giovane democristiano con dottorato a Lovanio in Belgio sta cambiando la storia di uno dei paesi più depredati del mondo.
Il giorno dopo la schiacciante approvazione della nuova Costituzione la sensazione a Quito è che tutti i sogni siano diventati possibili. Perfino superare la triste perversione del neoliberismo, perfino smettere di pagare quello che il Presidente chiama “l’illegittimo debito estero”, perfino risolvere l’inestricabile groviglio della dollarizzazione del paese, che ha arricchito vergognosamente pochi e portato alla fame e costretto all’emigrazione mezzo paese.
I movimenti indigeni, sociali e popolari del paese, da sempre fortissimi, avevano più volte sbagliato al momento di scegliere il presidente, uno dei problemi più gravi del presidenzialismo. Con Lucio Gutiérrez, dopo averlo votato si erano addirittura ritrovati il nemico in casa, uno dei peggiori capi di Stato della Storia, che prendeva ordini dall’Ambasciata degli Stati Uniti come i più manovrati dittatori di questo paese e questo continente. Ma con Rafael Correa gli ecuadoriani non hanno sbagliato e il presidente esce dal voto per la Costituzione fortissimo. In un paese dalla cronica instabilità politica, per la prima volta in almeno 40 anni il presidente incarna un progetto politico di lunga durata, quello della costruzione di un nuovo paese partecipativo e che si appoggia sul consenso dei due terzi della popolazione.
Ed è fortissima quella che Correa ha battezzato la “rivoluzione della cittadinanza”, la scommessa di trasformare tutti gli ecuadoriani, e non solo le élite creole di sempre, in cittadini pieni in grado di partecipare alla vita democratica del paese. 
E sono proprio le élite creole l’ultimo ridotto del vecchio fondamentalismo neoliberale. La Confindustria, arroccata a Guayaquil, si lamenta della caduta degli investimenti stranieri che loro stessi manovrano per destabilizzare, temono che si smantelli la dollarizzazione, con la quale loro si sono arricchiti sulla perdita di sovranità del paese e la maggioranza del paese si è impoverita e sono ovviamente scandalizzati dalla crescita di spesa pubblica. Quella che per Correa e la maggioranza del paese serve a costruire quello che più che uno “stato sociale” è un embrione di “stato di diritto”.



"Bye Bye Jules!"


"Bye Bye Jules". L'hanno salutata così i ricercatori e i tecnici dell'Esanel Centro di Controllo di Tolosa. La prima navetta spaziale automatica 'Jules Verne', ha portato a termine la sua missione e come da protocollo, si è disintegrata durante l'impatto con l'atmosfera terrestre, sopra una zona disabitata dell'Oceano Pacifico meridionale.

Il viaggio dell'Atv (Automated Transfer Vehicle), è cominciato il 9 marzo scorso, quando 'Jules' è stata lanciata in orbita dalla base europea di Kourou, nella Guyana Francese. Il 3 aprile si è poi agganciata alla Stazione Spaziale Internazionale (Iss), rifornendola di acqua, aria e viveri. Una navetta di grande utilità dunque, che oltre a portare all'equipaggio diversi materiali, è stata particolarmente apprezzata dagli astronauti, che grazie alla sua zona pressurizzata, estremamente silenziosa hanno potuto dormire sonni tranquilli. 

Ma non è tutto. Durante la manovra di sganciamento in fase di rientro, l'Atv ha riportato con sé spazzatura e pezzi di ricambi inutili, che poi sono esplosi all'impatto con l'atmosfera.

L'Italia è sì mobile, ma diffida del wireless


Il cellulare regna sovrano, ma nonostante la capillare diffusione, i servizi online in mobilità sono ancora un tabù per molti utenti. È quanto emerge da un'indagine condotta da Unisys, che conferma quanto il telefonino sia un bene largamente diffuso e come, per contro, i consumatori non utilizzino i dispositivi mobili che hanno in tasca per effettuare operazioni bancarie o acquisti online.

Il Security Index di Unisys rileva infatti che il 59% degli intervistati non ritiene sicuro effettuare operazioni online attraverso dispositivi portatili (con utilizzo di carte di credito o di trasferimenti di denaro), mentre il 9% dei consumatori si affida a questa modalità per condurre transazioni via web; solo il 4% degli italiani utilizza un cellulare, un PDA o uno smartphone per pagare bollette, fare transazioni bancarie o shopping in rete.

"Questi dati - spiegano gli analisti Unisys - delineano alcuni trend del mercato security con particolare attenzione al segmento mobile dove il tema delle transazioni online è molto sentito dai consumatori finali. Su questo tema Unisys ha condotto 13.296 interviste a utenti di tutto il mondo verificando le loro abitudini e sondando il livello di sicurezza percepita con riferimento alle transazioni in rete". Dai risultati traspare una generalizzata preoccupazione nei confronti della sicurezza legata ai dispositivi mobili e alla loro capacità di proteggere le informazioni sensibili scambiate durante le transazioni finanziarie.
La ricerca ha portato alla luce altri dati significativi: in primis che i paesi più restii all'utilizzo dei dispositivi mobili per effettuare operazioni bancarie o shopping online sono Francia (86%), Regno Unito (79%), Australia (78%), Belgio e Italia (entrambe al 77%), e infine Stati Uniti (71%). Il paese più virtuoso, se così si può dire, è la Germania, con il 21% degli utenti intervistati che utilizza un cellulare, un PDA o uno smartphone per effettuare transazioni finanziarie online, mentre il fanalino di coda è il Regno Unito, con la percentuale più bassa in termini di utilizzo dei dispositivi mobili per attività bancarie o acquisti online (1%).

Circa la metà del totale di intervistati per ciascun paese o area geografica - ad eccezione della Nuova Zelanda (45%) e della Malaysia (49%) - non si fida del proprio dispositivo mobile per condurre una transazione online sicura, a fronte del fatto che le banche, se paragonate a operatori di telecomunicazioni o retailer online, in generale vengono percepite come le più sicure per le transazioni mobili. Una percezione che presenta però notevoli differenze da paese a paese: i consumatori italiani (72%), ad esempio, sono due volte più fiduciosi nei confronti delle banche rispetto a quelli della Malaysia (38%) nell'effettuare transazioni online sicure attraverso un dispositivo mobile.

Come si pone l'Italia di fronte a questo settore? Gli utenti, riferisce la ricerca Unisys, "sono assolutamente convinti che i telefoni cellulari, i PDA o smartphone non siano strumenti validi e sicuri per eseguire transazioni finanziarie online. Solo il 2% del campione, infatti, pensa che i dispositivi mobili offrano una modalità sicura e persino la combinazione molto/abbastanza sicuro non supera il 20% degli intervistati sull'intero campione".

"Nonostante una crescita esponenziale del numero di utenti di telefonia mobile e uno sviluppo significativo sul fronte delle tecnologie in questo settore, i provider di telecomunicazioni, i retailer online e gli istituti finanziari non sono riusciti a convincere i consumatori di tutto il mondo dell'esistenza di una piattaforma sicura per la trasmissione delle transazioni mobili online", ha spiegato Alessandra Girardo, Marketing Director Continental Europe Enterprise Security di Unisys Italia. "Il potenziale ritorno economico rappresentato dai pagamenti mobili è significativo, ma è realizzabile solo nel momento in cui i consumatori ritengono che la sicurezza delle transazioni sia pari o superiore alla libertà offerta dall'utilizzo dei dispositivi mobili".

Il Security Index di Unisys sottolinea, inoltre, il riconoscimento della competenza di alcuni operatori da parte dei consumatori: in più della metà dei 14 paesi coinvolti nella ricerca meno del 10% dei consumatori intervistati dichiara di fidarsi di un provider di telecomunicazioni o di un retailer online mentre crede nella solidità degli istituti bancari poiché ritenuti più efficaci nel fornire adeguati livelli di sicurezza per le transazioni mobili.

"La fiducia dei consumatori nei confronti delle banche gioca sicuramente a favore di tale segmento di mercato", ha aggiunto Girardo. "È altrettanto vero che le banche devono trovare soluzioni per collaborare a stretto contatto con i provider di telecomunicazioni e con i retailer per far leva sul loro grado di innovazione. Tutti insieme devono cooperare per garantire al consumatore che qualsiasi transazione finanziaria effettuata con i dispositivi mobile è altrettanto sicura quanto le operazioni gestite da un impiegato di banca".

Lo sport più in voga? Colpire i partigiani

Premariacco, 29 maggio 1944. 13 partigiani impiccati dai tedeschi

Nonostante siano passati più di sessant’anni dalla fine della guerra, la Resistenza non conosce pace. Ma se il dibattito su questa controversa pagina di storia ha spesso coinvolto politici, storici e giornalisti del nostro Paese (si pensi al Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, pubblicato solo pochi anni fa, che ha riaperto la disputa con grande successo di vendite), questa volta la polemica arriva dall’America. La pietra dello scandalo si chiama Miracolo a Sant’Anna, il film di Spike Lee (in uscita nelle nostre sale venerdì) che da mesi fa infuriare le associazioni partigiane. Eppure il regista americano non ha alcuna intenzione di chiedere scusa ai partigiani. Sui quali, anzi, nutre opinioni tutt’altro che tenere.

A suscitare le ire dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stato l’inserimento nella trama del film di un elemento non riconducibile alla realtà: si tratta del tradimento di un partigiano, che avrebbe rivelato ai nazisti la falsa notizia della presenza di altri membri della Resistenza nel paese toscano di Sant’Anna, causando in tal modo, indirettamente, la strage. «Se questo film crea discussione è solo una buona cosa - sottolinea il cinquantunenne regista nero di Atlanta, ospite al Tg1 -. È vero, ci sono diverse interpretazioni della strage di Stazzema, ma una cosa è certa ed è quella che il film vuole raccontare: il 12 agosto 1944 la 16ma divisione delle SS uccise 560 civili». Dura la reazione di Giovanni Cipollini, vicepresidente della sezione Anpi di Pietrasanta: «Le dichiarazioni del regista ci indignano. Quello che ha detto è un’ulteriore dimostrazione di ciò che sosteniamo da tempo: Lee che ha realizzato un film senza tenere presente la verità storica su ciò che avvenne a Sant’Anna. Avevamo richiesto un confronto con il regista, ma non è stato possibile ottenerlo e questo ci dispiace molto».

Ma il cineasta afroamericano, che per la sua pellicola si è ispirato all’omonimo libro di James McBride, non torna sui suoi passi: «Sono davvero dispiaciuto di aver offeso i partigiani, ma non ho alcuna intenzione di chiedere scusa a nessuno. Io sono un artista, non posso piacere a tutti. Mi criticano? E allora cosa devo fare, buttarmi giù dall’Empire State Building? Faccio film da 23 anni e di sicuro continuerò a farli anche se a qualcuno non piacciono». Sulla Resistenza Lee sembra avere le idee chiare: «Nemmeno i partigiani, sia italiani che francesi, erano amati da tutti: c’erano anche quelli che dopo aver fatto qualche azione scappavano sulle montagne, lasciando la popolazione civile a subirne le conseguenze. Oggi tutti in Italia si dicono partigiani, ma allora, negli anni Quaranta, non era affatto così. È stato così anche per noi americani di colore per la difesa dei diritti civili». Il regista rifiuta un aperto schieramento a favore della Resistenza: «Rispetto l’opinione dell’Anpi - dice -, ma ci sono molti aspetti in ciò che è successo a Sant’Anna di Stazzema: non ci sono solo buoni o solo cattivi. Anche alcuni soldati americani non erano il bene e perfino qualche nazista non era solo male. Questa complessità caratterizza il film, che vuole rendere tutte le sfaccettature della vicenda».

Oggi cast e regista saranno a Firenze per presentare in anteprima il film. Si prevede l’intervento delle associazioni partigiane e, con ogni probabilità, nuove polemiche.
Autore: Alberto Gallo

Crisi, il Governo irlandese garantirà tutti i depositi bancari


Il Governo irlandese ha annunciato che garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria del Paese sullo sfondo della tempesta sui mercati che ha colpito duramente anche le banche irlandesi. Il piano entra in vigore immediatamente e garantisce anche covered bond, senior debt e debito subordinato. Riguarda Allied Irish Bank, Bank of Ireland, Anglo Irish Bank, Irish Life and Permanent, Irish Nationwide Building Society e Educational Building Society.
Il provvedimento è stato annunciato dal ministro delle Finanze, Brian Lenihan, e va oltre una promessa fatte dal governo già la scorsa settimana, ovvero quella di garantire la copertura sui primi 100.000 euro di tutti i depositi in banca.
Il denaro dei contribuenti verrà utilizzato nell'eventualità di qualunque caso di dissesto di uno dei sei gruppi bancari registrati del paese: Allied Irish Banks, Bank of Ireland, Anglo-Irish Bank, Irish Life and Permanent, Irish Nationwide Building Society e la Educational Building Society.

Berlusconi rilancia lo scontro:il lodo Alfano è indispensabile!!


Un uno-due che infiamma il clima. Domenica la «minaccia» di una «riflessione su tutto il sistema giudiziario, se il Lodo Alfano non dovesse passare il vaglio della Corte costituzionale»; ieri l'affondo, con l'anticipazione di alcuni stralci dell'ultimo libro di Bruno Vespa: la sospensione dei processi a carico delle alte cariche dello Stato «era necessaria in un sistema giudiziario come il nostro, in cui operano alcuni magistrati che invece di limitarsi ad applicare la legge, attribuiscono a se stessi e al loro ruolo un preteso compito etico». 
Nel mirino di Silvio Berlusconi c'è sempre e ancora lei, Nicoletta Gandus, la presidente del Tribunale di Milano che sta processando il premier e l'avvocato inglese David Mills per corruzione giudiziaria e che sabato prossimo deciderà se spedire il Lodo Alfano alla Consulta - come hanno fatto i colleghi del processo Mediaset - e se sospendere il processo solo per il Cavaliere e non anche per Mills. Una decisione che agita i sonni di Berlusconi, perché un'eventuale condanna del suo «coimputato» sarebbe letta inevitabilmente anche come una sua condanna. Perciò il premier continua ad attaccare la Gandus, «un'attivista militante della sinistra estrema», «un mio avversario dichiarato», dice, che avrebbe «intenzionalmente ignorato» le prove a suo discarico. Luca Palamara, presidente dell'Anm, non se ne sta zitto come il segretario Giuseppe Cascini («Non commento quello che dice un imputato del suo processo») e reagisce: «È fondamentale che la Corte costituzionale si pronunci sul Lodo in un clima sereno» ma né le parole del premier né quelle del ministro della Giustizia Angelino Alfano al Congresso dei penalisti di Parma, venerdì scorso, «contribuiscono a rasserenare il clima». Si cerca il dialogo, ma «se lo spirito della riforma è quello dell'intervento di Alfano e i toni quelli di Berlusconi - osserva Palamara - diventa difficile trovare momenti di confronto».
Alle proteste dei magistrati si aggiungono quelle dell'opposizione, che definiscono una «minaccia grave e indecente» le parole del premier. «Il premier dimostra una visione primitiva della democrazia», dice Anna Finocchiaro da Frascati, a margine di un seminario sulla giustizia a porte chiuse organizzato dai senatori del partito. Il Pd non vuole passare per una forza politica che punta a mantenere lo status quo; vuole le riforme, spiega la capogruppo a Palazzo Madama, ma quelle che restituiscano efficienza e velocità alla giustizia. Le riforme costituzionali proposte dal Governo - due Csm, carriere di Pm e giudici separate, polizia giudiziaria sganciata dal Pm, obbligatorietà dell'azione penale indirizzata dal Governo - per molti sono inaccettabili (Gerardo D'Ambrosio) per altri (Enzo Bianco) non devono rappresentare dei «tabù»; non tutte almeno. Felice Casson, però, non ha dubbi che l'obiettivo del premier sia quello di «sottoporre il Pm al potere politico». Alla fine passa una linea di compromesso sulla strategia da seguire, che sarà confezionata in un pacchetto di proposte: più risorse per la giustizia e apertura a una riforma «temperata» dell'obbligatorietà dell'azione penale, in cui il Parlamento venga anteposto all'Esecutivo nella scelta delle priorità da seguire. Quanto al referendum contro il Lodo Alfano, che l'Idv chiede a Veltroni di firmare, il Pd non fa passi avanti. «È ragionevole attendere la Consulta prima di lanciare referendum o altro», frena Massimo D'Alema.
Il Pdl fa quadrato attorno al premier, difende la legittimità del Lodo Alfano, accusa l'Anm di non aver mai voluto dialogo, di ribellarsi a qualsiasi proposta del Governo nonché alle regole che la pongono al servizio del cittadino. Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, bolla il «no comment» di Cascini come «una manifestazione gravissima di disprezzo verso cariche istituzionali». E non ha dubbi: «In questo quadro, è ancora più importante che Governo e Parlamento approvino un'organica riforma della giustizia».
(di D. St.)

Ionex 2008 - marina russa e italiana si esercitano nello Ionio


di Alessandro Lattanzio*

Le operazioni Ioniex 2008 e Active Endeavour fanno parte del dispositivo operativo attuato dagli USA e dalla NATO all’indomani dell’11 settembre 2001, ufficialmente volte a contrastare il terrorismo internazionale. Insomma sono ingranaggi della ‘Grande Guerra al Terrore’ proclamata dall’amministrazione Bush.

Ioniex è un’esercitazione congiunta delle Marine militari italiana e russa che si svolge nel Mar Ionio; è stata avviata nel 2004. Lo scopo della manovra è permettere l’integrazione delle Forze navali russe in dispositivi della NATO (come Active Endeavour), accrescendone l’integrazione tra i Comandi e le Unità Navali della Marina italiana e di quella Russa, tramite l’impiego di procedure standard operative, l’addestramento alla pianificazione e condotta delle operazioni marittime e l’impiego del Maritime Interdiction Operations (MIO) volto a contrastare i traffici illeciti marittimi (contrabbando, pirateria, violazione di embarghi, ecc.).

Active Endeavour è il nome in codice dell’operazione NATO per la ‘lotta contro il terrorismo internazionale’, avviata nell’ottobre 2001 con la dislocazione nel Mediterraneo Orientale di una Forza Navale (la Task Force Endeavour) sulla base dell’attuazione, da parte del Consiglio Atlantico della NATO, dell’articolo 5(*) del trattato NATO, dedicato alla difesa collettiva. Il 16 marzo 2004, la NATO ha esteso a tutto il Mediterraneo tale operazione ("Active Endeavour"), prevedendo la partecipazione dei Paesi EAPC/PfP e di quelli aderenti all'iniziativa Mediterranean Dialogue. Il 9 dicembre 2004 viene stipulato un "Memorandum of Understanding" che prevede la partecipazione di unità navali russe all'operazione "Active Endeavour". Il 25 maggio 2007 un’unità navale ucraina prende parte all'operazione . Oggi partecipano ad "Active Endeavour": Russia, Ucrania, Algeria, Israele, Albania, Marocco, Croazia, Finlandia, Svezia e Georgia.

La Task Force Endeavour è composta dalla SNMG2 (Standing NRF Maritime Group 2), sotto il controllo operativo di COM MCC Napoli (Commander Maritime Component Comando di Napoli) o, in alternativa, dall'altra forza di Intervento Rapido della NATO (NRF) la SNMG1 (Standing NRF Maritime Group 1), rinforzata eventualmente dal gruppo contromisure mine SNMCMG1/2 (Standing NRF Maritime Counter Misure Group 1/2 del MCMFORNORTH/MCMFORSOUTH – Comando Marittimo della Forza Mediterranea Nord/Sud).



(*)Articolo 5 del trattato NATO


Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le Parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale.

Ogni attacco armato di questo genere, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, saranno immediatamente segnalate al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.


* Alessandro Lattanzio, redattore di Eurasia, è esperto di questioni militari. 

Lo strappo dei peones repubblicani "E' bolscevismo, viva la libertà"


NEW YORK - Sono stati tutta la mattina attaccati al telefono, a pregare i deputati di non tradire la "loro" Casa Bianca. George Bush, Dick Cheney, il ministro del Tesoro Paulson e il capo di gabinetto Josh Bolton si erano divisi le chiamate in una disperata lotta contro il tempo: 25 a testa per convincere i ribelli ad approvare il piano di salvataggio da 700miliardi di dollari. 

Servivano 100 voti repubblicani, ne sono arrivati soltanto 65. Wall Street che già perdeva, quasi avesse presagito il disastro, è crollata senza scampo e ora nessuno può immaginare cosa succederà. 

A 35 giorni dalle elezioni la rabbia del popolo conservatore ha pesato molto più delle preghiere di un presidente a fine corsa. Le aveva provate tutte Bush, anche l'appello televisivo - deciso all'ultimo momento domenica sera - all'alba di lunedì. I giornalisti avevano ricevuto un'inattesa e irrituale convocazione urgente che diceva di presentarsi alla Casa Bianca alle sei e mezza del mattino. "Ogni membro del Congresso ed ogni americano - aveva sottolineato - devono aver ben chiaro che un voto per questa legge è un voto per prevenire un danno economico
a voi e alla vostra comunità. Il piano Paulson è una legge coraggiosa di cui è necessaria rapida approvazione". 

Tutto inutile. E' bastato ascoltare gli interventi dei repubblicani conservatori nel dibattito alla Camera per rendersi conto che la ribellione non era stata per nulla domata: "Nella rivoluzione bolscevica lo slogan era: pace, terra e pane. Oggi la scelta è tra pane e libertà. La gente della strada - ha scandito il deputato del Michigan Thaddeus McCotter - ci ha detto che preferisce la libertà e io sono con loro". Inutile anche che i capigruppo si affannassero a spiegare che c'erano stati dei miglioramenti. 

"Il piano è una grossa merda di vacca con un dolcetto in mezzo", ha replicato dal suo banco Paul Broun, un rappresentante della Georgia. Adesso nessuno ha più chiaro cosa fare: Bush ha mandato avanti uno dei suoi portavoce il giovane Tony Fratto per dire che "era molto contrariato"; la presidente della Camera Nancy Pelosi ha ammesso che "il piano è fallito" e che ora ricominceranno le trattative; Barack Obama, che era a Denver, ha cercato di mostrarsi tranquillo: "Il piano non è morto: ho fiducia nel fatto che ci arriveremo ma sarà un percorso accidentato. E' importante che in questo momento gli americani e i mercati finanziari mantengano la calma". 

Si pensa di riprovare, ma oggi è impossibile: dal tramonto di ieri è cominciata la festa di Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, e il Congresso sarà chiuso. Impossibile anche immaginare da dove ripartire: dopo una settimana di trattative il piano era già "lievitato" da 3 a 106 pagine, si era riempito di clausole volute dai due partiti, ma non era mai abbastanza. Hanno votato contro 95 democratici e 133 repubblicani, per i primi il piano era troppo sbilanciato verso Wall Street e troppo penalizzante per i cittadini comuni. Per i secondi invece era indigeribile una legge che si presentava come il più consistente intervento pubblico nell'economia degli Stati Uniti dai tempi della Grande Depressione, non si poteva approvare un piano in odore di "socialismo". 

Per la base repubblicana George Bush è ormai irriconoscibile, la sua predicazione "conservatrice" e "liberista" appare gettata alle ortiche e anche John McCain, dopo il blitz a Washington della scorsa settimana ieri ha preferito defilarsi e tornare in campagna elettorale. Un suo portavoce aveva detto che sarebbe stato a Washington mercoledì e che "sperava di riuscire ad arrivare al Senato per votare, ma che tutto dipendeva dagli orari". Il candidato repubblicano era convinto che alla fine la legge sarebbe passata ma se ne voleva tenere lontano e per non farsi infettare dall'impopolarità del presidente è corso a fare un comizio insieme a Sarah Palin a Columbus in Ohio e oggi sarà in Iowa a parlare di piccole imprese. Nel discorso dai toni populisti che si era preparato prometteva di "ripulire Wall Street dalla corruzione e di riformare Washington", ma dopo la bocciatura è rimasto in silenzio e nessuno dei suoi ha fatto commenti. 

Anche tra chi aveva deciso di dare il via libera alla legge i malumori e le incognite erano numerosissimi: nessuno sapeva davvero quanto sarebbe costato alla fine il piano, le cifre fornite al Congresso erano stime indicative ma era chiaro a tutti che il prossimo presidente si sarebbe trovato con le mani legate, un deficit stellare e poche possibilità di una politica di spesa. 

Anche per questo McCain e Obama erano freddi e distanti. Ma ora chiunque vinca rischia di trovarsi di fronte ad un cumulo di macerie. 

Come in ogni dramma che si rispetti alla fine della giornata è cominciato lo scaricabarile: i leader repubblicani della Camera hanno accusato Nancy Pelosi per il voto negativo: "Gli americani sono arrabbiati e anche noi - ha detto il capogruppo dei deputati John Boehrer - perché ha fatto un discorso di parte e ha avvelenato i repubblicani: per colpa sua abbiamo perso almeno una dozzina di voti". La leader dei democratici aveva detto di aver vinto "concessioni importanti" dal governo ma poi aveva aggiunto: "Quando è stata l'ultima volta che qualcuno ti ha chiesto di dargli 700 miliardi di dollari? E' una cifra pazzesca che ci dice qual è il costo della politica fallimentare dell'Amministrazione Bush costruita su bilanci spericolati, su una mentalità in cui tutto è permesso e su un sistema senza regole e controlli. Il nostro messaggio a Wall Street - aveva concluso - è che la festa è finita". 

Boehrer, che è lo storico rappresentante dell'Ohio, ora cerca di liberarsi dall'accusa di essere lui il grande sabotatore, ma è difficile dimenticare come proprio la scorsa settimana si fosse messo alla guida dei ribelli: aveva osando opporsi al suo presidente e bocciare il piano andando a dirglielo direttamente alla Casa Bianca. E ieri prima di votare a favore (non poteva fare altro) aveva detto: "E' il voto più difficile: nessuno vuole farlo, nessuno vuole starci vicino e anch'io non voglio che il mio nome sia associato a questo piano". 

Mentre il Dow Jones crollava di oltre 700 punti, battendo il record negativo stabilito dopo l'11 settembre, i centralini della Camera sono stati intasati dalle telefonate. I contatti e le mail hanno mandato in tilt il sito internet del Congresso, dove i cittadini possono scrivere direttamente ai loro rappresentanti. A guardare i sondaggi si potrebbe immaginare che la maggioranza volessero complimentarsi per la bocciatura del piano, ma da questa mattina forse tutta l'America si renderà conto che il fallimento di Wall Street trascinerà tutto il Paese al fondo dell'abisso. 

Fonte: Repubblica

Austria come 50anni fa l'Italia ha fatto da apripista



VITTORIO EMANUELE PARSI

Domenica, quasi un elettore austriaco su tre ha votato per uno dei due partiti della destra radicale. Se Haider e il suo ex delfino Strache non avessero corso separatamente, oggi la destra esprimerebbe il partito di maggioranza relativa e il candidato cancelliere. L’Austria torna così a «turbare» l’Europa, come già nel 1999. Anche oggi, c’è da scommetterlo, si chiederà a gran voce un «cordone sanitario» nei confronti di qualunque coalizione associasse uno dei due partiti di destra. 

D’altra parte, se né Strache né Haider possono essere fatti passare per emuli di Hitler, però Fpoe e Bzoe (pur non essendo partiti neonazisti) si collocano al di fuori di quella convenzione antifascista che ha segnato la rinascita della democrazia austriaca dopo la guerra.

Ma lasciamo da parte i futuri equilibri viennesi e concentriamoci invece sulle possibili ragioni del successo di Fpoe e Bzoe. Anton Pelinka, politologo austriaco studioso delle destre, sostiene che gli elettori della destra sono «i perdenti della modernizzazione», cioè quei ceti che si sentono maggiormente minacciati dalle conseguenze della globalizzazione. Sembra un ragionamento ampiamente condivisibile, che però merita qualche integrazione, perché oltre ai «maschi, operai» di cui parla Pelinka e alle frange di nostalgici fascistoidi, sembra che per la destra abbiano votato anche molti «cittadini di prima generazione». Cioè quegli immigrati integrati nella società e nell’economia austriaca che temono di perdere i diritti appena conquistati, e che vedono nei nuovi arrivati una minaccia per il proprio status e dei rivali con i quali dover spartire le sempre più magre risorse dello Stato sociale. Il dato significativo è che, per battere questa «concorrenza», questi nuovi austriaci sono disposti a votare partiti che vagheggiano una vecchia Austria mai davvero esistita. Implicitamente essi pongono la questione di quali sono gli «ultimi» politicamente rilevanti. Cioè cercano di farsi scudo della cittadinanza appena acquisita e di farla valere nei confronti di chi non è cittadino. E per difendere questa posizione Haider e compagni appaiono più «affidabili» dei socialisti e persino dei cattolici, «troppo» cosmopoliti o umanitari.

L’elezione che ha visto il trionfo della destra è la prima alla quale sono stati ammessi i sedicenni, e anche il voto giovanile pare abbia premiato la destra. Sarebbe riduttivo liquidare il tutto con la voglia di cambiamento delle giovani generazioni. Appare più proficuo cominciare a pensare ai giovani, in Austria e in Europa, come a una «minoranza» che sa di esserlo e sa di essere discriminata in quanto tale. Se gli operai cinquantenni e gli immigrati integrati temono di perdere i propri «privilegi», i giovani sanno di non averne e basta. Entrano tardi e a condizioni peggiori sul mercato del lavoro e però sostengono un sistema pensionistico che li discrimina platealmente. Ai loro occhi, la grande coalizione non è che la manifestazione più odiosa ed evidente di quel patto consociativo tra i partiti (socialista e popolare) e i sindacati che hanno costruito uno Stato sociale dai cui benefici e dalle cui protezioni si sentono esclusi.

Va infine osservato che anche l’antieuropeismo ha probabilmente portato consensi alla destra (e guarda caso la Spoe di Faymann, che ha perso assai meno voti della Oevp, è stata molto critica verso la Ue). Il disamore verso l’Unione ha tante spiegazioni note. Ne aggiungerei un’altra. Abbiamo sempre sostenuto, e con ragione, che l’unificazione è la sola risposta razionale per tentare di governare gli effetti della globalizzazione. Una parte consistente dell’elettorato inizia invece a vedere europeizzazione e globalizzazione come due fenomeni che agiscono di concerto, perché lo privano congiuntamente della capacità di decidere del proprio futuro e svuotano sia la sovranità sia i processi democratici nazionali. Se non poniamo in fretta riparo a questa percezione, dovremo vedere crescere sempre più un sentimento antieuropeo nei nostri Paesi, con le conseguenze catastrofiche che si possono facilmente immaginare. 
 

Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5064&ID_sezione=&sezione=

Brunetta e le vignette dell'Unità




Una vignetta riferita al ministro Renato Brunetta, pubblicata su  "Emme", supplemento satirico de l'Unità, ha scatenato l'ira della destra, in particolare del ministro Gasparri che si lamenta perché vi si vede un uomo che punta una pistola contro il ministro Brunetta. Una presa di posizione che suscita "sorpresa" nella direzione de l'Unità perché viene dagli «stessi ambienti che hanno sempre giustificato e tollerato gli espliciti riferimenti all'uso delle armi fatti da un autorevole esponente della maggioranza di governo, Umberto Bossi, in contesti non satirici ma evidentemente politici».

«La vignetta di Biani, nelle intenzioni dell'autore e nell'interpretazione che abbiamo dato come redazione - spiega Sergio Staino, che di "Emme" è il direttore - esprimeva solo il disagio, l'indignazione e il vaneggiamento folle e non certo condivisibile, che può provocare una strabordante polemica contro supposti fannulloni, in un paese come il nostro in cui invece sta crescendo la disoccupazione. In questo specifico caso, il disagio profondo di una guardia giurata per la quale,il vecchio "ferro", strumento del suo lavoro, sottolineava la sua attuale situazione di disoccupato».

Per Gasparri, invece, «non si può non rilevare la pericolosa ambiguità della vignetta contro il ministro Brunetta pubblicata oggi nell'inserto satirico allegato all'Unità. Non so se il direttore del quotidiano l'ha vista prima che fosse pubblicata. Sotto il titolo "Guerre giuste", c'è l'immagine di una persona che, puntando una pistola, fa intendere che a Brunetta si potrebbe anche sparare». «In un paese in cui violenza e terrorismo hanno una drammatica storia e forse radici non completamente recise, si scherzi su tutto, ma non con le armi e le pistole puntate. Sono certo che il direttore de l'Unità, accortosi dell'errore, vorrà scusarsi con il ministro Brunetta», conclude Gasparri.

Nella nota di risposta della direzione si fa notare «che "Emme" è un settimanale satirico ("periodico di filosofia da ridere e politica da piangere", si legge accanto alla testata) e che, dunque, l'evidenza del contesto non può ingenerare alcun sospetto di "ambiguità" sugli intenti della vignetta. Contesto, quello di "Emme", che, per la storia e la qualità degli autori e dei collaboratori, è lontanissimo da suggestioni violente, come d'altra parte è confermato dai riconoscimenti che negli anni gli sono stati tributati. Qualche giorno fa, il prestigioso "Premio Forte dei Marmi"».


Fonte: l'Unità

Link: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79466

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