lunedì 29 settembre 2008

Al giorno d'oggi per gli elettori è più importante sapere che cosa un politico non ha fatto che ciò che egli ha fatto: la parobala di Capezzone



«Quello che accade è ormai evidente a tutti: tra un Csm ispirato anche da magistrati in conflitto di interessi, intercettazioni juke-box sulla linea Napoli-Espresso, e le solite inchieste a orologeria, si sta tentando una complessiva e concertata aggressione giudiziaria contro Silvio Berlusconi, il suo Governo e la maggioranza politica liberamente scelta dagli elettori il 13-14 aprile. Ma gli italiani non ci cascano: e la maggioranza andrà avanti, con il consenso dei cittadini».

L’autore di questa dichiarazione è Daniele Capezzone.
Ve lo ricordate? Era l’ultimo figlioccio di Pannella. Trafila classica: militante semplice, collaboratore di radio radicale, segretario del partito, parlamentare, presidente di commissione, show man da Chiambretti. Poi cade in disgrazia: il ragazzo gli fa ombra, Pannella lo manda a stendere.

Niente paura, a Roma basta stare nel giro. E un posto per un ex radicale si trova sempre. Lo nota Berlusconi. Ne vuol fare il nuovo Elio Vito. Capezzone era suo oppositore fino al giorno prima, ma son dettagli. Un posto in parlamento non glielo concede, ma lo fa portavoce di Forza Italia. Cioé di se stesso. Mestiere duro, che richiede fedeltà canina e una specifica faccia di bronzo. In teoria il partito non esisterebbe più. Ma Capezzone è contento lo stesso: ha un ruolo e uno stipendio, parla ai media tutti i giorni ed è in pole position per le prossime elezioni. Che vuole di più?

In più vuole fare l’editore di un’agenzia di stampa nazionale. Eccola, è pronta: si chiama Il Velino. Se la filano in pochi, ma non importa. Anzi è meglio: può solo crescere. “Voglio farne la quarta agenzia giornalistica italiana”, dichiara. Per questo, con i suoi risparmi compra le quote e da direttore ne diventa anche editore.

Tra il ruolo di portavoce di partito e il lavoro di direttore-editore di un’agenzia giornalistica, qualche purista potrebbe eccepire un conflitto di interessi. Ma i tempi cambiano. Ora basta la parola. Capezzone s’impegna a non sovrapporre i ruoli: “Non ne faremo un’agenzia governativa”, promette. Da vero liberale, liberista e libertario.

CROLLO VERTICALE A WALL STREET: LA CAMERA BOCCIA IL PIANO DI SALVATAGGIO


Improvviso crollo a Wall Street che negli ultimi minuti ha registrato una caduta verticale, con i tre indici principali a picco. I listini, già in flessione di circa quattro punti percentuali, hanno quasi raddoppiato le perdite nel giro di pochi minuti, tanto che il Nasdaq Composite e l’S&P500 sono arrivati a segnare ribassi superiori ai sette punti e mezzo percentuali. Subito dopo c’è stata una ripresa dai minimi, che ha visto il Dow Jones recuperare quasi 300 punti, salvo un successivo ripiegamento che lo vede comunque muoversi al di sopra del bottom odierno. 
La caduta degli indici è stata dettata dall’esito del voto sul piano di salvataggio alla Camera, dove la Camera ha bocciato il provvedimento, che non ha ottenuto il via libera dalla maggioranza. Per l’approvazione sarebbero stati necessari 218 voti a favore, ma il risultato definitivo ha certificato il no definitivo al provvedimento, con 228 voti contrari e 205 favorevoli. Per soli 23 voti di differenza, il piano di salvataggio non passa l'esame della Camera, dove fino all'ultimo si era sperato in un possibile ripensamento, magari attraverso l’approvazione di un testo emendato. 
I capi dei gruppi parlamentari infatti si sono adoperati, anche con maniere forti, per convincere il partito dei no a cambiare idea, ma lo sforzo è stato vano e non ha portato ad alcun risultato. 
Non è servita a nulla neanche la pesante reazioni dei listini azionari, che hanno visto il Dow Jones segnare in pochi minuti una perdita di 702 punti dai massimi odierni in area 11.140. Si tratta della maggiore flessione in una sola seduta ma i vista negli ultimi 7 anni, ricordando che una perdita simile era stata regirstata il 17 settembre 2001, il primo giorno di apertura di Wall Street dopo l'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre. 
Il Dow Jones ha intanto recuperato circa 200.

di Alberto Susic

Otto scuole su 10 dicono no al maestro unico

Roma, 29 set. (Adnkronos) - La scuola reale 'boccia' i provvedimenti del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini. Dal maestro unico alla riduzione del tempo pieno, al rapporto alunni docenti l'opinione del personale scolastico è nettamente contraria ai provvedimenti sin qui adottati. Lo rivela una nuova inchiesta del quindicinale 'La Tecnica della Scuola' realizzata in tutte le venti regioni italiane. E' stato interpellato, spiega il quindicinale, un campione di 80 scuole (licei, tecnici, professionali, istituti comprensivi o scuole medie) presenti in tutte le città capoluogo di regione, che erogano il proprio servizio scolastico in oltre 200 punti (209), frequentati da circa 63mila alunni (63.436), con oltre 7mila docenti (7.355) e 2mila non docenti (2.064).

MAESTRO UNICO: l'82,5% delle scuole interpellate è contro il ritorno al maestro unico. Squadra che vince non si cambia. La scuola elementare è un settore di eccellenza del nostro sistema formativo. Pertanto non c'è ragione di modificare il suo modello di organizzazione e funzionamento.

TEMPO PIENO E TEMPO PROLUNGATO: il 92,5% dice no alla riduzione. Tale giudizio negativo diventa del 100% al sud e nelle isole dove il tempo pieno e prolungato, secondo il Quaderno bianco, registra indici fra il 3,5 e il 4% contro il 43% del centro e del nord. Una difesa quindi del modello di scuola indipendente dagli interessi propri.

RAPPORTO COMPLESSIVO DOCENTI-ALUNNI: va salvaguardato secondo il 71% dei nostri intervistati. Il campione presenta un giudizio sostanzialmente negativo sull'obiettivo posto dalla finanziaria di quest'anno e il no alla modifica del rapporto docenti-alunni oscilla dal 61% al nord, al 75% al sud, per arrivare al 79% al centro.

TEMPO SCUOLA: la maggioranza, molto alta (69%), è contraria alla ventilata riduzione di un anno dei licei, anche se molti hanno sottolineato l'opportunità del diploma a 18 anni in chiave di equiparazione europea. Una revisione della scuola secondaria di II grado con conclusione a 18 anni viene considerata una scelta positiva, ma non può avvenire in un contesto di ricerca del risparmio; deve essere il frutto di un progetto innovatore di scuola e di società da cui traspaia in modo visibile a tutti la direzione complessiva di senso.

Tutto questo, evidenzia il quindicinale, non significa che la scuola sia arroccata su una posizione di difesa corporativa. Secondo il 75% del campione, infatti, nella scuola esistono sprechi su cui è opportuno intervenire per razionalizzare il funzionamento e contenere i costi, come in altri settori della pubblica amministrazione. Una maggioranza, a volte molto alta del nostro campione, si è pronunciata anche a favore di alcuni provvedimenti di recente attuazione.

L'81% delle scuole intervistate si è detto favorevole alla riduzione degli indirizzi scolastici della scuola secondaria con l'eliminazione di tutti i doppioni che creano inutile confusione fra i giovani; il 51% si è detta favorevole alla revisione delle classi di concorso e il 51% è d'accordo alla riduzione del carico orario settimanale di lezione per i giovani dei tecnici e dei professionali. Infine, per il 55% è positivo l'accorpamento delle scuole con meno di 500 alunni, anche se molti intervistati hanno posto parallelamente il problema dello sdoppiamento degli istituti con oltre mille alunni e la necessità di tenere conto delle 'vere' realtà montane e delle piccole isole, ove serve derogare alla regola generale. Non si può usare lo stesso metro per valutare la realtà pianeggiante della Sicilia orientale e quella delle valli trentine.

L'obiettivo della ricerca, condotta dal prof. Calogero Virzì e che verrà pubblicata sul n. 3 del quindicinale di informazione scolastica, era quello di dare la parola alle scuole. ''Il nostro non è un campione statistico - prosegue il quindicinale - tuttavia esso è calibrato sia sul piano territoriale che su quello degli ordini e gradi di scuola. L'inchiesta ricostruisce in modo articolato e puntuale l'umore e gli orientamenti prevalenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado di fronte ai provvedimenti governativi e ministeriali appena approvati, in via di approvazione e qualche volta soltanto ventilati''.
Fonte: La tecnica della scuola

Alitalia i numeri reali e quelli propagandati

AEREI, DIPENDENTI E PASSEGGERI

Società

N° Dipendenti

        N° Aerei (1)   

N° Passeggeri

Alitalia

11.430

186 (2) 

24.090.800

Alitalia + Servizi (3)

18.589

186 (4)

24.090.800

Air One

1.549

39

5.662.600

Air France

74.354(5)

258 (6)

49.348.800

Air France - KLM

103.050

418 (7)

71.715.000

British Airways

44.645

282 (8)

36.086.900

Iberia

23.901

150

27.227.600

KLM

36.738 (5)

160 (9)

22.366.200

Lufthansa

94.510

407 (10)

51.194.300

Virgin Atlantic

8.400

37

4.906.900






Al 31/12/2006 Alitalia aveva 11.430 dipendenti in servizio 186 aerei in servizio e nell’intero 2006 ha trasportato 24.090.800 passeggeri; il rapporto è quindi di 61,45 dipendenti per aereo, di 2.107,68 passeggeri trasportati annualmente per dipendente. Se aggiungiamo i dipendenti di Alitalia Servizi (manutenzione, assistenza passeggeri e bagagli, carico e scarico ed altri servizi indispensabili per una compagnia aerea) arriviamo 18.589 dipendenti portando a 99,94 dipendenti per aereo e scendendo a 1.295,97 passeggeri per dipendente.

Air France disponeva  di 74.354 dipendenti per 282 aerei e 49.348.800 di passeggeri trasportati che fanno la bellezza di 288,19 dipendenti per aereo in servizio, 663,70 passeggeri trasporti per dipendente in servizio.

KLM disponeva di 36.738 dipendenti che facevano volare una flotta di 160 aerei ed ha trasportato nel corso dell’anno 22.366.200 passeggeri che si traducono in 229,61 dipendenti per aereo in servizio, 608,8 passeggeri trasportati per dipendente.

L’intero gruppo Air France KLM disponeva di 103.050 dipendenti per 418 aerei in servizio e nel 2006 ha trasportato 71.715.000 passeggeri. Air France KLM dispone quindi di 246,53 dipendenti per aereo in servizio ed ha trasportato solo 696 passeggeri per dipendente in servizio, contro i 2.107 di Alitalia e 1.295 di Alitalia più Alitalia Servizi.

British Airways disponeva di 44.645 dipendenti e di 282 aeromobili e nell’arco dell’anno aveva trasportato 36.086.900 passeggeri, quindi sono 158,31 dipendenti per aereo in servizio ed ha trasportato 808,30 passeggeri per dipendente.

Iberia contava 23.901 dipendenti a fronte di 150 aerei in servizio e 27.227.600 passeggeri trasportati; abbiamo quindi 159 lavoratori per aereo in servizio, 1.139 passeggeri trasportati per lavoratore.

La tedesca Lufthansa aveva in servizio 94.510 dipendenti per 407 aerei in servizio e 51.194.300 passeggeri trasportati; si tratta quindi di 232,21 dipendenti per aereo in servizio e 541,68 passeggeri trasportati nel 2006 per dipendente.

Virgin Atlantic aveva in servizio 8.400 dipendenti a fronte di una flotta di 37 aerei ed ha trasportato 4.906.900 passeggeri; abbiamo quindi in servizio 227 dipendenti per ogni aereo della flotta ed ha trasportato 484 passeggeri per ogni singolo dipendente.

Alla stessa data Air One disponeva di 1.549 dipendenti per 39 aerei in servizio ed ha trasportato 5.662.600 passeggeri, il che vuol dire 39,7 dipendenti in servizio e 145.194 passeggeri annuali per aereo; il rapporto dipendenti per aereo è bassissimo ma Air One affida a terzi i servizi indispensabili ad una compagnia aerea e quindi non è propriamente una full-service airlines; viste le dimensioni dell’azienda ciò è comprensibile; le compagnia aeree medio-piccole affidano in outsourcing tali servizi; il discorso che magari è conveniente ad una piccola azienda, può non essere altrettanto conveniente per una grande compagnia ed in genere non lo è affatto; i confronti con gli altri principali vettori sono abbastanza chiari ed indicano una larga propensione “a far da sé”; l’esternalizzazione nel caso della grande compagnia aerea può semmai risultare molto conveniente a chi gestisce i servizi esternalizzati; in questo contesto Air One viene citata perché parte in causa nella privatizzazione di Alitalia.

Riassumendo, il rapporto tra il numero di passeggeri trasportati annualmente ed i dipendenti in servizio vede nettamente primeggiare Air One (la quale come detto, non è un full carrier service) con 3.655 passeggeri per dipendente, seguita da Alitalia Fly con 2.107 passeggeri e poi da Alitalia fly più Alitalia Servizi con 1.295, seguite a ruota da Iberia con 1.139; le altre compagnie sono ampiamente distaccate, British Airways arriva ad 808 passeggeri per dipendente mentre Air France KLM ha trasportato solamente 696 passeggeri per dipendente in servizio ed ha un rapporto uguale alla metà di Alitalia Fly più servizi e di un terzo di Alitalia Fly; Virgin Atlantic si limita a 584 passeggeri per dipendente ed i tedeschi di Lufthansa si fermano a 541.

In termini prettamente aritmetici, il totale dei dipendenti di Alitalia ed Alitalia Servizi è in proporzione nettamente inferiore rispetto a quello delle altre principali compagnie europee “full service”, di conseguenza. In base a quanto visto fino ad ora, siamo ai vertici della produttività e quindi parlare di esuberi è assolutamente fuori luogo.

Le note dolenti certo non mancano e si presentano come rapporto tra passeggeri trasportati annualmente e numero di aerei in servizio; rapporto che vede  primeggiare Air France con 191.274 passeggeri per aereo in servizio trasportati seguita da Iberia con 181.517; con forte distacco seguono Air One con 145.194 passeggeri,  Virgin Atlantic con 132.618 passegeri trasportati poi Alitalia Fly (con o senza Alitalia Servizi non cambia, visto che Alitalia Servizi non dispone di aerei) con 129.520 che comunque precede i 127.967 di British Airways ed i 125.784 di Lufthansa.

LOAD FACTOR E PASSEGGERI TRASPORTATI ANNUALMENTE PER AEREO

Il Load Factor (coefficiente di riempimento degli aerei che viene calcolato sul numero dei posti occupati a fronte di quelli disponibili) vede invece primeggiare KLM che ha un Load Factor del 83,7%, Air France del 79,4%, Lufthansa del 78,6%, British Airways del 76,2% ed Alitalia si ferma al 73,6%; seguono Virgin Atlantic con il 73,1% ed Air One con il 57,8%; il load factor medio della AEA per l’anno 2006 è del 76,5%.

Sul Load Factor si può quindi lavorare per migliorare le performaces ma allo stato attuale non può far certo pensare al “disastro” che viene paventato da più parti.

In base a quanto scritto fino ad ora, il principale punto debole di Alitalia è il basso (rispetto agli altri competitors full carrier service) rapporto tra passeggeri trasportati ed aeromobili in servizio e ciò come abbiamo visto, anche a fronte di un load factor non di molto inferiore alla media; per provare a darci una risposta potremmo andare a confrontare la consistenza delle flotte aeree e vedere così che Alitalia ha 31 aerei a lungo raggio (2) contro i 117 di Air France a cui si sommano i 58 di KLM (7); British Airways ne conta 134, Lufthansa 114 (10), Virgin Atlantic 37 e 35 Iberia; Air One non dispone  di aerei a lungo raggio; Alitalia quindi tra le compagnie prese in esame Alitalia è quella con il minor numero in assoluto di aerei a lungo raggio in servizio e lo stesso vale per il rapporto percentuale sul totale della flotta, anche in questo caso Alitalia è in coda.

Naturalmente gli aerei a lungo raggio, oltre ad avere maggiore autonomia, possono trasportare molti più passeggeri; per capirci meglio, se ho un aereo a medio raggio con 200 posti disponibili e li riempio tutti, ho un load factor del 100% mentre se ho aereo a lungo raggio da 400 posti e ne riempio 300 ho un load factor del 75% quindi inferiore rispetto all’aereo a medio raggio ma ho comunque un più alto rapporto passeggeri trasportati per aereo; ovvio che far volare, servire e mantenere un aereo da 400 posti costa più di un aereo da 200 posti ma meno di due aerei da 200 posti ed è pure ovvio che più passeggeri trasporto più fatturo.

FATTURATO - MEDIE

Per ciò che riguarda il fatturato medio per dipendente, se si considera solo Alitalia Fly, abbiamo il più alto fatturato medio per dipendente in servizio, superando anche Air One e doppiando quasi Lufthansa, Air France – KLM ed Iberia che al contrario di Alitalia Fly sono full service airlines; il confronto corretto con le altre compagnie europee va quindi fatto sommando al fatturato e ai dipendenti di Alitalia Fly anche i corrispettivi di Alitalia Servizi.

Il fatturato medio diminuisce poiché i servizi di terra fatturano (e costano) meno di una compagnia aerea; in questo caso a guidare la classifica è Air One, segue Alitalia (tutta) e poi le altre full airline service: British Airways, Air France – KLM, Iberia ed ultima Lufthansa.

Discorso diverso se andiamo a vedere il fatturato sviluppato per aereo in servizio; Alitalia è comunque penultima dopo Air One ed è ben distanziata dalle altre compagnie tra le quali la Lufthansa che ha un valore quasi doppio rispetto ad Alitalia Fly.

Stesso discorso per il fatturato medio per passeggero, penultima dopo Air One ma in questo caso il dato è leggermente inferiore a quello di Iberia mentre anche questa volta rappresenta la metà del fatturato Lufthansa; se si somma anche Alitalia Servizi si riesce però a superare Iberia.

Alitalia ed Iberia utilizzano per il medio raggio macchine uguali come gli Airbus A-319, A-320 ed A-321 ed altre simili come gli MD87 ed MD88; Iberia non ha però aerei a corto raggio ma disponeva di 35 aerei a lungo raggio contro i 31 di Alitalia a cui vanno inoltre sottratti 5 aerei usati esclusivamente come cargo.

In base a quanto visto fino ad ora, appare “aritmeticamente” evidente, fatte le debite proporzioni, che parlare di esuberi in Alitalia Fly ed in Alitalia Servizi è semplicemente insensato; che la produttività dei dipendenti di tutti i lavoratori Alitalia, sia in termini di passeggeri annui trasportati che di fatturato è in assoluto la più alta tra le altre full service airlines.

Per contro, a fronte di un load factor leggermente sotto la media, tra le compagnie prese in esame, abbiamo uno dei più bassi rapporti tra i passeggeri trasportati annualmente per aereo in servizio e peggio ancora il fatturato annuo medio per aereo in servizio ed il fatturato medio per passeggero trasportato.

Il basso rapporto tra passeggeri annui trasportati ed il fatturato medio per aereo in servizio, non possono certo prescindere dalla tipologia della flotta di Alitalia che come abbiamo visto, conta solo 26 aerei a lungo raggio e ciò è confermato da un load factor che pur al di sotto della media dovrebbe comunque garantire redditività; il basso fatturato per passeggero non può non risentire anche delle diverse condizioni socio economiche delle aree servite e quindi del tipo di mercato nazionale; va sottolineato che Lufthansa ha un fatturato per passeggero doppio rispetto ad Alitalia ma un numero di passeggeri annui trasportati per aereo addirittura inferiore anche ad Alitalia; ciò deve far riflettere seriamente su quali gravi conseguenze può avere l’abbandono di Malpensa o comunque il suo depotenziamento così come il ridimensionamento della flotta a lungo raggio. In ultimo va ricordato quando dichiarato dall’ex Capo Dipartimento Aviazione Civile Bruno Salvi durante un’intervista della trasmissione Report circa “valigie” di biglietti di favore rilasciati per ingraziarsi “tutti i sistemi, il sistema dei giornalisti, il sistema dei magistrati, il sistema dei politici”; ove confermato ciò sarebbe molto grave, ben al di là del semplice danno economico diretto ma questo argomento verrà trattato successivamente.

SULLA FLOTTA

Torniamo però alla consistenza ed alla tipologia della flotta Alitalia; domanda: perché Alitalia ha così pochi aerei a lungo raggio? Azzardiamo una risposta? Che me ne faccio di una flotta di aerei a lungo raggio per collegare Genova, Trieste, Palermo, Lamezia, Pisa, Firenze e Catania a Roma e a Milano? Alitalia è nata per svolgere un servizio pubblico, non per fare business, un servizio pubblico che si doveva affiancare ed integrare ad altri, alle Ferrovie dello Stato ad esempio, che dopo aver tagliato decine di migliaia di posti di lavoro, sono sempre con l’acqua alla gola, rendono un servizio la cui qualità è sotto gli occhi di tutti e ammettono candidamente che se si vogliono servire le tratte in perdita occorre un contributo del Governo; questa vale per i treni come vale per le scuole e gli ospedali che vengono chiusi nei piccoli centri e vale anche per gli aerei e gli aeroporti; le low cost atterrano ovunque, basta che ci sia da guadagnare e ovviamente, ben vengano i contributi pubblici nelle varie forme; quando si tagliano i contributi pubblici, non si atterra più o si minaccia di non atterrare più, come la RyanAir in Vallonia, nel momento in cui la Commissione Europea ha ordinato di restituire una parte dei quattro milioni di euro ottenuti dall’aeroporto belga di Charleroi.

LA FLOTTA

Sempre in tema di flotta aerea, un altro argomento usato contro Alitalia è l’anzianità della flotta, tra l’altro definita dal Prof. Marco Ponti “tragicamente obsoleta” e “con una gamma tipologica così variegata da generare rilevanti diseconomie gestionali”; correttezza impone però di sottolineare che obsoleta non vuol dire necessariamente vecchia d’età, può esserlo solo di concezione.

In merito all’età media della flotta Alitalia, che certo giovane non è, non da buttare e spesso le differenze con le altre compagnie non sono poi così abissali (tabella 5); anche se non inserite nella tabella, la flotta della JAL (Japan Airlines) ha un’età media di 11,5 anni (e gli MD 80/90 arrivano a 14,9 anni di servizio medi), la flotta di Delta Airlines ha un’’età media di 14 anni (e la flotta di MD80/90 arriva a 17,3) e American Airlines presenta un’età media di 15,2 anni (e gli MD80/90 arrivano a un’età media di 18,4 anni, MD Alitalia arrivano a 18,3).

Le statistiche va ricordato, sono manipolabili e quindi bisogna anche stare con gli occhi aperti; ad esempio se si sommasse la flotta di Alitalia con quella di Alitalia Express, l’età media si abbasserebbe.

Il più numeroso modello d’aereo in linea con Alitalia è l’MD80 che secondo un comunicato stampa della stessa Alitalia rappresenta il 40% della flotta Alitalia, l’81% della flotta di Meridiana, il 40% della SAS, il 26% di Iberia, il 40% di American Airlines ed il 30% di Delta e rappresenta una delle tipologie di aerei più sicuri al mondo classificandosi ai vertici delle statistiche per minori incidenti (su 33,3 milioni di voli hanno un rateo di soli 0,22 fatalità rispetto ad esempio allo 0,41 del Boeing 737.

Quindi la flotta è comunque efficiente e sicura anche se, ne viene decisa la svalutazione che fa andare letteralmente in fumo 197.266 milioni di euro il chè, per un’azienda in crisi in cerca di acquirente rappresenta la classica ciliegina sulla torta o meglio, una delle ciliegine.

Per un aereo però, l’età non è tutto, basti ricordare che il bombardiere Boeing B 52 entrò ufficialmente in servizio nel 1955 nella sua versione A e che la versione H, entrata in servizio nel 1961 è ancora in servizio attivo e lo resterà almeno fino al 2020; si tratta di macchine che hanno subito lavori di rimodernamento certo ma, se l’USAF affida ad aerei “vecchi” di 47 anni compiti di bombardamento strategico evidentemente vuol dire che l’età non è tutto; senza andar lontano si potrebbe ricordare  il caccia F-104 Starfighter, la cui prima versione entrò in servizio con l’USAF nel 1958 e la cui versione S, venne usata in prima linea dall’Aeronautica Militare Italiana dal 1969 al 2004; gli aerei in questione sono stati più volte sottoposti ad ammodernamenti ma erano caccia intercettori da mach 2,2 (2.330 km/h circa); fermo restando la scontata differenza di ore di volo tra un aereo militare ed un aereo di linea, rispetto all’età media della flotta Alitalia siamo a meno della metà e onestamente non ricordo che all’Aeronautica Militare siano state mosse tante critiche come nel caso di Alitalia.

Anche l’Aeronautica ha avuto i suoi “prepensionamenti” come nel caso dei caccia AMX della prima serie che sono stati ritirati ben prima dei 10 anni di servizio mentre quelli delle serie successive sono stati più volte sequestrati dalla magistratura ma a questo punto viene da pensare che sia l’intero “sistema Italia” che non va ed a questo punto si deve scegliere tra il risolvere l’individuare e risolvere i problemi oppure vendere tutto e chiudere baracca affidando ai francesi oltre al trasporto aereo italiano anche la difesa aerea e giusto che ci siamo, anche quella marittima.

Tornando alla flotta di Alitalia, cosa dovrebbe fare una compagnia “al verde” che ha aerei validi ma che stanno invecchiando? Rafforzare la propria componente manutentiva già formata e rodata oppure disfarsene? Non avendo titolo per dare una risposta adeguata ci si limita a prendere atto delle decisioni di Alitalia e successivamente di Air France-KLM: cedere.

IL COSTO DEL LAVORO

Altro cavallo di battaglia della disinformazja che da anni caratterizza le vicissitudini di Alitalia, è quello del costo del lavoro in quanto si dice in giro ed come per il troppo personale, opinione largamente diffusa, che i lavoratori hanno stipendi altissimi contribuendo così notevolmente a  far collassare Alitalia.

Certo, tant’è che l’Amministratore Delegato di Air France Jean Cyril Spinetta, nel novembre del 2005, quando era ancora nel Consiglio d’Amministrazione di Alitalia, dichiarò che lo sforzo di risanamento compiuto da Alitalia per ridurre i suoi costi “è impressionante, anzi spettacolare”; sempre secondo Spinetta, “l’Alitalia è la compagnia aerea «con i costi più bassi d'Europa»”; a fronte di queste parole troviamo per Alitalia Fly un costo del lavoro medio decisamente inferiore a British Airways, leggermente inferiore ad Air France ma superiore ad Iberia e a Lufthansa.

Il costo medio del lavoro può essere ulteriormente abbassato e quindi Monsieur Spinetta ha detto una balla? No, perché come detto, al contrario delle altre compagnie prese in considerazione, Alitalia Linee Aeree Italiane S.p.A. e le altre società consolidate del Gruppo, dopo la creazione di Alitalia Servizi ed il conferimento alla stessa di assetti  comprensivi di servizi indispensabili per una compagnia aerea, Alitalia Fly non può essere considerata una “full-service airlines”, lo è nel momento in cui si sommano ad essa le altre società partecipate  e principalmente Alitalia Servizi con le sue controllate; la differenza quindi, sta anche nelle professionalità impiegate e nel loro numero  enelle conseguenti differenze retributive.

Se si sommano gli organici di Alitalia Fly con quelli di Alitalia Servizi cominciamo o meglio, ricominciamo ad avere organici sicuramente più equilibrati e tendenzialmente in linea con le altre full airline services anche se, l’incidenza del numero del personale di volo sul totale resta più alta rispetto alle altre compagnie.

In termini di produttività andiamo a vedere l’utile medio per dipendente, calcolato sottraendo al fatturato medio per lavoratore il costo medio per lavoratore; rispetto ad Alitalia Fly British Airways ha un utile medio che si ferma al 58,74%, Iberia arriva al 48,84% precedendo Air France – KLM che si ferma al 46,6%; Lufthansa è ultima con il 44,98%.

Il calcolo anche in questo caso non è equo poiché il confronto con le altre full service airlines deve essere fatto sommando anche Alitalia Servizi, la famosa bad company di cui ci si vuol disfare.

Sommando anche Alitalia Servizi, British Airways arriva all’84,2%, Iberia al 70%, Air France al 65,37% e Lufthansa al 64,48%.

È evidente che trattandosi di medie, i distinguo vanno fatti, come detto un pilota costa molto di più rispetto all’impiegata del check o all’operaio che si occupa dei bagagli ma allo stesso tempo “fattura” di più; per i costi medi, secondo un’Ansa del 29 Marzo che si rifà a fonti del sindacato ANPAC, i piloti Alitalia percepiscono circa il 30% in meno rispetto ad Air France – KLM, British Airways, Iberia e Lufthansa.

Secondo “il Sole 24 Ore” (9 aprile 2008) che cita fonti AEA “nel 2006 i piloti Alitalia (comandanti compresi) hanno avuto uno stipendio complessivo medio di 121mila euro al lordo delle tasse, come quello dei piloti di British Airways”; i piloti di Swiss si fermerebbero ad appena 108mila euro mentre più sono più alti gli stipendi dei piloti di Iberia che arrivano a 147mila euro, di Lufthansa che ne paga 153mila e più in alto ancora troviamo Air France con 170mila euro medi a cranio di pilota.

Se i costi sono al livello delle altre compagnie o addirittura inferiori, a fare la differenza è il numero di piloti in servizio che secondo alcuni sono troppi, addirittura secondo il Segretario della UIL Luigi Angeletti su La Repubblica del 4 aprile 2008) “Alitalia ha tanti piloti che potrebbe permettersi il triplo di aerei”; peccato non conoscere fonti e parametri a cui fa riferimento l’esperto di turno , anche perché se andiamo a fare un confronto tramite bilanci ed annual report vari con Air France – KLM ed Iberia, il rapporto tra numero di piloti ed aerei in servizio di Alitalia è leggermente inferiore ad Iberia e quasi la metà rispetto ad Air France  che con 175 su 418, ha certamente molti più aerei a lungo raggio di Alitalia.

Giusto per restare ai piloti va ricordato il settore Cargo che Air France – KLM voleva smantellare e che la stampa ha attaccato anche a causa del numero eccessivo (sempre secondo la stampa) dei piloti; se sul numero dei piloti e sui loro stipendi abbiamo già detto, possiamo ricordare che si vogliono mettere a terra i 5 MD11 Special Freighters sono stati trasformati in cargo da pochissimo tempo ed il primo esemplare trasfomato è infatti rientrato in servizio alla fine del 2004; in pratica si tratta di aerei seminuovi che si vorrebbero mettere a terra e vendere (svendere?) distruggendo le capacità cargo di Alitalia e lasciando il campo libero agli altri competitors; si tratterebbe dell’ennesimo danno al sistema Italia e regalo alla concorrenza  costituita tra l’altro dalla stessa Air France – KLM che schiera 20 cargo e 17 “combi” e dalla Lufthansa che dispone di 19 MD11F di cui 3 sono ex Alitalia.

Va poi ricordato che il Ministero della Difesa si rivolge spesso a vettori civili per compiti di trasporto strategico sia per ciò che concerne il personale, sia per ciò che riguarda materiali e mezzi; com’è facile intuire, in questo caso non si tratta di trasportare mozzarelle borsette o componenti industriali e l’affidabilità del vettore è fondamentale. Va rilevato che “le gare vengono aggiudicate al miglior offerente o per lo meno sulla base di criteri tecnico – amministrativi e quindi tutti gli eventuali problemi emergeranno a gara ormai aggiudicata, quando i tempi stretti imporranno di procedere sulla strada intrapresa”;  inoltre nel caso di inadempimenti nel rispetto delle clausole contrattuali le leggi italiane esistenti prevedono la possibilità di applicare penali assolutamente blande”; penali più alte fungerebbero da deterrente nei confronti di vettori poco affidabili ma il danno per le Forze Armate sempre più impegnate all’estero, potrebbe essere tragicamente non monetizzabile; inoltre nel caso di aerei stranieri “è impossibile il controllo sull’affidabilità degli equipaggi e dei vettori presi a nolo (con reali rischi di infiltrazione negli equipaggi di elementi terroristici)” (Rivista Italia Difesa agosto 2007).

Fonte: http://docs.google.com/View?docid=dg6j9j4m_24f27mjqfc

Per leggere le tabelle linkate: http://www.lapatriagrande.net/02_italia/notizie/notizie_2008/2008_dossier_Alitalia/alitalia_2008.htm

Marco Travaglio ad Anno Zero di Michele Santoro ci spiega chi sono gli amici di Silvio Berlusconi salvatori di Alitalia

Contraddizioni messicane


 a destra Carlos Slim
Analizzando la vita quotidiana di un cittadino messicano ci si rende conto dei contrasti che dominano la società di questo paese. In particolare si è voluto analizzare come la figura di Carlos Slim, la seconda persona più ricca al mondo, sia presente ed influenzi quotidianamente la maggior parte della popolazione.
Città del Messico – Una buona mattina un cittadino medio, Gustavo Rodriguez, si sveglia ed esce di casa per la solita mezz’ora di esercizio con la sua bici, fabbricata da “Bimex”. Tornando a casa i cavi elettrici che gli passano la luce sono della “Empresa Nacobre”, e l’acqua della sua doccia scorre per le tubature di rame estratto dalla miniera di “Frisco”. Il cd che suona nel suo stereo mentre il nostro Gustavo si veste è stato comprato nella catena “MixUp” e la prima chiamata telefonica del giorno è effettuata attraverso la linea fissa di “Telmex”.

La sua macchina è equipaggiata con pneumatici nuovi di marca “Euzkadi”, comprati alla “Sears”. In strada per raggiungere l’ufficio gli squilla il cellulare, per il quale ha un contratto con “Telcel”. Chiaro, prima di arrivare a lavoro è poi obbligatoria una fermata per fare colazione, e cosa c’è di meglio di un caffé della catena “Sanborns”. Dopo il caffé poi ha voglia di fumare e le sue sigarette sono della “Cigatam”, una impresa manifatturiera sussidiaria del gruppo “Carso” che vende a Philipp Morris, Malboro ed altre grandi marche.

A lavoro poi il nostro protagonista logicamente si connette ad internet per controllare la posta, il suo servitore è “Prodigy Infinitum” (Telmex), mentre verso metà mattinata riceve una chiamata da un agente assicurativo con il quale aveva contrattato una polizza di “Seguros Inbursa”.

Finalmente quando la giornata si sta concludendo, prima di rientrare in casa, decide di fermarsi a prendere dei cioccolatini prodotti e distribuiti da “Nacional de Dulces”. Ed il fine settimana? Ci starebbe bene anche una scappata al mare senza spendere troppo, e “Volaris”, una delle compagnie low cost, è quella giusta per raggiungere Acapulco da Città del Messico.

Questo è solo una storiella inventata, però tutte le imprese ed i negozi nominati all’interno di questa ipotetica giornata di un messicano medio, e che appartengono a settori economici tra i più disparati (biciclette, costruzioni, miniere, commercio, telecomunicazioni, auto-ricambi, ristorazione, tabacco, alimentari e aviazione), girano attorno all’orbita di un'unica persona: il numero uno degli impresari messicani, la seconda persona più ricca al mondo, il padrone del gruppo economico che rappresenta da solo la terza parte del valore dell’indice di Borsa principale in Messico, Carlos Slim Helù.

L’immagine che passano i media qui in Messico di lui è quella del re Mida, tutto quello che passa per le sue mani si trasforma in oro. Quello che iniziò con un fondo d’investimento del gruppo finanziario Inbursa nel 1981 si è trasformato oggi in uno dei quattro pilastri su cui si regge il suo impero, tanto che la rivista Forbeslo classifica al secondo posto tra i milionari dei milionari, con un patrimonio pari a 60 miliardi di dollari. Gli altri suoi pilastri sono le telecomunicazioni, il commercio e le infrastrutture.

Ma il suo “pregio” più grande è proprio quello di essere diventato il leader delle telecomunicazioni, non solo in Messico ma dell’intero continente americano. La sua impresa, “America Movil”, che inizio da zero nel 1990, ha tentacoli sulla telefonia cellulare in Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Colombia, Ecuador, Brasile, Paraguay, Perù, Cile, Argentina, Uruguay e perché no Stati Uniti, con un totale di più di 131 milioni di clienti.

In Messico poi approfittando della privatizzazione del sistema di telefonia fissa, Slim e la sua Telmex sono riusciti ad accaparrarsi il 95% del mercato, che logicamente gli permette di fissare prezzi senza nessun tipo di concorrenza e con tutte le caratteristiche di un monopolio.

A Carlos Slim però non piace essere definito un monopolista, in passato è anzi arrivato a negare l’esistenza di monopoli in Messico. Secondo la sua opinione infatti i casi di Cementos Mexicanos (Cemex) che controlla l’80% del mercato del cemento, o delle catene televisive Televisa e TV Azteca che insieme si dividono il 95% delle concessioni televisive, non sono monopoli. In Messico si preferisce parlare di “cartelli” o al massimo di “posizioni dominanti di mercato” a differenza però dell’opinione a riguardo della Banca Mondiale che ha più volte criticato il ruolo di questi monopoli a danno della concorrenza e della crescita economica.

Si sperava che le cose prendessero altra piega con il passaggio di poteri dal partito stato del PRI al PAN ma, passati otto anni, nulla è cambiato. Anzi, leggendo i giornali o guardando la tv la figura di Slim è quasi divinizzata. Notizia di qualche giorno fa è la creazione di un fondo da 20 milioni di dollari da destinare all’educazione e alla salute proprio da parte di Slim con l’appoggio dell’ex presidente Usa Bill Clinton.

Difficilmente invece si legge qualcosa sulla somma dei patrimoni dei primi 10 multimilionari messicani che è pari al 6% del PIL dell’intero paese o sull’aumento della disuguaglianza tra classi benestanti e povere.

Ma d'altronde come farebbe un messicano medio come il nostro Gustavo Rodriguez, come del resto l’intera popolazione messicana, a vivere un solo giorno se le imprese di Carlos Slim smettessero di colpo a funzionare?

Rimane però il paradosso che la seconda persona più ricca al mondo viva in un paese che “vanta” la metà della sua popolazione vicina alla soglia di povertà e che si classifica al posto 103 su 126 nella lista delle Nazioni Unite sull’uguaglianza sociale. L’aumento esponenziale della ricchezza di Slim contrasta fortemente con la triste realtà di molti dei suoi compatrioti, solo prendendo atto delle statistichenegli ultimi due anni Carlos Slim ha guadagnato 27 milioni di dollari al giorno, mentre il 20% della popolazione messicana vive ancora con meno di due dollari giornalieri.

di Antonio Pagliula

Wall Street al capolinea è la fine di un epoca!

DI MIKE WHITNEY 

Counterpunch

 

"Paulson ha solo l’intenzione di regalare un trattamento di lusso ai suoi amici banchieri, mentre i tassi di interesse salgono, i fondi pensione collassano, il mercato immobiliare crolla e il dollaro compie l’ultima nuotata del cigno in una piscina di lava incandescente"

 

Una banca per domarli, 

Una banca per ghermirli e nel buio incatenarli…

 

Questi sono tempi oscuri. Mentre stavate dormendo gli scarafaggi erano intenti al loro lavoro, rovistando nella Costituzione Usa e mettendo i tocchi finali al piano per ottenere potere assoluto sui mercati finanziari della nazione e sul futuro economico del paese. Il rappresentante dell’industria Henry Paulson ha sottoposto al Congresso una legge che metterà fine alla pretesa che Bush controlli qualcosa di più dello schermo di 4 x 6 pollici situato a pochi centimetri dai suoi occhi privi di vita e su cui legge le ultime notizie. Al potere ora c’è Paulson, e il coronamento avverrà in qualche momento all’inizio di questa settimana. Egli è salito al potere tramite un ben mascherato colpo di Stato dei banksters [gioco di parole: banchieri-gangsters n.d.t.] in cui lui, della sua cerchia di furbi amici, ha dichiarato la legge marziale sull’economia Usa elevando se stesso a leader supremo. 

 

“Ave Cesare!” i giorni della Repubblica sono finiti. 

 

A seguire: "Economisti contro il piano Paulson". 

 

La sezione otto della proposta di legge dice tutto: 

 

“Le decisioni del Segretario in seguito all’autorità di questa legge sono insindacabili [non-reviewable] e a discrezione dell’agenzia [la nuova agenzia creata appositamente da uqesta legge N.d.t.], e non possono essere sottoposte all’esame di nessun tribunale o agenzia amministrativa”.

 

 

Esatto; supremazia “insindacabile”. 

 

Il Congresso, naturalmente, e più che ansioso di abdicare a qualunque piccola autorità gli sia rimasta. Sono infinitamente grati per il loro ruolo puramente cerimoniale, l’equivalente del cavallo di Caligola, anche se con molta meno dignità. Anche solo un senatore ha parlato contro questa follia, che, secondo sondaggi informali via Internet, è completamente rigettata dagli elettori? Forse Shelby dell’Alabama, l’unico repubblicano che ha votato contro l’abrogazione della legge Glass-Steagall nel 1999 [Legge risalente al 1933 che includeva misure contro la speculazione finanziaria. N.d.t.]. I membri del Congresso sono in qualche modo preoccupati che la presente crisi finanziaria è stata creata dalla proliferazione in vendita di migliaia di miliardi di dollari di obbligazioni spazzatura sui mutui, fraudolentemente presentate come obbligazioni da tripla A dalle stesse persone che ora affermano il bisogno di poteri dittatoriali senza precedenti per risolvere il problema? O sono più preoccupati che il costante torrente di contributi che fluisce da Wall Street alle casse delle campagne elettorali venga sconvenientemente distrutto se non ratificassero quest’ultimo assalto al governo democratico? La Camera dei Rappresentanti è un enorme mucchio di sterco fumante che dovrebbe essere raso al suolo e trasformato in un parco giochi da quel bordello pagato dai contribuenti che è ora. È un patetico gruppo di codardi e bifolchi. 

 

Bloomberg News: 

 

“L’amministrazione Bush, con quella che sarebbe un’intrusione senza precedenti del governo nei mercati, ha chiesto al Congresso poteri illimitati per comprare $ 700 miliardi di investimenti in cattivi mutui dalle aziende finanziarie. Tramite questo piano il segretario al Tesoro Henry Paulson mira a rovesciare un congelamento del credito che porterebbe il sistema finanziario e la maggiore economia mondiale su un binario morto. La legge impedirebbe ai tribunali di esaminare le azioni intraprese sotto quest’autorità. 

 

‘Sta chiedendo una quantità enorme di potere’, ha detto l’economista della New York University Nouriel Roubini. ‘Sta dicendo: fidatevi di me, farò tutto bene se mi date un controllo assoluto. Questa non è una monarchia’”. (Bloomberg)

 

 

I banksters sono i proprietari di questo paese e lo sono sempre stati; solo che ora hanno deciso di togliersi la maschera e mostrare il macabro volto del burattinaio. Non è bello. 

 

Paulson ha deciso che i mercati finanziari avevano bisogno di una plastica facciale di emergenza da mille miliardi di dollari qualche settimana prima che i suoi ex compagni d’affari della G-Sax [Goldman Sachs N.d.t.] vengano trascinati al patibolo del fallimento. È questa la ragione? Tutti a Wall Street sanno che lo sguardo del toro si era già spostato dalla schiena sanguinante della Lehman e stava per posarsi sulla Goldman. Ora sembra che sfuggiranno al loro giorno del giudizio per la grazia all’ultimo minuto concessa da Paulson. Bel colpo, eh? 

 

Dalla proposta di legge: 

 

Proposta di legge per l’acquisto da parte dell’autorità del Tesoro di beni legati ai mutui

 

"(3) designazione di istituzioni finanziarie come agenti finanziari del governo che eseguano tutti i ragionevoli doveri legati a questa legge, come può venire richiesto loro in qualità di agenti finanziari del governo”

 

 

Karl Denninger di Market Ticker ha riassunto bene questo fatto: 

 

“Questa è una nazionalizzazione di fatto dell’intero sistema bancario, assicurativo e e del sistema finanziario collegato. Proprio così: ogni banca o altra istituzione finanziaria degli Stati Uniti potrebbe essere appena diventata, di fatto, un organo del governo degli Stati Uniti, se Hank Paulson lo ritiene giusto, ed egli potrebbe ordinare loro di fare virtualmente qualunque cosa egli affermi sia a compimento di questa legge... Il decreto dà a Paulson la capacità di nazionalizzare quantità illimitate di debito privato e costringere voi e i vostri figli a pagarlo”

 

 

Ancora Denninger: 

 

“L’affermazione è che tutto ciò sia volto a ‘promuovere fiducia e stabilità’ nei mercati finanziari. Non farà nulla del genere. Incuterà invece il terrore nei cuori degli investitori di tutto il mondo in possesso di qualunque pezzo di carta, che sia un’azione ordinaria, un’azione privilegiata o un debito, di qualunque entità finanziaria che sia domiciliata negli Stati Uniti, indipendentemente da qualunque impatto potenziale delle rendite del Tesoro o della valutazione sul credito degli Stati Uniti. 

 

Prevedo che se questa legge passerà farà precipitare la madre e il padre di tutti i panici finanziari.” (Market Ticker)

 

 

[G. W. Bush e H. Paulson]

 

Amen. La trasformazione da un libero mercato ad un’economia gestita da uomini il cui giudizio e la cui credibilità sono già messi in grave dubbio; non è di buon auspicio per i mercati o per il paese. Chiunque abbia un minimo di cervello, come prima cosa, lunedì, ritirerebbe i suoi investimenti e andrebbe a cercare i Campi Elisi del capitale oltremare, o nel posto più lontano possibile dallo spettacolo del circo gestito dal capo della combriccola G-Sax, il colonnello Klink. 

 

Speriamo che il popolo americano sia di stoffa più dura del Congresso e rifiuti questa sciarada. Il discorso dovrebbe essere spostato dalla concessione di maggiore autorità agli strozzini in gessato, all’accusa di frode finanziaria. Pure la nazione in maggiore difficoltà economica dovrebbe riuscire a permettersi un po’ di catene e qualche centinaio di celle. E’ tutto ciò che serve. 

 

Il piano di Paulson per rivitalizzare il sistema bancario è comprare centinaia di miliardi di dollari di securities poggiate su mutui (MBS) non monetizzabili, beni e altri strumenti di debito altrettanto velenosi. Egli ignora che questi complessi derivati sono già stati valutati dal mercato [“marked to market”] nella recente liquidazione della Merrill Lynch. Solo poche settimane fa la Merrill ha venduto $ 31 miliardi di queste CDO [Collateralized debt obligations : obbligazioni di debito collateralizate] più o meno per 20 centesimi contro ciascun dollaro di valore fornendo il 75% del finanziamento, il che vuol dire che queste CDO erano in realtà valutate più o meno sei centesimi [per ogni dollaro nominale]. Se questo è l’accordo che Paulson ha in mente, allora il contribuente è proprio servito. Ma questo non ricapitalizzerà i bilanci delle banche, né cancellerà l’oceano di inchiostro rosso nei conti che sta allagando il sistema finanziario. No, Paulson ha solo l’intenzione di regalare un trattamento di lusso ai suoi amici banchieri, mentre i tassi di interesse salgono, i fondi pensione collassano, il mercato immobiliare crolla e il dollaro compie l’ultima nuotata del cigno in una piscina di lava incandescente. Grazie, Hank. 

 

L’economista e autore Henry Liu ha riassunto l’attuale manovra in questo modo: “la Fed sta semplicemente cercando di iniettare denaro per impedire che i prezzi non supportati da fondamenti economici cadano. È la ricetta per una iperinflazione. L’unico modo per mantenere alti i prezzi di beni senza valore è quello di abbassare il valore del denaro. E questa sembra essere la strategia non dichiarata della Fed”. 

 

Infatti. La Fed e il Tesoro hanno deciso di fare un assist all’intero sistema finanziario globale (anche le banche straniere possono accedere ai servizi della Fed!) con denaro contante che sta rapidamente perdendo il suo valore. Guardate il prossimo crollo del dollaro nel mercato valutario. 

 

Il Congresso viene passato sotto uno schiacciasassi e il popolo americano viene preso per i fondelli. La fiducia dei consumatori, già ai minimi storici, è destinata a cadere a piedi uniti nella fossa. Qualcosa sta per cedere. 

 

Un minuto prima tutto va bene; la crisi dei subprime è “contenuta” e “i fondamenti della nostra economia sono forti” (Paulson). Meno di una settimana dopo il Congresso, per fermare l’Armageddon economica, è costretto a rinunciare al suo mandato costituzionale di supervisionare le spese. Qual è la verità? Oppure il vero obiettivo è mantenere il paese emotivamente in bilico abbastanza a lungo perché tutto il potere statale sia fatto proprio dal Politburo di Wall Street? 

 

Nessuno sa cosa accadrà adesso. Siamo in acque sconosciute. E nessuno sa quale sarà il panorama politico dopo che la polvere di questa oltraggiosa presa di potere si sarà posata. Secondo Paulson le cose sono messe così male che l’intera nazione sarà ridotta in macerie e metallo contorto. Ma possiamo fidarci di lui dopo la sua lunga litania di bugie? 

 

Non è giunto il momento di ricacciare nei loro buchi gli scarafaggi e far venire quelli delle pulizie e disinfestare tutto? 

 

Non lasciare che la prospettiva di una crisi nazionale ti porti a cedere la tua libertà, America. Le persone dietro questa truffa sono gli stessi squali e imbroglioni che hanno inquinato il mercato globale con il loro olio di serpente e i loro liquami tossici. E, soprattutto, questi sono i truffatori che hanno fabbricato la crisi. Sii decisa. Non indietreggiare. Forse le nostre basi economiche stanno crollando, ma non la nostra determinazione. Questo paese è nostro, non della Goldman Sachs. Le persone che hanno distrutto l’America devono essere messe di fronte alle loro responsabilità. Il loro momento sta per arrivare. La giustizia prima di tutto. 

 

Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato all’indirizzo fergiewhitney@msn.com

 

Titolo originale: " Mushroom Clouds Over Wall Street "

 

Fonte: http://www.counterpunch.org

Link

22.09.2008

 

ECONOMISTI CONTRO IL PIANO PAULSON

 

Al Presidente della Camera dei Rappresentanti e al Presidente pro tempore del Senato: 

 

Come economisti vogliamo esprimere al Congresso la nostra grande preoccupazione per il piano proposto dal segretario al Tesoro Paulson per affrontare la crisi finanziaria. Siamo ben consapevoli delle difficoltà dell’attuale situazione finanziaria, e siamo d’accordo con la necessità di un’azione decisa per assicurare che il sistema finanziario continui nella sua funzione. Vediamo tre azzardi fatali nel piano attualmente proposto: 

 

1) La sua equità. Il piano è un sussidio agli investitori a spese dei contribuenti. Gli investitori che hanno intrapreso dei rischi per guadagnare profitti devono anche assumersene le perdite. Non tutti i fallimenti aziendali portano rischi sistemici. Il governo può assicurare un’industria finanziaria ben funzionante, capace di fare nuovi prestiti ai creditori meritevoli, senza tirare fuori dei guai particolari investitori e istituzioni le cui scelte si sono dimostrate imprudenti. 

 

2) La sua ambiguità. Né la missione della nuova agenzia né la sua supervisione sono chiari. Se i contribuenti devono comprare beni opachi e non monetizzabili da venditori nei guai, i termini, l’opportunità e i metodi di tali acquisti devono essere di una chiarezza cristallina in partenza e attentamente monitorati nel seguito. 

 

3) I suoi effetti a lungo termine. Se il piano verrà posto in atto, i suoi effetti saranno con noi per una generazione. Nonostante tutti i suoi recenti guai, i mercati, dinamici e innovativi, del capitale privato americano hanno portato alla nazione una prosperità senza precedenti. Indebolire in modo fondamentale tali mercati per calmare disastri a breve termine è qualcosa di terribilmente miope. 

 

Per queste ragioni noi chiediamo al Congresso di non affrettarsi, di tenere udienze appropriate, di considerare con cura la giusta linea di azione, e di decidere con saggezza il futuro dell’industria finanziaria e dell’economia Usa per gli anni a venire. 

 

FIRME

 

Acemoglu Daron (Massachussets Institute of Technology)

Adler Michael (Columbia University)

Admati Anat R. (Stanford University)

Alexis Marcus (Northwestern University)

Alvarez Fernando (University of Chicago)

Andersen Torben (Northwestern University)

Baliga Sandeep (Northwestern University)

Banerjee Abhijit V. (Massachussets Institute of Technology)

Barankay Iwan (University of Pennsylvania)

Barry Brian (University of Chicago)

Bartkus James R. (Xavier University of Louisiana) 

Becker Charles M. (Duke University)

Becker Robert A. (Indiana University)

Beim David (Columbia University)

Berk Jonathan (Stanford University)

Bisin Alberto (New York University)

Bittlingmayer George (University of Kansas)

Boldrin Michele (Washington University)

Brooks Taggert J. (University of Wisconsin)

Brynjolfsson Erik (Massachusetts Institute of Technology)

Buera Francisco J. (UCLA)

Camp Mary Elizabeth (Indiana University)

Carmel Jonathan (University of Michigan)

Carroll Christopher (Johns Hopkins University)

Cassar Gavin (University of Pennsylvania)

Chaney Thomas (University of Chicago)

Chari Varadarajan V. (University of Minnesota)

Chauvin Keith W. (University of Kansas)

Chintagunta Pradeep K. (University of Chicago)

Christiano Lawrence J. (Northwestern University)

Cochrane John (University of Chicago)

Coleman John (Duke University)

Constantinides George M. (University of Chicago)

Crain Robert (UC Berkeley)

Culp Christopher (University of Chicago)

Da Zhi (University of Notre Dame)

Davis Morris (University of Wisconsin)

De Marzo Peter (Stanford University)

Dubé Jean-Pierre H. (University of Chicago)

Edlin Aaron (UC Berkeley)

Eichenbaum Martin (Northwestern University)

Ely Jeffrey (Northwestern University)

Eraslan Hülya K. K.(Johns Hopkins University)

Faulhaber Gerald (University of Pennsylvania)

Feldmann Sven (University of Melbourne)

Fernandez-Villaverde Jesus (University of Pennsylvania)

Fohlin Caroline (Johns Hopkins University)

Fox Jeremy T. (University of Chicago)

Frank Murray Z.(University of Minnesota)

Frenzen Jonathan (University of Chicago)

Fuchs William (University of Chicago)

Fudenberg Drew (Harvard University)

Gabaix Xavier (New York University)

Gao Paul (Notre Dame University)

Garicano Luis (University of Chicago)

Gerakos Joseph J. (University of Chicago)

Gibbs Michael (University of Chicago)

Glomm Gerhard (Indiana University)

Goettler Ron (University of Chicago)

Goldin Claudia (Harvard University)

Gordon Robert J. (Northwestern University)

Greenstone Michael (Massachusetts Institute of Technology)

Guadalupe Maria (Columbia University)

Guerrieri Veronica (University of Chicago)

Hagerty Kathleen (Northwestern University)

Hamada Robert S. (University of Chicago)

Hansen Lars (University of Chicago)

Harris Milton (University of Chicago)

Hart Oliver (Harvard University)

Hazlett Thomas W. (George Mason University)

Heaton John (University of Chicago)

Heckman James (University of Chicago - Nobel Laureate)

Henderson David R. (Hoover Institution)

Henisz, Witold (University of Pennsylvania)

Hertzberg Andrew (Columbia University)

Hite Gailen (Columbia University)

Hitsch Günter J. (University of Chicago)

Hodrick Robert J. (Columbia University)

Hopenhayn Hugo (UCLA)

Hurst Erik (University of Chicago)

Imrohoroglu Ayse (University of Southern California)

Isakson Hans (University of Northern Iowa)

Israel Ronen (London Business School)

Jaffee Dwight M. (UC Berkeley)

Jagannathan Ravi (Northwestern University)

Jenter Dirk (Stanford University)

Jones Charles M. (Columbia Business School)

Kaboski Joseph P. (Ohio State University)

Kahn Matthew (UCLA)

Kaplan Ethan (Stockholm University)

Karolyi, Andrew (Ohio State University)

Kashyap Anil (University of Chicago)

Keim Donald B (University of Pennsylvania)

Ketkar Suhas L (Vanderbilt University)

Kiesling Lynne (Northwestern University)

Klenow Pete (Stanford University)

Koch Paul (University of Kansas)

Kocherlakota Narayana (University of Minnesota)

Koijen Ralph S.J. (University of Chicago)

Kondo Jiro (Northwestern University)

Korteweg Arthur (Stanford University)

Kortum Samuel (University of Chicago)

Krueger Dirk (University of Pennsylvania)

Ledesma Patricia (Northwestern University)

Lee Lung-fei (Ohio State University)

Leeper Eric M. (Indiana University)

Leuz Christian (University of Chicago)

Levine David I.(UC Berkeley)

Levine David K.(Washington University)

Levy David M. (George Mason University)

Linnainmaa Juhani (University of Chicago)

Lott John R.  Jr. (University of Maryland)

Lucas Robert (University of Chicago - Nobel Laureate)

Luttmer Erzo G.J. (University of Minnesota)

Manski Charles F. (Northwestern University)

Martin Ian (Stanford University)

Mayer Christopher (Columbia University)

Mazzeo Michael (Northwestern University)

McDonald Robert (Northwestern University)

Meadow Scott F. (University of Chicago)

Mehra Rajnish (UC Santa Barbara)

Mian Atif (University of Chicago)

Middlebrook Art (University of Chicago)

Miguel Edward (UC Berkeley)

Miravete Eugenio J. (University of Texas at Austin)

Miron Jeffrey (Harvard University)

Moretti Enrico (UC Berkeley)

Moriguchi Chiaki (Northwestern University)

Moro Andrea (Vanderbilt University)

Morse Adair (University of Chicago)

Mortensen Dale T. (Northwestern University)

Mortimer Julie Holland (Harvard University)

Muralidharan Karthik (UC San Diego)

Nanda Dhananjay  (University of Miami)

Nevo Aviv (Northwestern University)

Ohanian Lee (UCLA) 

Pagliari Joseph (University of Chicago)

Papanikolaou Dimitris (Northwestern University)

Parker Jonathan (Northwestern University)

Paul Evans (Ohio State University)

Pejovich Svetozar (Steve) (Texas A&M University)

Peltzman Sam (University of Chicago)

Perri Fabrizio (University of Minnesota)

Phelan Christopher (University of Minnesota)

Piazzesi Monika (Stanford University)

Piskorski Tomasz (Columbia University)

Rampini Adriano (Duke University)

Reagan Patricia (Ohio State University)

Reich Michael (UC Berkeley)

Reuben Ernesto (Northwestern University)

Roberts Michael (University of Pennsylvania)

Robinson David (Duke University)

Rogers Michele (Northwestern University)

Rotella Elyce (Indiana University) 

Ruud Paul (Vassar College)

Safford Sean (University of Chicago)

Sandbu Martin E. (University of Pennsylvania)

Sapienza Paola (Northwestern University) 

Savor Pavel (University of Pennsylvania)

Scharfstein David (Harvard University)

Seim Katja (University of Pennsylvania)

Seru Amit (University of Chicago)

Shang-Jin Wei (Columbia University)

Shimer Robert (University of Chicago)

Shore Stephen H. (Johns Hopkins University)

Siegel Ron (Northwestern University)

Smith David C. (University of Virginia)

Smith Vernon L.(Chapman University- Nobel Laureate)

Sorensen Morten (Columbia University)

Spiegel Matthew (Yale University)

Stevenson Betsey (University of Pennsylvania)

Stokey Nancy (University of Chicago)

Strahan Philip (Boston College)

Strebulaev Ilya (Stanford University)

Sufi Amir (University of Chicago)

Tabarrok Alex (George Mason University)

Taylor Alan M. (UC Davis)

Thompson Tim (Northwestern University)

Tschoegl Adrian E. (University of Pennsylvania)

Uhlig Harald (University of Chicago)

Ulrich, Maxim (Columbia University)

Van Buskirk Andrew (University of Chicago)

Veronesi Pietro (University of Chicago)

Vissing-Jorgensen Annette (Northwestern University)

Wacziarg Romain (UCLA)

Weill Pierre-Olivier (UCLA)

Williamson Samuel H. (Miami University)

Witte Mark (Northwestern University)

Wolfers Justin (University of Pennsylvania)

Woutersen Tiemen (Johns Hopkins University)

Zingales Luigi (University of Chicago)

Zitzewitz Eric (Dartmouth College) 

 

Titolo originale: " Economists Against The Paulson Plan"

 

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info

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