domenica 28 settembre 2008

Le schiave del sesso comprate a 7mila euro e libere a 50mila


Ragazze dell'Est e della Nigeria ridotte in schiavitù, trattate come merce. Il costo si aggiorna con l'evolversi del mercato, come se si trattasse di un qualsiasi prodotto o servizio: aumenta l'offerta e diminuisce il prezzo. E' un quadro drammatico quello che emerge dal dibattito che si è svolto al Festival del diritto di Piacenza. Soltanto a Torino, l'anno scorso, le denunce per lo sfruttamento di donne nigeriane sono state 100. Vengono comprate per una cifra che oscilla tra i 6mila e gli 8mila euro. Sono libere dai loro padroni una volta che gli hanno consentito un guadagno di almeno 40-50mila euro. L'Italia, purtroppo, è parte attiva della geografia delle nuove schiave: rappresenta la "domanda", insieme a molti altri Paesi europei. Il fenomeno è triplicato negli ultimi anni. 

Paolo Borgna, magistrato e massimo esperto della materia, delinea nella nostra intervista i contorni di un fenomeno che riguarda anche lo sfruttamento dei bambini fatti arrivare dalle bidonville e impiegati nella vendita di droga. Cosa può fare la legge per arginare un fenomeno che, nel 2008, impressiona per la sua attualità? «Ho forti dubbi che si possa vincere la battaglia della prostituzione colpendo il fronte prostitute-clienti», ha poi detto Borgna durante l'incontro commentando il disegno di legge sulla prostituzione proposto dal ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna.

Parlando a una platea formata da studenti delle scuole superiori, Borgna ha confessato di aver cambiato idea, nel corso degli anni, sulle responsabilità da attribuire ai clienti delle "lucciole". «Nella stragrande maggioranza dei casi il cliente è un poveraccio. A volte quello con la prostituta, è l'unico contatto che ha con una donna nella sua vita, sempre con l'auspicio che per la donna sia stata una scelta». Una convinzione, ha raccontato il pm, maturata dopo un incontro avuto anni fa con una «suorina di Torino» impegnata nel sociale secondo cui i clienti «spesso hanno un cuore grande come una casa». 

Da qui la conclusione del magistrato: colpire i clienti «secondo me è una cosa che spetta alla cultura, non alle legge penale. Certo, quando ci sarà la legge la applicherò, ma io sono un antiproibizionista e non penso che questa sia la strada giusta».

Turchia e Armenia: seppellire un’amara eredità nel Caucaso


In un Caucaso attraversato dalle tensioni emerse a seguito del conflitto russo-georgiano, l’inaspettata visita del presidente turco Gul nella capitale armena Erevan ha segnato un evento di grande importanza, che potrebbe aprire la strada ad una soluzione dell’annosa controversia fra Armenia e Turchia. Fra le ragioni che hanno portato a questa improvvisa apertura, tuttavia, vi sono certamente considerazioni legate alla preoccupante piega che hanno preso gli avvenimenti nella regione dopo lo scoppio della crisi georgiana

La partita di calcio è stata deludente: un gioco frammentario su un campo dissestato sferzato da un forte vento che ha mandato il biglietto di traverso a molti spettatori. Ma la partita Armenia-Turchia valida per la qualificazione ai mondiali di calcio che il 6 settembre scorso si è svolta a Erevan – la capitale dell’Armenia – è stata un evento quasi incredibile. Tuttavia non è stata la vittoria dei turchi per 2-0 l’evento interessante. Tutti gli occhi erano puntati sui presidenti dei due paesi, seduti insieme allo stadio – anche se dietro un vetro antiproiettile – in un coraggioso tentativo di seppellire una delle più amare eredità del Caucaso.

Questa è stata la prima visita di un capo di stato turco in Armenia, e la cosa ancora più sorprendente è che tale visita è avvenuta a meno di un mese dall’invasione russa della Georgia che ha posto il Caucaso su una china pericolosa. La visita fa parte di un tentativo di riallineamento in cui la Turchia, stretta tra la sua appartenenza alla NATO e la sua dipendenza energetica dalla Russia, sta spingendo per una iniziativa diplomatica regionale che metta insieme la Russia, la Georgia, l’Azerbaigian, l’Armenia e la Turchia (a proposito delle diverse iniziative diplomatiche in corso nel Caucaso si può consultare anche l’articolo“L’Iran si propone come mediatore nel Caucaso” (N.d.T.) ).

In tale contesto, gli armeni e i turchi stanno cogliendo un’opportunità per impedire che il loro futuro continui ad essere ipotecato dalla storia. Gli elementi di contrasto fra i due paesi includono la richiesta armena che i turchi riconoscano che vi è stato un genocidio all’interno dell’impero ottomano nel 1915, che ha ucciso 1,5 milioni di armeni, molti dei quali donne e bambini. La Turchia, che è succeduta a questo impero nel 1923, concorda sul fatto che vi siano state centinaia di migliaia di morti fra gli armeni in seguito a massacri, marce forzate, fame e malattie, ma sostiene che questi eventi sono dipesi dalla prima guerra mondiale, che molti turchi sono stati uccisi dagli armeni, e che la milizia armena era apertamente schierata con le forze d’invasione del nemico dell’impero ottomano, i russi.

Non è soltanto la controparte armena che deve superare l’amarezza. Gli attacchi armeni dal 1973 al 1994 hanno ucciso 42 membri del ministero degli esteri turco e le loro famiglie in tutto il mondo. Inoltre, la Turchia ha chiuso le sue frontiere con l’Armenia, simpatizzando con l’Azerbaigian durante la guerra del Nagorno-Karabakh fra il 1988 e il 1994, nel corso della quale gli armeni, cercando l’autodeterminazione per quell’enclave a maggioranza armena, si sono impadroniti di oltre il 15% del territorio dell’Azerbaigian e hanno cacciato più di 700.000 azeri dalle loro case (mentre più di 400.000 armeni sono fuggiti o sono stati cacciati dall’Azerbaigian).

Le due parti non intrattengono relazioni diplomatiche formali, ma la visita a Erevan del presidente turco  Abdullah Gul, su invito del presidente armeno Serzh Sargsyan, non è venuta fuori dal nulla.

La Turchia negli ultimi anni ha promosso la sua idea secondo cui la controversia  relativa al genocidio dovrebbe essere affidata ad una commissione di storici di carattere neutrale e reciprocamente concordata, sebbene molti armeni della diaspora, principalmente in California, Francia e Libano, chiedano il pieno riconoscimento del genocidio prima di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Nel mese di aprile, l’Armenia ha eletto Sargsyan, che ha cominciato a sottolineare il desiderio del proprio paese di arrivare ad una normalizzazione. Gli incontri tra diplomatici armeni e turchi, che in passato avvenivano in segreto, stanno ora facendo passi avanti più rapidamente e con maggior trasparenza.

La Turchia ha molte ragioni per tornare a comunicare con l’Armenia, al di là della stabilità nel Caucaso. Cercando di rafforzare la propria influenza regionale, il governo turco sta lavorando per migliorare le relazioni con tutti e 10 i suoi suscettibili vicini di casa, ed in particolare con Cipro, dove sta appoggiando i progressi verso una soluzione volta a riunire i turco-ciprioti con il resto dell’isola. Ankara vuole dimostrare di essere in grado di risolvere le controversie, cosa che aiuterà i suoi sforzi negoziali finalizzati all’adesione all’Unione Europea. La Turchia ha anche bisogno di mettere a segno punti morali a proprio favore nella sua lotta con la lobby armena, che l’anno prossimo quasi sicuramente cercherà di nuovo di ottenere il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno da parte degli Stati Uniti.

I problemi del Caucaso sono ben presenti anche alla mente degli armeni, i quali si erano liberati dall’Unione Sovietica nel 1991. Il futuro dell’Armenia non sembra più sicuro, a causa della sua quasi totale dipendenza strategica da una Russia che nuovamente si impone a livello internazionale, di un confine condiviso con lo scomodo vicino iraniano, e dato che il 70% del suo commercio passa attraverso l’instabile Georgia.

Pur essendo gli armeni sorpresi e un po’ sospettosi in merito alla svolta turca, per Gul allo stadio di Erevan ci sono stati meno fischi di quanto ci si sarebbe aspettato; i partiti nazionalisti hanno attenuato la loro opposizione, e le diverse centinaia di manifestanti lungo il percorso effettuato dal corteo di automobili del presidente turco mostravano semplicemente dei cartelli in cui chiedevano il riconoscimento del genocidio. Tuttavia i partecipanti hanno riferito che un effettivo calore ha caratterizzato gli incontri tra i funzionari, i quali hanno riscoperto quanto rimangano tuttora vicine la cucina, i gusti musicali e i comportamenti socio-culturali dei turchi e degli armeni.

In Turchia, nel frattempo, quasi tutti i maggiori commentatori hanno applaudito alla decisione di Gul di recarsi in Armenia, e due terzi dei turchi, secondo quanto hanno riportato i sondaggi, hanno approvato il passo compiuto dal loro presidente. Un ex ambasciatore turco ha suggerito pubblicamente che la Turchia farebbe bene a chiedere uno scambio di ambasciatori, ad aprire la frontiera, a scusarsi per gli eventi del 1915 e ad offrire un risarcimento, e anche la cittadinanza, ai discendenti di coloro che furono espulsi.

Una controversia che ha causato così tanto danno alla Turchia ed al Caucaso potrebbe aver imboccato la strada giusta per giungere ad una soluzione. Come ha affermato Gul: “Siamo tutti figli della stessa Terra, con ricordi che sono sia amari che dolci”.

Hugh Pope è autore di “Turkey Unveiled: A History of Modern Turkey”, ed è direttore del progetto ‘Turchia’ per l’International Crisis Group

Titolo originale:

Burying a bitter legacy in the Caucasus

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Wojtyla ha potuto chiedere l'eutanasia ed una cittadina italiana no!!


"Karol Wojtyla ha potuto dire no al sondino e alla ventilazione artificiale. Eluana non può": è l'accusa di Beppino Englaro, padre della giovane in coma dal 1992, che ha partecipato ad un dibattito sul tema del testamento biologico al Festival della salute di Viareggio. "Nell'ultima parte della sua vita, Giovanni Paolo II ha potuto dire basta, mia figlia no. Il pontefice ha avuto problemi di respirazione e deglutizione. Però non ha voluto in nessun modo essere nuovamente tracheotomizzato o alimentato con un sondino. Libertà vietata a mia figlia". 

Beppino Englaro parla con passione, il volto consumato da 16 anni di dolore. Al Festival della salute si è parlato ditestamento biologico e dell'autodeterminazione dell'individuo "in ogni fase della sua vita". Sul palco, oltre al padre di Eluana, il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, e Mina Welby, moglie di Piergiorgio, malato distrofia da trenta, "aiutato" a morire interrompendo la ventilazione meccanica. 

Nei giorni scorsi, anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, ha chiesto una "legge sul fine vita". Oggi in Parlamento ci sono otto disegni di legge presentati da entrambi gli schieramenti politici che hanno per argomento il testamento biologico. "Bisogna arrivare ad un testo che raccolga le dichiarazioni di fine vita non solo per rifiutare alcune cure, ma anche per chiederle", ha detto Mina Welby. "Bisognerà tenere conto che nutrizione e idratazione artificiali sono terapie mediche, non ordinarie, ma straordinarie". 
Fonte: Repubblica

Marchionne: "Entrare ora in azienda è una grandissima opportunità"


TORINO 
Fioccano le richieste di assunzione al Gruppo Fiat, che conta 185 mila dipendenti. «Negli ultimi otto mesi abbiamo ricevuto circa 50 mila domande di lavoro nel sistema della Fiat», ha reso noto l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, intervenuto a un convegno su ricerca e innovazione organizzato dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro. 

«Nel 2007 - ha ricordato Marchionne - abbiamo assunto circa 6.500 dipendenti solo in Italia. Noi siamo una macchina capace di assorbire un gran numero di persone e di formarle. Per me è importante la capacità di poter competere a livello internazionale, pertanto cerchiamo gente con un’apertura mentale e commerciale che consenta di vedere la realtà reale». 

Le incognite che gravano sul sistema industriale in seguito alla crisi della finanza impediscono però di capire le prospettive a lungo termine del settore. «Il fatto di poter entrare in Fiat adesso è una grandissima opportunità. L’unico aspetto negativo è che non vi è alcuna certezza per quanto riguarda il futuro del mercato», ha chiosato. 

Sul fronte della formazione universitaria, Marchionne ha sottolineato che i percorsi di studio di tipo umanistico sono molto utili per la formazione di leader. «Quando mi laureai in filosofia - ha raccontato - mio padre si era già impegnato a comprarmi un taxi, perché il tassista era l’unica cosa che potevo fare. Io ho fatto filosofia sapendo benissimo che avrei fatto altro dopo».

Fonte: la Stampa

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