sabato 27 settembre 2008

IL VERO OBIETTIVO DELLA LEGGE USA SULLO SPIONAGGIO:


DI CHRIS HEDGES
LA Times

La nuova legge FISA [Foreign Intelligence Surveillance Act] usa il terrorismo come pretesto per permettere lo spionaggio di massa e danneggia seriamente la nostra libertà di stampa.

Se la legge ad ampissimo raggio sulla sorveglianza approvata dal presidente Bush in Luglio – che dà al governo degli Stati Uniti la quasi totale autorità di origliare le telefonate e le e-mail di Americani innocenti- viene mantenuta, avremo l’erosione di uno dei più importanti baluardi della libertà di stampa e di una società aperta.

La nuova legge FISA (FISA Amendments Act) elimina quasi completamente la supervisione sulla sorveglianza operata dal governo. Autorizza la Foreign Intelligence Court a riesaminare solo le procedure generali di spionaggio invece di mandati individuali. Alla corte non saranno più fornite specifiche su chi sarà intercettato, il che significa tristemente che la legge non fornisce adeguate misure di sicurezza per proteggere persone innocenti le cui comunicazioni finiscono nella rete dal programma di sorveglianza del governo.

La legge, passata sotto la parvenza di legge per la sicurezza nazionale, colpisce ostentatamente persone al di fuori del paese. Non ci sono dubbi comunque che questa intrappolerà comunicazioni tra Americani (quelli all’interno del Paese e quelli all’estero). Tali comunicazioni possono essere immagazzinate senza limiti ed inoltrate non solo al governo americano ma anche ad altri governi.

Questa legge rovinerà il lavoro di quelli di noi che in quanto reporter comunicano regolarmente con persone oltre oceano, specialmente persone nel Medioriente. Intimidirà i dissidenti, gli attivisti dei diritti umanitari e coraggiosi funzionari che cercano di svelare le menzogne del nostro governo o dei governi alleati. Penderà come la spada di Damocle su tutti coloro che oseranno opporsi alle versioni ufficiali degli eventi. Lascerà aperta la possibilità di castigare ed invita potenzialmente ad abusi da parte di coloro che si curano non della sicurezza nazionale ma del consolidamento del loro potere.

Mi sono unito alla causa ACLU che sfida la nuova legge insieme ad altri giornalisti, organizzazioni per i diritti umani ed avvocati difensori che contano sulla confidenzialità per svolgere il loro lavoro. Mi sono unito alla causa non solo perché questa legge prende di mira il mio lavoro ma anche perché segna una seria erosione della salvaguardia che rende possibile la nostra democrazia. Le leggi e la relativa applicazione sono la sola protezione che abbiamo in quanto cittadini. Una volta che si cambia la legge per permettere ciò che non è permesso, non potremmo più tornare indietro. 

Io ho passato quasi 20 anni come corrispondente estero del New York Times o di altre riviste. Mi sono occupato del conflitto in Medio Oriente per 7 anni. Ho amici e colleghi a Gerusalemme, Gaza, Cairo, Damasco, Teheran, Baghdad e Beirut. Potrei essere facilmente uno di quegli Americani innocenti che sono spiati in base alla nuova autorità di sorveglianza del governo. 

Il raggiungimento ti tale livello di sorveglianza ha già ostacolato il mio lavoro. Mi è stato raccontato una volta di un confronto tra una nave da guerra americana ed una nave iraniana che ebbe le potenzialità di tramutarsi in un vero conflitto. Contattai qualcuno che era sulla nave nel momento del presunto incidente e che secondo quanto mi era stato detto aveva delle foto. La sua prima domanda fu se il mio telefono o la mia e-mail fossero sotto controllo. 

Che cosa potevo dire? Come potevo saperlo? Mi offrii di andare da lui ma, spaventato da ripercussioni, rifiutò. Io non so se la storia di quest’uomo è vera o no. So solo che la paura di essere sorvegliati mi rese impossibile verificare la verità. Sotto questa legge, tutti coloro che detengono informazioni che possono mettere in imbarazzo o smascherare le menzogne di chi è al potere avranno la stessa paura. La riservatezza ed il sapere che in quanto reporter io onorerò tale riservatezza, permette alla stampa libera di funzionare. Senza queste cose la stampa libera appassirà e morirà.

Conosco il costo del terrorismo e le conseguenze della guerra. Ho indagato sulle operazioni di Al Qaeda in Europa e ho coperto numerosi conflitti. Il controllo di sospetti terroristi, con adeguata supervisione, è una parte cruciale della sicurezza nazionale. Ma questa legge non riguarda la salvaguardia della sicurezza che potrebbe e dovrebbe essere fatta nel rispetto della Costituzione, e con la supervisione giudiziaria. Riguarda invece l’utilizzare il terrorismo come pretesto per permettere spionaggio di massa e per zittire le voci che ci permettono di mantenere la nostra una società aperta.

Titolo originale: "FISA Bill's Real Target: What Remains of Our Open Society"

Fonte: http://www.alternet.org
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Siria, una catena di omicidi misteriosi


WASHINGTONL’attentato di Damasco, che ha causato 17 vittime civili, è solo l’ultimo episodio di una catena di eventi misteriosi attribuiti, di volta in volta, a responsabili diversi. Segnali comunque di tensione e instabilità in un regime che in passato è sempre apparso solido o che comunque riusciva a nascondere quello che accadeva. Per la strage le autorità parlano di “terrorismo” mentre fonti libanesi suggeriscono un altro obiettivo: un importante dirigente dell’intelligence.

Nel febbraio di un anno fa, sempre un’auto-bomba ha ucciso nella capitale siriana Imad Mughnyeh, il capo delle operazioni clandestine dell’Hezbollah libanese. Da tempo sulla lista nera di Stati Uniti, Israele e di alcuni paesi arabi era considerato l’architetto di attentati e azioni clandestine. Per la sua uccisione i sospetti si sono accentrati sul Mossad israeliano o su altri 007 (arabi, americani) ma non si è escluso l’ipotesi di un “lavoro interno”. Mughnyeh potrebbe essere stato assassinato perché testimone scomodo di troppi intrighi che coinvolgevano anche Damasco.

In agosto un cecchino, appostato su un battello, ha ucciso il generale Mohammed Suleiman, fidato consigliere del presidente Assad. Un delitto eccellente. Pochi giorni fa il direttore dell’Aiea El Baradei ha sostenuto che l’uccisione di Suleiman ha tolto di mezzo un teste importante per l’indagine internazionale sui presunti piani nucleari della Siria. Inoltre il generale era considerato uno snodo importante: seguiva il dossier libanese, i progetti di armamento, la sicurezza. Anche nel suo caso si è speculato su una possibile faida all’interno dell’intelligence siriana dopo l’apparente giubilazione dell’influente Asif Shawkat. Cognato del raìs, era uno dei responsabile degli 007: strane ricostruzioni (degli oppositori) lo hanno legato ad un progetto di golpe.

Pochi giorni fa altro episodio tutto da chiarire. Un dirigente di Hamas sarebbe stato freddato ad Homs. Circostanza però negata dal movimento palestinese. Le trame di Damasco si incrociano infine con la presenza – crescente – di islamisti, capaci di organizzare attacchi. In particolare è attiva la fazione di ispirazione qaedista Jund Al Sham e formazioni che hanno la loro base in Libano. Non bisogna dimenticare che la Siria è il punto di passaggio per i volontari che vogliono andare a combattere la Jihad in Iraq. Un viaggio garantito da un network che può trasformarsi in minaccia interna.

Autore: Guido Olimpio
Link: www.corriere.it

Dal petrolio alla conquista del mondo: l'economia araba si espande negli Usa e in Europa comprando di tutto. Quali conseguenze?


Di questi tempi Abu Dhabi United Group è un nome che non passa certo inosservato. Dopo la recente acquisizione del Manchester City per l'enorme cifra di 250 mln di euro, ora si prepara a sborsarne altri 40 per l' acquisto del giocatore Robinho.

Il gruppo di Abu Dhabi non si limiterà solo a sanare i debiti della società, è intenzionata a comprare presto i migliori giocatori per formare la squadra più forte del mondo. L'artefice dell'investimento è il giovane Sulaiman Al Fahim, amministratore delegato della società di costruzioni Hydra Property.

“Nei prossimi quattro mesi rinforzeremo il City in modo tale da renderlo irriconoscibile”, così ha dichiarato il nuovo presidente. Nessun acquisto sembra ora impossibile per il club calcistico più ricco del mondo.

L'ingresso di una compagnia araba nella Premier League inglese è solo uno dei più recenti acquisti condotti in Europa dai capitali del Golfo Persico. Negli ultimi anni società e fondi d'investimento arabi hanno rilevato di continuo quote di importati società e di listini di borsa. Secondo gli analisti economici, tali mosse servono per connettere le piazze d'affari del Medio Oriente con i più importanti mercati finanziari mondiali.

Infatti, quando nel mese di giugno la borsa del Qatar ha stretto un accordo con il gruppo Nyse Euronext, holding alla quale appartiene la borsa di New York, il primo ministro qatarino Hamad bin Jassem al-Thani ha commentato così l'affare: “I nostri mercati finanziari faranno parte integrante di un gruppo che collega insieme i maggiori centri finanziari mondiali attraverso Europa e Stati Uniti ed ora anche attraverso il Medio Oriente”.

I capitali arabi sono sempre più interconnessi alle borse mondiali grazie ai numerosi investimenti condotti nelle compagnie statunitensi ed europee. Quando nel marzo 2006 la società Dubai Ports World comprò la britannica P&O, colosso mondiale nel settore portuale, la polemica politica negli Usa fu accesa. Una conseguenza dell'acquisizione sarebbe dovuto essere il controllo da parte della società araba dei maggiori porti della costa atlantica americana.

L'arrivo del capitale di Dubai fu visto allora come un “problema di sicurezza nazionale” e il governo dovette bloccare l'investimento degli arabi relativo ai porti americani. Quella polemica è stata però un eccezione poiché, dal 2006 fino ad oggi, le società del Golfo Persico hanno compiuto senza ostacoli molte acquisizioni. Negli Stati Uniti e in Europa hanno portato ingenti liquidità, denaro che è stato accolto senza alcun rifiuto.

Un colosso finanziario che ha investito in società straniere è il fondo sovrano dell'emirato di Adu Dhabi, la Mubadala Development Company. Sono numerose le sigle che fanno parte del suo portafoglio, quote diffuse in molti settori. Il fondo dell'emirato è presente nei capitali di influenti compagnie americane in quanto possiede l'8% della Amd, la società che produce processori per computer, ha acquistato il 7,5% della Carlyle Group, l'importante firma del private equity, e ha stretto una joint venture con la General Electric.

La Mubadala in Olanda ha investito nel settore automobilistico ottenendo il 17% della casa Spyker Cars e il 25% della LeasePlan Corporation, società di noleggio auto. In Italia ha comprato il 2% di Mediaset e il 35% di Piaggio Aero, l'azienda ligure di aeronautica.

L'acquisto che ha reso noto il fondo Mubadala nel nostro paese è però la quota del 5% nella Ferrari e la progettazione di un parco tematico dedicato alla casa di Maranello, Ferrari World, che sorgerà ad Abu Dhabi. Il fondo sovrano nel settore aeronautico ha stretto un accordo di collaborazione con il colosso aerospaziale statunitense Northrop Grumman e, nel campo dell'aviazione civile, è diventato azionista di maggioranza della SR Technics, società svizzera di manutenzione aerei.

Per lo sviluppo edile della città di Abu Dhabi la Mubadala ha avviato legami con famose sigle straniere. Assieme all'americana Mgm Mirage, società che gestisce numerosi hotel a Las Vegas, sta progettando un MGM Grand Abu Dhabi. Inoltre si è rivolta all'Imperial College London e alla Cleveland Clinic per la realizzazione di moderne strutture ospedaliere.

Il governo di Abu Dhabi infatti, per arricchire la città con edifici capaci di attirare l'attenzione internazionale, ha stretto affari con celebri nomi, luoghi simbolo della cultura mondiale. Nell'emirato é già attiva una sede dell'università francese Sorbonne.

Nell'area di Saadiyat Island, l'isola della felicità, sorgerà poi il più grande fra tutti i musei Guggenheim e sarà costruito il secondo museo Louvre. Quest'ultimo accordo è stato stipulato nonostante che in Francia oltre 5000 intellettuali abbiano firmato una petizione dal titolo “I musei non sono in vendita”.

Con i fondi degli emirati del Golfo però niente sembra impossibile. Anche i simboli della cultura america posso essere comprati con facilità, come è avvenuto lo scorso luglio quando la Abu Dhabi Investment Council è diventata la proprietaria del Chrysler Building, lo storico grattacielo di New York. La concorrenza degli arabi sta arrivando anche in un settore nel quale gli Usa sono leader mondiali, l'industria dei media.

In futuro non ci sarà solo Hollywood ad ospitare le produzioni cinematografiche. La Abu Dhabi Media Company ha comprato quote della Warner Bross e, per la coproduzione di film, ha fondato la società Imagination Abu Dhabi, mentre nella vicina Dubailand è in programma la costruzione degli Universal Studios Dubai.

L'attenzione degli economisti è stata attirata proprio dai molti investimenti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti verso le grandi compagnie americane. Lo scorso anno la Abu Dhabi Investment Authority ha rilevato il 4,9% di Citigroup, azienda in difficoltà dopo la crisi dei mutui subprime. Il colosso bancario ha gradito l'arrivo di 7,5 miliardi di dollari, somma che rappresenta il secondo investimento arabo nella compagnia poiché anche il principe saudita Walid bin Talal possiede una quota vicina al 5%. Il governo di Abu Dhabi ha inoltre stretto joint ventures con giganti del settore energetico come Exxon Mobil e Shell.

Un altro colosso finanziario proveniente dal Golfo Persico che ha avviato acquisizioni all'estero è il fondo sovrano Dubai International Capital, uno dei rami della Dubai Holding. Negli ultimi anni ha comprato il 4,9% della Sony, prima compagnia nel mondo per l'elettronica di consumo, e il 9,9% di Och-Ziff Capital Management Group, società americana che gestisce investimenti. Il fondo arabo ha rilevato quote di importati società come la banca inglese Hsbc, il gruppo automobilistico DaimlerChrysler, il gruppo produttore di componenti per la meccanica Doncasters Plc e gli alberghi dell'inglese Travelodge Hotels.

Nel settore dell'aeronautica la Dubai International Capital è fortemente entrata nel mercato mondiale acquistando il 3,12% di Eads, il colosso aerospaziale europeo che controlla il consorzio Airbus. Quest'ultima società si è mostrata interessata all'affare poiché uno dei suoi maggiori clienti è proprio la Emirates, compagnia che le ha commissionato 55 velivoli del modello A380, il nuovo aereo di lusso con suites, letti e docce.

Non solo Abu Dhabi e Dubai sono i protagonisti di tali manovre economiche, anche i vicini stati si muovono nella medesima direzione. La Qatar Investment Authority ha acquistato il 5% della banca svizzera Credit Suisse e quote del gruppo finanziario Barclays, mentre il fondo sovrano del Kuwait è entrato nel capitale del colosso americano Merrill Lynch. I mercati finanziari del Golfo Persico sono dunque sempre più interconnessi alle piazze d'affari mondiali.

Il fenomeno è stato reso evidente in particolare quando lo scorso anno la borsa di Dubai ha acquistato il 28% del Nasdaq e nello stesso periodo la Qatar Investment Authority ha rilevato il 20% della borsa di Londra e il 9,98% di Omx, la società che gestisce i listini azionari dei paesi scandinavi e baltici.

Per le piazze d'affari i capitali dei paesi del Golfo Persico sono ovunque benvoluti. Soprattutto negli ultimi tempi di crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Europa, dopo il crollo dovuto ai mutui subprime, le recenti nazionalizzazioni di Fannie Mae e Freddie Mac e la bancarotta della Lehman Brothers, il bisogno di liquidità sembra oggi più che mai una risorsa essenziale.

di Marco Montemurro

Link: www.businessonline.it







IL FINANCIAL TIMES: COSA ACCADE ALL'EDIFICIO 7? di Maurizio Blondet


La domanda è vecchia, vecchissima. La novità è che, sette anni dopo l’11 settembre 2001, se la pone il Financial Times. L’evento è storico, e varrà la pena di segnarsi la data: 6 giugno 2008. Il più autorevole dei «mainstream media», dei grandi giornali, pone la domanda. Senza un plausibile motivo di attualità per rivangare quel momento (1).
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Per tutti coloro che cercano la verità sull’11 settembre, l’Edificio 7 è il terzo grattacielo che collassò quel giorno. Un edificio di 47 piani, parte del complesso urbanistico World Trade Center, che crollò senza essere colpito da alcun aereo, nota il FT, «a velocità di caduta libera e nel suo perimetro», ossia in perfetta verticale. Il fatto più strano, rievoca il quotidiano finanziario, è che «la BBC riferì il crollo dell’Edificio 7 mezz’ora prima che avvenisse».

La giornalista Jane Standley stava apparendo in diretta, alle ore 4.45 pomeridiane, e annunciò il crollo della terza torre - e dietro di lei, sullo sfondo, si vedeva che la Torre 7 era ancora in piedi. Affondò solo 26 minuti dopo.

Per questo video, ripreso su YouTube, «il sito web della BBC è stato bombardato di domande ed accuse. Richard Porter, capo del notiziario internazionale della BBC, ha dovuto negare che la BBC recitava dal copione di Bush», scrive il Financial Times. Porter s’è giustificato adducendo la confusione di quel giorno. «La CNN aveva appena prima riferito di voci che un terzo edificio era crollato o stava per crollare». I sospetti dei sospettosi sono aggravati dal fatto che «Porter ha ammesso che la BBC non ha conservato le registrazioni originali di quel suo reportage».




L'imbarazzante immagine della BBC: l'annuncio del crollo della torre 7 mentre svetta alle spalle di Jane Standley

Non basta. Il Financial Times ricorda che l’Edificio 7 aveva «alcuni inquilini interessanti». La maggior parte dell’edificio era affittato alla Solomon Brothers, la banca. Ma il nono e decimo piano «erano occupati dal secret service». Ai tre piani superiori c’erano uffici della SEC, l’ente di controllo della Borsa (il WTC è a due passi da Wall Street).

Inoltre, «il New York Times riferì che l’edificio ospitava anche un ufficio segreto gestito dalla CIA e dedicato a spiare e reclutare diplomatici stranieri delle Nazioni Unite. La perdita della stazione ‘ha seriamente disorganizzato’ le operazioni d’intelligence», riportò il NYT. «La CIA condivideva un piano con il Dipartimento Difesa e con l’Internal Revenue Service», il servizio tributario federale.

Poi, nel seguente capoverso, il quotidiano di Londra butta lì una frase: «Il crollo dell’edificio ha anche spazzato via l’Ufficio per la Gestione dell’Emergenza del comune di New York al 23 mo piano». Questo centro di gestione delle emergenze è una delle cose più sospette di tutta la vicenda, anche se il FT non lo dice.

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La piantina del complesso WTC che mostra il posizionamento delle torri

Il sindaco Rudolph Giuliani lo fece costruire adducendo il timore di un attacco all’antrace su New York, da parte di... Saddam Hussein. Perciò lo volle resistente agli aggressivi biologici e chimici, oltre che a bombe e a proiettili d’artiglieria. Era un vero e proprio bunker, che occupava tre piani del Building 7 (dal 23 al 25mo), completamente corazzato ed autosufficiente: finestre anti-proiettile, tre generatori d’elettricità con 6 mila galloni di gasolio per farli funzionare, una sua propria scorta d’aria sì da non doverla ricevere dall’esterno, una riserva d’acqua potabile di 11 mila galloni. Il bunker fu completato, guarda la preveggenza, nel giugno del 1999, al costo per il contribuente di 13 milioni di dollari.

Un bunker super-sicuro. Tranne un piccolo, trascurabile dettaglio: l’Edificio 7 nascondeva, nei suoi primi cinque piani, una sotto-stazione dell’elettricità di New York, con trasformatori colossali da 13.890 volts e un serbatoio di gasolio per la stazione da 42 mila galloni. Mettere un bunker sopra trasformatori enormi e un mare di carburante, e ritenerlo sicuro dagli attentati terroristici, sembra un pochino strano.

Secondo il movimento per la verità sull’11 settembre, questo bunker servì in realtà come cabina di regia per le pirotecniche esplosioni e demolizioni che configurarono il mega-attentato di quel giorno: i registi, chiunque fossero, potevano sincronizzare le esplosioni da una qualche console e osservare l’effetto dalle finestre corazzate, molto da vicino, senza essere soffocati dalle nubi di polveri e detriti perchè disponevano di aria in circuito chiuso. Per Eric Hufschmid, uno dei primi a sollevare la questione (2), in quel bunker poteva esserci stato anche un radiofaro (un «homing device») che guidò i due aerei che colpirono le due Torri.

Lo si indovina dalle rotte dei due apparecchi: il Volo 11, che colpì la Torre Nord passò direttamente sopra l’Edificio 7, e il volo 175 dirigeva verso l’Edificio 7, ma incontrò la Torre Sud.
Ciò può spiegare come mai, a cose fatte, l’Edificio 7 doveva essere distrutto: per far sparire le prove della regia.


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Un'immagine interessante: l'edificio 5 in fiamme (sinistra) non crollerà; l'edificio 7 (destra) crollerà invece poco dopo.

Il Financial Times ricorda i sospetti sollevati dalla frase di Larry Silverstein, il proprietario per 99 anni del WTC: intervistato il pomeriggio, egli disse d’aver consigliato il comandante dei vigili del fuoco di «pull» l’Edificio 7. Più tardi Silverstein spiegò che aveva inteso: porta via i tuoi vigili da lì. I sospettosi dicono che «pull it» è la parola che nel gergo delle demolizioni controllate significa «tiralo giù».

Il giornale britannico ricorda che il National Institute of Standard and Technology (NIST), l’ente governativo che ha preteso di spiegare il collasso delle Torri come conseguenza dell’impatto degli aerei, escludendo ogni mistero, non ha ancora spiegato a modo suo il crollo dell’Edificio 7. «Il NIST sostiene che il ritardo è dovuto alla complessità del modello computerizzato che usa. Inoltre, sono state trovate 80 scatole di documenti riguardanti il WTC7 che devono essere esaminate».

Ma il NIST ha già «un’ipotesi di lavoro», e sarebbe questa: «Il fuoco o macerie infiammate staccatesi dalla Torre Nord hanno danneggiato una colonna critica per il sostegno del tetto di 2 mila metri quadri. I piani sottostanti sono stati incapaci di redistribuire il peso e la struttura è caduta su se stessa. Il fatto che il collasso sia stato causato da un danno interno spiegherebbe l’apparenza di demolizione controllata, con un campo di caduta piccolo».

Il NIST ha promesso di pubblicare i dati il prossimo agosto, dice il Financial Times. Ma naturalmente, «questo ha alimentato il sospetto che i tecnici abbiano difficoltà a tirar fuori un sepistaggio plausibile» per il crollo. Vedrete che quando il rapporto del NIST uscirà, tutti i debunker, a cominciare da Introvigne, si precipiteranno a citarlo come «autorevole» e non solo «plausibile», ma tale da smentire i «complottisti». Sette anni sono passati, e siamo ancora a questo punto.

Saremo alluvionati di dettagli tecnici sulla resistenza dei materiali, la temperatura del fuoco, i modelli computerizzati che mostrano come i pavimenti siano caduti l’uno sull’altro a fisarmonica... Siccome tutto questo ha quasi convinto qualche lettore che ci ha recentemente scritto, ci limitiamo a ricordare quello che, in sette anni, non è stato ancora messo in luce.

Credere che un grattacielo alto mezzo chilometro, colpito «lateralmente» da un aereo, crolli «verticalmente» dentro il suo perimetro, significa ignorare le più banali leggi della fisica e sfidare la forza di gravità. A sette anni dai fatti, chi ancora ne discute è in malafede. Però può avvenire, diranno i debunker. Forse, una volta. Ma due, anzi tre volte, con l’Edificio 7?

Quando a Las Vegas un giocatore, lanciando i dadi, ottiene tre volte 6, il croupier chiama al telefono il gestore del casinò, e due signori molto muscolosi si affiancano al giocatore fortunato dai due lati: evidentemente a Las Vegas non credono alla sorte, quando è ripetitiva.


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Questa immagine difatti mostra l'edificio 5 «completely charred» ma in piedi (destra) e l'edificio 7 (sinistra) «pull it»

Ora, noi dobbiamo credere che per ben tre volte due torri colpite di lato sono cadute in verticale, e la terza, Edificio 7, è caduta da sè senza essere nemmeno colpita, per un «danno interno»: e anch’essa in perfetta verticale, come in una demolizione controllata.

Se il caso si ripete così regolarmente, s’impone la domanda: come mai gli ingegneri specialisti spendono tanti soldi e tempo per identificare gli snodi dove piazzare le cariche esplosive, e in calcoli per sincronizzare le esplosioni, onde ottenere la caduta verticale? Ormai dovrebbero essere coscienti della nuova legge fisica: diano una bella botta laterale, anche a casaccio, e il grattacielo cade comunque in verticale. Tutta la fatica degli ingegneri specialisti sta nell’assicurare una perfetta «sincronia» dello scoppio delle varie cariche. I pilastri e le strutture portanti devono essere spezzati nello stesso decimo di secondo, altrimenti il grattacielo cade di lato, abbattendo le costruzioni sottostanti. L’impresa richiede chilometri di cavi, una quantità di inneschi elettronici, sofisticati sotware, una sofisticata consolle elettronica di comando e molte conoscenze tecniche complesse.

Ora, invece, siamo tenuti a credere che un aereo, penetrando nei piani alti delle Towers, ha tranciato contemporaneamente le ben 47 colonne d’acciaio che le reggevano. Colonne a scatolato (parallelepipedi) di spessore variabile; ma alla base le scatole avevano lati spessi 10 centimetri d’acciaio, per poi assottigliarsi via via con l’altezza, dovendo reggere un peso via via minore.

Ora, un aereo è d’alluminio, è vuoto, è leggero (tranne le turbine-motore, che sono massicce): se credete che tagli blocchi d’acciaio, allora provate a tagliare il pane con una lama di carta stagnola. Ma soprattutto, non può averle tranciate «nello stesso istante». Anche questo è contro alle più ovvie leggi della fisica. Sono passati sette anni, e nessun fenomeno del genere s’è mai più ripetuto. Nè mai si è verificato sette anni prima, o dieci, o venti. Fin qui l’elenco delle «impossibilità».


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La torre 7 dopo l’ordine di «pull it»: una demolizione controllata a regola d’arte

Adesso - a beneficio dei lettori che si lasciano ancora convincere dalle «spiegazioni tecniche» degli Introvigne ed Altissimo - esponiamo le ipotesi. Si tratta di ipotesi, non di certezze: ma a sette anni di distanza, il quadro nelle menti dei ricercatori della verità sull’11 settembre è abbastanza avanzato, da poterle dichiarare come plausibili.

Gli aerei non hanno fatto crollare nulla: sono stati lanciati contro le Torri solo per la scena televisiva, per asserire plausibilmente un attentato islamista. In realtà, le Torri erano state in precedenza «preparate» con cariche esplosive. Più precisamente: con un composto bellico detto Termite, che quando innescato brucia a quasi 3 mila gradi, abbastanza da fondere l’acciaio. La Termite è usata nelle cariche cave delle armi anticarro per perforarne le corazzature.

Il professor Steven Jones, docente di fisica alla Brigham Young University, è l’autore di questa ipotesi ed ha condotto gli esperimenti relativi. Ha perso la cattedra. Ciò però, ribattono i debunker, implicherebbe settimane di lavoro da parte di decine di tecnici: cosa impossibile senza dar nell’occhio.

I debunker non hanno mai visto le Twin Towers e non dicono - o non sanno - che cosa erano. Erano locali per uffici a noleggio. In ogni momento, qualche azienda faceva trasloco in entrata o in uscita.

Nelle viuzze posteriori, il sottoscritto ha visto regolarmente, ogni volta che tornava a Manhattan, una quantità di autocarri di traslochi che scaricavano colli voluminosi e coperti da teli grigi scrivanie, computer, poltrone, mobili da ufficio o qualunque altro oggetto - su è giù dagli ascensori di servizio (il totale degli ascensori e montacarichi era di 155); un viavai di facchini dei traslochi di tante ditte diverse, che portavano su i mobili per i nuovi inquilini, o portavano giù quelli dei vecchi che lasciavano gli edifici.

Come si ricorderà forse, la polizia di New York - su segnalazione di una cameriera messicana - arrestò cinque giovanottoni visti dalla cameriera festeggiare l’esplosione dlele Torri, fotografandosi a vicenda con alle spalle le Torri in fiamme; questi giovanotti, tutti israeliani appena dimessi dal servizio militare, lavoravano come facchini per un’agenzia di traslochi, al Urban Moving Systems, di proprietà di un israeliano, tuttora ricercato. Niente di più plausibile del sospetto che fossero la bassa forza: alcuni di quelli che avevano trasportato i materiali necessari all’attentato, esplosivo e cavi, in forma di colli voluminosi e coperti da teli. Il fatto che fossero stranieri spiega alquante cose: fra cui il fatto che nessuno parli. Chi sa, è tornato in Israele e tace. Quei cinque, beccati perchè festeggiavano, sono stati «espulsi verso Israele» (sottratti alle indagini) dal procuratore di New York, l’israelo-americano Michael Chertoff, con doppia cittadinanza, oggi ministro della Homeland Security. Se vi aspettate che un giorno parli lui, avrete da aspettare parecchio.

Quanto agli ingegneri, è ben probabile che siano militari espertissimi di esplosivi, abituati ad eseguire operazioni «coperte» e a tener la bocca chiusa. Potevano anche essere israeliani tutti, e tutti uccel di bosco. Nei piani sfitti e in attesa di nuovi pigionanti - aziende per lo più - altri uomini lavoravano a stendere moquettes, ad alzare pareti di cartongesso, ad adeguare gli impianti elettrici: decine di tecnici potevano usare fiamma ossidrica e martelli pneumatici senza che in questo, nessuno della «security» avrebbe visto nulla di strano: era la vita di ogni giorno dentro le Twin Tower, nelle entrate posteriori di servizio, fuori dagli sguardi del pubblico. Quelle strade laterali erano spesso chiuse al passaggio della gente da transenne. Che recavano cartelli del tipo: «Scusateci, stiamo lavorando per voi», «Carichi pendenti», «Men at work». Questo accadeva tutti i giorni.

Si aggiunga che la «security» delle Twin Towers, l’11 settembre, non era quella solita: il capo era nuovo, era stato appena assunto da un giorno. Era John O’Neill, ex alto funzionario del FBI, che s’era dimesso ad agosto gridando ai quattro venti che la nuova amministrazione Bush ostacolava le ricerche su bin Laden e Al Qaeda. O’Neill è morto sotto le macerie, il primo giorno del suo nuovo impiego. La preparazione possibile degli edifici per la demolizione controllata, se è avvenuta, era avvenuta prima che lui entrasse in servizio.

Si aggiunga ancora che «la maggior parte» dei piani erano sfitti, dunque vuoti (le Twin Tower avevano costi proibitivi; per questo Rudolph Giuliani voleva farle abbattere per costruire al loro posto edifici più moderni). Dentro quei piani vuoti, ci poteva lavorare ogni genere di «operai e tecnici», dopo aver chiuso le porte.

E tralascio altri particolari, come l’interruzione programmata di corrente il giorno prima, di cui
i pigionanti furono preavvertiti: molte aziende dovettero fare il back-up dei loro computer, qualcuno se lo ricordò. Uno di quei qualcuno, un esperto di finanza, ha preferito andare a lavorare a Londra. Massimo Mazzucco ha una sua intervista-video.

Questa è l’ipotesi. Sette anni dopo, è bene che i lettori comincino a saperla. Ormai, comincia a dire qualcosa anche il Financial Times.

tratto da effedieffe


1)
Peter Barber, «What happened to Building 7?», Financial Times, 6 giugno 2008.
2) Eric Hufschmid, «Painful Questions - An analysis of the september 11th attack», Endpoint - Goleta, California, 2002.

I candidati e la scienza: basta con il creazionismo Ma attenti a Sarah Palin


Luca Tancredi Barone
«It's the economy, stupid». Non certo la scienza. Sedici anni dopo, la frase che Bill Clinton usava come un mantra contro Bush padre è ancora quella che meglio sintetizza le principali preoccupazioni degli americani. Le promesse scientifiche dei candidati, dunque, verosimilmente non sposteranno neppure un voto di qui al 2 novembre. Ma in questa infinita campagna elettorale, la ricerca scientifica si sta ritagliando uno spazio di inedita attenzione.
Poco meno di un anno fa, sei amici (due sceneggiatori, un filosofo, un fisico, un giornalista e un biologo marino) decisero che era ora di riportare la scienza al centro del dibattito pubblico. Detto fatto. Nata come iniziativa grass-roots (dal basso), in poco tempo Science Debate 2008 ha convogliato le energie di più di 38mila persone (fra cui premi Nobel, politici, uomini d'affari, rettori di più di 100 università americane e moltissime istituzioni scientifiche) che si sono unite ai sei prodi mettendo insieme ben 3400 domande da sottoporre ai candidati. Fra queste, sono state scelte le 14 più significative, a cui per primo Barack Obama (a fine agosto) e poi John McCain (la settimana scorsa) hanno puntualmente risposto. Anche se per capire quanto forte palpiti davvero il cuore dei due candidati su questi problemi non è proprio lo stesso guardare un dibattito che leggere i temini preparati dai loro staff. Ma le risposte dimostrano che, almeno negli Stati Uniti, nessuno sottovaluta l'importanza strategica della tecnoscienza.
«Chi dei due porrà fine alla guerra contro la scienza?», titola la rivista New Scientist . Perché una cosa è certa: gli ultimi anni sono stati un vero incubo per gli scienziati americani, e l'amministrazione Bush si è attirata ogni sorta di critiche per aver manipolato i risultati scientifici e per aver allontanato scienziati di fama per ragioni politiche. Senza contare che le decisioni scientifiche del prossimo presidente americano influenzeranno quelle del resto del mondo. Due esempi per tutti: il cambiamento climatico e le cellule staminali, temi su cui i candidati mostrano orientamenti molto vicini. Entrambi non negano il problema clima e considerano ineluttabile il taglio delle emissioni di CO2 (anche se Obama prevede tagli più consistenti, l'80% delle emissioni del 1990 entro il 2050, come suggerito dall'International Panel on Climate Change, con un meccanismo di vendita delle quote di emissioni più penalizzante per le imprese) ed entrambi sembrano orientati a riaprire i finanziamenti pubblici alla ricerca con cellule staminali embrionali, bandita da Bush il 9 agosto 2001.
E ancora, se Obama dice esplicitamente «ristabilirò il principio che le decisioni del governo devono essere basate sulla migliore evidenza scientifica disponibile e non sul pregiudizio ideologico», e che nominerà nei posti chiave solo persone di provato pedigree scientifico, McCain non solo si impegna a reintrodurre il consulente scientifico nella cerchia degli uomini del presidente, ma anche a basare le sue scelte future «su solida scienza», al contrario dell'attuale inquilino della Casa Bianca.
Ma le differenze fra i due esistono, eccome. Se il repubblicano intende costruire 45 nuove centrali nucleari entro il 2030, pur puntando a includere una serie di energie pulite nel portafoglio energetico nazionale, Obama - riconoscendo realisticamente che è improbabile raggiungere l'obiettivo di modificare il mix energetico senza l'atomo - sostiene che, prima di ampliare l'offerta nucleare, vadano affrontati i problemi di «costo, sicurezza, gestione delle scorie e rischi di proliferazione». E promette di investire 150 miliardi di dollari in 10 anni per incentivare la ricerca di base sulle energie rinnovabili e sui biocarburanti, per ridurre il consumo energetico degli edifici e per studiare veicoli meno inquinanti, mentre McCain punta moltissimo sullo spazio e sul finanziamento del programma di esplorazione della Luna promosso da Bush. Ricordando i successi spaziali dei bei tempi andati, McCain punta a fare dell'esplorazione spaziale una "top priority" della futura amministrazione (ma la sua reale preoccupazione sembra essere la concorrenza con Cina e Russia), mentre Obama legge l'investimento sulla Nasa come un modo per affrontare più efficacemente con nuove tecnologie le sfide qui sulla terra. Entrambi dichiarano di voler rifinanziare gli Space Shuttle (che altrimenti andranno in pensione nel 2010, costringendo la Nasa a chiedere passaggi ai russi per raggiungere la stazione spaziale internazionale fino al 2015, quando sarà pronta la nuova generazione di navette spaziali). Nessuno dimenticando che Cape Canaveral è in Florida, uno dei swing states (gli stati in bilico) e senza l'iniezione di fondi federali il posto di molti lavoratori è a rischio.
Barack Obama inoltre punta molto sulla ricerca di base: lamentandone il sottofinanziamento, scrive di credere che questo investimento è "essenziale per il nostro futuro". E promette di raddoppiarne in dieci anni il budget.
Se le idee scientifiche dei due protagonisti non cambieranno le sorti delle elezioni, figurarsi quelle dei loro vice. Ma cosa accadrà se al futuro presidente dovesse venire un coccolone? Sarah Pallin, governatrice dell'Alaska vicina ai movimenti fondamentalisti cristiani ha già fatto cambiare idea all'anziano McCain sulle perforazioni petrolifere fuori dalle coste, che lei sostiene a spada tratta e che oggi il repubblicano lascerebbe gestire ai singoli stati. Pallin - paladina della "guaribilità" degli omosessuali e contraria all'aborto - è anche favorevole all'insegnamento nelle scuole del creazionismo - mentre Joe Biden, vice di Obama, dice di «rifiutarsi di credere che la maggioranza delle persone creda a queste sciocchezze». Obama stesso, a una precisa domanda della rivista Nature , che al tema ha dedicato uno speciale, risponde di credere all'evoluzionismo (come in passato diceva McCain). «Non credo - dice il senatore dell'Illinois alla rivista britannica - sia utile per i nostri studenti mescolare discussioni scientifiche con teorie non scientifiche, come quella dell'intelligent design, che non possono essere verificate sperimentalmente».
Quello in cui certamente si distinguono i due candidati è nella scelta dei consulenti. Nessuna sorpresa - dato che, come ricorda Nature, solo il 14% degli accademici confessa simpatie repubblicane - che Obama sia consigliato da una squadra di scienziati di punta in tutti i campi e premi Nobel, fra i quali Harold Varmus, capo del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center a New York ed ex direttore dei National Institutes of Health. McCain, che è stato a capo della commissione Commercio, trasporti e scienza del Senato, è consigliato invece soprattutto da esperti provenienti dal mondo delle corporations, come Carly Fiorina, la ex amministratore delegato della HP, e Meg Whitman, la ex presidente di eBay. E saranno proprio gli attori dietro le quinte che faranno la differenza. Come ricorda a Nature l'ex consulente di Bill Clinton Neal Lane, quando si dovrà ripopolare la scena di Washington «l'importante è che il presidente eletto scelga la squadra giusta».
Fonte: Liberazione
Link: www.liberazione.it

Idee per cambiare il mondo, google offre premio da 10 mln


NEW YORK - Un premio da 10 milioni di dollari alle migliori idee che cambieranno il mondo: è il regalo che Google si fa per i suoi 10 anni. Il primo motore di ricerca al mondo dividerà i 10 milioni fra alle cinque migliori idee che porteranno - spiega Google -"a risultati formidabili tramite una tecnologie intelligente che nel lungo termine avrà un impatto enorme". 

Le migliori idee saranno finanziate e i promotori beneficeranno di un "karma positivo e proveranno la soddisfazione di sapere che le loro idee potranno veramente aiutare il mondo". 

Le idee andranno presentate entro il 20 ottobre: una prima selezione delle 100 migliori idee sarà comunicata il 27 gennaio 2009. Poi gli utilizzatori di Google selezioneranno le 20 finaliste, fra le quali il consiglio di amministrazione della società sceglierà le cinque migliori.

 "Noi non riteniamo di avere le risposte, ma crediamo che queste risposte stiano là da qualche parte", spiega Google nella pagina web dedicata al progetto, che rientra nel pacchetto di quelle allestite per festeggiare i dieci anni di vita.
Per iscriverti clicca sul seguente link: Progetto 10100
Fonte: Ansa

Messico arrestati tre membri del Los Zetas


Tre uomini sono stati arrestati dalla polizia messicana nel corso delle indagini sull'attentato che nel giorno dell'Indipendenza, lo scorso 15 settembre, provocò la morte di otto persone a Morelia, nel Michoacan (ovest del Paese).

Gli uomini avrebbero confessato di aver lanciato le bombe a mano e di far parte dei 'Los Zetas', i paramilitari del 'Cartello del Golfo', la struttura mafiosa messicana che controlla il traffico della cocaina colombiana verso gli Stati Uniti e l'Europa.

L'attentato - commesso con due ordigni esplosivi - era stato compiuto qualche minuto prima della mezzanotte nel centro della città, dove si trovavano migliaia di persone per celebrare la festività.

Fonte: Peace reporter

Link: http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2008/09_settembre/27/messico_arrestati_tre_uomini_per_attentato_giorno_indipendenza,16222613.html


Cina e Venezuela c'è l'accordo


La visita di Hugo Chávez in Cina si è conclusa con un importantissimo accordo economico e militare che, stranamente, viene riconosciuto come tale perfino da chi in genere è ipercritico verso il governo bolivariano.

L’accordo più importante è ovviamente quello sul petrolio. La Cina, che oggi importa 150.000 barili al giorno dal paese caraibico, arriverà già entro l’anno a 300.000 barili.

Ma è solo l’inizio: secondo gli accordi entro il 2009 dovrebbe arrivare a 500.000 e per il 2012 a un milione di barili, quantità che per allora dovrebbe rappresentare circa la quarta parte dell’export venezuelano. Il presidente Chávez ha contestualmente lanciato segnali di tranquillità agli attuali clienti, a partire da quelli statunitensi, sul fatto che la crescita dell’export verso la Cina non comporterà decrescite verso gli attuali mercati.

E’ evidente che vendere petrolio in Cina sia meno redditizio che venderlo nella regione. Ma sia l’ampliamento del Canale di Panama sia la futura realizzazione di un oleodotto che attraverso la Colombia dovrebbe portare sul Pacifico il petrolio dell’Orinoco, rendendo più facile e conveniente per il Venezuela l’accesso al mercato asiatico. Per l’oleodotto attualmente il governo Uribe frena in sinergia politica con quello Bush, ma anche la Colombia ha molto da guadagnare dall’apertura a Ovest (l’Asia è a Ovest) e prima o poi l’ideologia dovrà cedere al mercato.

Con l’accordo strategico con la Cina viene centrato un obbiettivo storico del Venezuela bolivariano: la diversificazione dei compratori di greggio. Fino a prima di Chávez la libertà di vendere altrove il proprio petrolio era un tabù e un caso esemplare di teoria della dipendenza neocoloniale: il petrolio venezuelano era “cosa nostra” statunitense. Oggi il Venezuela è un paese che, semplicemente, rafforza la propria indipendenza politica e rivendica il diritto di vendere sul libero mercato le proprie materie prime.

Altri accordi sono stati firmati con la Cina e il bilancio commerciale sino-venezuelano dovrebbe arrivare ai 10 miliardi di euro all’anno a metà del prossimo decennio dai circa quattro attuali. Oltre a ciò si rafforza la cooperazione nel campo delle forniture militari. Negli ultimi dieci anni il Venezuela, nonostante sia costantemente minacciato di aggressione da parte degli Stati Uniti, non ha mai aumentato le proprie spese militari né minacciato militarmente alcun paese. Le continue limitazioni al rinnovo dei propri armamenti imposte da parte degli Stati Uniti, paese che ha storicamente sempre monopolizzato il mercato militare della regione, ha obbligato il Venezuela a rivolgersi altrove, prima in Spagna, ma anche lì si sono scontrati con il veto statunitense, quindi in Russia e in Cina.

Ancora una volta l’estremismo politico del governo statunitense, che contribuì ad organizzare un sanguinoso colpo di stato ed una serrata golpista contro il governo democraticamente eletto nel 2002-2003, penalizza l’economia di quel paese facendo perdere quote di mercato storicamente consolidate verso una nazione, il Venezuela bolivariano, in pace con tutti i suoi vicini e lontanissimo dal rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti stessi. Di questi tempi, per l’economia statunitense sarebbe bene mettere da parte il fondamentalismo protestante e trattare il governo democratico venezuelano come un partner legittimo.

Fonte: Giornalismo partecipativo

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/3649-cina-limpero-di-scorta-per-il-venezuela/


Perchè Barack Obama perderà le elezioni


Mi dispiace dire che penso che John McCain sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Dopo la lunga notte dell'orrore di Bush qualsiasi democratico dovrebbe vincere facilmente, ma i democratici la stanno mandando in vacca e McCain nei sondaggi sta andando più o meno in pari con Barack Obama. I democratici dovrebbero fare la loro campagna con lo slogan “Se Bush vi è piaciuto, adorerete McCain”, ma questo sarebbe troppo franco, troppo diretto per la smidollata Nancy Pelosi e per il suo partito smidollato. Oppure “Se vi è piaciuto l'Iraq, adorerete l'Iran”. Ma la leadership democratica non si è pubblicamente e categoricamente opposta a nessuno dei due conflitti. 

Né, sembra, i democratici hanno il coraggio di sollevare il problema del fatto che McCain non è nato negli Stati Uniti come la Costituzione richiede. Né di interrogarlo sulle accuse dei suoi compagni prigionieri americani quanto alla sua notevole collaborazione con i vietnamiti che lo fecero prigioniero. E nemmeno una parola sul ruolo estremamente possibile di McCain nella brutale invasione georgiana dell'Ossezia del Sud il 7 agosto. (Su quest'ultimo punto vedete più avanti.) 



Obama ha perso buona parte del cospicuo voto liberale/progressista per via del suo spostamento al centro-destra (o il suo smascheramento come uomo di centro-destra), e ora potrebbe aver perso anche il suo punto forte di essere contrario alla guerra con più forza di McCain – se in realtà lo è davvero – nominando Joe Biden come suo candidato alla vicepresidenza. Biden da tempo è un falco sull'Iraq (come sul resto della politica estera USA), avendo chiesto un invasione già nel 1998. [1] Nell'aprile 2007, quando in un'intervista fu incalzato sul suo voto a favore della guerra nel 2003, Biden ha detto: “È stato un errore. Rimpiango il mio voto. [...] perché ho saputo di più, come chiunque altro ha saputo, su cosa, in realtà, ci era stato detto.” [2] Questa è stata una scusa comune dei sostenitori della guerra negli ultimi anni quando l'opinione pubblica ha cominciato a essere loro contrari. Ma perché milioni e milioni di americani marciarono contro la guerra nell'autunno del 2002 e all'inizio del 2003, prima che cominciasse? Cosa sapevano che Joe Biden non sapeva? Era chiaro per i dimostranti che George W. Bush e Dick Cheney erano bugiardi abituali, che nulla poteva importare loro meno degli iracheni, che il popolo indifeso di quell'antica civiltà sarebbe stato mandato all'inferno a forza di bombardamenti; i dimostranti sapevano qualcosa sui bombardamenti del Vietnam, della Cambogia, del Laos, di Panama, della Jugoslavia, dell'Afghanistan; sapevano del napalm, delle bombe a grappolo, dell'uranio impoverito. Biden non sapeva nessuna di queste cose? Chi marciò sapeva che la guerra imminente era qualcosa che una persona morale non poteva appoggiare; e che era totalmente illegale, un caso da manuale di “guerra di aggressione”; non bisognava essere un esperto di diritto internazionale per sapere questo. Joe Biden ci pensava a qualcuna di queste cose?

Se McCain ha avuto un ruolo nell'invasione da parte della Georgia della regione secessionista dell'Ossezia, questo sarà stato organizzato con l'aiuto di Randy Scheunemann, principale consigliere di politica estera di McCain e fino a poco tempo fa principale lobbista della Georgia a Washington. Scheunemann, come capo del neoconservatore Committee for the Liberation of Iraq nel 2002, è stato uno dei principali sostenitori americani dell'invasione dell'Iraq. Uno degli imbonimenti alle primarie di McCain è stato il sottolineare la sua presumibile superiore esperienza in questioni di politica estera, che – ancora una volta presumibilmente – significa qualcosa in questo mondo. McCain è costantemente davanti a Obama nei sondaggi sulla “prontezza ad essere comandante in capo”, o sciocchezze simili. Le ostilità fra Georgia e Russia sollevano – nei mass-media e nella mente di massa – il problema degli Stati Uniti che hanno bisogno di una persona esperta in politica estera per gestire una “crisi” del genere, e, standard in ogni crisi – un cattivo come nemico. 

Tipico dei media è stato il Chicago Tribune che ha lodato McCain per le sue opinioni da statista sull'Iraq e ha affermato: “Quello che l'invasione russa della Georgia ha mostrato è che il mondo è ancora un posto assai pericoloso,” e la Russia è una “minacia incombente”. Oltre a usare l'espressione “invasione russa della Georgia”, l'articolo del Tribune faceva anche riferimento all'“invasione russa dell'Ossezia del Sud”. Nessuna menzione dell'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud che ha dato inizio alla guerra. [3] In un articolo del Washington Post sugli eventi georgiani la seconda frase era: “La guerra era cominciata, i jet russi avevano appena bombardato la periferia di Tbilisi [la capitale georgiana].” L'articolo poi parla dell'“orrore” dell'“invasione russa”. Nel pezzo non può essere trovato neanche il minimo accenno a qualsiasi azione militare georgiana. [4] Naturalmente qua e là si può trovare una notizia che menziona o almeno implica di passaggio che è stata un'invasione ad opera della Georgia a suscitare il caos. Ma ancora devo trovare nei mass media americani una notizia che in realtà sottolinei questo punto, e certamente nessuno che lo metta nel titolo. Il risultato è che se oggi fra gli americani venisse condotto un sondaggio, sono sicuro che la maggioranza di chi ha un'opinione sarebbe convinta che i cattivi russi hanno cominciato tutto loro. [5] 

Quello che abbiamo qui nei media americani è semplicemente la procedura operativa standard per un ODE (Officially Designated Enemy, [nemico ufficialmente designato, n.d.t.]). Quasi appena cominciati i combattimenti, Dick Cheney ha annunciato: “L'aggressione russa non deve restare senza risposta.” [6] I media non hanno avuto bisogno di ulteriori istruzioni. Sì, è così che funziona in realtà. (Vedi Cuba, Zimbabwe, Venezuela, Iran, Bolivia, ecc. ecc.) 

Il presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili, è un lacchè degli americani a un livello che imbarazzerebbe Tony Blair. Finché i loro 2.000 soldati non sono stati richiamati in patria per questa emergenza, il contingente georgiano in Iraq era il più grosso dopo quelli di USA e Regno Unito. Il presidente georgiano chiacchiera di libertà e democrazia e guerra fredda come George W., dichiarando che l'attuale conflitto “non riguarda più la Georgia. Riguarda l'America, i suoi valori”. [7] (Devo confessare che finché Saakashvili non lo ha sottolineato non avevo realizzato che nei combattimenti fossero coinvolti “valori americani”.) Il suo governo ha pubblicato pochi giorni fa un'inserzione a tutta pagina nel Washington Post. Il testo completo, scritto in verticale, era: “Lenin... Stalin... Putin... Arrendersi? Quando è troppo è troppo. Appoggiate la Georgia... sosgeorgia.org” [8] 

Il primo ministro britannico Gordon Brown ha affermato che il riconoscimento russo dell'indipendenza delle due regioni georgiane secessioniste dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era “pericoloso e inaccettabile.” [9] Alcuni mesi fa, quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza dalla Serbia, il Regno Unito, insieme con gli USA e con altri paesi alleati, lo ha rapidamente riconosciuto malgrado i diffusi avvertimenti che legittimizzare l'azione del Kosovo poteva portare alla dichiarazione di indipendenza da parte di varie altre regioni nel mondo.

L'ipocrisia di Brown appare semplicemente come la routine per un politico se paragonata a quella di John McCain e George W. relativa ai combattimenti in Georgia: “Sono interessato a buoni rapporti fra Stati Uniti e Russia, ma nel 21° secolo le nazioni non invadono altre nazioni,” ha detto McCain [10], il saldo sostenitore delle invasioni USA di Iraq e Afghanistan e uno dei campioni di punta di un'invasione dell'Iran.

Ed ecco Mahatma Gandhi Bush che medita sull'argomento: “La prepotenza e l'intimidazione non sono modi accettabili di condurre la politica estera nel 21° secolo.” [11] 

Un'ipocrisia di questa portata impone il rispetto. Batte al confronto il motto sulle targhe automobilistiche dell' stato del New Hampshire fatte da carcerati: “Vivi libero o muori”. 

Il nostro amato presidente è stato anche spinto ad affermare che il riconoscimento russo dell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia è stato una “decisione irresponsabile”. “L'azione della Russia non fa che inasprire le tensioni e complicare i negoziati diplomatici,” ha detto. [12] Belgrado, stai ascoltando? 

Andrebbe osservato che Ossezia del Sud e Abkhazia, linguisticamente e storicamente distinte, erano state regioni o protettorati autonomi russo/sovietici dall'inizio del 19° secolo al 1991, quando il governo georgiano abolì la loro autonomia. 

E allora qual era lo scopo dell'invasione georgiana dell'Ossezia se non servire la campagna elettorale di John McCain, un uomo che potrebbe essere il prossimo presidente USA ed essere così molto obbligato verso il presidente georgiano? Saakashvili avrebbe potuto voler rovesciare il governo osseto per rincorporarlo nella Georgia, allo stesso tempo con la speranza di promuovere la causa della richiesta georgiana di diventare un membro della NATO, che guarda di traverso a nuovi membri con territori disputati o installazioni militari appartenenti a stati non membri come la Russia. Ma la natura dell'invasione georgiana non si adatta a questa tesi. I georgiani non hanno fatto nessuna delle cose che chi organizza un colpo di stato ha tradizionalmente trovato indispensabile. Non si sono impadroniti di stazioni radio o TV, o dell'aeroporto, o di importanti edifici pubblici, o di installazioni militari o della polizia. Non hanno arrestato membri chiave del governo. Tutto quello che i militari georgiani armati e addestrati da gli USA/Israele hanno fatto è bombardare e uccidere, civili e soldati del contingente di pace russo, questi ultimi legalmente presenti da 16 anni ai sensi di un accordo internazionale. A che pro tutto questo se non per incitare un intervento russo? 

L'unica ragione per la quale gli Stati Uniti non hanno attaccato a loro volta con forza le forze russe è che un preminente principio degli interventi militari americani è non prendersela con qualcuno capace di difendersi davvero. 

Antichi veterani della guerra fredda ora si preoccupano dell'espansionismo russo, avvertendo che l'Ucraina potrebbe essere la prossima. Ma dei numerosi miti che circondano la guerra fredda, uno dei maggiori fu certamente l'“espansionismo comunista”. Dobbiamo ricordarci che nello spazio di 25 anni le potenze occidentali invasero la Russia tre volte – la prima guerra mondiale, l'“intervento” del 1918-20, e la seconda guerra mondiale, infliggendo una quarantina di milioni di perdite solo nelle due guerre mondiali. (L'Unione Sovietica ha riportato in guerre internazionali perdite considerevolmente maggiori sul proprio territorio rispetto che all'estero. Non ci sono molte grandi potenze che possano dirlo.) Per effettuare queste invasioni l'occidente usò l'Europa orientale come una strada maestra. Dovrebbe causare meraviglia che dopo la seconda guerra mondiale i sovietici fossero determinati a chiudere questa strada maestra? Senza l'atmosfera e l'indottrinamento da guerra fredda la maggior parte della gente non avrebbe avuto problemi a vedere l’occupazione societica dell'Europa orientale come un atto di autodifesa. Né il caso dell'Afghanistan appoggia l'idea dell'“espansionismo”. L'Afghanistan visse accanto all'URSS per più di 60 anni senza alcuna intrusione militare sovietica. È solo quando gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan per sostituire un governo amico di Mosca con uno aggressivamente anticomunista che i russi invasero per dare battaglia ai jihadisti islamici appoggiati dagli USA. 

Durante la guerra fredda, prima di intraprendere un nuovo intervento militare, i funzionari americani solitamente dovevano considerare come avrebbe reagito l'Unione Sovietica. Questo freno fu rimosso con la dissoluzione dell'Unione Sovietica nei primi anni '90. Tuttavia potremmo assistere adesso all'inizio di un nuovo tipo di polarizzazione nel mondo. Un numero crescente di paesi nel Terzo Mondo – con l'America Latina come esempio principale – ha rapporti più fraterni con Mosca e/o Pechino che con Washington. L'ex ambasciatore all'ONU di Singapore ha osservato: “La maggior parte del mondo è sconcertata dal moralismo occidentale sulla Georgia” [...] Mentre l'opinione occidentale è che il mondo “dovrebbe appoggiare il più debole, la Georgia, contro la Russia [...] la maggioranza appoggia la Russia contro l'occidente prepotente. Il divario fra la narrazione occidentale e il resto del mondo non potrebbe essere più chiaro.” [13] E il Washington Post ha riferito: “Saif al-Islam Gaddafi, l'influente figlio del leader libico Moammar Gheddafi, ha fatto eco al piacere espresso in buona parte dei mezzi di informazione arabi. ‘Quanto è successo in Georgia è un buon segno, che significa che l'America non è più l'unica potenza mondiale che stabilisce le regole del gioco [...] c'è un equilibrio nel mondo adesso. La Russia sta risorgendo, il che è buono per noi, per l'intero Medio Oriente’.”[14] 

Intrighi alla convenzione?

Sono l'unico a essere un tantino sospettoso su quanto è accaduto alla convenzione democratica il 27 agosto? Perché Hillary Clinton ha chiesto una sospensione dell'appello quando si era arrivati a New York e ha chiesto che Barack Obama venisse scelto dalla convenzione per acclamazione? Molti delegati avevano lavorato per fare votare la gente alle loro primarie e volevano l'opportunità di annunciare pubblicamente il conteggio dei delegati. Che male ci sarebbe stato a permettere a ogni stato di votare? 

E perché, dopo la mozione di Clinton, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha gridato immediatamente: “Tutti quelli a favore, dicano Sì”, seguita da un grande ruggito, e poi ha gridato: “Tutto quelli contrari dicano No”? È impossibile dire quanto sia stato forte il No perché il tempo trascorso fra questa richiesta della Pelosi e la sua dichiarazione “La misura è approvata” non è stato più di uno o due nanosecondi. Letteralmente non ha permesso che si sentisse un No. 

Né sono riuscito a trovare una documentazione del voto effettuato prima di arrivare a New York. 
Qualcun altro trova qualcosa di strano in tutto questo? 

Tutte le coscienze sono uguali, eccetto che alcune coscienze sono più uguali di altre

L'amministrazione Bush ha proposto protezioni più forti per il lavoro di medici e altri operatori sanitari che rifiutano di partecipare ad aborti per obiezioni religiose o morali. Sia i sostenitori che i critici dicono che le nuove regolamentazioni sono tanto ampie da permettere a farmacisti, medici, infermiere e altri operatori di rifiutarsi di fornire pillole anticoncezionali, pillole del giorno dopo e altre forme di contraccezione, e permettono esplicitamente ai dipendenti di non dare informazioni su tali servizi e di rifiutarsi di indirizzare i pazienti altrove. “La gente non dovrebbe essere costretta a dire o fare cose che credono siano moralmente sbagliate,” ha detto il ministro della sanità Mike Leavitt. “Gli operatori sanitari non dovrebbero essere costretti a fornire servizi che violano la propria coscienza.” [15] 

È difficile essere contrari a una filosofia del genere. È anche difficile essere coerenti al riguardo. Leavitt e altri nell'amministrazione Bush estendono questo concetto ai militari? Se un soldato in Iraq o in Afghanistan è profondamente disgustato dal suo coinvolgimento nell'eseguire l'orrore quotidiano dell'occupazione americana e chiede di essere congedato dalle forze armate come obiettore di coscienza, il Pentagono onorerà la sua richiesta perché “la gente non dovrebbe essere costretta a dire o fare cose che credono siano moralmente sbagliate”? Il fatto che il soldato si sia arruolato volontariamente non ha alcuna attinenza. La coscienza di una persona si sviluppa da esperienze di vita e da una continua riflessione. Chi può dire in che preciso momento nel tempo la coscienza di una persona deve ribellarsi contro il commettere crimini di guerra perché l'obiezione sia considerata legalmente o moralmente valida? La firma di un contratto non è una ragione per essere costretti a uccidere la gente. 

Può un operatore sanitario fortemente contrario alle brutali guerre americane rifiutarsi di curare un soldato ferito che è stato direttamente coinvolto nella brutalità? Negli USA può uno psicologo, un farmacista o un medico civile rifiutarsi di curare un soldato perché se aiutasse a ristabilire la sua salute sarebbe rispedito al fronte di guerra a continuare ad ammazzare? 

Si può permettere agli attivisti pacifisti di trattenere la parte delle loro imposte sul reddito che supportano le forze armate? Stanno cercando di farlo da decenni senza alcun appoggio dello Stato. 

National Pentagon Radio

La stazione radiofonica WAMU, affiliata per Washington, DC alla National Public Radio (NPR), ha chiesto ai suoi ascoltatori di scrivere per dire per che cosa la usano come fonte. Alcuni di quelli che hanno risposto sono stati invitati per un'intervista registrata, e un nastro di parte dell'intervista è stato mandato in onda. Ho inviato loro la seguente email: 

13 giugno 2008 
A mysource@wamu.org 
Carissimi, 
io uso WAMU per ascoltare All Things Considered. Uso All Things Considered per avere il punto di vista del Pentagono sulla politica estera USA. È grandioso ascoltare dei generali in pensione che spiegano perché gli USA hanno appena bombardato o invaso un altro paese. Non sono disturbato da nessun ingenuo contestatore contrario alla guerra. Ricevo la verità ufficiale diritto dalla fonte. È un grande paese questo, o che altro? Spero che stiate preparando qualche altro grande generale in pensione per dirmi perché abbiamo dovuto bombardare l'Iran e uccidere migliaia di altre persone. Solo assicuratevi di non farmi ascoltare nessuno di sinistra. 
Sinceramente, 
William Blum, che dovrebbe essere sul Diane Rehm Show, ma non sarà mai invitato 
[seguito da alcune informazioni sui miei libri] 

Non mi aspettavo alcun tipo di risposta positiva. Immaginavo che se non l'avesse fatto la mia lettera, allora sicuramente i titoli dei miei libri avrebbero rivelato che in realtà non sono un amante delle forze armate americane o delle loro guerre. Ma non voglio davvero credere il peggio dei media mainstream. È troppo scoraggiante. Così è stata una sorpresa piacevole quando qualcuno alla stazione mi ha invitato a venire per un'intervista. È durata più di mezz'ora ed è andata benissimo. Ho espresso senza mezzi termini molti dei miei sospetti sulla copertura fatta dalla NPR della politica estera USA. L'intervistatore ha detto che era molto contento. Si aspettava che sarebbe stato un pezzo interessante da trasmettere per la stazione. Ma è andata a finire che questo è stato quanto. Non ho mai più avuto notizie dalla stazione, e la mia intervista non è stata mai trasmessa. 

Un paio di mesi dopo ho inviato una mail all'intervistatore chiedendo se l'intervista sarebbe stata mandata in onda. Ho potuto verificare che l'aveva ricevuta, ma non ho avuto risposta. Penso che l'intervistatore fosse stato sincero, ed è per questo che non ne faccio il nome. Qualcuno al di sopra di lui deve aver ascoltato il nastro, ricordato nei confronti di chi è la vera lealtà della radio “pubblica” (verso il suo finanziatore, il Congresso), e ha messo il veto sul tutto. La mia (mancanza di) fede nei mass media americani non è stata messa alla prova. E chi lavora nei mass media continuerà a credere in quello che pratica, qualcosa che chiamano “obiettività”, mentre io continuerò a credere che l'obiettività non è un sostituto dell'onestà. 

Gli ascoltatori danno il loro contributo alla sindrome. I consumatori di notizie, se alimentati abbastanza a lungo con cibo spazzatura sull'eccezionalismo americano finiscono per sentircisi in casa propria, a identificarlo con l'obiettività, e a identificare l'obiettività con l'avere un quadro completo ed equilibrato, ovvero la “verità”; appare neutrale e imparziale, come il sofà del salotto su cui stanno seduti mentre guardano la NBC o la CNN. Vedono i “media alternativi”, con uno stile piuttosto diverso da ciò a cui sono abituati, come non abbastanza obiettivi, dunque sospetti. 

Il presidente della NPR, incidentalmente, è un signore che si chiama Kevin Klose. In precedenza ha aiutato a coordinare tutte le trasmissioni internazionali finanziate dagli USA: Radio Free Europe/Radio Liberty (Europa centrale e Unione Sovietica), Voice of America, Radio Free Asia, Radio/TV Marti (Cuba), Worldnet Television (Africa e altrove); tutti creati appositamente per diffondere presso un target di ascoltatori notizie mondiali passate attraverso il prisma delle convinzioni e degli obiettivi della politica estera americana. È stato anche presidente di Radio Free Europe/Radio Liberty. Sarebbe ingiusto dire che adesso gli americani sono diventati il suo nuovo target di ascoltatori? Tutto inconsapevole naturalmente; è questo che rende i mass media così efficaci; credono davvero nella propria obiettività. Per non parlare della propaganda consapevole. 

William Blum
Fonte: http://members.aol.com
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer61.htm

Se non combattiamo il narcotraffico in Afghanistan perchè siamo li?


L'Italia non blocca la proposta del comandante supremo della Nato John Craddock di ampliare il mandato delle truppe Isaf per combattere il narcotraffico in Afghanistan.Tuttavia, chiede un momento di riflessione in piu', perche' la questione e' complessa e' richiede un approfondito chiarimento. A due giorni dalle dichiarazioni rese ad AKI-Adnkronos International dal generale statunitense sulla questione, con una critica agli Stati membri della Nato che "puntano i piedi" (senza fare nomi), e' questo il quadro che AKI traccia della questione.  
La Nato e' molto preoccupata perche' i flussi finanziari provenienti dal traffico di droga (che complessivamente 'fattura' 4 miliardi di dollari l'anno) finanziano anche la guerriglia, che in effetti sta diventando sempre piu' pericolosa per i 52.000 militari schierate nel quadro della missione Isaf guidata dalla Nato, cui pero' partecipano anche 14 paesi esterni all'Alleanza. Al momento, pero', la Nato sul fronte del narcotraffico puo' soltanto dare delle 'dritte' alle autorita' afgane, che cercano di intervenire. Il problema tuttavia e' che le forze antidroga di Kabul, pur essendo ben addestrate, sono a ranghi troppo ridotti per esser davvero efficaci. Cosi' il generale Craddock ha esplicitamente chiesto di poter cambiare il piano operativo Isaf per consentire interventi diretti antidroga.  Una proposta che ha fatto storcere il naso, a quanto apprende AKI, a buona parte dei 'vecchi' membri della Nato: tra i dubbiosi, oltre all'Italia, figurano la Francia, la Germania, il Belgio, l'Olanda, la Spagna. Piu' favorevoli la Gran Bretagna e i 'nuovi' paesi (gli ex 'satelliti' di Mosca).    
Stando alle informazioni in possesso di AKI-Adnkronos International, in realta' l'Italia non sta propriamente 'bloccando', ma ha bisogno di tempo per riflettere. Le questioni da chiarire, viene sottolineato, non sono poche e sono anche di aspetto giuridico. Ad esempio: i narcotrafficanti, a differenza dei talebani, sono considerati dei civili. Puo' la Nato attaccarli? Inoltre che cosa significa 'distruggere' i laboratori in cui si confeziona l'eroina?
L'Italia non e' favorevole a bombardamenti aerei, rischiosissimi sul fronte dei civili. Non basta: l'Italia non vede di buon occhio un intervento delle forze Isaf in autonomia, ma chiede che comunque l'intervento avvenga insieme alle truppe afgane. Vi sarebbe ugualmente una notevole differenza rispetto alla situazione attuale, in quanto sarebbe comunque un intervento diretto mentre al momento le forze Isaf possono solo dare informazioni e 'dritte' agli afgani.
In generale, dicono a Bruxelles fonti non italiane della Nato ad AKI, in molti degli stati 'dubbiosi' ci potrebbe essere di sfondo anche un'altra preoccupazione: e cioe' che una modifica del piano operativo allargato alla lotta al narcotraffico implichi un incremento delle forze e dei mezzi sul campo. E molti alleati sono ritengono di non poter aumentare ulteriormente i propri sforzi in Afghanistan, anche se e' proprio questo quello che chiedono anzitutto Washington e Londra.
Fonte: Aduc

Lufthansa punta al 49% di Alitalia


"ALITALIA ci interessa molto. Ma noi puntiamo alla maggioranza...". Wolfgang Mayrhuber va dritto al cuore del problema, quando spiega a Epifani, Bonanni e Angeletti i progetti di Lufthansa sulla nostra compagnia di bandiera. 
Alle nove del mattino, davanti a una tazza di caffè sorseggiata nella quiete di Villa Almone, residenza romana dell'ambasciatore tedesco Michael Steiner, il chairman del colosso tedesco conferma ai leader di Cgil, Cisl e Uil che, se il governo italiano fosse disponibile, potrebbe acquisire fin da subito il controllo di Alitalia. "Ci vuole un accordo in tempi rapidi - spiega il manager - e Lufthansa è pronta a fare la sua parte". 

Non tanto e non solo per bruciare la concorrenza di Air France, quanto piuttosto perché la mitica "cordata italiana" raggruppata sotto le insegne di Cai, per quanto corroborata dal sofferto accordo con le rappresentanze dei lavoratori, non avrebbe la "massa critica", in termini di capacità finanziaria e di potenzialità operativa, per reggere l'urto della concorrenza globale. 

Dunque, nel breve giro di tre giorni, un altro bluff del governo è finalmente caduto. Non era affatto vero che "non esistono manifestazioni di interesse da parte delle compagnie straniere", come Berlusconi ha ripetuto per giorni e giorni, costringendo il commissario Fantozzi a ripetere lo stesso bugiardo refrain. Con l'unico obiettivo (del tutto strumentale) di mettere le confederazioni con le spalle al muro, e con l'unica pretesa (del tutto inattuale) di difendere la linea del Piave dell'"italianità", inopinatamente e irresponsabilmente fissata dal Cavaliere fin dalla campagna elettorale della scorsa primavera. 

Sono bastate poche ore di colloqui nell'ufficio del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (prima con Francesco Mengozzi in rappresentanza dei francesi, poi con lo stesso Mayrhuber in rappresentanza dei tedeschi) a far venire in campo le due proposte alternative di Air France e di Lufthansa. Molto diverse l'una dall'altra, ma entrambe molto concrete. 

Negli incontri di Palazzo Chigi e di Villa Almone, i tedeschi hanno riproposto il loro schema di gioco, che contempla due ipotesi. Da un lato, una partecipazione con la quale Lufthansa si affianca a Cai: "Ma per noi - è il senso della posizione tedesca - questa è l'ipotesi meno preferibile". Dall'altro lato, un ingresso nel capitale della nuova compagnia in posizione di maggioranza relativa, o comunque con una quota che può arrivare o si può avvicinare al 49%: "E per noi - è la postilla tedesca - questa è una soluzione di gran lunga migliore". 

Mayrhuber spiega ai sindacati perché questa seconda opzione è più "funzionale". "È inutile che voi, oggi, stiate a discutere dell'italianità e della non italianità della vostra compagnia di bandiera. Così come sarebbe inutile che lo facessimo noi tedeschi in casa nostra, o i francesi in casa loro. Rischiamo di fare una guerra nel pollaio di casa, mentre qui in Europa presto arriveranno i grandi vettori dell'Estremo Oriente che ci spazzeranno via". 

Per questo l'unica strategia è quella dell'integrazione. E per i tedeschi la "polpa" buona di Alitalia è oggi una formidabile occasione di integrazione, dentro un modello di network aereo multi-hub e multi-brand. "Noi siamo pronti, il piano industriale è pronto". Epifani, Bonanni e Angeletti (e insieme a loro anche la leader dell'Ugl Renata Polverini) condividono e appoggiano la proposta Lufthansa, anche nella sua forma più "radicale", cioè il pieno controllo di Alitalia. 

Ma a questo punto, se ci sarà il via libera all'accordo sindacale con Cai allargato anche a tutte le sigle autonome dei piloti e del personale di volo, il problema è solo politico. "Ma il governo di cosa ha paura?", è la domanda congiunta di Mayrhuber e Steiner. "Io sono chairman di Lufthansa - spiega il primo ai leader sindacali per smitizzare il mantra dell'italianità - e non sono nemmeno tedesco, sono austriaco. E tutto sommato nemmeno Lufthansa è poi così tedesca...". Oltre il 51% del suo capitale è collocato sul mercato, e i primi due azionisti sono la francese Axa (col 10,56%) e l'inglese Barclays (con il 5,07%). 

Solo il premier può sciogliere il nodo. Ma per farlo deve uscire dalla logica "resistenziale" alla quale ha costretto tutti, a partire da Colaninno e dai suoi sedicenti "capitani coraggiosi". L'offerta Lufthansa è preferibile per ragioni economiche. Intanto parte con il consenso di tutte le sigle, confederali e autonome. E poi, ruotando su una strategia industriale "a rete integrata" che non contempla l'individuazione di un unico hub italiano, incontra il consenso politico della Lega e del Nord, che non devono subire lo smacco del downgrading di Malpensa. 

Ma l'opzione tedesca pone un problema politico: obbliga il Cavaliere a una marcia indietro di fronte agli elettori (ai quali ha giurato che l'Alitalia sarebbe rimasta italiana) e di fronte ai soci di Cai (ai quali ha promesso prebende pubbliche in cambio della fiche privata sulla compagnia di bandiera). 

L'offerta Air France è preferibile per ragioni politiche. Intanto la Francia è presidente di turno della Ue, e al Cavaliere può convenire l'idea di fare un favore a Sarkozy. E poi Jean Cyril Spinetta si accontenta di una quota del 10-15%, e in una prima fase si acconcia ad affiancare Cai in posizione minoritaria, perché questo gli consente di blindare comunque Alitalia nel patto Sky Team (la cui eventuale rescissione costerebbe circa 200 milioni di euro alla nostra compagnia) per poi fagocitarla con tutta calma nel giro di qualche anno. 

Ma l'opzione francese sconta un'incognita economica: quanto può reggere lo schema "Cai più Air France"? La competizione internazionale nel trasporto aereo sarà feroce, e richiederà investimenti massicci. I soci Cai, nonostante la buona volontà dimostrata con l'accettazione del lock up che li obbliga a non cedere le proprie quote di qui a cinque anni, dovranno rimettere mano pesantemente al portafoglio, per fare cospicue ricapitalizzazioni molto prima del 2013. E poiché è chiaro che i vari Aponte, Fratini e Bellavista non avranno né denaro né voglia, a quel punto Air France avrà buon gioco a conquistare, senza inutili spargimenti di carta bollata, la maggioranza. 

Alla fine, per l'Italia e per l'Alitalia, l'alternativa è semplice. Per il governo si tratta di scegliere tra una vendita immediata, o una svendita differita. Per il Cavaliere si tratta di scegliere tra un insano, autarchico provincialismo e un sano, realistico europeismo. 
Fonte: Repubblica

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