martedì 23 settembre 2008

Cos'è realmente successo all'acceleratore del Cern?


Un problema di natura elettrica fa slittare di almeno due mesi il programma del mega-acceleratore di particelle che, secondo la scienza, dovrebbe svelarci molti segreti sull’origine dell’universo. Ma gli esperti invitano alla calma: “È un guasto serio ma non catastrofico”

Tutti si aspettavano il Big Bang. Qualcuno addirittura la fine del mondo. Per ora, però, si può parlare solo della fine - inattesa, anche se momentanea - dei lavori dopo soli dieci giorni di attività: tanto è durato infatti il cammino delle particelle lanciate nel Large Hadron Collider (Lhc), ilsuper acceleratore del Cern di Ginevra che - secondo la scienza - dovrebbe ricostruire le condizioni dell’ universo un istante dopo la sua genesi. 

Dopo l’avvio, lo scorso 10 settembre, l’acceleratore è infatti andato in tilt sabato scorso per colpa di unguasto elettrico fra due magneti che ha portato alla fuoriuscita di elio dal sistema di raffreddamento, elemento fondamentale per mantenere a temperatura (-271 gradi Celsius) le particelle lanciate nel tunnel. Un guasto serio ma non catastrofico, scrivono le agenzie riportando l’opinione di alcuni fonti di Ginevra. Che direttamente dalle pagine del loro sito si sono anche affrettate a precisare che, “grazie alle rigorose procedure di sicurezza in vigore al Cern, non c’è mai stato alcun pericolo per le persone”.

Ma quanto ci vorrà per riportare in attività il lunghissimo tunnel svizzero che, lo ricordiamo, si snoda per 27 chilometri 100 metri sotto il suolo di Ginevra? Secondo la prima diagnosi un paio di mesi circa, il tempo cioè strettamente necessario per alzare gradualmente la temperatura e per ritornare al freddo. Una prassi indispensabile per evitare il rischio di rotture meccaniche delle bobine e dei magneti. Ma c’è già chi ipotizza un ulteriore allungamento dei tempi a causa di un intervento di manutenzione programmato per gennaio che dovrebbe portare a un nuovo fermo della macchina. 

Insomma, fra una cosa e l’altra bisognerà presumibilmente attendere fino alla prossima primavera per avere le prime collisioni fra particelle. Sempre che non arrivi prima la fine del mondo.

Scritto da Roberto Catania

Si baciarono in pubblico, a processo due gay



Dovranno spiegarlo a un giudice, che facevano quella sera d’estate al Colosseo. Roberto e Michele, trentenni omosessuali, sono stati citati in giudizio perché, secondo i carabinieri che li hanno “colti in flagrante” consumavano un rapporto orale in piena strada. Loro invece dicono che si stavano solo scambiando un bacio. Come tante coppie fanno per strada, sugli autobus, nei bar. Ma loro sono gay, e quindi non sta bene.

Sono imputati per atti osceno in luogo pubblico e nel febbraio prossimo dovranno presentarsi davanti a un giudice. Il loro avvocato, Daniele Stoppello, si dice sereno, perché le «accuse sono infondate». Per dimostrarlo, più volte il legale ha chiesto di acquisire il video delle telecamere che sono presenti nell'area archeologica dei Fori Imperiali, che dimostrerebbero come tra Roberto e Michele ci fosse stato solo un bacio. Ma, spiega ora l’avvocato, «tale istanza non è stata valutata positivamente dall'accusa, secondo la quale l'acquisizione della videoregistrazione “è attività complessa dall'esito incerto e non proporzionata all'oggetto del procedimento”. Insomma, chiedere la registrazione è sproporzionato, mandarli a processo no.

Per solidarietà con Roberto e Michele, il 2 agosto scorso, a Roma era stato anche organizzato un «bacio pubblico di tutte le coppie gay e lesbiche della Capitale, per ricordare che baciarsi non è un reato». L’Arcigay si dice «sorpresa» dalle decisione del magistrato: «Sono stati tenuti in considerazione – spiega il presidente romano Fabrizio Marrazzo – solo i verbali dei carabinieri e non comprendiamo per quale motivo non siano state acquisite le registrazioni delle telecamere: le immagini avrebbero consentito di fare luce sull'intera vicenda. Siamo certi dell'innocenza di Roberto e Michele – conclude – come verrà dimostrato durante il processo».

Le quotazioni Saras gonfiate per appianare i debiti dell'Inter


Riprendiamo da Dagospia il pezzo pubblicato a firma di Walter Galbiati per “la Repubblica”

Quel titolo valeva tra 4 e 5 euro per azione. Invece le banche e la famiglia Moratti lo hanno piazzato sul mercato a 6 euro. E per farlo, secondo la ricostruzione del consulente tecnico della procura di Milano, Marco Honegger, non avrebbero pubblicato alcuni dati rilevanti nel prospetto informativo.

 

Che la quotazione di Saras, la società di raffinazione di Sarroch, non fosse stato un grande affare per il mercato, lo si era capito fin da subito, quando il giorno successivo alla quotazione, avvenuta il 18 maggio 2006, il titolo aveva perso oltre il 10 per cento del suo valore. Il consulente tecnico ha ricostruito in un documento di oltre 400 pagine i motivi di quella debacle. E ha ipotizzato che l´incasso della quotazione sia servito soprattutto a un ramo della famiglia, quello di Massimo Moratti, per far fronte ai debiti dell´Inter. Con un contestuale danno per il mercato di 770 milioni.

Tutti, gli analisti, i banchieri e gli investitori istituzionali avevano capito, durante le varie tappe che hanno portato la Saras in Borsa, che quella valorizzazione era troppo elevata, eppure nessuno ha fatto nulla per correggere il tiro. Un dato è emerso chiaramente dall´analisi di Honegger: l´utile di gruppo, il principale indicatore su cui calcolare il valore della società, era "gonfiato". "Si è potuto riscontrare che l´informativa da Prospetto - scrive il consulente - non aveva evidenziato l´esistenza di una considerevole componente di utili non ricorrente nei dati storici, dati unici su cui basarsi per la decisione di investimento (quantomeno per il pubblico indistinto)".

La mancanza si riferisce all´utile 2005, pari a 292,6 milioni di euro. Una cifra riportata tale e quale nel prospetto, senza avvisare i risparmiatori che il dato era "gonfiato" da utili derivanti dalle scorte di magazzino. Dalla documentazione sequestrata dalla Guardia di Finanza presso Jp Morgan, una delle banche advisor per la quotazione, invece, emerge chiaramente che nei report su Saras redatti prima della quotazione, gli analisti, compresi quelli di Morgan Stanley e Caboto di Banca Intesa (gli altri due advisor dei Moratti) prendono in considerazione gli utili depurati ("comparable") per calcolare il valore delle società di raffinazione.

Gli unici a non farlo sono quelli di Jp Morgan. La stessa Saras, come sostiene il consulente, si accorge dell´errore e a partire dal comunicato stampa del 25 ottobre inizia a fornire i dati di utile relativi ai trimestri, così come lo richiede la prassi degli analisti. A febbraio 2007, in un altro comunicato, la società svela che l´utile netto rettificato per il 2005 è di 230 milioni di euro. Con questi profitti, il valore per azione di Saras sarebbe stato tra i 4,1 e i 5,1 euro e non tra i 5,25 e i 6,5 euro, come indicato nel prospetto.

 


Non vi è nessuna giustificazione di un prezzo di 6 euro nemmeno negli studi delle tre banche che hanno partecipato alla quotazione: "Sulla base delle valutazioni rettificate delle banche d´affari partecipanti all´operazione, il range avrebbe dovuto collocarsi tra i 4 e i 5 miliardi di euro (ossia tra i 4,4 e i 5,6 euro per azione); dunque inferiore di 700 milioni a quello definito in Prospetto Informativo", sostiene la consulenza.

Non è un caso, quindi, che le quotazioni di Saras, dal giorno dello sbarco in Borsa a oggi, si siano allineate ai valori stimati dagli analisti. Se n´erano accorti fin da subito gli investitori istituzionali del calibro di Morley, Strategic Market Analysis, Moore, Plutus, Generali e Polygon, che già in fase di quotazione ("bookbuilding") avevano ridotto significativamente o cancellato gli ordini di acquisto.

Perché allora spingere il prezzo di quotazione? Le email sequestrate dagli inquirenti offrono qualche indicazione. "È vitale che davanti al prezzo ci sia un 6", scriveva il numero uno di Jp Morgan, Federico Imbert, a un suo collega, mentre il bookbuilding attraversava una fase critica. Jp Morgan, oltre alle commissioni per il collocamento, otterrà, cosa taciuta nel prospetto, anche il mandato dalla famiglia Moratti per gestire attraverso la sua filiale di private banking, i lauti proventi della quotazione.

Un altro banchiere di Jp Morgan, Emilio R. Saracho (probabilmente del private banking) svela in una email un ulteriore dettaglio: "Devi essere al corrente del fatto che abbiamo ottenuto 1,6 miliardi di euro, cioè da entrambi fratelli, ma uno dei due deve ripagare 500 milioni di debiti, e così quella parte non la vedremo per lungo tempo".

 

Sempre Imbert, il 14 marzo 2006, alza il sipario sui presunti interessi di Banca Intesa: "Parlato a lungo con Micciché di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su Saras e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su Saras. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature. Tiene ovviamente molto al successo data l´esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo. Lui crede che lo faccia per invidia nei nostri confronti".

In un documento, poi, trovato presso la Jp Morgan, intitolato "Materiale di discussione", si spiega la scelta di affiancare un aumento di capitale, non necessario, alla vendita di titoli da parte della famiglia. Se così non fosse, "verrebbe evidenziata una scarsa propensione ad investire e si darebbe l´idea che la proprietà vuole solo fare cassa, prestando il fianco a critiche su altre iniziative (metti i soldi nell´Inter)".

Link: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/09/23/120296-inchiesta_sulla_quotazione_saras.shtml

Abbattuto un drone russo


Risale la tensione tra Russia e Georgia: Tbilisi ha annunciato di aver abbattuto un drone da ricognizione russo, vale a dire un aereo senza pilota. Secondo i georgiani il veivolo stava sorvolando un oleodotto nei pressi di Gori, a circa 50 km dalla capitale georgiana. Chota Itiashvili, portavoce del ministero dell'Interno georgiano ha dichiarato: «Ieri mattina una pattuglia della polizia georgiana, che si trovava vicino all'oleodotto Baku-Supsa, ha visto un piccolo drone russo, che ha immediatamente distrutto». Il drone sarebbe stato dotato di gps e macchina fotografica.

«È una nuova provocazione mediatica per destabilizzare la situazione nella regione. Gli apparecchi russi non hanno effettuato alcun volo nella zona di sicurezza» afferma invece Aleksander Drobishevski, portavoce del ministero della difesa russo. «Non abbiamo rilevato alcuna caduta di aerei, nè apparecchi abbattuti nella zona di sicurezza», ha ribadito Vitali Manushko, portavoce delle forze di pace russe.

I rapporti tra Russia e Georgia si sono deteriorati nell'agosto di quest'anno quando si è arrivati al conflitto. Le truppe georgiane erano avanzate in Ossezia del Sud, provincia autonoma della Georgia. In quell'occasione si è scatenata la reazione russa con il bombardamento di Tbilisi e del porto di Poti. I russi hanno successivamente inviato proprie truppe in Ossezia e Abcasia, combattendo a fianco dei secessionisti fino a sconfinare in Georgia dove le truppe dell'Armata Russa hanno occupato diverse città. Dopo l'accordo sul cessate il fuoco è iniziato il ritiro russo dalla Georgia. Tuttavia permangono molti motivi di tensione, come dimostra l'abbattimento odierno del drone.

Link: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79254

Civiltà italiana


Il Consiglio dei ministri di oggi ha approvato due decreti legislativi: il primo modifica la disciplina del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato, mirata anche ad evitare richieste d'asilo strumentali, il secondo introduce "requisiti più stringenti" per il diritto al ricongiungimento familiare. Tra gli altri, si prevede che il coniuge non debba essere separato e debba avere più di diciotto anni. 
I due decreti sono stati approvati su proposta del ministro per le politiche europee, Andrea Ronchi, e del ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
I decreti, che modificano la disciplina di recepimento di direttive comunitarie (rispettivamente il decreto legislativo n.
25 del 2008 e n. 5 del 2007), hanno superato positivamente - sottolinea il comunicato del Cdm - la verifica di compatibilità con l'ordinamento comunitario.
Giro di vite dal Cdm anche sull'immigrazione clandestina: Palazzo Chigi infatti ha varato - tramite decreto legge - misure per "incrementare l'attività di contrasto all'immigrazione clandestina mediante la realizzazione tempestiva di ulteriori Centri di identificazione e di espulsione". Il Consiglio dei ministri di oggi ha deciso l'apertura di 10 nuovi centri di identificazione e espulsione degli immigrati clandestini, gli ex Cpt. Lo ha annunciato in conferenza stampa il ministro degli Interni, Roberto Maroni, che ha motivato la decisione con l'eccezionale afflusso di immigrati: 14200 tra gennaio e settembre del 2007, 23600 nello stesso periodo del 2008, con un incremento, sottolinea Maroni del 60%.
I nuovi centri verranno aperti in regioni dove non sono ancora presenti strutture.
Fonte: sole24ore

Analisi finanziarie nel caos


E´ divertente leggere i titoli dei commenti di agenzia in riferimento alla giornata di ieri : "Il petrolio s'infiamma. Il piano di salvataggio messo a punto dall'amministrazione Bush non riuscirà a scongiurare la recessione". 

Ma scusate, sino a 2 giorni fa titolavate "il petrolio cala a causa della inevitabile recessione". Mettetevi d´accordo, se decidete che è la recessione e non la carenza di prodotto a far scendere o salire il petrolio, per cortesia non usate le argomentazioni per entrambe le direzioni, perchè altrimenti chi vi legge pensa che state tirando a indovinare. 

Questa mattina qualcuno di voi si troverà poi a leggere anche "Il petrolio impazzisce: rialzo record - Per il greggio l'aumento sfiora i 30 dollari in una sola seduta" e rimarrà un pochino dubbioso vedendo lampeggiare il valore 109 e qualcosa sullo schermo. 

E´ vero, il petrolio è aumentato di circa il 6% in un giorno e contemporaneamente il dollaro ha perso quasi il 3% rispetto all´euro, ma quello che è aumentato di 30 dollari era un pugno di contratti derivati che scadevano ieri. Qualcuno vendeva petrolio allo scoperto e qualcun altro ha "castigato" il venditore (o i venditori) costringendolo a ricoprirsi ad un prezzo molto fantasioso. Fatevene una ragione. E´ solo un gioco e i giocatori ogni tanto si fanno qualche piccolo dispetto. 

Altra affermazione simpatica tratta dalle notizie di agenzia del mattino "Ad affossare il dollaro sono le quotazioni del petrolio in rialzo". Ma come sino a ieri era il petrolio che si deprezzava a causa del dollaro in rialzo. Da ieri è cambiato tutto ? E´ il petrolio che affossa il dollaro e non il piano di salvataggio del sistema finanziario americano da 700 miliardi di dollari messo a punto dal segretario al Tesoro, Henry Paulson, piano che potrebbe far lievitare il tetto del debito pubblico Usa del 6,6% a 11.300 miliardi di dollari ? 

Anche lo yuan questa mattina ha avuto un rialzo record verso il dollaro. Sarà colpa del latte avvelenato ? O della telefonata di George W. Bush a Hu Jintao (telefonata che curiosamente ha avuto grandissima eco in Cina, comparendo come prima notizia del telegiornale nazionale) in cui il capo di stato americano chiede ai cinesi, detentori di oltre 500 miliardi di dollari di U.S. Treasuries una mano per stabilizzare l´economia americana ? 

Io vi confesso che, rispetto a quello che sta succedendo sui mercati, non ho nessuna risposta che possa durare più del tempo in cui si dissolvono le onde generate da un sasso tirato in uno stagno. 

Roberto Malnati

I maoisti iniziano la riforma nella Repubblica del Nepal


Il partito Comunista del Nepal (maoista) dirige ormai il governo del paese dell’Himalaya. Non è stato un cammino facile. Ha condotto per oltre 10 anni una guerra popolare rivoluzionaria che gli ha permesso di prendere il controllo dell’80% del territorio, ad eccezione della valle di Katmandou. È sulla base di questa realtà innegabile e delle sconfitte militari schiaccianti che ha inflitto all'esercito, che ha accettato di firmare un accordo politico con un'alleanza di sette parti che ha permesso la realizzazione di una serie di mobilitazioni popolari che hanno portato alla caduta della monarchia feudale che aveva governato il paese durante 240 anni.

Dopo la fine della monarchia, un governo provvisorio ha elaborato una costituzione, anche provvisoria e delle elezioni hanno finalmente avuto luogo, dopo due ritardi dovuti alle ritrosie dell'alleanza dei sette partiti nell’attuare alcuni aspetti dell'accordo in 22 punti firmato con i maoisti.

In queste elezioni, il PCN(M) è il partito che ha ottenuto il migliore punteggio con il 30% dei voti.

I partiti reazionari e “moderati” hanno subito un fallimento schiacciante, mascherato soltanto dall'adozione del sistema proporzionale, che ha garantito loro un numero sufficiente di seggi da costringere il PCN(M) ha venire a patti, che porta anche fino a compiere ogni manovra possibile per allontanarlo dal nuovo governo.

Questa situazione, che è durata quattro mesi, ha permesso al presidente della nuova repubblica del Nepal - la prima misura dopo le elezioni è stata l'abolizione della monarchia - sia un destro del congresso nepalese e che il vicepresidente sia un rappresentante della tribuna dei diritti del popolo Madhesi (FDPM) - che ha giurato, al momento della nomina, in hindi e non in nepalese, come è previsto nella costituzione provvisoria.

La FDPM è un'organizzazione d'origine induista che chiede un'ampia autonomia per la zona più ricca del paese, politicamente pro-monarchica e favorevole a mantenere i legami attuali con l'India. Non contenti di sottrarre le cariche principali dello Stato ai maoisti, i partiti reazionari ed i loro alleati socialdemocratici del Partito Comunista del Nepal - Unità Marxista-Leninista (PCN-UML) ha riformato la costituzione provvisoria perché il primo ministro possa essere sollevato da una maggioranza semplice dell'assemblea e non dai due terzi, come era stato deciso prima della vittoria elettorale maoista.

Ciò fa capire chiaramente cosa intendono fare di fronte alla volontà popolare quando è loro sfavorevole, e nello stesso tempo, i problemi che dovrebbe affrontare il PCN(M) se riuscisse a dirigere il governo, come è finalmente avvenuto.

Le alleanze in Nepal sono molto fragili e il motto potrebbe essere: “Tutto per il potere”. Gli alleati di ieri sono i nemici d'oggi ed i nemici d'oggi potranno essere gli alleati domani. Dopo essere stato battuto nell'elezione per le cariche di presidente e di vicepresidente, il PCN(M) ha deciso di non prendere la testa del governo, nonostante il suo innegabile trionfo elettorale e di mantenersi all'opposizione. Due settimane più tardi, ha cambiato posizione ed ha accettato di assumere la carico di primo ministro e formare un governo, dopo avere fatto un patto con i socialdemocratici del PCN-UML - il nome di quest'organizzazione non deve indurre in errore, hanno rinunciato da numerosi anni al marxismo leninismo, ed anche a qualsiasi tipo di marxismo, collaboravano con la monarchia nel suo periodo più duro, arrivando a presiedere un governo durato nove mesi, sostenevano fino in fondo le azioni dell'esercito contro la guerriglia maoista ed hanno una posizione assolutamente conservatrice su temi determinanti come la riforma agraria. La loro forza risiede esclusivamente nelle classi medie urbane - con la FDPM (che riconosce che la promessa maoista sull'autodeterminazione la interessa) e gli altri piccoli partiti con i quali, da allora, ha sempre mantenuto un'alleanza stretta.

Secondo l'accordo, il PCN(M) conterà nove ministri, il PCN-UML sei, la FDPM quattro e le altre formazioni secondarie, come Partito Comunista Unito del Nepal, Janamorcha Nepal e Sadbhawana ciascuno uno. Di conseguenza, se sarà permesso al PCN (M) di dirigere il governo senza inconvenienti, per almeno due anni, il tempo che la costituzione sia definitivamente elaborata e che nuove elezioni si tengano, ciò che si avrà in Nepal non sarà che una riforma, e non una rivoluzione, poiché i portafogli importanti come quello degli affari esteri o quello dell'agricoltura e cooperative restano alle mani dei madhesisti, mentre i socialdemocratici hanno ottenuto gli interni e l'industria. I maoisti hanno punti di resistenza i ministeri della difesa, delle finanze e del lavoro.



La formazione del nuovo esercito

Cosa ha condotto a questo rovesciamento totale dei maoisti? Fondamentalmente il timore di non potere assolvere uno dei principali obiettivi del PCN(M): la formazione di un nuovo esercito, con l'incorporazione nelle sue file della parte principale delle strutture dell'Esercito Popolare di Liberazione, il suo braccio armato durante la guerra rivoluzionaria.

Da quando nel novembre 2006, è stato firmato l'accordo con l'alleanza dei sette partiti, l'integrazione dell’APL nell'esercito nepalese è stata rifiutata varie volte, gli ex-guerriglieri, confinati in accampamenti sotto controllo dell'ONU, si trasformano praticamente in mendicanti. I ritardi nel pagamento del salario sono stati frequenti (non hanno percepito nulla da quattro mesi), la situazione sanitaria negli accampamenti è deplorevole, l'elettricità manca e malattie appaiono a causa delle situazioni sanitarie e d'igiene deplorevoli esistenti in questi campi in cui sono raccolti. Ciò che è si è cercato con questo tipo di rapporti d'affari, da parte della reazione e dei suoi alleati socialdemocratici, è che gli ex-guerriglieri rinuncino ad integrarsi nel nuovo esercito, e che abbandonino gli accampamenti, partendo alla ricerca di che vivere.

Secondo l'ONU, 19.602 ex-guerriglieri sono distribuiti in modo permanente in sette campi, (gli altri 12.000 li hanno lasciati a condurre attività politiche) e costituiscono il contingente che dovrebbe essere incorporato nel nuovo esercito nepalese.

Il Congresso Nepalese, il Partito Tradizionale dei cacicchi, dei proprietari terrieri e dei reazionari, che ha governato il Nepal da tempi immemorabili, aveva accettato inizialmente l'incorporazione degli ex-guerriglieri, come lo prevedevano gli accordi del novembre 2006, ma dopo la vittoria elettorale maoista, ha ritardato dicendo che questa incorporazione avrebbe luogo “a uno a uno, e dopo il superamento di prove fisiche e scritte, come qualsiasi altro candidato nell'esercito”. È, fino ad oggi, anche la posizione ufficiale dei generali dell'esercito. Inoltre, il CN ha fatto tutto il suo possibile perché il portafoglio della difesa non ritorni ai maoisti e ha proposto che siano i socialdemocratici del PCN-UML a detenerlo, proposta che non è stata male accolta da questi partigiani della tesi della possibilità, (l'alleanza con la destra ed i settori neoliberali come unica possibilità in un mondo globalizzato) e che sono considerati, e come, come “una sinistra corretta”, quella che non ha volontà rivoluzionaria e che si interessa soltanto a rendere il sistema più funzionale, nello stile del Cile della Bachelet o del Brasile di Lula.

Il PCN(M) aveva insistito sul fatto che solo un ministero della difesa controllato da esso, potrebbe organizzare il processo di formazione del nuovo esercito e considerava questo punto non soltanto non negoziabile, ma come un casus belli.

Gli spiriti negli accampamenti, sono molto surriscaldati e solo una soluzione di quest'affare può evitare una ripresa del conflitto. Tutti sono coscienti di ciò, ed è il motivo per cui ci sono stato questi cambiamenti d'alleanza sorprendenti e variabili, è la ragione principale per la quale il PCN(M) ha fatto retromarcia ed ha accettato di dirigere il governo. La sfida che affronta non è da meno.

Il primo ministro ha dato un termine di sei mesi perché l'integrazione sia terminata e ciò ha alleviato un po' gli spiriti negli accampamenti. Ma la sfiducia dei maoisti verso l'esercito è grande, poiché non hanno potuto ottenere la punizione o il pensionamento dei generali più implicati nella repressione monarchica e nei macelli durante la guerra popolare rivoluzionaria. Inoltre, l'esercito si è anche sistematicamente opposto a discutere qualsiasi riforma strutturale, durante questi due anni di transizione ed è soltanto ora, dinanzi all'evidenza, che si adatta a un tipo di negoziato.

In teoria, l'esercito si tiene calmo e non s’ingerisce nel processo politico, ma in pratica continua ad essere autonomo, sfuggendo ad ogni controllo democratico. Infatti, una delle istanze create dopo la firma dell'accordo di pace, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, esiste soltanto sulla carta, si è riunito una sola volta in due anni e non si è mai riunito dalle elezioni d'aprile.

Tanto gli USA che l'India vedono nell'attuale esercito nepalese un appoggio solido per evitare che i maoisti prendano il controllo del paese (1). Perciò l'importanza della proposta maoista e la pressione che esercita, in questo senso, affinché i suoi combattenti siano incorporati nel nuovo esercito. Quest'incorporazione degli ex-guerriglieri implicherebbe una reale democratizzazione dell'esercito nepalese. Benché abbiano detto che obbedirebbero agli ordini del governo legittimo, i capi dell'esercito resistono ferocemente alla prospettiva di perdere i loro privilegi, adducendo che l'incorporazione degli ex-guerriglieri implicherebbe “un indottrinamento politico”. E questo lo dicono senza arrossire, mentre per decenni la principale missione dell'esercito nepalese è stata di difendere la monarchia. Non è dunque stupefacente che in Nepal, ed in modo speciale a Katmandou, voci circolano, interessate o no, di una ribellione imminente nell'esercito, nel caso in cui l'incorporazione avesse luogo senza che sia rispettato le condizioni che vi mette: a uno a uno.

Il generale comandante lo ha detto bene chiaramente: “il primo ministro deve capire che i tentativi di rompere la catena di comando non saranno tollerati e che, quindi, ci sarà un confronto inaccettabile” (2), dal nuovo ministero di difesa si gli si è risposto che “la decisione sull'integrazione non appartiene all'esercito, ma al governo scelto dal popolo” (3).

Minaccia fittizia o reale - non occorre dimenticare che l'esercito nepalese è stato battuto militarmente dalla guerriglia, benché questi ultimi tre anni abbia potuto rifornirsi e migliorare la sua preparazione grazie all'aiuto fornito dagli USA, dalla Gran Bretagna e dall'India - i sintomi non sono buoni e li PCN (M) può accettare una soluzione intermedia, una parte dei suoi effettivi che va nell'esercito ed il grosso delle truppe nella polizia, in un processo simile a ciò che è avvenuto in Salvador, quando la guerriglia del FMLN è stata incorporata soltanto nella polizia e non nell'esercito, benché in cambio si sia deciso una riduzione degli effettivi di quest'ultimo.

I maoisti propongono che l'esercito del Nepal riduca i suoi effettivi dai 90.000 uomini attuali a 50.000. Secondo la costituzione provvisoria (articolo 145) è il Consiglio di sicurezza nazionale che controlla “la mobilitazione, l’operatività e l'impiego” dell'esercito. Il CSN è presieduto dal primo ministro, ed è composto dal ministro della difesa e da tre altri ministri nominati dal primo ministro. Non è così perché, nella tradizione del Nepal, l'esercito ha sempre agito a piacimento, dipendendo soltanto dal Palazzo Reale. Il ministero della difesa ha sempre avuto un ruolo puramente decorativo. Un esempio che le relazioni con l'esercito siano tese è stato fornito in occasione del giuramento del dirigente supremo maoista, di Pushpa Kamal Dahal “Prachanda”, come primo ministro: la scorta non è stata formata da effettivi dell'esercito o della polizia, ma dai combattenti dell'esercito popolare di liberazione. Una risposta dei maoisti agli avvertimenti del capo dell'esercito, certamente.



“Il negozionismo” del PCN(M)

I maoisti hanno assunto un atteggiamento moderato e consensuale, coscienti che l’establishment di Katmandou e le forze monarchiche faranno tutto ciò che possono per rallentare la transizione verso una democrazia stabile, egualitaria, repubblicana e laica. Ne consegue che il PCN(M) parli d’iniziare un processo di riforme in Nepal, e non una rivoluzione. Questo processo di riforme può vedersi nell'accordo sostenuto dai maoisti, e che riguarda aspetti come la lotta contro la corruzione, il nepotismo ed il favoritismo nelle diverse sfere governative, fenomeni che sono responsabili dell'aumento disastroso dei prezzi dei prodotti alimentari di base come il riso (che è aumentato del 13,5% quest’anno), l’olio ed il burro di bufala (+ 18,8%). Soltanto questi prodotti assorbono il 52% delle spese abituali dei nepalesi.

Il compito che i maoisti affrontano è enorme ed il cammino non è né facile né breve. Tuttavia, nel cuore del partito è emerso un certo dibattito su ciò che nell'organizzazione maoista è chiamato “negozionismo”. Il marxismo accetta la possibilità di raggiungere dei compromessi per ottenere alcuni obiettivi, ma considera impossibile attuare con successo la rivoluzione con troppi compromessi ed è ciò che fa dibattere, oggi, all'interno del PCN(M). I maoisti hanno sciolto la maggior parte dei loro governi locali, che hanno operato durante il periodo della guerriglia, come pure i tribunali popolari. Le cooperative, i comuni e le istituzioni sanitarie ed educative sono più deboli ora, che non durante la lotta di guerriglia. E, con un’ultima decisione, la chiave per raggiungere l'accordo che ha permesso loro di prendere la testa del governo, hanno sciolto la struttura militare che inquadrava i loro giovani. Un settore importante del partito ritiene a che ci siano state troppe concessioni, in un lasso di tempo così breve.

Il compito del PCN(M) nel nuovo governo dovrà essere di riprendere la guida o altrimenti si potrà dire che la rivoluzione è terminata in Nepal. Ma occorrerà attendere il seguito degli eventi e vedere il margine di manovra di cui potrà disporre. È ovvio che la prova sarà il nuovo esercito.



I maoisti indiani

Tutto il processo nepalese è stato seguito da molto vicino dai maoisti indiani. Benché la loro lotta sia praticamente sconosciuta in occidente, i maoisti indiani conoscono una crescita politica e militare costante ed estendono la loro influenza in diversi stati del paese. Sono attivi in 14 dei 28 stati dell'Unione indiana (Chatisgarh, Jharkhand, Uttar Pradesh, Asma, Uttaranchal, Kerala, tamil Nadu, Bengala occidentale, Gujarat, Andhra Pradesh, Madhya, Orissa, Maharashtra et Bihar), cosa che, in cifre, significa che in 182 zone, sui 602 che conta il paese, sono i maoisti che controllano la situazione (4). Va notato che nell’aprile scorso si riteneva che operassero in 165 zone. Ciò indica una progressione inevitabile, che ha luogo non soltanto nelle campagne ma inizia a manifestarsi nelle città, in particolare nelle zone operaie ed industriali di Delhi, Mumbai, Pune e Jammu, in cui alternano le azioni di propaganda e le azioni armate.

I maoisti indiani (naxaliti) (5) sostengono in modo prudente il PCN (M), benché l’abbiano avvertito di non entrare nel governo e l’abbiano invitato a proseguire la lotta di classe in Nepal, senza la minima conciliazione con le oligarchie.

In una risoluzione, il Comitato centrale del Partito Comunista dell'India (maoista) ha salutato il trionfo elettorale dei maoisti nepalesi come “un verdetto contro la monarchia feudale, l'espansionismo indiano ed l’imperialismo USA”. Sperano che il PCN (M) mantenga i suoi impegni nel rivedere i trattati firmati tra l'India ed il Nepal, fin dal 1950, sempre favorevoli all'India. Ed hanno salutato come un gesto “coraggioso” il fatto che il primo paese visitato dal nuovo primo ministro, sia stato la Cina e non l'India, come si era fatto tradizionalmente, segnando così un dipendenza minore, dai governi precedenti, verso i vicini indiani.



Note

(1) Alberto Cruz, 2065, el comienzo del nuevo Nepal” 

(2) The Katmandu Post, 12 août 2008 .

(3) The Himalayan Times, 28 août 2008.

(4) The Hindu, 23 août 2008.

(5) Lire F. Giudice, «Tonnerre de printemps»: Naxalbari, 25 mai 1967



18 settembre 2008 CEPRID http://www.nodo50.org/ceprid/



Articolo originale, Los maoístas inician la reforma en la República de Nepal, CEPRID, pubblicato il 2 Settembre 2008



Traduzione di Alessandro Lattanzio, redattore di Eurasia ed animatore dei siti:

Il piano Fed non funziona la borsa cede ancora


I grandi piani di salvataggio dell'alta finanza americana non hanno rassicurato Wall Street: l'incertezza che regna sull'efficacia, sui tempi di approvazione e sui costi finali del progetto da 700 miliardi di dollari orchestrato dal Tesoro Usa e dalla Federal Reserve ha fatto crollare del 3,3% il Dow Jones, del 4,17% il Nasdaq e del 3,82% l'S&P500. Mentre in Europa Londra ha perso l'1,4%, Parigi il 2,3% e Milano l'1,57 per cento.

Gli investitori hanno reagito con paura al braccio di ferro tra amministrazione e Congresso sul controllo dell'intervento d'emergenza. E ad arrestare la fuga della Borsa non è bastata la storica decisione della Federal Reserve di rivoluzionare le banche d'investimento: ha trasformato le ultime due investment bank sopravvissute, Goldman Sachs e Morgan Stanley, in tradizionali e più sicure holding bancarie. Numerosi titoli finanziari, nonostante i nuovi limiti allo short selling, alle scommesse al ribasso, hanno sofferto, da Jp Morgan a Goldman Sachs. Gli investitori hanno penalizzato anche i titoli del Tesoro e il dollaro. Mentre sono volate le quotazioni di petrolio (120,92 dollari al barile) e oro.

Grande tensione c'è di sicuro al numero 85 di Broad Street, a due passi da Wall Street, dove si erge il quartier generale di Goldman Sachs.

È qui che in un batter d'occhio è cambiato radicalmente ilmondo dell'alta finanza americana. Banchieri, broker e trader si mischiano con i passanti. Ma i loro volti tradiscono lo shock. «No comment», è la risposta più frequente. Oppure, senza riuscire a nascondere il nervosismo, «va tutto bene, è una giornata normale, tutti sono al loro posto». Il "posto", però, se non sparirà potrebbe diventare più simile a quello di impiegato di lusso che alla poltrona dei «padroni dell'universo finanziario ». A parlare sono i fatti: per affrontare la crisi globale, Goldman e Morgan Stanley cambieranno improvvisamente pelle. Si trasformeranno da subito, su pressione della Federal Reserve, in tradizionali holding bancarie. Una svolta che garantirà loro maggior sostegno da parte delle autorità federali, nuove risorse finanziarie grazie alla possibilità di rastrellare depositi e maggiori chance di fusioni. Ma che significa anche, d'ora in avanti, accettare stretti controlli sulle loro attività - e sui rischi che possono correre - da parte della Banca centrale.

L'appuntamento è davvero con la fine di un'epoca. È con l'abbandono del modello che per anni ha fatto le fortune dei giganti di Wall Street, fondato su aggressive scommesse e forte indebitamento. Adesso, mentre si scrivono nuove regole, le scosse di terremoto continuano a moltiplicarsi, segno d'un processo ancora incompiuto: Morgan, dopo aver trattato per un merger con la banca regionale Wachovia, ha per ora annunciato la cessione di una quota fino al 20% alla giapponese Mitsubishi UFJ Financial per una cifra che potrebbe raggiungere 8,4 miliardi. «Questa alleanza rafforza Morgan mentre cerca di realizzare opportunità in un mercato in preda a rapidi cambiamenti », ha dichiarato il Ceo John Mack. L'altra grande regina dell'investment bank, Goldman Sachs, non ha scoperto le sue carte su eventuali acquisizioni o cessioni. E nel settore finanziario, altri nomi restano in bilico: il leader delle casse di risparmio Washington Mutual è alla caccia di capitali o di un compratore e ha intavolato colloqui con Citigroup, Jp Morgan e anche Banco Santander.
La decisione della Fed sul futuro di Goldman e Morgan, giunta nella notte di domenica, ha rappresentato il passo definitivo dopo che tre delle grandi società di Wall Street erano già state travolte dalla crisi: Bear Stearns, con la cessione pilotata a JP Morgan, Lehman Brothers, finita in liquidazione, e Merrill Lynch, rilevata in extremis da Bank of America. Nel fine settimana il responsabile della sede di New York della Fed, Timothy Geithner, coadiuvato da Kevin Warsh, altro membro dei vertici della Banca centrale ed ex top executive di Morgan stanley, hanno trattato con Morgan e Goldman per accelerare i tempi della loro trasformazione, già da tempo considerata dietro le quinte e formalmente chiesta dalle due società. L'obiettivo era inviare un segnale al mercato che a Wall Street non ci sarebbero più stati tracolli. «Diventando una holding bancaria e con la supervisione della Fed ha detto un portavoce di Goldman- abbiamo risposto alle preoccupazioni del mercato».

Morgan e Goldman prenderanno ora esempio dalle grandi banche: i grandi istituti finanziari, durante la crisi del credito, hanno potuto contare sulla loro ampia base di depositi da parte del retail. Il sistema bancario americano è anche sotto il controllo di una rete di autorità ben più severa rispetto alle invesment bank, finora unicamente affidate alla Sec. D'ora in avanti oltre alla Fed avranno voce in capitolo anche l'Office of the Comptroller of the Currency del Tesoro e la Fdic, l'agenzia che assicura i depositi. Varranno nuovi requisiti minimi di capitale. E dovranno ridurre il loro uso eccessivo della leva finanziaria.

di Marco Valsania

Bombe all'aeroporto, massacro di civili

Scontri tra fazioni a Mogadiscio. L'atterraggio di un velivolo per il presidente Yussuf scatena il finimondo

Una delle vittime degli scontri viene portata via con una barella di fortuna (Afp)
Una delle vittime degli scontri viene portata via con una barella di fortuna (Afp)

DAL NOSTRO INVIATO 
NAIROBI – Furibonda battaglia stamattina all’aeroporto di Mogadiscio. Intorno alle 10 un Antonov passeggeri proveniente da Galkayo è atterrato all’aeroporto internazionale Adan Ade. Appena l’apparecchio ha toccato terra è scoppiato il finimondo. Dai quartieri controllati dagli insorti antigovernativi di Al Shebab (gioventù in arabo) è partita una pioggia di mortai, razzi colpi di arma pesante. La risposta dei militari ugandesi e burundesi di AMISOM (Africa Mission in Somalia) è stata durissima a colpi di cannone.

CIVILI NEL MIRINO - E’ stato un massacro di civili che si sono trovati tra due fuochi. L’aereo è stato noleggiato e inviato a Mogadiscio per portare a Nairobi il presidente Abdullahi Yussuf che poi dovrebbe proseguire per New York per partecipare all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Durante la battaglia le strade del centro delle città si sono svuotate immediatamente. La gente ha cercato di scappare in periferia. Subito dopo è cominciato un rastrellamento delle forze etiopiche, ma probabilmente i ribelli, che usano la tattica del mordi e fuggi, si erano già messi in salvo. I civili, come sempre ormai nelle guerre moderne, sono quelli che soffrono di più.

ATTACCHI NELLA NOTTE - Durante la notte gli insorti hanno attaccato a colpi di mortaio la base dell’AMISOM all’aeroporto. I soldati dell’Unione Africana non hanno subito danni. Un colpo di mortaio invece è finito su una casa uccidendo sul colpo una madre e i suoi cinque figli. Un gruppo di vicini è corso per aiutare i feriti e un altro proiettile è caduto sulla casa uccidendo altre cinque persone. E’ durata invece poco più di 24 ore l’odissea di un cittadino tedesco rapito assieme alla moglie somala a Bosaso, nella regione semiautonoma del Puntland, nel nord della Somalia. La coppia, che da una decina di giorni era in Somalia per far visita alla famiglia di lei, era stata portata via sabato da un commando di uomini armati. Il gruppo poi si è diretto verso le montagne che circondano la città portuale.

ATTI DI PIRATERIA - Stamattina il governatore della regione, Musa Gelle Yussuf, ha annunciato la liberazione: «La polizia ha circondato il luogo dove la coppia era tenuta prigioniera. C’è stato uno scontro a fuoco e uno dei banditi è rimasto ferito». Il nome dei due rapiti non è stato rivelato. Nelle acque antistanti la Somalia continuano gli atti di pirateria. Ieri è stato sequestrato un mercantile greco. E’ il secondo in meno di una settimana. Sono una trentina le navi in mano ai corsari. Francia e Spagna e Germania hanno annunciato l’invio di navi militari e di gruppi di teste di cuoio pronti a intervenire in aiuto delle navi attaccate. I militari saranno di stanza a Gibuti dove c’è una base francese e una americana.

IL PRIMO ATTERRAGGIO - Quello di stamattina è il primo volo passeggeri atterrato a Mogadiscio dopo l’ultimatum lanciato dagli insorti islamici di Al Shebab («Chiunque tenterà di atterrare sarà abbattuto»), lunedì della scorsa settimana. Venerdì un aereo militare ugandese era giunto nella capitale e c’era stata un’altra ora di fuoco e fiamme, con un’altra battaglia combattuta a colpi di mortaio e armi pesanti. Erano le tre e mezzo del pomeriggio. Il mercato di Bakara, nel centro di Mogadiscio, era affollatissimo. La gente stava preparandosi per la grande cena che conclude ogni giornata durante il mese sacro di Ramadan. Sull’aeroporto internazionale Adan Ade, una volta zeppo di gente e ora deserto, compare improvvisamente il cargo militare ugandese. L’aereo scende quasi in picchiata. Si è appena poggiato sulla pista che scoppia il finimondo: in un batter d’occhio una pioggia di almeno trenta proiettili di mortaio martella lo scalo. Nessuno provoca grandi danni ma la paura è tanta. La reazione degli ugandesi è immediata le postazioni degli insorti, segnatamente Bakara Market e il quartiere centrale di Bermuda, vengono intensamente bombardare con cannoni e mortai. Non si sa bene se i ribelli abbiano subito perdite e se le loro armi siano andate distrutte. Sicuramente ci sono andati di mezzo i civili, usati dagli islamici come scudi umani. Secondo fonti mediche a Mogadiscio i morti sono stati una quindicina e una quarantina i feriti. Si è quasi scusato il colonnello Goloba portavoce del contingente ugandese in Somalia: «Non potevano stare certamente con le mani in mano davanti al tentativo di abbattere l’aereo e di colpire la nostra base che si trova a mezzo chilometro da dove il velivolo è atterrato».

ULTIMATUM SUI VOLI - Al Shebab aveva annunciato che da martedì scorso avrebbe abbattuto qualunque aereo, civile, delle Nazioni Unite o militare, che avesse tentato di atterrare all’aeroporto internazionale di Mogadiscio. «Lo scalo è utilizzato dai soldati nostri nemici e dal servizi segreti americani e israeliani», c’era scritto in un comunicato. All’ultimatum aveva risposto il governo: «Non sarà rinnovata la licenza di atterraggio a quelle compagnie che obbediranno agli insorti e cancelleranno i loro voli». Nel braccio di ferro hanno vinto gli islamici: troppo pericoloso scendere nello scalo, i voli sono stati annullati. Il 23 marzo dell’anno scorso un aero da trasporto Ilyushin era stato abbattuto subito dopo il decollo.


SCALO DESERTO - Dunque da martedì lo scalo era deserto e l’aereo militare ugandese è arrivato improvviso e inaspettato, ma non per gli insorti che, evidentemente, avevano già preparato i loro mortai pronti a colpire. L’ultimatum di Al Shebab, gioventù in arabo, non è stato ben accettato da altre fazioni islamiche, in particolare dall’Unione delle Corti Islamiche, di cui una volta i miliziani shebab erano l’ala militare. Il capo dell’UCI, Shek Sherif Shek Ahmed, che sta tentando di raggiungere un accordo con il governo federale di transizione del presidente Abdullahi Yussuf, ha criticato la decisione di impedire il traffico aereo. “«Lo scalo – aveva detto qualche giorno fa al Corriere – è un bene del Paese. Da lì partono e arrivano i civili, anche i pellegrini che vanno alla Mecca. Chiuderlo vuol dire penalizzare la gente perché i militari, se vogliono atterreranno ugualmente». Il quartier generale delle Corti Islamiche si trova a Giohar, una novantina di chilometri a nord di Mogadiscio dove da qualche giorno fervono i lavori per il rinnovo dell’aeroporto che fino a pochi mesi fa era utilizzato dalle agenzie per trasportare gli aiuti umanitari. Può essere che se persisterà la chiusura dell’aeroporto di Mogadiscio, Giohar potrà rimpiazzarlo almeno per i voli civili e quelli delle Nazioni Unite.

Massimo A. Aberizzi

Come si svende un Paese


DI NICOLETTA FORCHERIMercato libero

Dalla lettura di un articolo del Corriere di qualche giorno fa (vedi sotto), la Goldman Sachs sarebbe sul punto di prendere il controllo della rete Wimax italiana; del resto non c’è nessuna sorpresa, visto il ruolo cruciale che la Goldman, azionista della Federal Reserve americana, ha svolto sin dall’inizio nella svendita dell’Italia, di cui si può ragionevolmente affermare che sia iniziata con esattezza il 2 giugno 1992 – nonostante alcuni precedenti inutili tentativi - con l’accordo preso sul panfilo Britannia, onori di casa fatti dalla Regina d’Inghilterra, al largo di Civitavecchia, tra Draghi, allora direttore generale del Tesoro, Azeglio Ciampi, in qualità di governatore della Banca d’Italia, e un centinaio tra rappresentanti della finanza anglosassoneamericana (Barclays, Warburg, azionista della Federal Riserve, PricewaterhouseCoopers – ex Coopers & Lybrand – Barings – oltre alla Goldman ecc.) e degli ambienti industriali e politici italiani. Era presente anche Costamagna, che diventerà dirigente della Goldman quando sua moglie finanzierà l'ultima campagna elettorale di Prodi. 

Lì gli angli dettarono le istruzioni su come privatizzare, per scelta obbligata, le industrie italiane statali. Con l’aiuto della stampa iniziò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano di “non entrare in Europa”, manco ne fossimo stati tra i Sei paesi fondatori…

E questa è oramai storia, tant’è vero che sull’episodio del “panfilo Britannia” vi furono le interrogazioni parlamentari di alcuni onorevoli come Raffaele Tiscar (DC), Pillitteri e Bottini (PSI) Antonio Parlato (MSI), autore di tre interrogazioni rimaste senza risposta e della senatrice Edda Fagni (PCI). Fu l’inizio dell’era dei governi tecnici, dopo 40 anni di regime DC, con il “tecnico” Ciampi, il tecnico Amato, il tecnico Prodi. Il governo doveva, a tutti i costi essere “tecnico”, pur di non fare arrivare al potere neanche un’idea, che fosse tale e che lo fosse per il bene del paese, come sarebbe potuto esserla quella, ad esempio, di un Aldo Moro…

Era la stagione dell’attentato a Falcone cosicché – guarda caso - la stampa non diede il dovuto risalto all’incontro, e da poco erano iniziate le indagini di Tangentopoli - nome in codice Manipulite – cosicché molti esponenti degli ambienti politico-economici si ritrovarono improvvisamente “minacciati” dall’insidia latente di potersi ritrovare nell’occhio del ciclone. Un modo per “ammorbidire” un ambiente, prima della grande “purga”? Certo è che Manipulite sembra sia avvenuta proprio in un momento opportuno per fare “PiazzaPulita” di una classe politica con velleità italiote, e per ottenere le “ManiLibere” di fare entrare i governi dei “tecnici”, quelli che con i loro amici della Goldman e della Coopers ci avrebbero inculcato la “medicina” amara della svendita dell’IRI.

Di sicuro un Craxi, per quanto corrotto, non avrebbe mai siglato un patto così scellerato, quello di svendere tutto il comparto nazionale produttivo del paese (l’IRI ad oggi sarebbe stata la maggiore multinazionale al mondo e noi non saremmo un paese in svendita), lui che tenne testa agli americani nella vicenda dell’Achille Lauro, negando loro l’accesso al nostro territorio per attaccare i sequestratori della nave, terroristi palestinesi, e portando avanti le trattative con i terroristi nonostante il veto del presidente Reagan… Certo è che Craxi, dopo l’inizio di Tangentopoli, dovette rassegnare le dimissioni a febbraio del 1993…Guarda caso…

E, infatti, proprio qualche anno prima Craxi era stato duramente criticato dagli ambienti angloamericani, quegli stessi che non si privano mai d’interferire nella nostra politica interna, proprio di “ingerenza dello Stato in economia” - per voce dei loro accoliti Andreotti, Spadolini, Cossiga - perché aveva decretato la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca (di cui divenne però presidente onorario), e perché si era opposto alla vendita dello SME, il complesso alimentare dell’IRI, negoziato direttamente dal suo presidente Romano Prodi ma smentita da una direttiva del Governo. 

v Mediobanca, secondo il sito e movimento internazionale Movisol (http://www.movisol.org/draghi4.htm ) “fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Frères [altra azionista della Fed Res] di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente influente dell’establishment britannico, il Pearson Group PLC (…) che controlla anche la rivista “The Economist” e il quotidiano “Financial Times”. Nel piano di spartizione del bottino della seconda guerra mondiale "l'Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un'area in cui avrebbe predominato l'influenza britannica", influenza che nel frattempo è scesa a patti con la grandeur della Francia….

Ma tornando agli angli, era quindi chiaro che per potere procedere alle privatizzazioni bisognava togliere di torno una classe politica che mostrava i muscoli davanti a certe velleità statunitensi di comandare a casa nostra, e soprattutto che non voleva mollare l’osso – o il malloppo - per lasciare posto a una classe di tecnici, fedeli servitori delle banche e dei circoli finanziari angloamericani, il cui motto era “privatizzare per saccheggiare”. Quella della condizione di tecnicità per accedere al potere fu un imperativo talmente tassativo, da riuscire nell’intento di dividere il PCI, con una fetta che divenne sempre più “tecnica”, sempre più British, sempre più amica delle banche, sempre più …PD…

Il premio di tutta questa svendita, prevista per filo e per segno in tanto di Libri sulle privatizzazioni dai governi tecnici, o di sinistra che dir si voglia (a firma di Amato o di Visco) fu la nostra “entrata in Europa”, demagogicamente parlando, o la cessione della nostra già minata sovranità monetaria dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea SA c per una moneta, l’euro che, con il tasso iniziale di cambio imposto euro-Lira troppo elevato fu penalizzante per le nostre esportazioni. Senza più la possibilità di emettere moneta quando il governo lo reputi giusto, con la possibilità di vendere i titoli del debito pubblico in mani istituzionali estere e private (fino al 2006 il nostro debito doveva rimanere in mani pubbliche e nazionali), senza neanche un governo economico a livello europeo che possa controllare quella banda di imbroglioni, è come se ci avessero improvvisamente messo sulla piazza pubblica per venderci al mercato degli schiavi… 

E non c’è l’ombra di un dubbio che nel nostro indebitamente crescente vi sia la mano invisibile di qualche regia occulta, occulta ad esempio come i British Invisibles, che organizzarono appunto la riunione sul panfilo, occulta come alcuni azionisti che si nascondono nelle partecipazioni incrociate e a catena e di cui mai si riescono a scoprire i nomi. O come i mandanti di Soros che speculò sulla Lira per svalutarla, facendoci uscire dallo SME (Sistema monetario europeo) proprio per ostentare lo spauracchio del rischio di “non entrare in Europa”. 

v L’anno 1992 fu davvero un anno cruciale per il destino del nostro paese, tant’è vero che quando Amato divenne presidente del Consiglio qualche giorno dopo l’incontro sul panfilo, con il decreto 333 dell’11 luglio trasformò in SpA le aziende di Stato IRI, ENEL, INA ed ENEL e mise in liquidazione l’Egam. In quell’anno, quando Amato dovette far fronte alla speculazione contro la Lira di Soros, utilizzò 48 milioni di dollari delle riserve della Banca d’Italia, dopo avere operato un prelievo forzoso dell’8 per mille dai conti correnti degli italiani. Sempre in quell’anno mise in liquidazione l’Efim, le cui controllate passarono all’IRI e trasformò le FS in SpA. Sempre nel 1992 Draghi, Direttore del Tesoro preparò la Legge Draghi che entrerà in vigore nel 1998 con il governo Prodi e si predispose una legge per permettere la trattativa privata nella cessione dei beni pubblici qualora fosse in gioco “l’interesse nazionale”…. 

v Prodi, che dal 1990 al 1993 fu consulente della Unilever e della Goldman Sachs, quando nel maggio del 1993 ritornò a capo dell’IRI riuscì a svendere la Cirio Bertolli alla Unilever al quarto del suo prezzo e a collocare le azioni che le tre banche pubbliche, BNL (diventanta della BNP Paribas), Credito italiano e Comit detenevano ina Banca d’Italia, privatizzando il 95% della stessa. Indovinate chi scelse come "Advisor"?

v Uomini della Goldman, nel senso che vi hanno lavorato sono, oltre a Costamagna e Prodi, Monti (catapultato alla carica di Commissario), Letta, Tononi e naturalmente Draghi. Sicuramente ce ne sono altri; molti nostri uomini politici se non lavorano per la Goldman, lavorano per l'FMI, come Padoa Schioppa, presidente della BEI, Banca europea per gli Investimenti.

Queste sono informazioni che dovrebbero essere spiegate in lungo e in largo dalla stampa, e sicuramente superate dagli avvenimenti - tranne articoletto del Corriere sopra - e invece sono state, e lo sono tutt'ora, accuratamente occultate al grande pubblico, anche se per quelli che gli altri si divertono a chiamare complottisti, per denigrarne le parole, è storia arcinota.

 

Nicoletta Forcheri
Fonte: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com
Link: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2008/09/svendita-italia-labc-panfilo-britannia.html
17.09.08

http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/02/convegno_sul_Britannia_sponsor_
Regina_co_0_92060218751.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/03/Inglesi_cattedra_privatizzazioni_
fate_come_co_0_92060319034.shtml
http://informatieliberi.blogspot.com/2008/07/1992panfilo-britannia-e-la-svendita.html 

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