domenica 21 settembre 2008

La battaglia per l’anima del Pakistan

Il terribile attentato di ieri ad Islamabad, da alcuni attribuito ad al-Qaeda, ma anche le recenti dichiarazioni dei candidati alle presidenziali americane, stanno riportando al centro dell’attenzione internazionale il Pakistan e l’aspra battaglia che si sta combattendo all’interno di questo paese. Il noto giornalista pakistano Irfan Husain ripercorre le tappe di questa crisi a partire dall’11 settembre 2001, mettendo in luce alcune ragioni spesso ignorate che stanno alla base di questo conflitto

Subito dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Musharraf fu costretto a compiere la famosa inversione a U rispetto al suo precedente appoggio nei confronti dei Talebani, molti in Pakistan tirarono un sospiro di sollievo. Fra i pakistani laici e liberali, che avevano assistito con grande sgomento alla strisciante talebanizzazione delle aree tribali, il voltafaccia del dittatore militare aveva suscitato la speranza che il suo governo avrebbe ora messo fine all’ascesa del fondamentalismo. Purtroppo, questa si rivelò una falsa speranza.

Malgrado il suo appoggio di facciata nei confronti della ‘guerra al terrore’ di Washington, Musharraf tracciò un sottile confine tra al-Qaeda e i Talebani. Alla prima, con la sua leadership composta di stranieri e la sua agenda globale, venne data la caccia con ragionevole efficacia. Molti dei suoi membri furono uccisi, o catturati e spediti a Guantanamo. Tuttavia, la politica ufficiale nei confronti dei Talebani ha continuato a rimanere deliberatamente ambigua negli ultimi 8 anni. Così come i Talebani furono allevati dall’Inter-Services Intelligence (ISI, i servizi segreti pakistani (N.d.T.) ) al momento della loro nascita, da quel momento in poi essi sono stati armati, protetti e guidati da elementi appartenenti all’elite dei servizi segreti del Pakistan.

Quando gli alleati occidentali invasero l’Afghanistan nel dicembre del 2001, i Talebani furono sbaragliati e dispersi. Sopraffatti dagli implacabili bombardamenti aerei e dai combattenti dell’Alleanza del Nord, essi cercarono rifugio nelle aree tribali del Pakistan. Là erano al di fuori della portata delle forze occidentali e dell’esercito pakistano. Tradizionalmente, le ‘Federally Administered Tribal Areas’ (FATA) godono di un ampio margine di autonomia e sono al di fuori della giurisdizione della legge. Esse sono invece governate dalla legge tribale amministrata dagli anziani e dai consigli di villaggio, conosciuti come ‘jirga’.

Traendo vantaggio da questo vuoto di potere, i Talebani fecero di quelle zone un loro santuario e vi eressero dei campi di addestramento. I finanziamenti provenivano in larga parte dal rapido aumento della produzione di oppio e di eroina nelle province afghane confinanti di Helmand e Kunar. Con un debole governo a Kabul, la produzione di droga è cresciuta esponenzialmente, e con essa si sono riempiti i forzieri dei Talebani. Giovani combattenti senza alcuna prospettiva di impiego in queste aree poverissime venivano reclutati per appena 5 dollari al giorno, più un bonus se essi riuscivano ad uccidere un soldato della coalizione internazionale.

Laddove esistevano alcuni gruppi estremisti sul versante pakistano del confine, oggi essi si sono rafforzati sotto la bandiera del ‘Tehrik-e-Taliban Pakistan’ (TTP), i Talebani pakistani guidati da Baituallah Mehsud. Quest’ultimo è ritenuto da molti la mente che sta dietro l’assassinio di Benazir Bhutto, avvenuto lo scorso dicembre. Nel 2007, i Talebani pakistani ed i loro alleati all’interno del Pakistan hanno lanciato qualcosa come 50 attacchi suicidi, nel corso dei quali sono rimasti uccisi quasi 1.000 pakistani. Il recente attentato all’auto del primo ministro su un percorso estremamente sorvegliato nelle vicinanze di Islamabad indica con quanta libertà essi possano ormai operare.

Lo stesso Musharraf, malgrado l’imponente dispositivo di sicurezza che lo protegge, è stato preso di mira almeno tre volte. La cosa che è ancora più preoccupante è il numero di simpatizzanti dei Talebani all’interno delle forze armate e dei servizi segreti. Secondo fonti affidabili, molti ufficiali in pensione dell’esercito e dell’ISI stanno aiutando i gruppi estremisti.

Il fattore etnico viene spesso trascurato dagli occidentali al momento di valutare le implicazioni del conflitto. Virtualmente tutti i Talebani sono di etnia pashtun, di cui è composta la popolazione di gran parte delle aree di confine. In realtà, i pashtun costituiscono il più ampio gruppo etnico dell’Afghanistan, ed in Pakistan essi popolano praticamente tutte le ‘Federally Administered Tribal Areas’ (FATA), così come la provincia della Frontiera del Nord-Ovest. Essendo essi fortemente rappresentati all’interno delle forze armate, della polizia e della burocrazia del Pakistan, è difficile dipingerli come ‘il nemico’. Tradizionalmente, i membri delle tribù vanno e vengono attraverso la mal definita linea di confine, senza ostacoli o impedimenti, e si oppongono fieramente ai tentativi di limitare questa libera circolazione.

Le operazioni militari nelle aree tribali scatenano la protesta guidata dai gruppi conservatori in tutto il Pakistan. La recente incursione delle forze speciali americane in Pakistan che si è risolta con l’uccisione di diverse donne e bambini è stata duramente criticata, ed il governo è finito sotto pressione affinché rompa ogni legame militare con Washington.

Un altro fattore che ha ostacolato una risposta più efficace alla minaccia talebana è rappresentato dalle preoccupazioni del Pakistan nei confronti dell’India. Ad intere generazioni di ufficiali dell’esercito è stato insegnato che il gigantesco vicino del Pakistan è il vero nemico, e questa dottrina si riflette nella disposizione e nella concentrazione dell’esercito del paese, forte di mezzo milione di soldati. Le truppe sono state addestrate a combattere una guerra convenzionale sulle pianure del Punjab e del Sindh. Dopo l’11 settembre 2001, circa 80.000 soldati furono dispiegati lungo il confine afghano, ma anche un simile numero non è sufficiente a rendere impermeabile tale confine. Attualmente, una possibile alleanza militare fra l’Afghanistan e l’India è l’incubo peggiore degli strateghi militari del Pakistan. Per impedire una simile eventualità, l’esercito pakistano vuole mantenere i Talebani come suoi agenti, ed è di conseguenza riluttante a distruggerli.

In definitiva, il Pakistan non ha ancora prodotto un consenso politico a proposito di chi sia veramente il nemico. Fino al giorno in cui lasciò il suo incarico all’inizio di agosto, Musharraf fu regolarmente censurato dai media come una marionetta nelle mani di Bush che faceva il lavoro sporco per conto dell’America, uccidendo la sua stessa gente. Le televisioni pakistane producono di continuo talk show in cui cosiddetti ‘esperti’ criticano il governo per il fatto di combattere altri musulmani. Essi trascurano opportunamente il fatto che questi stessi musulmani sono responsabili della morte di centinaia di pakistani e afghani innocenti.

Nel Pakistan del dopo Musharraf, il governo neoeletto si sta sforzando di trovare un suo passo. La coalizione composta dai due maggiori partiti si è già spaccata. Nawaz Sharif, il leader della fazione della Lega Musulmana pakistana che a lui fa capo, ha messo in chiaro la sua intenzione di dialogare con i Talebani piuttosto che combatterli. Ma Asif Zardari, vedovo di Benazir Bhutto ed attuale presidente del Pakistan, ha dichiarato la sua intenzione di dar battaglia a quei terroristi che minacciano di prendere il controllo. In un recente articolo sul Washington Post, Zardari l’ha definita la “battaglia per l’anima del Pakistan”. Chiaramente, questa è una battaglia che il Pakistan non può permettersi di perdere.

Irfan Husain scrive abitualmente sul “Dawn”, il più influente e diffuso quotidiano pakistano; dopo aver servito per 30 anni nell’amministrazione civile, è stato preside del Textile Institute of Pakistan, un istituto universitario con sede a Karachi; attualmente vive fra Londra e Karachi; l’articolo qui proposto è apparso l’11/09/2008 su Bitterlemons International

Titolo originale:

The battle for Pakistan’s soul

Link:http://www.arabnews.it/2008/09/21/la-battaglia-per-l’anima-del-pakistan/

Crack bancari: crisi del Sistema o fallimento controllato?

Quello che purtroppo (o per fortuna?) era stato previsto da anni si sta verificando. Il Sistema Economico sta letteralmente crollando sotto il peso di debiti, speculazioni, investimenti forsennati e satanici, oppure è arrivato l’occasione e la possibilità di destare le nostre coscienze? Importantissime banche come Citigroup, Bear Stearns, Lehman Brothers e Merrill Lynch, tanto per citare solo qualcuna, hanno fatto un triste epilogo. La Lehman è fallita e ha già chiesto l’amministrazione controllata (ex articolo 11), la Merrill Lynch è invece stata salvata, o per meglio dire, acquistata dalla Bank of Amerika [Marcello Pamio].

Richard Fuld, il padre-padrone della Lehman (quarta banca d’affari statunitense) esce da questo crack in piedi: “dal 1993 fino al 2007 ha conseguito tra stipendi, bonus, stock optino la meravigliosa cifra di 466 milioni di dollari”[1][1]. Cifra questa di tutto rispetto, ma non completa, perché bisogna sommare la buona uscita di 22 milioni di dollari, maturata prima del fallimento bancario! Non male, vero? Dall’altra parte Stanley O’Neal, ex numero uno di Merrill Lynch lascia il suo prestigioso ufficio con una pensione da 161 milioni di dollari[2][2], e questo dopo aver creato una voragine da 40 miliardi di dollari. Il mega boss della Citigroup, Chuck Prince, si è intascato invece 68 milioni di dollari, e l’ex presidente di Bear Stearns, Jimmy Cayne soli 60 milioni di dollari.[3][3]

La cosa interessante e che si ripete ogni qualvolta una azienda crolla e/o fallisce, i manager escono sempre a testa alta e con le tasche piene di denaro. Per esempio la Lehman ha creato un buco nero di oltre 639 miliardi di dollari, il maggiore crac della storia economica americana (oltre dieci volte il già gigantesco buco della Enron), e nonostante questo Richard Fuld esce con decine di milioni di dollari. Questo dovrebbe farci riflettere…

L’elenco dei più grandi crac:

1) Lehman Brothers (639 miliardi)

2) Worldcom (103,9 miliardi)

3) Enron (63,4 miliardi)

4) Conseco (61,4 miliardi)

5) Texano (35,9 miliardi)

6) Financial Corp. of America (33,9 miliardi)

7) Refco (33,3 miliardi)

8) IndyMac Bancorp (32,7 miliardi)

9) Global Crossing (30,2 miliardi)

10) Calpine (27,2 miliardi).

La questione importante però è un’altra. Le banche che chiudono i battenti sono il segnale che il Sistema sta crollando o invece anche queste rientrano in manovre occulte da parte di coloro che operano dietro le quinte?

Osservando gli azionisti di Lehman Brothers risultano delle cose molto interessanti:

AXA (9.46%); 

FMR Corporation (5.69%); 

Citigroup (4.5%); 

Barclays Plc (3.92%); 

State Street Corporation (3.1%); 

Morgan Stanley (3.1%); 

Mellon Financial (1.9%); 

Vanguard Group (1.9%); 

Deutsche Bank AG (1.4%), ecc. 

Vediamo adesso chi sono gli azionisti di Merrill Lynch:

FMR Corporation (4.8 %); 

Barclays Plc (3.5%); 

Janus Capital Corp. (2.9%); 

Citigroup (2.6%); 

AXA (2.40%); 

State Street Corporation (0.12%), ecc. 

Tutti questi azionisti si possono scremare ulteriormente perché per esempio State Street Corp. è controllata dal gruppo Barclays (quindi Rothschild) della City di Londra. In pratica le due banche crollate (Lynch e Brothers ma anche tutte le altre) appartengono a quei due gruppi che controllano realmente intere economie: il ramo statunitense dei Rockefeller e quello europeo dei Rothschild. Le due ali dello stesso avvoltoio (o aquila calva del Grande Sigillo statunitense). Nomi di casate storiche ebraiche che si possono citate solo nei libri e/o articoli sul complottismo ma sono invece tabù nella carta stampata o in televisione. Chissà come mai…Quindi il crollo di grosse banche è certamente un “fallimento controllato” dai grossi gruppi che controllano il Sistema. Per quale motivo lascerebbero fallire delle proprie aziende?

Lo sfruttamento del Mercato avviene spesso attraverso le cosiddette “Branch” (rami, derivazioni), che vengono create ad hoc per raggiungere determinati obiettivi. Questo fino all’esaurimento. Quando il mercato è stato spolpato ed è divenuto sterile, si chiude la filiale, creata per tale scopo, e gli utili vengono spartiti tra di loro.[4][4] Il buco lasciato? Non ci sono problemi: paga Pantalone, cioè il cittadino suddito!

La Lehman Brothers ha dichiarato fallimento, come una qualsiasi azienda che non vuole pagare i suoi creditori.[5][5] Più semplice di così: quasi 700 miliardi di dollari di debito che sarà rimpinguato dal Governo (con la tipografia ufficiale Federal Reserve) e quindi dai sudditi. La Merrill Lynch e le altre idem. Questo “fallimento controllato” però non riguarda i grossi Imperi che stanno dietro le quinte, ma le “Branch”, cioè i rami collegati, che come in botanica si possono potare quando diventano marci e inutili.

In pratica bruciano i soldi nostri per poi ributtarsi nella mischia come lupi assatanati alla ricerca di nuovi mercati da sbranare. Dall’altra parte, grazie a questi crash possono far legiferare ai loro camerieri (politici) leggi che stringono ulteriormente le libertà individuali di tutti noi, e che non sarebbero mai passate altrimenti. Certamente faranno saltare altre banche d’affari, d’investimento, assicurazioni, società mutualistiche (la prossima sarà AIG, American Internationale Group, la più grande società di assicurazioni del mondo): 1929 docet. Di una cosa però in tutto questo scenario i Burattinai non hanno tenuto conto: tale crisi sistemica dei mercati e delle finanze, pur se controllata, avrà sempre la funzione pedagogica di far prendere coscienza a molte persone di tutto questo Sistema e anche delle possibili soluzioni.

Coscienza che il Sistema è in metastasi e che non potrà quindi avere una vita lunga con le cure allopatiche odierne: iniezioni di liquidità, stampa di moneta, chirurgia bancaria, ecc. Coscienza che il denaro è un mezzo e non un fine, e che possiamo acquistare (merci e prodotti) SOLO perché NOI lo accettiamo (il denaro). Un pezzo di carta, uno “Sconto che cammina”, uno Scec, ecc. hanno lo stesso valore del denaro: basta accettarli! La vera guarigione avverrà nel momento in cui si passerà da un Sistema centrato nel dio denaro e nel potere dell’uomo sull’uomo, ad un Sistema dove invece è l’Uomo al centro e il collante l’Unione e la Solidarietà. 

I Grandi Manipolatori possono far crollare decine di banche, piazzare l’esercito nelle città, installare videocamere e microfoni ovunque (cose che stanno facendo realmente), mettere in ginocchio milioni di persone, sgonfiare la bolla immobiliare, ma non possono proprio far nulla a livello di Coscienza Individuale. Su questo terreno i Rothschild, Rockefeller e tutti gli altri possono solo stare a guardare…(e con invidia).

Marcello Pamio -  www.disinformazione.it 

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