sabato 20 settembre 2008

L'FMI in profondo rosso




















Il Fondo Monetario Internazionale Internazionale (FMI), ha deciso di mettere in vendita 400 tonnellate d'oro stivate nei suoi forzieri, e di licenziare 380 dipendenti.
Il FMI ha bisogno di fare cassa inmediatamente. La crisi in cui si dibatte da vari anni è seria, e non può più giocare a nascondino, o gingillarsi con dichiarazioniad hoc cui non credono più nemmeno i monopoli mediatici.

Il bilancio del FMI presenta numeri in rosso perchè è rimasto senza clienti; è diventato un organismo prescindibile perchè esistono altre fonti di finanziamento alternative, più vantaggiose per gli Stati.
Sostanzialmente, l'aumento del prezzo delle materie prime, del petrolio-gas, ed ultimamente anche dei cereali ed alimenti, ha generato flussi finanziari consistenti dai grandi centri industrializzati verso la periferia e i Paesi in via di sviluppo.

Questi erano i clienti-forzati del FMI, cui dovevano sottostare, arrendendosi all'iniquo scambio di capitali a cambio di sovranità economica, fiscale, commerciale, monetaria ecc. Il FMI esercitava apertamente l'usura internazionale a favore del mondo industrializzato: Borsa di New York, Londra e G8.
Dominique Strauss-Kahn, boss del FMI, ha spiegato la decisione di vendere i gioielli di famiglia, con queste parole involontariamente umoristiche. "Abbiamo deciso di sostituire un modello obsoleto di entrate, con un altro più moderno e prevedibile, in sintonia con le altre istituzioni finanziarie internazionali...".

Mentre la Cina, l'India, la Russia, l'Iran e il Venezuela (tra gli altri) diversificano le proprie riserve nazionali alleggerendosi dei dollari, vendono il petrolio possibilmente in euro -o barattandolo senza far ricorso alle denominazioni cartacee- e comprano oro, il FMI è costretto a vendere il suo oro. Quest’ultimo schizza al cielo e si è rivalorizzato più di qualsiasi altra materia prima.

Con l'approdo forzato alla ”modernità” -cioè con la vendita dei lingotti- il FMI prevede di fare una cassa di 11 miliardi di svalutati dollari, da usare in un fondo di investimenti. "Abbiamo preso una decisione difficile ma necessaria, per eliminare un deficit e dare una base sostenibile alle finanze del FMI" ha concluso mestamente Strauss-Khan.

La vendita dello stock aurifero è un segno dei tempi. Un altro segnale della crisi terminale del neoliberismo e del mito della globalizzazione, che si abbina al declino del dollaro come mezzo di scambio internazionale, e al tracollo inoccultabile di Wall Street. Si tratta della diminuita capacità del sistema-USA di drenare ricchezza dal mercato globale per finanziare il proprio incontrollabile deficit.

Se è vero che chi si sbarazza ora dei dollari sta perdendo un terzo del suo valore, c’è anche da porsi questa domanda: quanto perderà se li eliminerà tra un anno? La partita tra la Cina e la Riserva Federale si dipana intorno a questo enigma, ma dopo il sinistro scricchiolare del terzo gruppo bancario degli Stati Uniti, chi può escludere che –dopo il mercato interno- anche alcuni segmenti importanti della banca non passeranno sotto il controllo di Pechino?


Strauss-Khan ha praticamente confessato che una delle istituzioni disegnate a Bretton Woods sul finire della seconda guerra mondiale dagli "architetti finanziari occidentali", ha compiuto la sua funzione. Non ha più spazio in un mondo dove gli Stati Uniti non producono più la metà dei beni che circolano nel pianeta.
Ci sono altri attori globali, si è determinata un'altra relazione di forze che ha messo fine all’effimera stagione dell'egemonismo unipolare dei fondamentalistineocons. Non può rivivere neanche a costo di spaventose guerre globali verso il Santo Graal eurasiatico, e i suoi immensi giacimenti di idrocarburi.

Di Tito Pulsinelli

Link:http://www.selvas.org/newsAN0208.html

La Grande Scacchiera di Zbigniew Brezwinski


E‘ ben comprensibile che la diversità delle opinioni politiche - e quindi degli obiettivi che queste opinioni sottindendono - porti a valutazioni anche completamente divergenti circa la reale natura degli eventi di agosto nel Caucaso e a posizioni diametralmente opposte nell’attribuire colpe e meriti e nel distinguere tra buoni e cattivi, aggressori e vittime innocenti. Una cosa però deve essere tenuta ben chiara, al di là di qualsiasi possibile discussione: quanto è accaduto e sta ancora accadendo nella regione è la conseguenza diretta e per molti versi inevitabile dell’attacco della Nato contro la Serbia nel 1999 per imporre la secessione del Kosovo con la forza delle armi, e ancor più della nostra sciagurata decisione - nel febbraio di quest’anno - di riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo in aperta e flagrante violazione non solo di tutti i principi e le convenzioni del diritto internazionale, ma anche degli stessi impegni che avevamo assunto alla fine del conflitto. 
Si sta facendo un grande arrampicarsi sugli specchi per negare a priori qualsiasi parallelo tra il Kosovo e l’Ossetia del Sud, e anzi per spazzare tutta la faccenda sotto il tappeto e impedire che la gente arrivi magari a porsi certe domande. Ma questi tentativi servono solo ad accrescere ancora il tanfo di ipocrisia che già prende alla gola. In realtà, l’Ossetia del Sud è l’immagine speculare del Kosovo e la pretesa russa di definire la propria azione militare come un ‘intervento di mantenimento della pace’ a favore delle popolazioni locali minacciate dal ‘genocidio’ georgiano è credibile e plausibile, esattamente quanto la pretesa della Nato, nove anni fa, di spacciare le otto settimane di bombardamenti sulla Serbia come un ‘intervento umanitario’ per salvare i Kosovari minacciati dal ‘genocidio’ di Milosevic. 

Quanti oggi - a cominciare dal Comandante in Capo - si stracciano le vesti, lamentando 'la sacra integrità territoriale degli stati sovrani', dovrebbero invece ricordare che siamo stati proprio noi, nel perseguimento di interessi più o meno confessabili, ad aprire questo pericoloso Vaso di Pandora, soffiando sulle fiamme del separatismo etnico-religioso e inventandoci anche il ‘diritto’ a un intervento militare esterno per appoggiarlo. Ai primi di quest’anno la Russia ci aveva messi in guardia circa le pesanti conseguenze di un riconoscimento ufficiale del Kosovo. Ma l’Occidente, gonfio della maramaldesca arroganza che nell’era Bush è venuta a sostituire la diplomazia e la politica estera, ha ritenuto di poter ignorare questi avvertimenti e di agire a suo piacere. E adesso, che dobbiamo ingoiare una buona cucchiaiata della nostra stessa medicina, la troviamo amara. 

In realtà, dei desideri e delle speranze delle genti del Kosovo, dell’Ossetia del Sud e dell’Abkazia non gliene frega niente a nessuno, al di là del fornire un utile pretesto. Gli eventi cui stiamo assistendo non sono uno scambio di dispetti e di ripicche - tu mi pesti un piede in Kosovo? E allora, io ti mollo un calcio in Ossetia – ma costituiscono invece un importante episodio nel conflitto geopolitico globale – la Grande Scacchiera di Zbigniew Brezwinski - per il controllo dell’Asia Centrale e delle sue risorse energetiche. 

Nel corso dell’ultimo decennio questo conflitto ha peraltro avuto la forma di una continua manovra degli Stati Uniti, e più in generale dell’Occidente, volta ad accerchiare progressivamente la Russia e a mutilarla delle sue tradizionali aree di influenza – manovra cui la Russia poteva opporre solo le proteste verbali di una frustrata impotenza. La Jugoslavia è stata smembrata e la Russia non ha potuto fare nulla. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia, Bulgaria e Romania sono entrate a far parte della Nato - in flagrante violazione delle solenni promesse di due presidenti americani – e la Russia non ha potuto fare nulla. I nostri servizi e le nostre Ong hanno organizzato e finanziato le ‘rivoluzioni colorate’ che hanno portato al potere i regimi filo-occidentali in Georgia e in Ucraina e la Russia non ha potuto fare nulla. Sembrava si fosse ormai stabilito uno schema molto conveniente, in base al quale l’Occidente poteva muoversi ad libitum nel vuoto di potere lasciato dal collasso dell’Unione Sovietica. Ma adesso, per la prima volta dai giorni lontani dell’Urss, la Russia ha voluto e potuto puntare i piedi. 

E’ la spiacevole percezione di una Russia ritornata capace di fare il muso duro quando serve, e non certo la preoccupazione per l’integrità territoriale della ‘povera piccola Georgia democratica’, che ha scatenato le rabbiose, isteriche reazioni di Washington e - spiace doverlo constatare - anche di non poche capitali europee. Non è ad esempio un caso che una delle voci più feroci, tra quante si sono levate a pretendere che la Russia venga ‘punita’ per la sua inaudita pretesa di insegnare le buone maniere a una marionetta dell’America, sia stata proprio quella di Zbigniew Brezwinski, che pure in questi ultimi anni aveva spesso criticato molto duramente l’irresponsabile avventurismo militarista dell’amministrazione Bush. Questa volta sono in ballo degli interessi davvero grossi. 

Il segretario alla Difesa Robert Gates ha perfettamente ragione quando afferma che “le azioni della Russia in Georgia avranno una profonda influenza sulle relazioni future tra la Russia e gli Stati Uniti per molti anni a venire”. Sarà senz’altro così, perchè la Russia ha mandato un messaggio della massima chiarezza circa la sua volontà e capacità di difendere quelli che Mosca vede come gli interessi vitali del paese, messaggio che l’Occidente potrà ignorare solo a suo rischio e pericolo. Insomma, i tempi in cui Washington poteva trattare la Russia come una qualsiasi repubblica delle banane sono finiti. E per chi pensa di avere una specie di diritto divino a trattare tutto il mondo come se fosse diviso tra servi e nemici, questo è un brutto boccone da mandar giù. 

In aggiunta al suo ruolo come pedina sulla Grande Scacchiera, la Georgia è particolarmente importante in quanto, svanita ormai l’opzione cecena e con quella afghana paralizzata, il suo territorio costituisce l’unica possibile via di passaggio per degli oleodotti che portino il petrolio e il gas naturale dal bacino del Caspio senza passare né per la Russia né per l’Iran. L’apertura del cosiddetto oleodotto Btc (Baku-Tbilisi-Cehyan) è stata vista dagli Stati Uniti come una grande vittoria strategica, e più in generale quasi tutto l’Occidente ha quindi un forte interesse a garantire che la Georgia rimanga un paese stabile e saldamente inserito nel nostro campo, come pre-condizione essenziale per il prosegumento del Btc verso l’Europa con il progetto Nabucco. 

Quasi tutto, però, perchè negli ultimi mesi la Russia ha fatto grossi passi avanti con il suo progetto rivale Southern Stream per una condotta sul fondo del Mar Nero da Baku alla Bulgaria e da lì alla Grecia e all’Ungheria e poi al resto dell’Europa. Questi tre paesi hanno già firmato degli accordi di massima con la Russia che li porterebbero a incassare dei ricchi diritti di transito, mentre l’Eni è – com’è noto - socio al 50% della Gazprom nel progetto Southern Stream. Anche all’interno della Nato esistono quindi delle forze che hanno un grande interesse a vedere la Georgia condannata a un futuro di perenne instabilità. Il che ci porta alla domanda – passabilmente interessante, anche se in realtà non risolutiva – di chi abbia scatenato questa crisi, e in vista di quali obiettivi. 

L’ipotesi più semplice - e per certi aspetti più ottimistica - è che il presidente georgiano Saakashvili abbia irresponsabilmente agito di testa sua, nella folle convinzione che la Russia non avrebbe reagito o nella persuasione - addirittura pazzesca - che gli Stati Uniti, la Nato o l’Unione Europea sarebbero intervenuti militarmente al suo fianco. Questa ipotesi sembrerebbe essere confermata dai ripetuti tentative del personaggio di presentare la sua disputa con la Russia come estesa a tutta l’Europa e addirittura al di là dell’Atlantico, nonchè dalla sua istrionesca abitudine di presentarsi in Tv fiancheggiato dalle bandiere della EU e della Nato, organizzazioni di cui la Georgia non risulta ancora far parte. E’ peraltro anche possibile che i Russi abbiano deciso a freddo che il momento era venuto e che abbiano offerto alla testa calda di Tbilisi l’esca di attacchi oltre il confine ad opera di miliziani sud-osseti, esca che Saakashvili ha prontamente inghiottito con l’amo, il galleggiante e tutta la lenza. 

Ma in realtà, visti gli strettissimi legami tra Washington e Tbilisi, è pressoché inimmaginabile che il presidente georgiano abbia potuto moversi senza la preventiva autorizzazione - per non parlare di precisi ordini - da parte americana. Da questo punto di vista sarebbe davvero interessante conoscere il vero tenore delle discussioni durante la visita in Georgia di Condi Rice nel mese precedente la crisi. L’amministrazione Bush ha ora pilotato delle ‘fughe di notizie’ alla stampa, secondo cui a luglio la Rice avrebbe messo in guardia Saakashvili dal compiere mosse avventate, ma quest’ultimo avrebbe poi stupidamente ignorato l’avvertimento. Ma se questo fosse vero, non si vede come gli Stati Uniti potrebbero continuare ad appoggiarlo. Dato il famoso precedente dell’incontro tra l’ambasciatrice americana e Saddam Hussein subito prima dell’invasione del Kuwait, anche l’ipotesi di un terribile equivoco non può essere esclusa a priori. Forse anche in questo caso gli Stati Uniti non hanno alcuna opinione circa questa disputa di confine. 

L’ipotesi di gran lunga più logica e ragionevole è che gli Stati Uniti abbiano deliberatamente spinto Sakashivili a invadere militarmente l’Ossetia del Sud (perchè di questo si è trattato, sarà bene ricordarlo mentre imperversa la retorica ipocrita dell’aggressione russa). Perchè? Forse nella beata illusione di poter mettere a posto le cose, senza troppi rischi di manovra di accerchiamento e progressivo smembramento della ex-Unione Sovietica. Forse per provocare una crisi che dovrebbe portare la Nato a rovesciare la sua prudente e sin troppo giustificata decisione di Bucarest, spalancando subito le porte dell’Alleanza per Georgia e Ucraina. O forse spostandosi su un piano più sinistro, per attirare la Russia nella trappola di una mossa avventata e arrivare a quella resa dei conti finale che costituisce il sogno dei neocon. 

Queste domande possono essere lasciate agli storici futuri, ammesso che ce ne siano e ammesso che - al contrario di quelli contemporanei - non siano tenuti per legge ad attenersi rigorosamente alla vulgata ufficiale in merito a certi argomenti. Una domanda, che ci tocca invece molto più direttamente, riguarda i prossimi sviluppi della crisi. Un ritorno allo status quo ante è chiaramente fuori discussione. Piaccia o meno al Comandante in Capo, l’Ossetia del Sud e l’Abkazia sono oggi paesi indipendenti di fatto e di diritto, esattamente come il Kosovo, e con tutta probabilità saranno a suo tempo riassorbiti nella Federazione Russa. Questo però è ben poco significativo, al di là del puro valore psicologico e di ‘segnale’. In termini di obiettivi strategici reali, la Russia vuole due cose: arrivare a un ‘regime change’ a Tbilisi, esattamente per gli stessi motivi per cui gli Stati Uniti hanno già praticato dei cambiamenti di regime in diversi paesi, e ne hanno parecchi altri nella lista; e impedire che la Georgia e l’Ucraina entrino nella Nato. Questi due obiettivi non sono esattamente coincidenti, il che potrebbe condurre a diverse possibili soluzioni. 

L’Occidente, pur con le distinzioni di cui si è detto, preferirebbe senza dubbio che la Georgia continuasse a orientare la sua linea politica in linea con i nostri interessi e i nostri obiettivi. Ma anche così, certi aspetti della personalità del presidente Saakashvili, che sono stati spietatamente messi a nudo dalla sua spaventosa incapacità di gestire questa crisi, non sembrano essere completamente in linea con quanto è lecito attendersi dal massimo dirigente di un paese, che vuole entrare nella Unione Europea e nella Nato. Per quanto riguarda in particolare l’Alleanza, a dispetto dello straordinario voltafaccia della Merkel - che richiederebbe di per sé un’analisi approfondita - si direbbe che questa crisi, e il ruolo che Saakashvili vi ha giocato, rendono l’ingresso della Georgia sotto questo presidente nella Nato una eventualità del tutto remota. A dispetto dell’imperversare di una furibonda campagna propagandistica, non si vede proprio come i paesi della Nato potrebbero mai decidere all’unanimità di estendere alla Georgia di Saakashvili la protezione automatica garantita dall’Articolo 5, affidando così a un uomo politico irresponsabile e propenso ai colpi di testa (incapace di controllare i propri nervi al punto di mangiarsi la cravatta davanti allaTv) il potere di decidere se, come e quando debba scoppiare un conflitto globale. 

A meno che l’idea non sia appunto questa: posto che si vuole arrivare a un conflitto con la Russia, trovare lo squilibrato che la scateni ‘obbligandoci’ a intervenire. Ma se si dovesse davvero arrivare a questo, ricordiamoci almeno di quando, come e soprattuttto ad opera di chi è cominciato il pasticcio. 

Autore:Ezio Bonsignore 
Link:http://www.paginedidifesa.it/2008/bonsignore_080901.html

Riso fantasma, maiali principi e torte di fango: la fame ad Haiti non è leggenda

Nel 1986, dopo l’espulsione del dittatore Jean Claude Duvalier (Baby Doc) il Fondo Monetario Internazionale ha concesso un prestito di 24,6 milioni di dollari, dei quali il Paese aveva disperato bisogno dopo che il dittatore aveva depredato i fondi che, in parte, si trovano ancora in una banca svizzera, senza che Haiti riesca a farseli restituire. Per concedere il prestito l’FMI ha preteso la riduzione delle tariffe d’importazione del riso e di altri prodotti agricoli, aprendo il mercato alla concorrenza di altri Paesi. 

Il dott. Paul Farmer, medico che ha vissuto molti anni nelle zone rurali, era ad Haiti quando è successo “In meno di due anni è diventato impossibile per gli agricoltori haitiani competere con quello che chiamano il “riso di Miami” L’intero mercato del riso locale ha ceduto al riso a basso costo, sostenuto da lauti sussidi, proveniente dagli USA. Ci furono violente proteste, una “guerra del riso” ed alcuni agricoltori persero la vita. “Il riso americano ha invaso il Paese” ricorda Charles Suffrard, un agricoltore durante un’intervista al Washington Post nel 2000. “Dal 1987 al 1988 arrivò così tanto riso che molti smisero di lavorare la terra” La gente dalle campagne, perso il lavoro, si trasferì in città. Ma ancora, la comunità internazionale degli affari non era soddisfatta. 

Nel 1994, quale condizione per “ripristinare la democrazia” (essenzialmente per porre fine agli sbarchi di migliaia di disperati sulle coste della Florida, che fuggivano le violenze della dittatura militare di Cedras)e ricondurre nel Paese il Presidente legittimo Jean-Bertrand Aristide , che gli stessi USA avevano rovesciato 3 anni prima con un violento colpo di stato, Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, imposero una ancora maggiore apertura del mercato. Le tariffe doganali sull'importazione del riso scesero al 3%. Ma quale ragione poteva indurre gli Stati Uniti a distruggere il mercato interno del Paese più povero del continente americano, dove più di metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno? Ebbene Haiti è diventato uno dei maggiori importatori di riso dagli USA: il Dipartimento dell'agricoltura indica Haiti come il terzo maggiore importatore, per 240.000 tonnellate di riso all'anno. 

I coltivatori di riso degli Stati Uniti ricevono forti sussidi: fra il 1995 ed il 2006 i sussidi concessi hanno raggiunto gli 11 miliardi di dollari. Un solo produttore, la Riceland Foods Inc. di Stuttgart Arkansas, ha ricevuto in sussidi 500 milioni di dollari fra il 1995 ed il 2006. Il riso è uno dei prodotti che viene maggiormente sovvenzionato negli USA, con tre differenti tipi di sussidi. Le sovvenzioni programmate per i prossimi anni, almeno fino al 2015, ammontano a 700 milioni di dollari per anno. Il risultato? Decine di milioni di coltivatori di riso nei Paesi poveri non riescono più a mantenere le proprie famiglie a causa del bassissimo e volatile prezzo dovuto alla politica interventistica dei Paesi più ricchi. In più, negli USA le barriere doganali sul riso raggiungono anche il 24%, lo stesso tipo di protezione che Stati Uniti e FMI hanno preteso venisse eliminata dai governi di Haiti. 

Ma non sono solo i produttori di riso ad essere stati colpiti. 
Paul Farmer ha visto succedere la stessa cosa ai produttori di zucchero di canna. Una volta Haiti era il maggior esportatore di zucchero ed altri prodotti tropicali in Europa. Adesso sta importando persino lo zucchero dalle compagnie che lo producono nella Repubblica Dominicana, controllate dagli USA, e dalla Florida. “E' stato terribile vedere gli agricoltori Haitiani espulsi dal loro lavoro. Tutto questo è stato l'inizio di quella spirale che ha portato alle proteste per fame di questi giorni” 

Illuminante per capire parte dela storia recente di Haiti è l'esempio riportato dallo stesso Jean-Bertrand Aristide, Anno 2000, nel su trattato "Eyes of the Heart: Seeking a Path for the Poor in the Age of Globalization". 

La storia della eradicazione della popolazione dei maiali creoli haitiani negli anni 80 è una classica parabola della globalizzazione. I piccoli, neri maiali creoli erano il cuore dell’economia contadina. Una varietà estremamente sana, ben adattata al clima di Haiti, mangiavano i prodotti di scarto e potevano vivere tre giorni senza mangiare. Tra l’80 e l’85% delle famiglie rurali allevavano maiali: essi avevano un ruolo chiave per mantenere la fertilità del suolo e costituivano un “banca primaria” per la popolazione contadina. Tradizionalmente un maiale veniva venduto per far fronte alle emergenze ed in particolari occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, malattie e, in casi critici, per pagare la scuola ed i libri quando le scuole aprivano ogni anno ad ottobre) 



Nel 1982, le agenzie internazionali convinsero i contadini che il loro maiali erano ammalati e dovevano essere uccisi (così la malattia non si sarebbe diffusa nei Paesi al Nord). Furono fatte promesse che tali maiali sarebbero stati sostituiti con una razza migliore. Con una efficienza mai vista prima in un programma di sviluppo, tutti i maiali creoli furono uccisi, nell’arco di 13 mesi. Due anni dopo i migliori maiali arrivarono dall’Iowa. Erano così migliori che richiedevano acqua pulita da bere (indisponibile all’80% della popolazione haitiana), cibo di importazione (costo 90 dollari all’anno, quando le entrate pro capita erano di 130 dollari) e speciali ricoveri. I contadini Haitiani li soprannominarono “principi a 4 zampe”. Aggiungendo insulto al danno, la carne non era buona. Inutile a dirsi, il programma di ripopolazione fu un completo fallimento. Un osservatore del processo stimò che, in termini monetari, i contadini Haitiani persero 600 milioni di dollari. Ci fu una diminuzione del 30% delle iscrizioni nelle scuole rurali, un drammatico declino di consumo di proteine in queste aree, una devastante 
:: HAITI ::
Torte di fango

Due servizi, uno del 2006 e uno dell'AP del 2008, documentano come le famiglie povere di Cité Soleil
abbiano iniziato a placare i morsi della fame
cuocendo focacce a base di sale, oli vegetali e... fango. 

Haitian Mud Pies:
In Cite Soleil, people make and eat mud pies. It's not out of hunger, but because 'sometimes, you just crave
Haiti's Poor Forced to Eat Dirt As Food
Associated Press • Jan. 29, 2008. 02:38 PM EST
decapitalizzazione dell’economia contadina ed un incalcolabile impatto negativo sul suolo e sulla produzione agricola. Ad oggi i contadini haitiani non si sono ripresi. La maggior parte dell’Haiti rurale è ancora isolata dal mercato globale, così per molti contadini lo sterminio dei maiali creoli è stata la loro prima esperienza di globalizzazione. L’esperienza resta nella memoria collettiva. Oggi, quando ai contadini viene detto che riforma economica e privatizzazione porterà loro benefici, sono comprensibilmente diffidenti. Le aziende di stato sono malate, ci dicono, e devono essere privatizzate. I contadini scuotono la testa e ricordano i maiali creoli.” 
L'influenza europea
Ma anche la nostra solidale Europa non rinuncia a fare la sua parte: i Paesi Caraibici sono stati costretti a sottoscrivere i nuovi “accordi di partenariato economico” (EPA o APE, come si vogliano definire), che sostituiscono il non perfetto, ma ancora accettabile “accordo di Cotonou”, e prevedono la totale apertura dei loro mercati alle nostre merci, senza che cessino i sussidi ai nostri prodotti agricoli. Nel sito della delegazione UE ad Haiti vengono presentati come una “grande opportunità” per gli Haitiani. Probabilmente lo sono per quella ristrettissima élite che ha continuato ad arricchirsi durante questi 4 anni che hanno seguito il colpo di stato contro Jean-Bertrand Aristide, ma non per l'80% della popolazione che ne sarà fortemente danneggiata. Con quale ricatto siamo riusciti a far sottoscrivere gli EPA è facilmente immaginabile: la presenza UE ad Haiti si è sempre più rafforzata in questi ultimi anni, addirittura nel periodo 2004-2006 (gli anni della dittatura di Latortue) siamo stati il “maggior Paese donatore”, superati ora dagli Stati Uniti.

Scrive Michel Chossudovsky: “Con ampi settori della popolazione mondiale già al di sotto della soglia di povertà, il brusco aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è devastante. Milioni di persone nel mondo non sono in grado di acquistare il cibo per la propria sopravvivenza. Questo sta contribuendo nella realtà ad eliminare i poveri tramite morte per fame. “ Controlla il petrolio e controlli le nazioni, controlla il cibo e controlli le popolazioni”: parole pronunciate da Henry Kissinger. A questo riguardo Kissinger aveva dichiarato nel 1974, nel contesto dello “Studio della sicurezza nazionale: implicazioni della crescita della popolazione mondiale per la sicurezza degli Stati Uniti ed i loro interessi d’oltremare” che “la fame può costituire uno strumento “di fatto” per il controllo della popolazione” (inteso come controllo dell’aumento della popolazione N.d.A.) 



La fame nell’era della globalizzazione è una scelta politica.
La fame non è la conseguenza di scarsità di cibo ma l’opposto: il surplus alimentare è usato per destabilizzare la produzione agricola nei Paesi in via di Sviluppo”. (Michel Chossudovsky “La fame Globale” – Globalresearch, 2 maggio 2008) Testimonia, sulla situazione in Haiti, il giornalista Kevin Pina, che ha vissuto per anni a fianco dei più poveri la violenza del golpe del 2004, la feroce repressione che ne è seguita, la brutalità, le minacce, gli insulti dei soldati dell’ONU, il carcere: “Le agenzie non governative invitate a provvedere agli aiuti da parte delle Nazioni Unite segnano il passo, nonostante le statistiche indichino che ricevono il 45% degli aiuti stranieri, ma il 15% ritorna ai rispettivi Paesi donatori, mentre il salario medio del capo di una ONG in Haiti ammonta a 60,000 dollari annui, da comparare a quello di un cittadino medio haitiano che guadagna persino meno di 250 dollari annui. Nulla di meglio poi che dare il giusto esempio alla popolazione forzata a cibarsi di immondizia, che recarsi in ufficio in un SUV con aria condizionata. La verità è che mentre i poveri soffrono durante l’attuale esercizio di “nation building” da parte dell'ONU, che li forza a mangiare fango, i ricchi di Haiti sono sempre più ricchi, chiedete alle famiglie Bigio, Mev, Brandt se hanno abbastanza di cui cibarsi: avevano già uno standard di vita incredibilmente alto secondo gli standard haitiani, ed è di gran lunga aumentato dal rovesciamento di Aristide, nel 2004. Tutto questo è stato imposto dalle Nazioni Unite che hanno servito come mandatari dell'amministrazione Bush, secondo la quale lavorare con il settore privato è l'unica strada per aiutare i poveri ad Haiti. Esperti dello sviluppo delle Nazioni Unite ci chiedono di credere che creare maggiori opportunità di affari per le famiglie agiate porterà ad una dimostrabile ricaduta positiva sui poveri. E' la nuova agenda neo-liberale che incorpora la vecchia teoria reaganiana. Un nuovo nome potrebbe essere più approppriato, nel contesto haitiano: l'economia delle focacce al fango. 



E' sempre più ovvio che questo approccio non funziona e ciò di cui Haiti abbisogna è un'economia che metta in discussione la disparità fra chi ha e chi non ha. Le famiglie citate hanno dimostrato, nell'arco degli anni, di non essere dei partners credibili per la maggioranza povera di Haiti. Sono infatti predatori monopolisti che controllano il mercato, non capitalisti in un libero mercato. Nessun investimento da parte della comunità internazionale o beneficienza altererà i fatti. Questo è il reale messaggio dietro la ricetta di focaccine al fango che i poveri sono costretti a mangiare a Cité Soleil oggi. Tutto oggi ad Haiti è in supporto degli affari del settore privato mentre il resto della popolazione è abbandonato alla “carità”. E’ ciò che Bush, l’ONU ed i quadri di esperti in economia lasciano ad Haiti. E’ chiaramente favorito chi ha un capitale da investire mentre per gli altri aumenta la dipendenza dalla “generosità” degli stranieri. E’ abbastanza chiaro che fino a quando il monopolio dell’economia sarà nelle mani di poche famiglie ci possiamo aspettare di sentire parlare sempre più spesso di focacce di fango nel futuro. Non lo ripeterò mai a sufficienza: l’ultimo presidente ad avere avuto il coraggio di sollevare la questione rimane in esilio. Aristide fu rovesciato nel 2004 ed il suo movimento, che aveva dato ai poveri il senso di poter controllare il proprio destino, selvaggiamente calpestato.” 

Di Alma Giraudo per: http://www.selvas.org/newsHA0108.html

L'uso da parte degli Stati Uniti dell'Uranio Impoverito è illegale


Gli americani e i britannici stanno usando Uranio Impoverito (DU) nella guerra contro l’Iraq manifestando il loro sprezzo per una risoluzione dell’ONU che classifica queste munizioni come armi illegali di distruzione di massa.
Il DU (Uranio impoverito) contamina la terra, causa malattie e tumori sia tra i soldati che usano queste armi, sia tra i soldati contro i quali vengono usate e contamina anche i civili, portando alla nascita di bambini malformi.
Il professor Doug Rokke, ex-direttore del progetto Uranio Impoverito del pentagono, ex professore di Scienze Ambientali dell'Università di Jacksonville e in passato colonnello dell'esercito degli Stati Uniti - dispiegato dal dipartimento della difesa nel deserto dopo la Guerra del Golfo, in operazioni di bonifica - ha asserito che l’uso del DU è stato un "crimine di Guerra".
Rokke ha detto: 'Qui occorre analizzare la cosa da un punto di vista morale. Questa guerra riguarda il possesso da parte dell’Iraq di armi illegali di distruzione di massa, tuttavia noi stiamo usando armi di distruzione di massa". Poi ha aggiunto "questi doppi standard sono repellenti".
L'ultima volta il DU è stato usato nel conflitto venerdì, quando un aereo americano A!0 ha sparato un missile rivestito da DU , uccidendo un soldato britannico e ferendone tre, in un incidente dovuto a "fuoco amico".
Secondo un rapporto della Commissione dell’ONU dell’agosto 2002, le leggi infrante dall'uso di rivestimenti all’Uranio Impoverito includono: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo; lo Statuto delle Nazioni Unite; la Convenzione sui Genocidi; la Convenzione contro la tortura; le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949; la Convenzione sulle armi convenzionali del 1980; e le Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907, che espressamente proibiscono l’impiego di "armi avvelenate o avvelenanti" e "armi, proiettili o materiali che possano causare sofferenza inutile". Tutte queste leggi hanno lo scopo di risparmiare ai civili sofferenze ingiustificate nei conflitti armati.
Il DU è stato accusato di essere la causa della Sindrome del Golfo -caratterizzata da dolori acuti, spasmi della muscolatura, affaticamento e perdita di memoria- che ha colpito circa 200.000 soldati USA dopo il conflitto del 1991.
E’ anche citato come causa "dell’aumentato numero di nascite di bambini deformi e tumori in Iraq a seguito della prima Guerra del Golfo".
"Il cancro pare essere aumentato tra le 7 e le 10 volte e le nascite deformi tra le 4 e le 6 volte", in accordo alla relazione della Commissione dell’ONU.
Il pentagono ha ammesso che 320 tonnellate di DU sono state lasciate sul campo di battaglia dopo la prima Guerra del Golfo, anche se gli esperti militari russi dicono che 1000 tonnellate è una misurazione più accurata.
Nel 1991, gli alleati hanno sparato 944.000 colpi per circa 2.700 tonnellate di DU. Un rapporto dell’Autority sull’Energia Atomica, redatto dall’Inghilterra, afferma che circa 500.000 persone potrebbero morire prima della fine di questo secolo, a causa di scorie radioattive rimaste nel deserto.
L'uso del DU, inoltre, ha portato a difetti tra i bambini nati dai veterani alleati e si crede sia la causa del "preoccupante numero di casi di bambini nati senza gli occhi in Iraq. Solo un nascituro su 50 milioni è la percentuale abituale di nascite senza occhi, tuttavia un ospedale di Bagdad ha avuto 8 casi in due anni. Sette tra i padri erano stati esposti a munizioni DU americane nel 1991. CI sono stati anche casi di bambini iracheni nati senza la parte superiore del cranio, un’altra deformità legata al DU".
Uno studio sui veterani della Guerra del Golfo ha dimostrato che il 67% hanno avuto figli con gravi malattie, perdita degli occhi, infezioni del sangue, problemi respiratori e dita unite.
Rokke ha detto al Sunday Herald: "Il personale militare di uno Stato non può ostinatamente contaminare un’altra nazione, causando danni alle persone e all’ambiente e poi ignorando le conseguenze delle proprie azioni.
Fare questo è un crimine contro l’umanità.
Dobbiamo fare ciò che è giusto per i cittadini del mondo: bandire il DU".
Ha chiesto agli USA ed ai britannici di "riconoscere le conseguenze immorali delle loro azioni e assumersi la responsabilità delle cure mediche a di sanare l’ambiente".
Ha aggiunto: "Semplicemente non possiamo usare munizioni che desertificano e rendono tossico un territorio e uccidono indiscriminatamente. E’ l’equivalente di un crimine di guerra".
Rokke ha detto che le truppe di coalizione stanno attualmente combattendo nel Golfo senza un’adeguata protezione alle vie respiratorie contro la contaminazione da DU.
Il Sunday Herald ha precedentemente rivelato come il Ministero della Difesa avesse testato qualcosa come 6350 missili nel Solway Firth in più di una decade, dal 1989 al 1999.

di Neil Mackay, fonte www.sundayherald.com, visto su www.attac.it 

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