martedì 16 dicembre 2008

Stati etnicamente puri

di Simone Santini – da www.clarissa.it
Cominciano i fuochi d’artificio per la campagna elettorale in Israele in vista delle elezioni legislative che si terranno il prossimo febbraio. La candidata del partito centrista Kadima, Tzipi Livni, già ministro degli esteri del governo presieduto da Ehud Olmert, costretto alle dimissioni per guai giudiziari, durante un pubblico incontro con degli studenti ha dichiarato che, quando sarà nato uno stato palestinese a fianco di quello israeliano, “potremo dire ai cittadini palestinesi di Israele, quelli che noi chiamiamo gli Arabi d’Israele: la soluzione per le vostre aspirazioni nazionali si trova altrove”. La Livni prospetta dunque la nascita di due stati etnicamente puri, o quanto meno questo sarà il destino di Israele, dove attualmente vivono, in quanto formalmente cittadini a tutti gli effetti, quasi un milione e mezzo di arabi su una popolazione di circa sette. Sono gli eredi dei palestinesi rimasti in Israele dopo la nascita dello stato ebraico nel 1948. Il trasferimento di questa popolazione israeliana in uno stato di Palestina arabo, è il modo, secondo la Livni, per “preservare il carattere giudaico e democratico di Israele” con la nascita, appunto, di “due entità nazionali distinte”.Il tema demografico è sempre stato vissuto con molta preoccupazione a Tel Aviv (la natalità è l’unica “bomba atomica” in mano ai palestinesi contro gli israeliani, disse Yasser Arafat) e per questo trattato come una questione di sicurezza nazionale. La popolazione araba (sommando gli arabi di Cisgiordania e Gaza, e gli “Arabi d’Israele”) sta sopravanzando la popolazione ebraica e la tendenza è solo destinata ad aumentare, poiché il tasso di crescita è nettamente superiore tra i palestinesi rispetto agli ebrei, ed in Israele non giungono più flussi di ritorno dal resto del mondo come nei primi anni dalla fondazione dello Stato.Due studiosi, il geografo Arnon Sofer e il demografo Sergio Della Pergola (israeliano di chiare origini italiane) dell'Università di Gerusalemme, già consulenti di Ariel Sharon, hanno da tempo stilato una analisi che può essere così sintetizzata. Israele dovrà risolvere un problema con tre variabili: democrazia, ebraicità, dimensione territoriale. Solo due di queste variabili potranno coesistere nell'Israele dei prossimi anni. Potrà essere uno stato democratico ed ebraico, ma allora dovrà essere di ridotte dimensioni. Potrà essere democratico e grande, ma allora non sarà più ebraico. Infine potrà essere ebraico ed esteso, ma allora non sarà più democratico.La Livni, dunque, sembra aver accettato l’ipotesi di un Israele democratico ed etnicamente puro consentendo ad una sua limitazione territoriale. Ma, anche in questo caso, la posizione suscita non poche perplessità. Ahmed Tibi, uno dei leader degli Arabi d’Israele, deputato alla Knesset, si domanda se la posizione della Livni sia una battuta da campagna elettorale o davvero una profonda convinzione. E in questo caso chiede se la candidata premier abbia intenzione di togliere la cittadinanza ad oltre un milione di arabi e ridurli “senza diritti politici e senza identità nazionale”, oppure pensa di “trasferirli” forzatamente nei Territori una “volta creato lo stato palestinese?”.La posizione della Livni ha avuto l’effetto di creare trambusto anche nello schieramento del maggiore candidato avversario, Benjamin Netanyahu, accreditato dai sondaggi per la vittoria elettorale. Netanyahu ha infatti non poche difficoltà a gestire all’interno del suo partito, il Likud, le spinte estremiste. Durante le recenti primarie nel partito per la scelta dei candidati, gli esponenti dell’ala più nazionalista e religiosa hanno spesso avuto la meglio nei confronti dei liberali o dei conservatori moderati. Molti di loro hanno posizioni simili a quelle della Livni sul tema della “ebraicità” dello stato e propugnano l’ideologia di un “Grande Israele”, tanto che Netanyahu potrebbe sentirsi scavalcato e pressato da destra. Tanto più che oltre il Likud ci sono partiti religiosi che prospettano soluzioni ancora più estreme per i palestinesi, come il loro esodo di massa da tutta la Palestina verso la Giordania.

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