venerdì 19 dicembre 2008

Prima di sparare il primo colpo contro l’elefante del Golfo è necessario aprire la porta al dialogo

La sicurezza dei paesi arabi del Golfo non può più basarsi esclusivamente sulla protezione del “poliziotto” americano, e sull’incitamento all’odio ed alla contrapposizione che Washington sembra prediligere nel suo approccio nei confronti dell’Iran – sostiene la professoressa Madawi al-Rasheed

George Orwell scrisse il suo famoso saggio intitolato “Sparare all’elefante” negli anni ’30 del secolo scorso, quando la Gran Bretagna ricopriva il proprio ruolo di incontrastato poliziotto dei mari. Essa aveva tuttavia cominciato a logorarsi e ad indebolirsi sotto la pressione della grande guerra, che segnò l’inizio della fine del colonialismo britannico, la cui ultima fase si concluse dopo la seconda guerra mondiale.

Il saggio racconta la storia di un poliziotto britannico logorato dalla vita coloniale, il quale aveva cominciato a dubitare di voler continuare ad impersonare il ruolo del colonizzatore dispotico. Questo poliziotto fu costretto ad uccidere un elefante che era entrato nel villaggio di Moulmein, in Birmania. Dopo che l’elefante aveva distrutto alcune capanne e botteghe, ed aveva ucciso un uomo, gli abitanti del villaggio avevano chiesto aiuto al poliziotto inglese perché uccidesse l’elefante. Il poliziotto, armato di fucile, dopo una lunga ricerca aveva finalmente trovato l’animale, il quale sembrava riposarsi un po’, dopo la sfuriata che aveva terrorizzato la gente del villaggio, oltre a provocare la morte di uno di loro.

Il poliziotto si fermò davanti all’elefante. Dietro di lui, centinaia di abitanti della zona gridavano incoraggiandolo ad uccidere l’animale, anche per potersi impadronire della sua pelle, della sua carne e sue delle zanne. Questo poliziotto, che era responsabile della sicurezza ed allo stesso tempo dell’oppressione degli abitanti del villaggio, in quel frangente era diventato il loro eroe, ed essi lo spingevano ad uccidere l’elefante. Egli, tuttavia, indugiava. Forse era stufo di ricoprire il ruolo del poliziotto che rappresentava il colonizzatore straniero. Non voleva uccidere l’elefante, tanto più che quest’ultimo si era stancato, dopo aver devastato il villaggio. Il poliziotto aveva in effetti perso la propria libertà e la propria possibilità di scegliere. La gente che stava a guardare gli chiedeva di svolgere il ruolo del forte tiranno, e non del debole sfibrato, ormai all’ultimo stadio della colonizzazione britannica.

Avendo perduto la propria libertà, il poliziotto fu costretto ad imbracciare il fucile ed a sparare tre colpi in direzione dell’elefante, facendolo crollare morto, in mezzo a una folla plaudente ed esultante di oltre duemila persone. Il poliziotto sapeva di essere odiato dalla popolazione che aveva colonizzato, la quale non sopportava la sua prepotenza e la sua arroganza. E tuttavia, nel momento in cui egli aveva ucciso l’elefante, era diventato un eroe ai loro occhi. Gli abitanti del villaggio lo avevano costretto ad uccidere contro la sua volontà. Le loro grida e i loro sguardi lo avevano spinto a commettere un crimine che egli non aveva scelto di compiere.

Questo racconto di George Orwell in sostanza spiega come il poliziotto oppressore perde la propria libertà nel momento in cui gli uomini si trasformano in tiranni come lui. Il poliziotto armato di fucile perde la sua capacità di scegliere in qualità di essere umano, e – cosa ancora più importante – lo vediamo distruggere la propria umanità e la propria libertà prima ancora di aver annientato l’umanità degli altri. Questo sconcertante racconto preannunciava la fine dell’impero britannico.

Quando comparve una nuova generazione britannica che si rese conto che, all’ombra della politica coloniale del proprio paese, essa aveva perso la propria libertà e la propria possibilità di scegliere, questo fu l’inizio del declino dell’influenza britannica in molte regioni del mondo, fra cui la Birmania, dove è ambientato questo racconto.

Il segretario americano alla Difesa Robert Gates ha presieduto in questi giorni la ‘Conferenza sul Dialogo’ a Manama (la capitale del Bahrain), incentrata sulla sicurezza del Golfo, alla presenza di membri del Congresso americano, e di rappresentanti della NATO e di alcuni paesi europei. Ciascuno di questi protagonisti aspira a giocare il ruolo di “poliziotto del Golfo”, per contrastare minacce reali o immaginarie. Tutti sanno che negli ultimi trent’anni gli Stati Uniti sono stati in prima fila nella missione di proteggere i paesi del Golfo, per mezzo di accordi di sicurezza, di basi militari, e di aiuti enormemente dispendiosi il cui costo è stato pagato da questi paesi, i quali sono fra gli stati che spendono di più al mondo nel settore bellico. Malgrado questa spesa crescente, i paesi del Golfo continuano a dipendere totalmente dall’importazione di attrezzature militari, ed il “poliziotto americano” è presente in tutti questi stati come osservatore, addestratore, e combattente, e addirittura come colonizzatore arrogante, esattamente come lo era il poliziotto britannico della Birmania.

Quando gli Stati Uniti impersonano il ruolo di “poliziotto del Golfo”, soprattutto in una fase di declino dell’influenza mondiale americana, dopo la guerra in Afghanistan ed in Iraq, essi richiamano alla mente il poliziotto del villaggio di Moulmein in Birmania. Gli Stati Uniti sanno perfettamente di trovarsi fra l’incudine e il martello, perfino nel Golfo. Da un lato essi sono amici fidati di regimi che hanno soffocato i loro popoli e che riescono a sopravvivere soltanto a prezzo di una totale dipendenza dalla protezione straniera; dall’altro possono leggere negli occhi dei popoli della regione messaggi di disgusto e di malcontento, completamente differenti rispetto ai messaggi di amore appassionato lanciati nei loro confronti dai regimi della regione e da quell’elite di scrittori, economisti ed intellettuali che si stringe attorno a questi ultimi.

Gli Stati Uniti sono caduti in una terribile trappola quando si sono autonominati “poliziotto del Golfo”, approfittando del vuoto di potere determinato dal ritiro britannico dalla regione all’inizio degli anni ’70, e dall’incapacità dei regimi del Golfo di garantire la sicurezza nazionale dei loro paesi senza ricorrere all’aiuto straniero. La sicurezza di questi paesi è stata di conseguenza affidata alle truppe americane, che i popoli della regione considerano mercenari pagati con i proventi del petrolio. Questi regimi non badano alle conseguenze derivanti da questa totale dipendenza dal “poliziotto straniero”. Quanto al “poliziotto”, si trova nella stessa posizione di colui che era caduto prigioniero di masse che si attendevano che egli mostrasse i muscoli ad apparisse risoluto e forte di fronte a nemici immaginari, e non di fronte a un elefante infuriato. L’America ha perso la propria possibilità di scegliere, ed ha distrutto la propria libertà con le proprie mani, e non per mano di coloro di fronte ai quali fa sfoggio della propria arroganza nei loro paesi.

Ci auguriamo che Robert Gates legga il racconto di Orwell, e che ne sappia trarre i dovuti insegnamenti, fra cui il più importante è che la forza militare non è sempre l’unica soluzione alle crisi della regione del Golfo e del mondo arabo. Molte di queste crisi sono state causate dal “poliziotto” stesso, che ha fomentato la guerra Iran-Iraq negli anni ’80, e che poi ha trascinato l’intera regione in conflitti sanguinosi di cui alcuni paesi del Golfo – ed in particolare l’Arabia Saudita – ancora pagano il prezzo.

Il “poliziotto” americano ha provocato conflitti nella regione del Golfo senza che la sua presenza fosse in grado di “uccidere l’elefante” e di sbarazzarsi definitivamente della sua furia, come fece il poliziotto britannico in Birmania (l’ “elefante” a cui fa riferimento l’autrice è in questo caso l’Iran (N.d.T.) ). Ma non è nell’interesse del “poliziotto” americano sbarazzarsi definitivamente dell’elefante, poiché ciò potrebbe determinare la fine del suo ruolo nella regione. Ma, se l’elefante della Birmania era umorale e dal carattere incostante, l’elefante del Golfo ha una strategia di lungo periodo basata sulla logica della forza, e non sulla stizza e sulla suscettibilità. Lo aiuta in questo la totale mancanza di forza della sponda araba (malgrado le possibilità economiche di cui gli arabi dispongono), e la sua totale dipendenza dai mercenari stranieri.

Prima di perdere del tutto la propria libertà e la propria capacità di scelta, il “poliziotto” americano dovrebbe prendere le proprie decisioni (prima che decidano per lui quelli della sua stessa razza), sbarazzandosi della politica dell’arroganza che è stata praticata nel Golfo per tutta l’era della presenza americana nella regione – una presenza affermatasi non tanto per mezzo delle armi,  ma soprattutto del petrolio. Ed ecco che il petrolio che destava gli appetiti del “poliziotto” americano ha raggiunto una fase di stagnazione e di declino, a causa dell’attuale crisi economica e del calo della domanda. I partecipanti alla Conferenza di Manama probabilmente non hanno approfondito questo punto, anche perché essi concepiscono la sicurezza esclusivamente in termini militari. Ma noi riteniamo che la sicurezza economica sia più importante, soprattutto se teniamo conto che la regione del Golfo continua a dipendere totalmente da una merce il cui valore è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, malgrado i tentativi di alcuni paesi del Golfo (come Dubai) di uscire dal ristretto ambito dell’economia petrolifera.

La regione del Golfo Persico è stata, e continua ad essere, un bacino commerciale che si basa sulla sua metà araba da un lato, e sulla sua metà iraniana ed asiatica dall’altro. I tentativi di trasmettere l’odio e le tensioni da una parte all’altra non saranno di alcuna utilità, anche se i legami storici, sociali e di civiltà dovessero essere più forti dei tentativi stranieri di “stuzzicare l’elefante”.

Se gli Stati Uniti persevereranno nella loro arroganza e nel loro discorso di contrapposizione nei confronti della controparte iraniana, trascinando la regione del Golfo in una spirale di conflitti senza fine, il loro destino sarà analogo a quello del poliziotto britannico che aveva perso la propria libertà e la capacità di determinare il proprio destino. La prepotenza genera altra prepotenza. E’ tempo che i governanti del Golfo circoscrivano il pericolo derivante dal fatto di dipendere da un “poliziotto” straniero che sfida la sorte pur di uccidere l’elefante, anche se ciò dovesse andare a spese dei suoi interessi nazionali. Questa propensione a sfidare il destino potrebbe essere conseguenza del fatto che il “poliziotto” mercenario ha perso la propria libertà di giudizio; tuttavia i paesi del Golfo non dovrebbero perdere anch’essi la loro capacità di discernimento, lasciandosi trascinare al seguito di una superpotenza logorata dalle precedenti guerre, e che non riesce a vincerle né ad opporvisi poiché ha perso la propria libertà di scegliere – ed anzi è stata lei a distruggerla, al punto da essere costretta ad utilizzare la forza laddove esistono altre vie d’uscita dalle crisi mondiali.

Prima di sparare il primo colpo contro l’elefante del Golfo è necessario aprire la porta al dialogo affinché la regione ritrovi il suo pluralismo, la sua cultura, la sua storia e la sua economia, che si sono sviluppate solo per effetto dei contatti con il vicino prossimo, sull’altra sponda del Golfo Persico.

di Madawi al-Rasheed 

Madawi al-Rasheed è una studiosa di origini saudite; insegna antropologia delle religioni al King’s College di Londra

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/18/la-sicurezza-del-golfo-e-l’uccisione-dell’elefante/

Titolo originale:

أمن الخليج واطلاق الرصاص على الفيل

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