lunedì 22 dicembre 2008

Pechino invia navi militari contro i pirati somali. E' la prima operazione navale in acque straniere dal 15esimo secolo


L'ultima volta che la Marina cinese uscì dalle acque asiatiche, Cristoforo Colombo doveva ancora scoprire l'America. Ma tra qualche giorno, dopo Natale, tre navi di Pechino salperanno dalla base militare di Sanya, per dar man forte alla missione voluta dall'Onu contro i pirati che operano al largo della Somalia. La "più grande spedizione navale cinese dal 15esimo secolo", come l'ha definita un quotidiano della capitale, è stata accolta con soddisfazione anche dagli Stati Uniti, perché segnala la disponibilità di Pechino a collaborare su temi che riguardano tutta la comunità internazionale. Ma il simbolismo dell'operazione viene visto con diffidenza: giunto dopo anni di crescita a due cifre delle spese militare, è un altro segnale dell'ascesa della Cina a potenza globale.Il contributo cinese alla lotta contro la pirateria sarà limitato: nel Golfo di Aden arriveranno due cacciatorpedinieri e una nave di rifornimento. Ma saranno in buona compagnia, dato che alla missione avevano già dato il loro sì gli altri quattro paesi con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu, che il 16 dicembre ha approvato all'unanimità l'operazione. Spinta da un tam tam su Internet, e forse anche dalla competizione con un'India già attiva da tempo contro i pirati, la Cina non ha voluto restare a guardare. In gioco ci sono anche interessi economici: negli ultimi anni, Pechino ha iniziato la costruzione di infrastrutture in diversi Paesi africani, tra cui il Sudan, e il 60 percento del petrolio consumato in Cina viene dal Medio Oriente, passando in gran parte attraverso quelle acque. Nell'ultimo anno, ogni giorno al largo della Somalia sono transitate quattro navi cinesi. Secondo un portavoce della Marina cinese, circa il 20 percento ha subito attacchi dei pirati. Nell'ultimo, avvenuto il 17 dicembre, l'equipaggio disarmato ha dovuto difendersi lanciando bottiglie di birra.

Da Washington sono giunte parole di apprezzamento per il contributo cinese. Ma non è un mistero che gli Stati Uniti guardino con sospetto al potenziamento militare di Pechino, che potrebbe aumentare la pressione su Taiwan e innescare un conflitto. La Marina cinese non è ancora al livello di una grande potenza: non dispone di nessuna portaerei (gli Usa ne hanno 11), ma negli ultimi anni si è data da fare per colmare le lacune. La Cina ha comprato cacciatorpedinieri dalla Russia, ha migliorato le sue capacità di sbarco, e sta assemblando una flotta di sottomarini. Anche nucleari: lo scorso maggio, fu rivelato che Pechino stava ricavando tunnel sotto alcune colline, capaci di nascondere una ventina di sottomarini dalle spie nemiche.
Tutte operazioni che rientrano in un complessivo potenziamento delle forze armate, composte da 2,3 milioni di uomini (di cui 250mila nella Marina). Nell'ultimo anno, le spese militari cinesi sono cresciute del 17,6 percento, nel quinquennio precedente sono aumentate alla media del 15,8 percento l'anno. E questi sono i numeri ufficiali, secondo cui la Cina destina l'1,7 percento del Prodotto interno lordo alle forze armate: il Partito sostiene che la crescita del bilancio militare è necessaria dopo decenni di trascuratezza. Ma gli Stati Uniti - e anche diversi analisti indipendenti - credono che Pechino non la racconti giusta. Nel suo ultimo rapporto, il Pentagono ha stimato che le spese militari cinesi sono oltre il doppio di quanto dichiarato. Una cifra comunque inferiore rispetto a quella degli Usa, con un bilancio militare che rappresenta il 4 percento del Pil, e pari a quello che spendono per le forze armate tutte le altre nazioni. Ma pur essendo distante da Washington, al ritmo attuale di crescita la Cina impiegherà pochi anni per diventare la seconda potenza militare al mondo, superando il Regno Unito. E se i numeri ufficiali non sono veritieri, lo è già.
di Alessandro Ursic

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