lunedì 22 dicembre 2008

“Olmert a Obama: ripensaci”



Ripensare a cosa? Alla politica degli Stati Uniti verso Israele in tutti questi anni, non solo bushiani ma anche clintoniani. 

Ma è davvero Olmert che parla? La stampa americana talvolta offre sorprese che il nostro mainstream ci concede sempre più raramente. L'autore di questa è un giornalista ebreo americano, Roger Cohen, commentatore di punta del New York Times, che prova a “immaginare” un dialogo tra il premier (uscente) del governo israeliano e il presidente (entrante) degli Stati Uniti. 

Dove il primo si rivolgerebbe così al secondo: «Gli Stati Uniti si sono sbagliati firmando assegni in bianco a Israele, anno dopo anno; si sono sbagliati fingendo di non vedere gl'insediamenti israeliani sulla riva occidentale; si sono sbagliati nel non essere più espliciti sulla necessità di (con)dividere Gerusalemme; si sono sbagliati nel darci armi così sofisticate da convincerci che la sola potenza militare è la risposta a tutti i nostri problemi; si sono sbagliati, infine, nel non averci aiutato a contattare la Siria. Il suo futuro segretario di Stato, Hillary Clinton, ha detto in campagna elettorale che gli Usa stanno con Israele ora e per sempre. Ebbene, non basta. Voi dovete talvolta stare contro di noi, per aiutarci a evitare una linea di eterno militarismo».

Ovviamente un tale monologo non c'è mai stato, sebbene sia di non poco interesse vederlo scritto, nero su bianco, sull'Herald Tribune. Ma, come sottolinea l'autore dell'articolo, Olmert queste cose le ha effettivamente dette, anzi scritte: in una intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

Bisogna, come si usa dire, farci la tara, perché una tale giravolta intellettuale e politica in un falco come Olmert – non si dimentichi, autore e organizzatore della guerra contro il Libano – forse si spiega con il fatto che la sua carriera politica è finita nel fango sotto accuse di corruzione molto gravi. 

Ma, come in tutti i pentimenti, bisogna tenere conto che esiste anche una voglia di sgravarsi da una parte almeno delle responsabilità morali che si è voluto, o dovuto, assumere mentre si era in carica. 

Se non altro per questo Olmert dovrebbe dunque essere preso sul serio. A Washington, prima di tutto, ma anche a Bruxelles. Roger Cohen – che sottolinea, a scanso di equivoci,  di non essere minimamente disposto a mettere a repentaglio l'esistenza e la sicurezza dello Stato d'Israele – suggerisce a Hillary Clinton, cioè a Obama, di far incidere a fuoco, sulla parete dell'ottavo piano del Dipartimento di Stato dove si collocherà il suo ufficio, le parole che Olmert ha vergato come proprio epitaffio politico: «Noi dobbiamo trovare un accordo con i palestinesi, che significhi il ritiro da quasi tutti, se non da tutti, i territori (occupati, ndr). Una certa quota di essi resterà in nostre mani, ma noi dobbiamo dare loro, da qualche altra parte, la stessa quota. Senza questo non vi sarà pace. Inclusa Gerusalemme».

Sarà capace Barack Hussein Obama di spiegarlo a Hillary Clinton?

di Giulietto Chiesa -  Megachip

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