giovedì 4 dicembre 2008

L’inizio del declino dell’Islam radicale in Iran


Il governo intransigente del presidente iraniano Ahmadinejad potrebbe rappresentare uno spartiacque nella storia dell’Iran post-rivoluzionario. Gli scarsi risultati ottenuti da questa esperienza di governo potrebbero segnare l’inizio del declino dell’Islam radicale in Iran – sostiene il professore iraniano Sadegh Zibakalam

Durante gli ultimi tre decenni l’ascesa dell’islamismo militante ha dominato la scena politica della regione in svariati modi. Le conseguenze del radicalismo religioso iraniano possono essere osservate nella regione del Golfo Persico, nel conflitto arabo-israeliano, in Iraq e in Afghanistan. Sebbene la militanza islamica iraniana sembri aver mantenuto il proprio predominio, potrebbe non essere così nel prossimo decennio.

La principale ragione di questo momento critico è da ricercare nell’attuale governo iraniano guidato da Mahmoud Ahmadinejad, il quale giunse al potere nel luglio 2005. La salita al potere di Ahmadinejad rappresenta certamente uno spartiacque nella storia dell’Iran post-rivoluzionario. La sua presidenza ha segnato un nuovo assetto politico nella Repubblica islamica. Fino a questo momento, sebbene il regime iraniano fosse descritto come radicale e islamico, era lontano dal rappresentare un fronte politico unitario. Esso consisteva di diverse correnti, ciascuna delle quali si definiva come islamica. Tali correnti includevano i conservatori intransigenti a “destra”, la “sinistra”, i pragmatici guidati da Akbar Hashemi Rafsanjani, i moderati, e coloro i quali, pur con qualche riserva,  potremmo addirittura chiamare “liberali”. Quando era al potere l’Imam Khomeini, la “sinistra” ebbe la meglio. Dopo la sua morte, i pragmatici di Hashemi Rafsanjani occuparono il centro della scena, per poi lasciare il posto alle correnti moderate liberali capeggiate dal presidente riformista Mohammad Khatami. Non importa chi venisse eletto presidente dell’Iran, tutte le altre correnti, benché a diversi livelli, erano presenti nel governo.

Le elezioni del luglio 2005, e l’ascesa al potere di Ahmadinejad, hanno cambiato il panorama politico. Il nocciolo duro dei conservatori ha allontanato quasi tutte le altre correnti dai posti di potere. Per la prima volta dalla comparsa della Repubblica islamica nel 1979, vi era un solo gruppo politico a dominare le tre principali branche dell’establishment politico iraniano. 

Questo gruppo, che con qualche giustificazione è stato chiamato “dei fautori della linea dura”, ha cercato di cambiare gran parte della politica interna ed estera iraniana. A livello internazionale, la posizione iraniana sul proprio programma nucleare è diventata molto più intransigente. L’atteggiamento anti-occidentale ed anti-americano del regime si è inasprito, così come il suo approccio anti-israeliano. Invece, Teheran ha cercato di stringere legami con i regimi anti-americani del Sud America e del resto del mondo. Internamente, il gruppo conservatore ha accentuato il ruolo dello stato nell’economia, ha ridotto le libertà politiche ed ha cercato di rafforzare le capacità militari del paese.

Arriviamo ora al punto principale della nostra tesi: la fine anticipata dell’Islam militante nel prossimo decennio. Dato il saldo controllo del potere che i fautori della linea dura hanno mantenuto a partire dal 2005, perché il loro potere dovrebbe declinare in futuro? La risposta molto semplice sta nella performance di questo gruppo dal momento del suo arrivo al potere tre anni fa. Esso si è alienato gran parte dell’intellighenzia del paese. Studenti, laureati, professionisti, intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti, e molti altri gruppi sociali analoghi, sono diventati sempre più critici nei confronti delle politiche adottate da questo gruppo conservatore negli ultimi tre anni. Gli impiegati statali, la classe media urbana, ed i (politicamente potenti) mercanti dei bazar, si sono opposti sempre più alla linea dura del governo di Ahmadinejad.

Anche politicamente, il gruppo è in declino. I riformisti, la “sinistra”, i cosiddetti gruppi nazionalisti liberal-religiosi come “nehzat azadi”, Hashemi Rafsanjani ed i suoi influenti gruppi politici, tutti ora si oppongono al governo guidato dai sostenitori della linea dura. In effetti, le politiche di Ahmadinejad hanno portato molti conservatori, così come alcuni “intransigenti” più moderati e pragmatici, a schierarsi contro il suo governo. Vi è poi un altro potente ed influente gruppo che è diventato apertamente critico nei confronti del presidente conservatore e di alcune delle sue decisioni: negli ultimi due anni, diversi leader religiosi hanno espresso la propria opposizione ad alcune delle decisioni di Ahmadinejad.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, vi è il Parlamento iraniano, o Majlis. L’assemblea composta da 300 membri che ha inaugurato il proprio mandato nel luglio 2008, ha eletto Ali Larijani come proprio presidente con una larga maggioranza. Dato che i conservatori hanno una cospicua maggioranza nell’attuale majlis, l’elezione di Larijani è stato un implicito messaggio di sfida al presidente Ahmadinejad. Larjiani è stato, fino allo scorso aprile, a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, ad ha inoltre condotto i negoziati con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Larijani ha criticato l’approccio radicale di Ahmadinejad al programma nucleare iraniano. Egli preferiva una posizione più moderata, cercando un compromesso con l’Occidente sulla questione nucleare. Ahmadinejad ha quindi allontanato Larijani dall’incarico, preparando così la strada per l’adozione di un approccio più aggressivo e provocatorio da parte dell’Iran riguardo al programma nucleare. 

A questo punto bisogna porsi due domande sulla linea dura adottata dal governo iraniano. Primo, data la formidabile opposizione politica nei suoi confronti, dove trova Ahmadinejad il sostegno per sopravvivere, e addirittura per contemplare l’idea di un altro mandato? Secondo, quali sono le ragioni di tanta opposizione?

La maggior parte del sostegno ad Ahmadinejad arriva dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dalle varie istituzioni di cui egli è a capo, compresa la potente Guardia Rivoluzionaria, i Basij (forza paramilitare fondata nel 1979 per ordine dell’Ayatollah Khomeini (N.d.T.) ), la radio e la televisione nazionale iraniana e i giornali gestiti dal governo, così come un cospicuo numero di leader religiosi e di politici a lui vicini. La diffusa opposizione nasce dalla deludente performance di Ahmadinejad. La nazione soffre di una dilagante inflazione, il tasso di disoccupazione non è sceso, come non è diminuita l’endemica corruzione e la continua fuga di cervelli – lo testimoniano le file di professionisti iraniani davanti alle ambasciate occidentali a Teheran, che cercano di emigrare sebbene gli introiti petroliferi del paese si siano quadruplicati negli ultimi tre anni. 

È contro questo dato ironico che Hashemi Rafsanjani, il leader dei pragmatici iraniani, lo scorso mese ha lanciato un monito a proposito del fatto che il fallimento di questo governo non rappresenterebbe semplicemente la sconfitta di un particolare gruppo politico, ma piuttosto sarebbe interpretata come il fallimento pratico dell’Islam radicale nel momento in cui aveva tutto il potere a sua disposizione.

di Sadegh Zibakalam

Sadegh Zibakalam is professor of Iranian studies at Tehran University

Titolo originale:

The decline of religious fundamentalism in Iran

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/04/il-declino-del-fondamentalismo-religioso-in-iran/

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