sabato 6 dicembre 2008

La storia dei Messina Denaro di Castelvetrano. Il “papa” della nuova mafia


Il «campiere» con il bisturi. Così era definito Francesco Messina Denaro, il «patriarca» della mafia del Belice, morto a 70 anni il 30 novembre del 1998. Un infarto, una morte di crepacuore alla notizia dell'arresto del maggiore dei figli maschi, Salvatore, che faceva il preposto alla Comit di Sciacca, un'agenzia che aveva il record delle transazioni internazionali. Quando morì era latitante da otto anni il vecchio Messina Denaro, ma questo non gli impediva di incassare ogni mese una pensione elargita dall'Inps da 1 milione e 200 mila lire.

Ad ogni anniversario della sua morte puntualmente in ogni edizione del Giornale di Sicilia del 30 novembre ha fatto la comparsa sino a quello appena trascorso del 30 novembre 2008, un necrologio a ricordare il capo mafia. Lo hanno fatto pubblicare i suoi familiari. Necrologi, tranne l'ultimo, sempre accompagnati da un commento, una frase presa dalle sacre scritture, una massima latina. Quest'anno invece assolutamente semplice, il nome del defunto e la frase di ricordo dei cari. Francesco Messina Denaro resta l'unico boss capo mafia defunto ad essere così con grande puntualità ricordato. Quasi ad evocarne la presenza.

Il campiere con il bisturi perchè? Intanto perché di mestiere Francesco Messina Denaro faceva questo, il «campiere» nei latifondi delle più importanti famiglie, una tra tutte la famiglia dei trapanesi D'Alì, lavorando tra complicità e soggiogazioni o presunte tali, «incideva» come un chirurgo quei terreni con il suo passaggio, usava il «bisturi» quando c'erano i problemi da risolvere: per affrontare i «guai» dentro le «famiglie» di mafia, prima le parole che «lasciavano il segno» poi se, era inevitabile, il passaggio all'uso delle armi che lasciavano un segno ancora più evidente. Impossibile a quel punto che i destinatari non capissero chi comandava. 

Latitanza col medico al seguito. Quando Francesco Messina Denaro venne trovato senza vita nelle campagne di Castelvetrano il suo nome figurava tra gli imputati del maxi-processo «Omega»; era stato già condannato a 10 anni e nell'aula bunker di Trapani veniva processato per una decina di delitti. Non potrà essere processato per il delitto di Mauro Rostagno: nell'indagine dove è coinvolto il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, oggi detenuto all'ergastolo, c'era coinvolto anche lui dopo che il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori raccontò di un incontro a Castelvetrano tra don Ciccio e don Francesco Messina di Mazara, soprannominato “u muraturi”, il tesoriere della cosca di Mariano Agate. I due capi mafia, raccontò Sinacori, decisero che Rostagno andava ucciso. Anche per quegli attacchi ripetuti a don Mariano Agate dagli schermi di Rtc. Il corpo di Francesco Messina Denaro una notte di novembre del 1998, venne trovato a circa 200 metri dal punto in cui un decennio addietro era stato ammazzato il sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari. Non stava bene Francesco Messina Denaro tanto che nella latitanza lo seguì un medico «personale», uomo d'onore, il partannese Vincenzo Pandolfo, che nel 2006 si è costituito nel carcere di Pagliarelli dove si trova a scontare nove anni per associazione mafiosa. 

La storia della mafia belicina indica don Ciccio Messina Denaro da sempre come uno dei fedelissimi dei «corleonesi», anzi erano lui ad essere ossequiato, tanto che erano i boss di Corleone a venire a Castelvetrano.

Bernardo Provenzano era all'epoca già latitante e a bordo di una Fiat 500 da lui guidata arrivava fino a casa di don Ciccio Messina Denaro. Un potere assoluto quello dei Messina Denaro nel Belice e in provincia di Trapani: don Ciccio guidò anche la cupola provinciale, «trono» che adesso appartiene al figlio, Matteo, classe '62 e latitante dal 1993. Droga, terreni, il controllo del mercato della sofisticazione vinicola e la gestione della «cassaforte » mafiosa. Non a caso il tesoro di Totò Riina venne trovato nel «caveau» di una gioielleria di Castelvetrano, appartenuta a Francesco Geraci, poi diventato pentito e che Matteo aveva affiliato facendolo partecipare ad un delitto, non usando «punciute » e santini che bruciano, ma mettendogli sul palmo della mano i resti di quel morto appena ammazzato. Don Ciccio Messina Denaro è colui il quale dà il segnale dell'inabissamento della mafia, quando Cosa Nostra si comincia ad occupare di denaro da investire. 

C'era anche lui, l'anziano patriarca, dietro le quinte di quel maxi investimento da mille miliardi di lire che Cosa Nostra siciliana voleva compiere a Malta, acquistando un isolotto, l'isola di Manuel, con la mediazione di alti vertici della politica, italiana e maltese, l'influenza di un notaio capo della massoneria in grado di coinvolgere la massoneria internazionale. Sull'isolotto di Manuel Cosa Nostra voleva costruire quello che oggi chiameremo un super lussuoso resort.. 
 

Don Ciccio e don Matteo. Padre e figlio, sempre vicini, legati l'uno all'altro. Nella casa di Castelvetrano dove abitano i familiari in ogni stanza ci sono le foto dei due, perché siano delle presenze costanti. Così come fu per dimostrare la presenza nel territorio che, la notte del 30 novembre 1998, a poche ore da un blitz antimafia della Polizia che sconvolse parte dell'organizzazione dei Messina Denaro, in manette finì l'altro rampollo di quella casata, Salvatore, qualcuno si adoperò per fare trovare al fratello di Lorenza Santangelo, la moglie del capo mafia, il corpo senza vita del marito: indossava Francesco Messina Denaro un abito scuro sotto al pigiama, ai piedi dei mocassini lucidi e nuovissimi. La vedova appena giunta gli mise addosso un cappotto di astrakan nero. Cosa voleva dire: che nonostante l'operazione condotta appena poche ore prima erano sempre loro a comandare, il territorio restava «cosa loro», grazie alla cosidetta «zona grigia» che non ha tardato a rigenerarsi, ricca di «complicità ed omertà» e di una rete indefinita di fiancheggiatori, insospettabili individui, anche estranei alle cosche, ma che non sono risultati per nulla inconsapevoli di sorreggere gli uomini più importanti della cupola trapanese. Aiuti i Messina Denaro ne hanno avuti e ne hanno in ogni dove. Anche tra le navate di qualche chiesa. Ci fu, raccontò il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori, un sacerdote di Calatafimi che, nella canonica, avrebbe concesso ospitalità ai due latitanti, a padre e figlio, mentre polizia e carabinieri li cercavano, c'è poi l'arciprete Pino Biondo che il giorno dei funerali «blindati» di Francesco Messina Denaro celebrati nel cimitero di Castelvetrano, nella sua omelia «intimò » a tutti di non osare giudicare le azioni del defunto, «compito spettante solo al Padre eterno». 
 
Nel momento così dell'estremo saluto Francesco Messina Denaro fu così assolto da quel prete e affidato al giudizio di Dio con questo assunto: «La vicenda umana del nostro fratello la conosce solo Dio, gli uomini non possono giudicarla». 

I Messina Denaro e la politica. La voce ricorrente tra chi indaga, tra magistrati e poliziotti, è quella che non è una traccia ma quasi una impronta precisa quella lasciata da un «politico» nei «pizzini» trovati a Montagna dei Cavalli di Corleone dove si nascondeva il boss Bernardo Provenzano. I «pizzini» con le "impronte" sono quelli firmati da Alessio, l'"alias" usato da Matteo Messina Denaro, detto anche «Diabolik». Il nome del «politico» invitato a mettersi a disposizione, o più probabilmente a «rinnovare» un «patto» a suo tempo sottoscritto con Cosa Nostra trapanese, è sicuramente passato dalle mani di Filippo Guttadauro, un altro pezzo da 90. E' cognato del super latitante di Castelvetrano, fratello di Carlo Guttadauro il medico che faceva il capo mafia a Bagheria. Filippo Guattadauro è marito Rosalia Messina Denaro, figlia, sorella e quindi moglie di boss. Filippo Guttadauro attraverso i«pizzini», aveva ricevuto l'incarico di raccogliere da Provenzano il nome di un politico da contattare, e «Alessio» in un «pizzino» conferma che «121» (nella cabala delle comunicazione del capo mafia questo era il numero attribuito da Provenzano a Guttadauro) il nome del politico lo ha ricevuto e lo ha passato a lui.

Matteo e le stragiLa trasformazione della mafia. Matteo Messina Denaro è ricercato per scontare una serie di ergastoli, appresso si porta anche certi "segreti". E' riconosciuto essere stato mandante e organizzatore delle stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze del 1993, quelle che servirono a sollecitare col sangue di morti ammazzati, dilaniati dal tritolo che partito da Castelvetrano attraversò mezza Italia, una trattativa con lo Stato. Da quelle stragi in poi Cosa Nostra cambiò veste. Scelse la strategia della sommersione. E fuori si è presentata sotto le vesti di un potente impresa, una holding. Matteo è oramai un manager dell'economia, controlla imprese, società, si occupa con il suo conterraneo Giuseppe Grigoli dei supermarket più ricchi della Sicilia, quelli del marchio Despar. 

Appalti pubblici, controllo delle commesse finiscono con il costituire l'ultimo dei suoi affari. Le bombe hanno sortito l'effetto sperato. La mafia fu così ammessa nei salotti della politica, delle istituzioni, dell'impresa. Da pari a pari. 

La passione per l'arte. Dal padre Matteo Messina Denaro ha ereditato la passione per l'arte. Tutti e due alla loro maniera collezionisti. Francesco Messina Denaro sarebbe stato il mandante del furto dell'Efebo di Selinunte, una statuetta che negli anni '60 era tenuta quasi come un porta cappelli nello studio del sindaco di Castelvetrano. Nessuno, tranne Francesco Messina Denaro, aveva capito il valore di quello che veniva chiamato "u pupu", e una notte don Ciccio lo fece rubare. La statuetta sopravvisse al terremoto del 1968 quando si trovava nascosta dentro la casa di un mafioso di Gibellina crollata per il terremoto, qualche anno dopo venne infine trovata, in casa di un collezionista del settentrione. Matteo di recente aveva pensato a rifarsi, facendo rubare il Satiro Danzante, la famosa statua di bronzo ripescata nel canale di Sicilia. All'epoca era custodita, dopo essere stata appena ripescata, in una stanza di un edificio del Comune di Mazara, tenuta dentro una vasca piena d'acqua. Solo per un caso il furto non riuscì, ma c'era già un acquirente svizzero pronto a fare l'acquisto. Incaricato del furto era un vigile urbano di Marsala, ora pentito, Concetto Mariano. Prima ancora c'è la storia di un'anfora passata per le mani di Francesco Messina Denaro che finì anche per inguaiare il super poliziotto del Sisde Bruno Contrada. 

Le vie di fuga del giovane don Matteo. Mille nascondigli e mille sotterfugi per sfuggire ai «cacciatori». A sua disposizione Matteo Messina Denaro ha avuto anche una Alfa 164 che nella parte anteriore aveva dei mitra, quasi fosse l'auto di «Diabolik», azionabili dal sedile di guida. A proposito di nascondigli, nella oreficeria di Castelvetrano di Francesco Geraci c'era una cassaforte che aperta tradiva cosa fosse, un ascensore che portava nei sotterranei dove c'era un miniappartamento arredato di tutto punto e dove Matteo trascorse il primo periodo di latitanza; lì incontrava l'altro latitante, il capo dei capi Totò Riina. 
 
In quel rifugio c'era anche quello che fu denominato il «tesoro di Riina», gioielli e preziosi che Geraci gli custodiva. Geraci era intestatario di beni di «Totò u curtu» che ogni anno si premurava di fargli avere il rimborso delle tasse che lui doveva pagare. Dal super nascondiglio alla grotta. Mai trovata, ma l'esistenza è certa. Ne parlava Pietro Virga il figlio del capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga: in una occasione che si preoccupava di trovare un nuovo rifugio al padre parlò (così gli investigatori ascoltarono attraverso le intercettazioni) di un nascondiglio in montagna usato da Matteo Messina Denaro «dove nemmeno con l'elicottero la polizia può arrivarci».  

I necrologi. Anche questi letti attentamente sono espressioni del potere esercitato ancora oggi. Il nome del già latitante Matteo comparve in quello pubblicato per dare l'annuncio della morte del padre, ma comparirà anche anni dopo; addirittura in un necrologio venne usato come versetto commemorativo un passaggio guarda caso del «Vangelo di Matteo». Nel 2007 comparve invece questa scritta nel solito necrologio: «Spatium est ad nascendum et spatium est ad morendum sed solum volat qui id volt et perpetuo sublimis tuus volatus fuit» e cioè «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire (citazione da Ecclesiaste capitolo terzo versetto 2 -3.2) ma vola solo colui che lo vuole e sempre il tuo volo è stato altissimo». 

Oggi Matteo Messina Denaro nei suoi pizzini è solito salutare i suoi complici mandando la benedizione di padre Pio e della Madonna di Lourdes. Quasi fosse un papa. Il papa della nuova mafia.
di Rino Giacalone

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