domenica 7 dicembre 2008

Il quindicesimo patriarca


I suoi genitori gli lasciarono in eredità il nome di uno Zar che, secondo lo storico Karamzin, fu il primo, nel lontano 1645, a firmare di suo pugno gli editti del regno: Aleksei Mikhailovic Ridiger. Zar di Russia che, come dice il nome, non era russo.
Anche Alessio II, quindicesimo patriarca dei dieci secoli della Chiesa Ortodossa russa, non era russo di origine. Nacque infatti a Tallin nel 1929. E vi tornò all'inizio degli anni '60 come vescovo di Tallin e dell'Estonia.  Erano tempi sovietici. Krusciov aveva appena liquidato la guardia staliniana, con il XX Congresso del PCUS, e cominciato il “disgelo”, non senza brusche  marce indietro. Patriarca era allora il prudentissimo Pimen, che resse fino alla fine della perestrojka gorbacioviana. Solo in quel tramonto, nel 1990,  Alessio II salì al trono della massima comunità ortodossa mondiale. 
I tempi erano già cambiati, e stavano cambiando ulteriormente a grandissima velocità. Gorbaciov aveva convocato il primo Congresso dei Deputati dell'URSS dopo la più strana delle elezioni democratiche, nel 1988. Strana perché avvenne in condizioni di partito unico, ma produsse l'elezione di almeno 700 deputati non di partito (per non dire antipartito) su un totale di 2250. Cose analoghe, se non proprio identiche, avvennero anche nel grande Pomestnij Sobor (il conclave ortodosso) che portò al potere Aleksej Ridiger, alias Alessio II.  
Di gran lunga non all'unanimità, perché prese 166 voti, su un'assemblea di 317 presenti. Quasi per il rotto della cuffia. Ereditò una chiesa lacerata. 
Tutti i media russi, dai più fedeli all'attuale regime, ai più tiepidi, lo celebrano comunque, dopo diciotto anni di guida, come un grande Patriarca. Non spetta alla stampa e alle tv definire il suo grado di santità, ma l'aria che tira a Mosca in queste ore è proprio quella di una beatificazione preventiva. 
“Dedicò la sua vita intera alla rinascita spirituale della Russia”, questo è il leitmotiv che, più o meno tutti i commentatori, ripetono all'unanimità. E, infatti, gli toccò un compito difficile: quello di riprendere in mano la Chiesa ortodossa mentre la Russia andava in pezzi giorno dopo giorno. Lui stesso amava proporre, e ripetere, la sintesi del suo patriarcato: “Il nostro principale compito fu quello non di ricostruire, restaurare le chiese, rialzare mura abbattute; fu piuttosto quello di aiutare gli uomini a risanare le loro anime ferite e lacerate”. Si riferiva, naturalmente, ai 70 anni di ateismo forzato, alla sua Chiesa perseguitata ma anche sottomessa, che aveva sofferto ma anche chinato il capo, piegandosi.  
E, quando il comunismo sovietico se ne andò suicidandosi, invece di un impetuoso rinascimento spirituale, ecco arrivare insieme l'ondata consumistica del capitalismo selvaggio e insieme una bufera di spinte centrifughe che, mentre indebolivano lo stato russo, infliggevano nuove ferite, questa volta nazionalistiche e antirusse, alla comunità ortodossa. 
Alessio II appariva uomo mite e arrendevole, ma – a giudizio di coloro che lo frequentarono da vicino – l'apparenza anche in quel caso, ingannava. Tra i compiti più difficili che gli toccarono vi fu quello di fronteggiare l'offensiva spirituale (ma anche organizzativa e proselitistica) del più dinamico dei Pontefici di Roma. Giovanni Paolo II, il “Papa polacco”, era stato sì uno dei protagonisti della liberazione polacca ed est-europea – e, in un certo senso, anche di quella russa -  ma in questa veste era stato percepito, all'interno della gerarchia ortodossa russa, anche come un “invasore” spirituale. Per giunta troppo forte per poter essere affrontato alla pari.  
Russia e ortodossia, sotto tutte le bandiere, avevano camminato insieme. Magari in sofferenza reciproca, ma mai, fino in fondo, l'una contro l'altra. Nemmeno Stalin se lo era dimenticato, ed era stata questa intuizione profonda a dettargli il suo famoso appello ai “fratelli e sorelle della Russia” mentre le truppe naziste si affacciavano alle porte di Mosca. La Patria russa riunificava e riunificò, seppure solo per poco, l'intero paese di fronte al nemico. E fu un pezzo di quella speranza che ispirò in seguito il romanzo “Vita e destino” di Vassilij Grossman. 
Alessio II si trovò dunque schiacciato da due compiti contrastanti: rivitalizzare la spinta religiosa e l'apertura libertaria che era emersa dalla fine del socialismo reale, ma anche quello di difendere, dalla commistione con l'occidente materialista, lo spirito della Russia tradizionale. 
Se Giovanni Paolo II non riuscì ad attuare il suo sogno di un viaggio in Russia lo si deve, specificamente, anche alla caparbia resistenza del Patriarca che se ne va. 
Forse, per realizzare quel disegno, sarebbe stato utile un Pontefice romano meno “vicino” ai confini russi. E una Chiesa cattolica meno “occidentale”. Allora il dialogo ecumenico sarebbe stato più facile. Così non è stato e così non sarà facile che sia nemmeno negli anni a venire. Perché ogni mossa improvvida e affrettata – e ce ne sono state non poche in questi anni vaticani - è destinata a creare frizioni e a riaprire ferite dolorose nel corpo ortodosso delle Russia. A cominciare dal vero e proprio scontro che ha impegnato gran tempo di Alessio II sul fronte ucraino, per contrastare la diaspora ortodossa e fronteggiare la Chiesa Uniate. Il tutto sullo sfondo, tutto politico, della disputa tra Mosca e Kiev. 
Ma Alessio II, su tutto questo, non ha fatto altro che interpretare, al meglio delle sue possibilità, l'atmosfera di questo tempo, che  ha portato di nuovo la Chiesa ortodossa russa molto vicino, se non proprio al fianco, del Cremlino. Il quale, per questo, la porta ora in palmo di mano.
di Giulietto Chiesa – da «la Stampa»

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