sabato 6 dicembre 2008

Il dopo-Kyoto: lungo la strada per Copenhagen, rivoluzionando le nostre menti


Sarà sufficiente la cornice di tempo di qui a Copenhagen per costruire un accordo mondiale circa la necessità di una brusca inversione di tendenza nelle politiche globali sul cambiamento climatico?
A me pare che siamo in bruttissime acque. Ricordo il pronunciamento finale dell’incontro del World Political Forum a Torino, lo scorso 28 maggio: «Il mondo è entrato in un periodo in cui la drammatica scala, complessità e rapidità del cambiamento causato dalle attività umane, minaccia i fragili sistemi ambientali ed ecologici da cui dipendiamo».
Tuttavia i numerosi allarmi che sono stati lanciati dalla comunità scientifica internazionale nel corso di molti anni non hanno avuto successo sinora nel convincere i governi, né le élites politiche, né le società di capitali a prendere attivamente dei provvedimenti miranti a prevenire un impatto negativo sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Questi impatti sono stati identificati con grandissima certezza, sebbene non ci sia ancora una data, e nonostante la loro scala non sia di fatto prevedibile.
Lasciate che ricordi un po’ la cattiva sorte delle prime previsioni del Club di Roma. Era molto tempo fa e i suoi allarmi non furono quasi notati, non ricevettero nessuna attenzione e, una volta notati, suscitarono diffuse derisioni, specie fra gli economisti.
Era proprio l’inizio della globalizzazione e tutti soggiacevano ancora all’illusione della crescita indefinita. Nessun limite era allora concepibile. Tra queste illusioni c’era la più grossa: l’epoca del petrolio a basso prezzo non sarebbe mai finita.
E che dire poi dei peggiori esiti allora prospettati dagli scienziati? Vennero definiti indimostrati: mere ipotesi, nulla di più.
Ma ora, quarant’anni dopo, disponiamo di una potenza di calcolo sei miliardi di volte maggiore di quella di allora, e possiamo usare delle serie statistiche molto precise e complete.
Questi dati, e non più ipotesi, dimostrano, al di là di ogni dubbio, che siamo già in ‘overshooting’. Il che significa che l’umanità ha oltrepassato già 25 anni fa i limiti della capacità di sostegno della Terra. La nostra impronta umana ha cambiato la dinamica dell’ecosistema. Il cambiamento climatico è una, solo una sebbene la più spaventosa, manifestazione di questa situazione. E ci troviamo ora in una assoluta mancanza di tempo.
Ciò per alcune ragioni basilari: la prima è che il mondo delle società di capitali sta ancora celebrando la precedente fase di crescita e rifiuta di riconoscere che siamo già entrati in un territorio di insostenibilità.
Questo è un comportamento collettivo dettato dall’ideologia. Psicologicamente comprensibile, ma potenzialmente catastrofico dal punto di vista politico e organizzativo. Perché in questa maniera il collasso arriverà proprio in modo subitaneo, per la gran sorpresa di ciascuno.
L’altro pericolo è l’idea sbagliata che tutto sarà rimesso in carreggiata tramite i miglioramenti della tecnologia e con un uso più efficiente delle leve del mercato.
Cosa che riassumerei con l’espressione “gli affari vanno avanti come al solito”
Ma il rovescio della medaglia di questa ideologia sta nel fatto che si tratta esattamente del mercato che ha generato questi esiti, e sarebbe proprio stranissimo e curiosissimo credere che il mercato, così come è stato ed è tuttora, ci possa salvare. Non lo farà. Così come non è una soluzione nemmeno la buona idea del business “verde”. Buona ma insufficiente.
E un errore correlato sta nel pensare che il passo delle tecnologie in corso di sviluppo sarà il medesimo dei progressi dei limiti della crescita. Nei fatti i due passi non vanno in pari, hanno solo poche relazioni fra loro, e le rispettive velocità non sono nemmeno comparabili.
La crisi del cambiamento climatico, per esempio, sta andando avanti più in fretta delle tecnologie che, in linea di principio, potrebbero fermarla. E per realizzare un incremento nelle capacità tecnologiche in questo campo dovremmo dar vita a un enorme investimento preliminare nella spesa per investimenti.
Ognuno capisce ora che sarà particolarmente difficile far questo nel bel mezzo della crisi finanziaria mondiale. Ma questo, per altro verso, risulta difficilissimo se la responsabilità sociale delle società di capitale rimane al livello del “tanto per dire”.
Che risulta troppo basso. Allo stesso tempo tra le élites politiche la consapevolezza del pericolo rimane abbondantemente inadeguata. L’Europa è il posto migliore, in questo preciso momento, perché l’Europa ha assunto decisamente la guida in questo campo, sebbene alcuni governi resistano. Guardate all’Italia e alla Polonia come ai peggiori esempi di questa resistenza.
A tutte queste difficoltà dovremmo aggiungere la mancanza di consapevolezza del pubblico generale in merito ai rischi seri e reali che i disastri naturali implicano come risultato del riscaldamento globale.
Molti continuano a credere che il riscaldamento globale sia un problema che possiamo lasciare alle future generazioni mentre non capiamo che sta già avvenendo oggi, è già qui che ha preso piede e ci sta già colpendo. Certamente colpirà la prossima generazione.
Questo genere di cose hanno appena cominciato a entrare nel pubblico dibattito. E in un modo talvolta molto disorientante. Milioni di persone stanno ricevendo, solo da pochissimi anni, dei segnali contradditori: da una parte informazioni crescenti sul cambiamento climatico; dall’altro la pressione a incrementare i consumi sta continuando e perfino aumentando. Il che significa un aumento delle emissioni di gas serra.
Da un terzo lato c’è, anch’essa in aumento, una fortissima pressione, proveniente da ogni sorta di gruppi lobbistici in rappresentanza di imprese e interessi settoriali. Il suo scopo è di smorzare i problemi, riducendone la chiarezza, confondere il pubblico, spostare l’attenzione, ridurre la determinazione a cambiare le politiche delle amministrazioni pubbliche locali e dei governi. E considerando che i manager delle imprese mediatiche sono primariamente sottoposti a questo tipo di pressione, anche la credibilità dei media è a rischio. 
Come risultato abbiamo che stanno avanzando molte pseudo-soluzioni fittizie, che – anziché aiutare a ridurre le emissioni – distribuiscono privilegi ed esenzioni. L’enfasi spesso usata per lanciare il Mercato delle Emissioni è uno di questi casi.
Una via d’uscita illusoria che, alla fine, rischia di produrre risultati trascurabili e insignificanti nell’ammontare complessivo della riduzione delle emissioni di gas serra.
Tutto questo accade mentre abbiamo bisogno di uno sforzo straordinario per produrre, nei prossimi quindici anni, una riduzione assoluta di CO2; in grado assoluto, in termini di meno milioni di tonnellate, non solo di qualche miglioramento percentuale.
In breve siamo ancora molto lontani da una soluzione onnicomprensiva, e molto lontani anche da una visione istituzionale e politica delle questioni che stiamo per affrontare entro un periodo di tempo relativamente breve.
Egoismi nazionali, interessi aziendali, settoriali e di categoria continuano a prevalere. La più impressionante di queste tendenze negative si è vista nello scontro tra la Commissione europea e le industrie automobilistiche europee, Queste ultime hanno evidentemente le loro ragioni, buone e meno buone, per resistere. Ma se ogni interesse particolare si difenderà ignorando l’intero paesaggio, non arriveremo sani e salvi alla fine del cammino.
Ritengo che non sia solo una questione di “moral suasion”, ancorché sia certamente una questione di un nuovo modo di pensare il bene comune.
Noi, a livello europeo, abbiamo il compito di sviluppare strumenti legislativi miranti a incoraggiare e aiutare tutti i settori industriali a divenire leader (e non ostacoli) nella lotta al cambiamento climatico, iniziando con il chiedere trasparenza nelle emissioni di carbonio.
In altri termini ogni ramo della società e della politica deve capire che i compiti che abbiamo di fronte sono ti tipo epocale, e senza precedenti.
Essi richiedono un intero sistema di cambiamenti, che implichino tutti gli aspetti delle relazioni umane, industriali, politiche e sociali all’interno di ogni società così come fra gli stati.
Anche le nostre idee sulla sicurezza devono cambiare radicalmente. I maggiori pericoli per la nostra sicurezza collettiva verranno da nuovi orizzonti. 
Per fronteggiarli, ad esempio, non ci servono cacciabombardieri e portaerei, missili e bombe. 
Al contrario, le bombe saranno l’ultimo e il più stupido mezzo quando avessimo fallito nel creare una giusta sicurezza collettiva in tutte le altre direzioni della presente crisi. Ma se sarà così, questo vorrà dire che avremo perso.
Quel che intendo è che la strada per Copenhagen richiede, per essere completata, una vera rivoluzione nelle nostre menti.
di Giulietto Chiesa

Testo dell’intervento al seminario organizzato da Green Cross International a Poznan (Polonia) il 2 Dicembre 2008 (“PROMUOVERE IL COINVOLGIMENTO DELLA COMUNITÀ DEGLI AFFARI NELL’AFFRONTARE 
IL CAMBIAMENTO CLIMATICO”)

Componenti della tavola rotonda:
Dr. Jan Kulczyk, chairman di Green Cross International;
William Becker, presidente dello US Climate Action Project;
Giulietto Chiesa, europarlamentare italiano;
Michail Liebreich, presidente e amministratore delegato di New Energy Finance;
Aleksander Likhotal, presidente di Green Cross International.
(traduzione di
 Pino Cabras)

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