martedì 2 dicembre 2008

Il Cairo e Washington, un ritorno al passato?


L’elezione di Barack Obama fa sperare l’Egitto nella possibilità di cambiare i propri rapporti con gli Stati Uniti, chiudendo definitivamente la parentesi rappresentata dall’amministrazione di George W. Bush, la cui dottrina aveva rovesciato le tradizionali basi su cui era fondato il rapporto fra il Cairo e Washington

Forse l’Egitto – e necessariamente il mondo arabo – è quello che ha maggiormente bisogno di formulare una visione nuova e complessiva del proprio rapporto con l’America, ora che una nuova amministrazione ha preso il potere. Alla luce della competizione elettorale e dei suoi risultati, ma anche delle dichiarazioni del presidente eletto Barack Obama, dobbiamo ritenere che la nuova amministrazione abbia una concezione che, a quanto sembra, potrebbe portare ad una revisione dei rapporti, sulla basi di evidenti ragioni.

In primo luogo, le dichiarazioni di Obama e la tipologia dei suoi consiglieri e del gruppo dei sui collaboratori, che comprende personalità che hanno giocato un ruolo nel rapporto fra gli Stati Uniti e il mondo arabo, e che hanno un’esperienza diretta della nostra regione, quali Zbigniew Brzezinski, Anthony Lake, Madeleine Albright, Dennis Ross, Richard Holbrooke e Chuck Hagel. Inoltre, il fatto che alcune delegazioni della squadra di Obama sono giunte nella regione per definire le scelte con le quali il neo-presidente dovrà confrontarsi nell’affrontare le questioni legate alla regione.

In secondo luogo, il pensiero della nuova amministrazione, come è noto, rifiuta la politica estera dell’amministrazione Bush, la quale aveva sconvolto le regole sulle quali si fondava il rapporto con il mondo arabo, avendo effettuato un capovolgimento nella strategia della sicurezza nazionale americana, ed avendo seguito quella che dagli analisti politici americani è stata definita “una politica estera aggressiva”.

Esistono due elementi fondamentali nella storia del rapporto fra l’Egitto e l’America:

Innanzitutto, il tentativo che ebbe inizio nel 1998 per formulare una cornice accettabile per il rapporto fra l’Egitto e l’America, nell’ambito del cosiddetto “dialogo strategico” che fu inaugurato a Washington dai ministri degli affari esteri dei due paesi – Amr Moussa e Madeleine Albright –  come percorso istituzionale.

In secondo luogo, le aspettative americane che si erano consolidate nel 1995 attorno all’idea che l’Egitto potesse realizzare un progresso sul fronte economico, che a sua volta sarebbe stato in grado di promuovere il prestigio politico del paese a livello regionale ed internazionale. Avevo ascoltato una spiegazione in proposito, durante un colloquio con il vicesegretario di stato americano a Washington, nel quale egli aveva affermato che, se l’Egitto fosse riuscito a costruire una propria forza economica ed una propria capacità di competere, esso avrebbe ripreso il controllo del processo politico nella regione, in considerazione del fatto che chi detiene la supremazia economica domina gli equilibri regionali.

Questa idea venne avanzata nel 1995. In seguito, si succedettero importanti sviluppi, dopo l’avvento di Bush e del gruppo dei neoconservatori nel 2001, e dopo l’annuncio della nuova politica estera americana il 20 settembre 2002, la quale può essere riassunta per intero nel “Programma per un Nuovo Secolo Americano” pubblicato dai neocon nel 1997.

Questa dottrina ha rovesciato le tradizionali basi del rapporto fra l’Egitto e gli Stati Uniti, nel modo seguente:

1) istituendo il principio per cui “chi non è con noi è contro di noi”, questa dottrina andava ad abrogare il concetto che prevedeva l’esistenza di un’ “area di divergenza”, la quale stava a significare che gli interessi comuni riconoscono che la visione di una superpotenza come gli Stati Uniti deve necessariamente differire dalla visione di un attore regionale come l’Egitto, e che esistono delle divergenze che sono accettabili all’interno di quest’ “area”.

2) La dottrina neocon anteponeva la visione israeliana agli obiettivi ed alle pratiche della politica ufficiale americana. Prima dell’arrivo al potere di Bush, vi era una separazione tra ciò che riguardava i rapporti bilaterali e le divergenze politiche legate a tali rapporti, da una parte, ed il rapporto sul piano militare, dall’altra. Gli specialisti del Pentagono si occupavano di quest’ultimo, tenendolo lontano da qualsiasi interferenza da parte di questioni che potevano essere oggetto di controversie politiche – in particolare il rapporto tra l’Egitto e Israele.

Ai tempi di Clinton, vi furono campagne organizzate dalla lobby ebraica con l’obiettivo di stabilire un legame diretto tra il rapporto che legava l’Egitto all’America, nei suoi diversi aspetti, e le condizioni del rapporto esistente tra l’Egitto e Israele. Tuttavia questi tentativi non riuscirono a spingere l’amministrazione Clinton a sottomettersi a questi piani.

3) Il principio della stabilizzazione regionale venne definito all’epoca di Bush padre, dopo la fine della Guerra Fredda e della lotta con l’Unione Sovietica, come un interesse della sicurezza nazionale americana, da ottenere attraverso la realizzazione di una pace giusta e complessiva in tutti i processi negoziali. Poi venne Bush figlio, il quale iniziò a congelare il processo di pace con la Siria e con il Libano, e cominciò a giocare d’astuzia con il processo di pace palestinese, attraverso iniziative volte esclusivamente a perdere tempo, rinunciando alla sostanza del ruolo americano nel processo di pace: come ha ricordato la Albright, “noi non siamo più considerati un mediatore imparziale”. In seguito, il principio della stabilizzazione regionale venne escluso dalla lista delle priorità riguardanti gli interessi della sicurezza nazionale americana, dopo che la guerra aveva acquisito la precedenza sulla diplomazia. Ciò stava necessariamente a significare la destabilizzazione regionale, come è stato confermato dalle cosiddette teorie del “caos creativo”.

4) Vi era – e vi è tuttora – un concetto radicato che governa le azioni di coloro che delineano la politica estera americana nella nostra regione. Esso è definito come “il silenzio arabo”, ed il suo significato è che fino a quando gli arabi rimarranno inerti, in conseguenza del fatto che non possiedono alcuna strategia di sicurezza nazionale che li stimoli all’azione ed all’iniziativa, non vi sarà alcuna ragione di cambiare la politica adottata nei loro confronti o nei confronti di Israele.

5) E’ nostro diritto essere molto cauti e sospettosi di fronte agli orientamenti politici, ai documenti di ricerca, e alle discussioni che di tanto in tanto si focalizzano sull’invito a creare un nuovo ordine regionale che superi la Lega Araba, e che comprenda anche paesi non arabi, fra cui Israele. Ma ciò che è certo è che la strategia di Israele – sia per quanto riguarda i suoi rapporti regionali, ed i progetti e le idee di trasformare lo stato ebraico in una potenza con un ruolo strategico nel quadro dell’ordine regionale,  sia per quanto riguarda la sua aspirazione a espandere il proprio ruolo al livello internazionale – è in contrasto con l’ingresso dei paesi arabi, con le loro differenti preoccupazioni sul piano della sicurezza, all’interno di un ordine regionale politico e di sicurezza insieme con Israele.

Da quando è stato eletto Obama, si ripete l’interrogativo rivolto agli specialisti di questioni americane: dobbiamo aspettarci un cambiamento nei confronti delle questioni degli arabi e del Medio Oriente?

La risposta, a mio parere, è che Obama ha deciso per un cambiamento di tutta la politica estera americana. Tuttavia, che utilità avrà questa decisione, se gli arabi stessi non cambieranno il proprio comportamento, se non avranno essi stessi una strategia che colmi il vuoto di sicurezza nella loro regione, e se non tratteranno con l’America da una posizione caratterizzata dalla capacità di assumere l’iniziativa e dall’abilità di difendere i propri interessi? Il cambiamento non può avvenire da una parte sola. La politica in America è un gioco di equilibri di forza tra le parti. Gli arabi devono possedere i mezzi per partecipare a questo gioco, altrimenti non otterranno nessun risultato da questo cambiamento, e non vi sarà neppure la speranza di un cambiamento.

di Atif Al-Ghamri

Atif Al-Ghamri è un analista politico egiziano; scrive abitualmente sul quotidiano al-Ahram

Titolo originale

مصر وأمريكا‏..‏ وإصلاح العلاقة

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/02/egitto-e-america-una-riforma-dei-rapporti/


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