martedì 23 dicembre 2008

I Balcani e la guerra in atto "per l’UE"


La guerra "per l’UE" in atto tra Slovenia e Croazia vede schierate le stessi armi che Lubiana ha usato negli ’90 per la frantumazione della Jugoslavia. Non appena è entrata nell’UE, in maniera sempre prepotente e senza considerarsi mai un paese balcanico, ha cominciato a mettere in atto pressioni e ricatti. La vittima stavolta è stata la Croazia con la quale non ha mai avuto dei buoni rapporti, a causa delle controversie per la decisione delle frontiere dopo la frantumazione della Jugoslavia. I problemi tra pescatori sloveni e croati esistono da anni, e molti in passato hanno cercato di risolvere le questioni irrisolte, come l'ex Premier Ivica Racan e Janez Drnovsek, tramite un arbitraggio coinvolgendo la stessa Comunità Europea. A tutto questo dobbiamo aggiungere anche la questione la centrale nucleare a Krsko, che si trova sul territorio comune dei due Stati, e il cui capitale e la cui produzione di energia vengono ripartiti in pari uguali.

La guerra per l’adesione potrebbe dunque diventare un nuovo campo di scontro "nel cuore dell’UE". A questo punto, sia la Commissione Europea che l’UE hanno capito cosa ha significato accogliere la Slovenia nel loro stesso gruppo, e mentre il Commissario per l’allargamento dell’UE Olli Rhen chiede di "controllare gli emozioni forti" per calmare la situazione e che, dopo le feste natalizie - che portano a tutti "pace e serenità" - occorrerà discutere per risolvere la situazione. La superficialità intellettuale slovena forse non era conosciuta dagli europei, ma sicuramente da tutti i popoli che hanno convissuto con loro nella Jugoslavia, e sanno bene cosa vuol dire essere sempre offesi dagli sloveni con epiteti come "stupidi balcanici". La loro intelligenza è servita solo per trasformare le risorse delle terre slave in un perfetto prodotto di marketing sloveno, imbrogliando il mercato europeo con immagini manipolate per vendere i miglior prodotti dell’intera regione come di proprietà esclusiva. 
Il loro brand Lesnina cerca di imitare la Ikea, utilizzando il legname delle foreste della Bosnia e della Croazia; l’industria di elettrodomestici Gorenje utilizza componenti prodotti in Serbia e comunque non è mai riuscita ad essere come la Elektrolux; la frutta e l’uva serba è diventa "Fructal" e i vini "made in Slovenia". In questo modo, gli sloveni della ex Jugoslavia si sono arricchiti alle spalle delle altre regioni "più balcaniche", in cui però vi sono tutte le industrie produttrici dei prodotti che loro vendono soltanto. La Slovenia è diventata la "piccola svizzera", con stazioni sciistiche di lusso e turismo di élite, ma sempre con l’occhio sveglio per scorgere se riescono ad imbrogliare ancora qualcun altro al di fuori del loro confine. Essere parte della Jugoslavia è sempre stato motivo di insoddisfazione per gli sloveni, sentendosi intellettualmente superiori, "al pari degli europei". Invece nel Sud-Est Europeo sono meglio conosciuti come servi fedeli degli austro-ungheresi, coloro che sono riusciti, più di tutti, ad adeguarsi alle regole dei colonizzatori che altri hanno sempre cercato di combattere. In questo modo hanno imparato bene la lezione su come usare gli altri, mentre non hanno dimenticato i loro complessi di schiavitù.

Le patologiche conseguenze di una politica interna ed estera senza orientamento viene subita ora dalla Croazia, dopo che per molti anni sono stati i serbi i principali bersagli, e in questi anni non hanno ancora imparato la lezione come ci si deve comportare con i propri vicini. Guardando la Slovenia si può capire bene come si comporta un Paese che esce da una guerra e entra in Europa prima di ogni altro Stato della regione. Gli sloveni hanno imposto il veto all'integrazione croata, e non vedono in esso un atto "poco europeo" e "poco civile". "Non siamo in una situazione in cui dobbiamo ascoltare le lezioni su come ci si deve comportare in Europa", dichiara il Presidente sloveno Danilo Turk, con la speranza che il loro veto sia presto supportato anche dagli altri Stati membri. Il Presidente Turk forse è troppo sicuro che ogni mossa slovena venga accettata senza discussione, dimenticando che gran parte dell’economia slovena è proprio in funzione dell'esistenza dei mercati degli Stati che tanto snobbano e disprezzano. Il Premier Ivo Sanader e il Presidente Stipe Mesicsono rimasti loro stessi sorpresi del fatto che, i loro amici di indipendenza, hanno chiesto una parte del territorio croato per continuare il percorso dell’integrazione europea della Croazia. Secondo il Premier Sanader il veto non fermerà la Croazia, forse rallenterà le negoziazioni ma non bloccherà certo l’adesione di Zagabria, mentre Mesic ha sottolineato che "la Croazia deve comportarsi civilmente, risolvere i problemi e allo stesso tempo non deve rifiutare alle prove evidenti che dimostrano le sue ragioni".
Da parte nostra, rimaniamo sempre senza parole su come i croati ragionano in maniera civilizzata, come ad esempio con la Serbia, quando, dopo aver cacciato dal Paese circa 250.000 serbi per creare un Paese pulito, hanno accusato i serbi per genocidio. Allo stesso modo rimaniamo increduli del fatto che la Serbia come non ha reagito in nessun modo, ha chiesto scusa, e non ha posto nessun divieto alla aziende croate di entrare nel mercato serbo, anche dopo che la Croazia ha riconosciuto il Kosovo.

È ovvio che l’ "alta diplomazia" ha sempre una doppia faccia, e prima delle parole arrivano i fatti. La Croazia in questi giorni sta minacciando di imporre alla Slovenia il blocco commerciale, ma in realtà la chiusura delle dogane è già cominciata. Lungo i confini verso l’Unione Europea le auto croate sostano ore ed ore, subendo inutili e minuziosi controlli, smontando persino le ruote solo per provocare un disagio e creare interminabili code per i passeggeri diretti in Europa. Nei negozi di arredamento sloveni Lesnina della capitale croata, la gente non vuole comprare più "i prodotti sloveni", mentre si stanno riducendo anche le commesse croate verso la Slovenia. Stessa situazione nei bar del centro, dove si espongono cartelli "non si vende la birra slovena Lasko". E così, mentre i croati fanno il vero boicottaggio della merce slovena, i serbi con il loro "patriottismo masochista" accolgono l’ennesimo centro di grande distribuzione croato, Pevec. Dopo le accuse di genocidio e le scuse di Tadic, dopo l'indipendenza kosovara e il Pevec, la diplomazia serba fallisce ancora una volta.

Al contrario, la Serbia diventa "meta slovena" di solidarietà, e dalla Slovenia partiranno per Capodanno lunghi treni diretti a grandi feste a presti scontanti, che non troverebbero in a nessun altro posto dell’UE. L’agenzia turistica slovena Supertrevel è la capofila della campagna pubblicitaria "Belgrado, il posto più vivace d'Europa", confermando che i cari sloveni considerano Belgrado una città europea "senza prefisso balcanico". Al contrario, altre agenzie stanno preparando "Capodano 2009 alla maniera balcanica", dove Belgrado diventa la città più divertente con le donne più belle: un treno-disco con 600 persone partirà da Lubiana diretto ai grandi party di Belgrado, mentre una guida condurrà i turisti anche nei luoghi bombardati dalla NATO. L’assurdità dei Pesi balcanici la si può descrivere ammettendo che la loro bizzarria ha un certo fascino. Scadarlia, Terazie e Kalemegdan, le perle di Belgrado dove il"fiume Sava bacia il Danubio", nella notte di Capodano saranno dei luoghi incantati dove si dimenticheranno tutte le diversità e le divisioni politiche, e si sentiranno solo risate e clamore di quei popoli che sono, nonostante tutto, sempre vicini. La Serbia è sempre stata vera Europa, e la cultura millenaria serba potrà essere vista anche in questa, nella sua capacità di chiedere scusa e di accogliere nella propria terra "familiari e vicini".

di Biljana Vukicevic

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16437



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