martedì 23 dicembre 2008

Gli automobilisti di Vladivostok, Putin e il consenso che scricchiola


Che la crisi globale avrebbe prodotto prima o poi una rottura del granitico consenso da anni esistente intorno a Vladimir Putin, lo prevedevano in molti. Che il punto di rottura sarebbe stata l’automobile, e in particolare gli automobilisti della remota Vladivostok, è stata invece una sorpresa che lo stesso Putin è andato a cercarsi con la sua azione di governo, quando per far fronte all’incombente e imprevista crisi del settore - è di ieri la notizia che la maggiore azienda automobilistica russa, la Vaz, ha sospeso la produzione da qui al 5 febbraio – ha deciso di alzare le tasse sulle importazioni di auto nuove e usate dall’estero. Se nella Russia europea questo ha colpito più che altro gli acquirenti di auto di lusso, che alla fine non stanno tanto a guardare qualche centinaio o anche qualche migliaio di dollari in più o in meno, in Siberia invece - e soprattutto nell’estremo Oriente, l’azione fiscale decisa dal governo ha colpito la classe media e medio-bassa, che fin dai primi anni novanta si è motorizzata soprattutto importando auto usate e a basso prezzo dal vicino Giappone. Non soltanto a Vladivostok importare un’auto di buona qualità dal Giappone, usata un paio d’anni, costa meno che farne arrivare una nuova di qualità più scarsa da Togliattigrad; ma in città – e altrove nella regione – è anche sorto un vero e proprio mondo di «indotto» legato a questo commercio. Di fatto in tutta la regione della Siberia orientale si guida stando pericolosamente «dalla parte sbagliata» (in Giappone si circola a sinistra e le auto hanno il volante a destra), tanto che si vorrebbero cambiare ad hoc le regole di circolazione; e poi meccanici, ricambisti, ecc. sono tutti «sintonizzati» su quel tipo di auto e il brusco calo delle importazioni che la nuova tassazione provocherà è visto come un grave pericolo. La protesta è iniziata già una decina di giorni fa, dapprima con riunioni, petizioni, piccoli meeting, poi con azioni sempre più esplicite e clamorose, e in collegamento con gruppi di iniziativa spontanea formatisi in altre città del paese; fino allo showdown di domenica in cui i corpi speciali della polizia (Omon) sono intervenuti a reprimere una manifestazione di mille persone, facendolo alla loro maniera stupida e violenta e rendendo la protesta enormemente più conosciuta di quanto non sarebbe riuscita a fare da sola. Le botte e gli arresti, totalmente gratuiti visto che nessuno dei manifestanti aveva fatto niente di male, sono finiti su tutti i media mondiali, oltre che russi; il pestaggio di alcuni giornalisti presenti ha provocato la reazione indignata addirittura dell’Unione dei giornalisti russa, solitamente molto molto cauta nel criticare l’operato del potere. Non è detto che la protesta degli automobilisti di Vladivostok duri ancora a lungo o si allarghi fino a diventare un vero e proprio movimento antigovernativo – anche se altre manifestazioni ci sono state nel frattempo in parecchie città del paese. Ma certo quei cartelli «Putin dimettiti», «Abbasso il governo», «Mosca non ci rappresenta», rappresentano un segnale d’allarme molto serio per il Cremlino, in vista dei tempi duri che stanno per cominciare. Se dagli automobilisti si comincerà a passare agli operai dei grandi centri industriali, saranno guai: il malcontento è già palesse ovunque e i prossimi mesi – il massimo pericolo viene visto dagli esperti per febbraio-marzo – potrebbero vedere un’ondata di proteste antigovernative che in altri paesi sarebbero tutto sommato fisiologiche e «digeribili» senza troppi problemi ma in Russia no. Difficile dire come potrebbe reagire il Cremlino, che non è abituato all’impopolarità; a suo vantaggio, va detto che può contare soprattutto sull’assenza – finora – di qualsiasi vera opposizione politica organizzata. Gli ingredienti per una miscela pericolosa sono già tutti lì. Nei centri siderurgici e minerari come il bacino del Kuzbass, gli Urali, le città del medio Volga, la maggior parte delle grandi imprese non hanno licenziato gente ma hanno tagliato di brutto le paghe - del 30, 40 per cento e anche di più – imponendo ferie obbligate o riduzioni dell’orario settimanale. La settimana di quattro giorni pare essere ormai la regola, da Novokuznetsk a Ekaterinburg, da San Pietroburgo a Togliatti; e la botta di riflesso è arrivata anche sul commercio - i negozi e le catene di supermercati ormai offrono la merce a metà prezzo, visto il crollo della domanda. Il fatto è che un paese come la Russia, che ha fatto dell’export di materie prime grezze o lavorate (petrolio, carburanti, carbone, acciaio, leghe leggere ecc.) il fulcro della propria economia, oggi soffre moltissimo della recessione che ha colpito le economie occidentali; e non ha ancora al suo interno i mezzi per reggere da solo, come forse potrà fare la Cina.
di Astrit Dakli

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