mercoledì 24 dicembre 2008

C'è chi intravedeva il tracollo



Si sprecano le parole di sorpresa per la Grande Crisi in corso. Se ne parla il più delle volte come di un evento improvviso e imprevedibile.
In realtà c’era già chi riusciva a intravedere il tracollo, anche senza andare a spulciare le vecchie carte americane dei soliti ottimi Nouriel Roubini e Joseph Stiglitz. Prendiamo ad esempio il compianto Paolo Sylos Labini. 
In un appassionato intervento a un convegno della Cgil nell’ormai lontano 2002 il grande economista italiano fece una lucida analisi sull'imminente indebolimento del dollaro e l’insostenibilità del debito pubblico e privato negli Stati Uniti. Una disamina ricca di dati precisi, cui corrispondevano analisi poi rivelatesi esatte. Un anno dopo, al momento di ripubblicare quell’opera, Sylos Labini scriveva: «esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita.» La chiave giusta di quello studio era proprio la profondità. Conviene leggerlo per intero, è una lettura veramente istruttiva: [QUI]

Contrariamente a quegli economisti-sacerdoti che in questi ultimi anni hanno officiato i riti e i dogmi neoliberisti, Sylos Labini usava la memoria plurisecolare delle scienze economiche, interessandosi ai cicli economici prosperi e a quelli recessivi o perfino depressivi del capitalismo: «Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America», ricordava Sylos Labini. « Il motore dello sviluppo ciclico è costituito dalle innovazioni: più sono importanti, più sono diffuse le occasioni di investimento che offrono e più dura la fase di prosperità. Al tempo stesso, però, sono più vigorose le ondate speculative, più frequenti sono gli errori dei manager e più crescono i debiti, le cui dimensioni, cessata la prosperità, condizionano la durata della crisi.» 
Certo, Sylos Labini non era tanto di moda, nelle pagine economiche della nostra grande stampa, compresa quella economica. 
Si preferiva dar retta ai signori del ‘rating’, quelli che ancora pochi giorni prima che Lehman Brothers sprofondasse nel gorgo dei debiti, quest’anno, le attribuivano uno sconsiderato AAA. Per loro era una bestemmia pensare che i manager potessero commettere errori, per giunta «più frequenti».

L’analogia con gli anni venti non finiva qui. L’altra grande affinità (dalle conseguenze enormi, ricordava Sylos Labini) era la disuguaglianza distributiva: «si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle.» Ecco le bolle speculative, che nel capitalismo di oggi diventano più grosse del PIL mondiale e si contagiano istantaneamente.
Sylos Labini non riteneva che quei debiti fossero una scatola nera misteriosa, da tralasciare. Rivendicava anzi la necessità di una «teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento». Nel mondo bastava una mano a contare, oltre a lui, gli economisti che se ne occupavano. Ma era in ottima compagnia: fra questi c’era Paul Krugman, un signore che poi nel 2008 ha vinto il Nobel per l’Economia.

Al centro della riflessione era la nuova fabbrica dei debiti, gli Stati Uniti. L’insostenibilità dei tanti modi d’indebitarsi compresenti nel sistema statunitense, per i comuni cittadini come per il sistema-Paese, era evidente a uno sguardo attento. Il Nobel dell’economia Joseph Stiglitz lo faceva in qualche modo notare, ma rimaneva anche lui inascoltato. Stiglitz ricordava che nel gli USA prendevano a prestito dal resto del mondo oltre due miliardi di dollari al giorno: «è improbabile che si possa andare avanti così; […] rimane vero che qualsiasi cosa sia insostenibile non è sostenibile per sempre».

Il mainstream preferiva amplificare le enunciazioni autogratificanti dell’amministrazione Bush che vantavano una crescita economica sostenuta del prodotto interno lordo USA. Invece la qualità dell’occupazione era in decadimento, la produzione interna crollava e l’economia nel suo complesso si riorientava verso la guerra. Il debito con l’estero già da anni era a un livello critico, senza precedenti per un paese industrializzato. I giornali ignoravano perfino allarmi del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che vedevano in questa situazione – ad oggi precipitata – un serio pericolo per l’economia mondiale.
Non ammaestrati dalla crisi delle borse dopo la bolla della New Economy, i media riportavano acriticamente i comunicati trionfali diffusi a fine 2003 dal Dipartimento del Commercio USA, proprio nel momento in cui i tassi d’interesse erano minimi e partiva la bolla immobiliare, così come decollavano alla grande i fondi d’investimento che si portavano in pancia una finanza opaca e incomprensibile che rendeva illeggibili i rischi e i debiti, la finanza dei derivati e delle «posizioni su veicoli di investimento strutturati». Con un rialzo dell’8,2% del PIL per il terzo trimestre, si magnificava il fatto che il paese non avesse mai conosciuto una crescita così forte da 19 anni. La stampa salutava «il ritorno della crescita negli Stati Uniti».
Sylos Labini smontava già allora pezzo per pezzo questa euforia irresponsabile. 
Alle osservazioni dell’economista possiamo aggiungere il nostro senno di poi. Intanto aumentava la disoccupazione. Ma soprattutto l’entusiasmo rimuoveva due questioni di eccezionale importanza. E cioè il fatto che le performance di crescita del PIL erano legate a una spirale d’indebitamento e a una riallocazione della enorme spesa pubblica in direzione del settore militare. L’incapacità operativa di fronte all’uragano Katrina – che nel 2005 spazzò via New Orleans – è uno dei più terribili sintomi di questa riallocazione delle priorità. Obama punterà molte carte sulla manutenzione. Aumenterà la domanda aggregata di beni e darà segni tangibili di cura del bene comune.

La base della crescita degli Stati Uniti prima del Grande Crollo borsistico del 2008 si è fondata finanziariamente sull’indebitamento. Mentre negli anni della presidenza di Bill Clinton si arrivò addirittura a un forte surplus, nel 2002, per la prima volta dal 1997 gli USA scontarono di nuovo un deficit di bilancio. Era all’1,5% nel 2002, al 3,5% nel 2003, al 4,2% nel 2004. L’aumento delle spese militari non si bilanciava nemmeno con i pesanti tagli sociali, come l’abbattimento del sistema di assistenza sanitaria Medicare. Negli ultimi mesi del 2008 questi parametri impazziscono. È come se si buttassero banconote dagli elicotteri. Il deficit schizza verso l’alto, la massa monetaria esplode, e per il momento viene accalappiata dalla più tipica “trappola della liquidità” keynesiana. Ma è una bomba a tempo.

Possiamo solo immaginare quale sarebbe stato lo sguardo di Sylos Labini di fronte al pauroso grafico che segue, che mostra l’aumento della base monetaria negli Stati Uniti a partire dalla prima guerra mondiale. Alti e bassi, com’è ovvio. Eppure mai - neanche durante la costosissima seconda guerra mondiale - la Federal Reserve aveva osato espandere la crescita della base monetaria a tassi del 300% su base annua, come è avvenuto nel 2008. Praticamente un asintoto.
                                       
Tutta questa immane massa di moneta resta oggi disperatamente congelata nei buoni del tesoro statunitensi. Poiché oggi questi buoni perdono meno rispetto ad investimenti alternativi, le banche li comprano, anche per mostrarsi meno avventuriste rispetto al passato. Il fatto è che se i buoni del tesoro a breve non rendono o addirittura fanno perdere qualcosa, tanto vale ricorrere al vecchio materasso: non guadagni interessi da una banconota, ma di sicuro non ne perdi. Nessuno presta denaro, e questo per ora si traduce in deflazione. Ma per quanto? L’acquisto dei titoli del debito pubblico statunitense è l’ennesima bolla, forse la più devastante delle “bolle atomiche”. 

Nel corso del 2009 gli Stati Uniti per poter sperare di reggere in qualche modo dovranno emettere nuovi titoli per un valore di 2 trilioni (due milioni di milioni) di dollari. I compratori sono ormai pochi e stanno fuori dagli Stati Uniti. Pretenderanno che ci sia un certo rendimento. Ecco perché non è da escludere che si avvii la macchina trituratrice dell’inflazione, in grado di far collassare il sistema basato sul dollaro. Quando la bolla scoppierà potrà interagire con le altre terribili bolle compresenti e da tutti temute. Salteranno in aria gli hedge funds. Non potranno reggere molti soggetti finanziari che emettono carte di credito, per le troppe insolvenze dei debitori (un buco previsto con valori che oscillano intorno ai cento miliardi di dollari). 
Non dimentichiamo che il valore nozionale dei derivati finanziari - ossia futures, options, swaps, tutta la materia cosiddetta “Over the Counter” (OTC) in gestione fuori dai bilanci supera varie volte il PIL di tutto il mondo.

Non parliamo dell’esplosione del debito estero. In questo quadro, un’anomalia pur gigantesca rischia di apparire poca cosa.

Le tendenze convergono dunque per l’indebitamento privato e per quello pubblico. Nel 2004, secondo l’Ufficio di Bilancio del Congresso, il debito avrebbe dovuto spingersi fino a 14mila miliardi entro il 2014. L’ex Ministro del Tesoro Paul O’Neill – oggi una figura molto critica nei confronti dell’amministrazione Bush, perfino sul punto dell’11 settembre – aveva fatto proiezioni ancora più pessimistiche. Tutte queste previsioni hanno avuto una brusca accelerazione.

È prevedibile che ancora per un po’, la “bolla estrema” riesca daccapo ad assorbire buona parte dell’extra-risparmio dei paesi con attivo delle partite correnti. 
Fino al 2000 i risparmiatori del resto del mondo finanziavano la crescita degli investimenti americani. Dopo l’11 settembre la crescita dei consumi. Ora sono chiamati a finanziare la crescita dei debiti che tentano disperatamente di salvare il sistema in panico, mentre si prosciuga la possibilità di finanziare investimenti produttivi.
Se non si troveranno più acquirenti per questi titoli si stamperà moneta. Il famoso elicottero di Ben Bernanke che volteggerà a lanciare banconote su Main Street.

Un altro economista che non si era fatto ammaliare dal mainstream, lo statunitense Robert Freeman, nel 2004 – mentre osservava l’aumento eccessivo del debito che sormontava di gran lunga la solvibilità del paese – si chiedeva quali possibili strategie d’uscita avrebbe potuto usare l’amministrazione statunitense.
Sopra tutte le strategie, ciascuna con le sue specifiche controindicazioni (aumentare le imposte, stampare dollari, privatizzare gli asset nazionali e svenderli all’estero in un perfetto contrappasso del Washington Consensus, rifiutarsi di onorare i debiti secondo una sorta di ‘soluzione bolscevica’) Freeman vedeva una strategia più estrema: il saccheggio: «Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte.» 
Non dimentichiamo che la vera uscita dalla Grande Depressione avvenne con una guerra mondiale. 

Nella brochure della UK Defence Conference, tenutasi a Londra il 10 settembre 2007, sul tema “Defence in 2020 and beyond” (La Difesa nel 2020 e oltre, ndt), il testo riassumeva le sfide affrontate – anche con errori – in materia di politica di Difesa, e proiettandosi sul 2020 lasciava cadere, come se niente fosse, la seguente frase: «Il Joint Doctrine and Concepts Centre delle forze armate britanniche prevede un collasso generale dell’ordine globale nel prossimo decennio, e altri pensatori strategici sono parimenti pessimistici.»
Il Joint Doctrine and Concepts Centre è l’organo più importante di pianificazione e valutazione preventiva delle forze armate del Regno Unito. Con una certa noncuranza ci ha informati sul fatto che i grandi strateghi intendono prepararsi al peggio.

Di sicuro c’è un senso paralizzante di attesa anche nei piani alti della finanza. In un’intervista a «El Pais» del 21 dicembre 2008, il governatore della Banca di Spagna, Miguel Ángel Fernández Ordóñez, lamenta che «la sfiducia è totale» e teme un collasso generale, nel momento in cui la velocità di circolazione della moneta è spaventosamente bassa.

Molti elementi portano a fare previsioni, ma non sono in gioco soltanto variabili strettamente finanziarie. Da sempre in molti raccomandano “Never Bet Against FED”, mai scommettere contro la banca centrale federale degli USA. 

Allora torniamo all’opera di Paolo Sylos Labini. Era una critica competente dei difetti del sistema, ma conteneva molti apprezzabili elementi di prudenza che non spingevano la sua analisi sino a studiare la scena ancora ipotetica di un crollo sistemico. Esprimeva semmai un ragionamento sull’intervento pubblico, che avrebbe prodotto grandi risultati se fosse stato applicato per tempo. Abbiamo invece visto che l’improvvisa corsa allo statalismo da parte delle ex vestali del liberismo è stata disordinata e sbigottita.

Sylos Labini citava la prospettiva, deprimente, fatta da John Maynard Keynes nella sua Teoria generale, quando osservava che «una caratteristica preminente del sistema economico nel quale viviamo è che […] esso sembra capace di rimanere in una condizione cronica di attività inferiore al normale per un periodo considerevole, senza una tendenza decisa verso la ripresa o verso la rovina totale».

Quale soluzione pubblica, dunque? Per Sylos Labini «Il problema centrale, che a mio parere rende incerta e probabilmente lontana la ripresa, è quello dei debiti a lungo termine, ossia degli immobilizzi. Non credo che convenga riesumare la formula IRI, come pare voglia fare il Giappone. Forse bisognerà pensare a un’altra soluzione, in cui tuttavia l’intervento pubblico svolga pur sempre un ruolo di rilievo per rendere sostenibili i debiti a lungo termine, promuovendo attivamente, nello stesso tempo, misure per la ripresa. Si potrebbero ottenere effetti importanti attraverso un accordo fra i principali paesi industrializzati volto a stimolare l’espansione reciproca dei mercati: penso a una serie coordinata di trattati commerciali, che fra loro s’intarsino e promuovano una politica opposta a quella del protezionismo emulativo (beggar-my-neighbour policy), adottata dai paesi industrializzati negli anni Trenta e ripescata da Bush con le sue misure protezionistiche. Per uscire dalla crisi penso anche a misure di tipo keynesiano, con un forte aumento delle spese pubbliche in deficit e tagli fiscali.»

Ora, noi possiamo immaginare come una politica di questo tipo, sebbene sospinta dalla necessità, potrebbe essere resa inefficace dalle strutture corrotte del potere di un paese come l’Italia, in deficit di morale e perciò segnato in troppe sue fibre da amoralità, immoralità e demoralizzazione. 
Sylos Labini ricordava che comunque era necessaria una grande e mobilitante riforma intellettuale e morale, perché «tale strategia comporterebbe l’impegno di tante e tante persone per attività, retribuite e volontarie, e potrebbe offrire ideali degni di essere perseguiti dalle nuove generazioni, in luogo dell’ossessiva caccia ai soldi che oggi domina e immiserisce la vita sociale dei paesi sviluppati: i giovani hanno un bisogno addirittura biologico di ideali.»

Il 2009 inaugurerà una crisi durissima che colpirà pesantemente il lavoro. Non ci sono ricette per uscirne magicamente. Siamo entrati in un territorio senza mappe, dove non funzionano i GPS. È il momento in cui riacquistano dignità pensieri e idee trascurate, nonché studiosi di straordinario spessore, che ridanno un’anima alla “scienza triste”, l’economia. Sylos Labini è fra questi. E ci sarebbe anche un autore da lui citato, Irving Fisher, un economista eclettico che aveva studiato a fondo il problema del debito e della velocità di circolazione della moneta (proprio quel che oggi si è quasi fermato). Fisher era arrivato a scrivere un librettino di straordinario interesse («Stamp Scrip») che conteneva la proposta di instaurare la moneta deperibile, un sistema con le banconote bollate. Fisher propose a Franklin D. Roosevelt si sperimentare il sistema in dimensione nazionale. Ogni banconota andava bollata ogni settimana, recando un bollo pari al 2% del valore facciale. Era impossibile speculare con una simile moneta, intaccata dal punto di vista della funzione di riserva di valore, ma sicuramente si risvegliava la velocità di circolazione. Alcuni esperimenti realizzati in Austria avevano funzionato così bene da essere spenti bruscamente dalle autorità monetarie.
Il Congresso bocciò un disegno di legge che proponeva l’adozione del sistema.
Si badi che Fisher non era un “eretico”, ma un economista capace di inserirsi bene nel sistema. Soprattutto aveva una conoscenza profonda dell’economia, capace di scardinare le pretese dogmatiche di “teologi” di scarsa scienza. Altre sue proposte andavano in direzione di una finanza più ancorata alla dotazione materiale dell’economia, senza i sostituti monetari che l’ingegneria finanziaria è in grado di creare in totale contiguità con poteri forti e intrinsecamente criminali.

Mentre aspettiamo Godot, cioè la nuova Bretton Woods, le banche centrali lanciano la loro liquidità dagli elicotteri, non tanto al cittadino comune, quanto ai soliti speculatori. Basterebbe una legge di un solo articolo per porre fine allo scempio. Ma il Grande Casinò vive alla giornata, e rinvia ancora, di poco, il conto più salato, che intanto iniziano a pagare milioni di persone.
di Pino Cabras – Megachip

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