sabato 29 novembre 2008

UNA SORTA DI GRANDE "1978"...dove non potremmo nemmeno dichiarare di essere "nè con lo stato nè con il terrorismo"


L'Fbi aspettava un attentato di Al Qaeda alla metropolitana di New York, invece l'attacco, di matrice nuova anche se islamista, è avvenuto nelle residenze internazionali dell'indiana Mumbai. È come se esistesse una sorta di underground terroristico che riemerge nelle ferite del mondo per confermare la sua presenza sanguinosa, perdipiù dentro il baratro della più grave crisi economica dell'Occidente da ottanta anni a questa parte e all'indomani della elezione di Barack Obama.
«Mujaheddin del Deccan», è la rivendicazione, che fa pensare a qualcosa di molto autoctono e alla spina nel fianco mai risolta del conteso Kashmir. Dopo che in India negli ultimi mesi si erano presentate sigle nuovissime, come i «mujaheddin dell'India». 
Insieme a una miriade di attentati riconducibili al conflitto storico che oppone, dall'indipendenza del 1947, gli hindu ai musulmani. Stavolta però si tratta di qualcosa di inedito, quanto a metodologia d'attacco e ad obiettivi. Destabilizzante, come l'assassinio di Benazir Bhutto. Non kamikaze o autobombe, ma un commando ben addestrato alla guerriglia che assalta gli hotel internazionali con il kalashnikov in mano. A volto scoperto, selezionando chi sequestrare e chi uccidere, non mancando nemmeno l'azione diversiva con l'assassinio indiscriminato di civili. Non è un ritorno ma un misto di antiche imprese per una nuova strategia.
Siamo di fronte alla prima azione terroristica internazionale dopo l'elezione di Barack Obama alla Casa bianca. Quella straordinaria novità è già alle prese con la scia dell'11 settembre 2001, sanguinosamente confermata dalle guerre con cui la presidenza Bush ha pensato, fallendo, di rispondere - è stata l'unica risposta - all'oscura sfida dell'abbattimento delle Twin Tower. Ora i fronti caldi aperti dicono che non basterà al neopresidente eletto Obama uscire in tre anni dal pantano dell'Iraq, né rilanciare la guerra bipartisan in Afghanistan, come annuncia, portandola anche «in Pakistan», lasciando poi al suo posto il ministro della difesa Robert Gates. Anche perché sempre più si evidenzia il ruolo centrale dell'«alleato» Pakistan, non a caso accreditato come retroterra dell'offensiva di Mumbai. È a Islambad che sono stati inventate e foraggiate, con il consenso americano e saudita, le schiere di mujaheddin e poi di talebani. È lì, nelle «aree tribali» che si consuma la scia della guerra afghana. Che resta del «Grande gioco» occidentale? 
Ma è anche il primo attentato terroristico di valenza internazionale mentre fallisce il sistema finanziario neoliberista. Mumbai è uno dei cuori economici dell'Asia, snodo d'interessi strategici di India e Cina, i due paesi che secondo il Nic (il centro di analisi dell'intelligence Usa) sono destinati a prendere la primazia nel mondo di fronte all'inesorabile declino americano. Chi imbracciava i kalashnikov nella notte di Mumbai, chi li ha mandati a morire e a uccidere, ha consapevolezza - criminale e politica - del valore dell'«insorto» (insurgent) che ha provocato la sconfitta di Bush in Iraq, dove non ha potuto «compiere la missione» per colpa dei combattenti contro l'occupazione militare, gli stessi ora alleati degli americani contro Al Qaeda.
Nella fase che si apre, se non ci sarà una risposta razionale e superiore - un movimento? un sussulto della sinistra mondiale? - al precipitare della realtà del capitalismo globale, rischia di consolidarsi la barbarie di un mondo-monstre, dilaniato tra terrore della guerra e guerra del terrore. Una sorta di grande «1978». Dove, vista la lontananza dall'integralismo di Al Qaeda, non potremmo nemmeno dichiarare di essere «né con lo stato né con il terrorismo».
di TOMMASO DI FRANCESCO

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