domenica 23 novembre 2008

Quale ruolo per l'ONU nella regione dei grandi laghi


I recenti combattimenti nel Congo orientale hanno aperto nuove discussioni sulla funzione dell'ONU in simili situazioni di conflitto e sulla sua effettiva capacità di risolverle. L'ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, ora inviato delle Nazioni Unite nella regione dei Grandi Laghi africani, ha incontrato sia il presidente congolese Joseph Kabila che il generale ribelle Laurent Nkunda, tentando di stabilire delle condizioni di pace. Tuttavia, solo poche ore dopo sono ripresi gli scontri tra forze del governo e i ribelli. 
Nonostante l'insuccesso di queste prime trattative, non sono tanto le capacità diplomatiche dell'ONU a subire critiche, quanto la mancanza di chiarezza sul ruolo dei caschi blu nella regione. La questione è stata riproposta in seguito agli scontri di Riwindi, una città a 125 km di distanza da Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu: mentre era in corso la battaglia tra i ribelli di Nkunda e le truppe governative, i soldati delle Nazioni Unite si sono ritirati nel proprio campo. "Non potevamo uscire, altrimenti ci saremmo trovati in mezzo al fuoco incrociato," ha dichiarato Paul Dietrich, portavoce militare della MONUC (nome dato alla missione ONU in Congo). 
Molti potrebbero obiettare che trovarsi in mezzo al fuoco incrociato faccia parte dei doveri dei soldati, ma nonostante il mandato ONU affermi che i caschi blu sono lì per proteggere i civili, allo stesso tempo li diffida dal prendere parte ai combattimenti. L'impossibilità di usare la forza contro i ribelli e anche contro le truppe governative, più volte accusate di saccheggi e stupri, ha spinto molti civili congolesi a criticare l'efficacia della MONUC. Kamanzi Bigaragara è un rifugiato nel campo di Kibati, 15 km a nord di Goma: "Da quando siamo qui, i soldati ONU non sono mai venuti. I ribelli possono venire qui a combattere l'esercito del governo e ucciderci quando vogliono... La MONUC non ci protegge affatto".
Dietrich sostiene che le forze di pace hanno le mani legate: "Il peacekeeping non è un lavoro semplice. Le forze di pace sono lì dove nessun altro vuole andare. Ma non sempre abbiamo il permesso di fare ciò che la gente crede possibile in termini di protezione." Secondo l'algerina Leila Zerrougui, numero due della MONUC, sono sorti questi problemi perché l'attività di peacekeeping solitamente segue la risoluzione di un conflitto, avendo come scopo quello di mantenere una pace che, seppur fragile, è già stata raggiunta. Nel caso paradossale del Congo, invece, le forze dell'ONU hanno il compito di mantenere una pace che non c'è: "I civili vedono i mezzi della MONUC, vedono la polizia, vedono l'esercito, ma non vedono la differenza, e questo accade perché siamo in una situazione di conflitto."
La MONUC è la più grande forza di pace nel mondo, con 17.000 soldati di circa 50 diverse nazionalità. I maggiori contingenti provengono da Pakistan e India, che hanno inviato più di 3.000 truppe, ma anche da Bangladesh, Uruguay, Nepal e Sudafrica, con più di 1.000 unità. La missione nacque il 24 febbraio 2000 per decisione del Consiglio di Sicurezza, con l'obiettivo di monitorare il processo di pace dopo la guerra civile in Congo. Attualmente ha un budget operativo di quasi 1,2 milioni di dollari.
Con queste cifre, molti congolesi non riescono a capire come mai non siano meglio protetti, ma spesso non considerano altri fattori che complicano la situazione. "Non dimentichiamoci che il Congo è grande quanto l'Europa occidentale e non ha un rete stradale degna di questo nome. Inoltre, abbiamo molti altri progetti al di fuori della provincia del Nord Kivu," afferma Dietrich, che lamenta anche l'inaffidabilità dei contendenti: "Le forze del governo vanno avanti con le loro iniziative, mentre i ribelli non rispettano il cessate il fuoco. Bisogna andare sul campo di battaglia e mettersi tra i due schieramenti per mediare. A volte non ascoltano. Per questo lavoro, è necessaria la collaborazione di tutti." 
La MONUC si occupa anche dell'addestramento di esercito e polizia locali. All'inizio dell'anno, l'ONU aveva programmato una riduzione dei suoi soldati nel paese, per concentrarsi sui diritti umani, sullo stato di diritto e altre riforme strutturali. Ma quando a agosto ripresero i combattimenti, i piani cambiarono. "Per il 2008," continua Dietrich, "alla missione era stato chiesto di portare stabilità e sostenere le forze governative attraverso l'addestramento - e lo abbiamo fatto - ma sfortunatamente non abbiamo avuto successo nella regione del Kivu. Penso che stiamo facendo quello che possiamo con i nostri mezzi, non si deve dimenticare che stiamo proteggendo decine di migliaia di profughi in accampamenti." Il portavoce militare non nasconde le difficoltà attuali: "Dopo così tanti scontri e così tante tregue dichiarate, c'è una certa confusione all'interno della missione, riguardo a quale dovrebbe essere il nostro mandato e a quali saranno i prossimi passi da fare."
Il futuro della MONUC sarà deciso a fine anno dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Intanto Alain Doss, il capo della missione, ha richiesto altri 3,100 caschi blu. Leila Zerrougui, a Goma per valutare la situazione in prospettiva futura, ha dichiarato che il successo della MONUC non dipenderà solo dall'invio di nuove truppe, ma soprattutto da come questi soldati saranno dispiegati sul territorio. Purtroppo, a causa della precaria rete stradale, gli spostamenti non saranno molto rapidi. Zerrougui ha anche espresso la necessità di un mandato più chiaro per la missione: "Il Consiglio di Sicurezza deve sapere che lo scenario è cambiato. Abbiamo bisogno di chiarificazioni, perché stiamo sostenendo un esercito che a volte saccheggia e spara alla popolazione... Quando i militari si trovano di fronte a una situazione del genere, cosa possono fare?"

di Marco Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1048

Fonte: Inter Press Service, Johannesburg (Sudafrica)



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