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mercoledì 12 novembre 2008

La produttività scientifica dell'Italia

G.A.Stella ha pubblicato l'8/11/2008 sul Corriere della Sera un articolo in difesa della produttività scientifica dei ricercatori italiani, citando dati sostanzialmente incomprensibili e senza indicare con chiarezza la fonte. R. Perotti e altri hanno pubblicato anni fa un saggio ovviamente molto meglio documentato ("Lo splendido isolamento dell'Università italiana", 2005) in cui concludono che la qualità della produzione scientifica dei ricercatori italiani si colloca agli ultimi posti tra i paesi avanzati. In realtà entrambi si basano sulla stessa fonte (David A. King, The scientific impact of nations, 2004), solo diversamente interpretata.
Riassumendo all'osso: i ricercatori accademici italiani confrontati con quelli degli altri Paesi pubblicano articoli di qualità relativamente inferiore per numero di citazioni, ma in quantità maggiore a diversi paesi anche avanzati. Moltiplicando il numero di articoli per la qualità media, il numero di citazioni per ricercatore accademico in scienze e ingegneria è più che dignitoso, superando Francia e Germania. Sia chi loda, sia chi valuta male la produttività scientifica dei ricercatori italiani ha elementi a suo favore. Personalmente tendo a preferire il criterio della qualità media degli articoli, con R. Perotti et al., e apro la discussione sul tema.
King esamina le pubblicazioni dei ricercatori di scienze e ingegneria delle 30 nazioni più avanzate in due periodi, 1993-1997 e 1997-2001, e riporta (Tav.1), per ogni paese, il numero di articoli scientifici, il numero di citazioni totali sommato su detti articoli, e il numero di articoli che - disciplina per disciplina - appartiene al 1% più citato.
L'Italia ha ovviamente una pessima posizione, come ci si può aspettare anche (ma non necessariamente solo) dal fatto che lo Stato italiano investe in ricerca il 25% in meno della media UE15 e i privati italiani investono in ricerca 2.4 volte meno della media UE15 (dati OCSE relativi al 2001). Sul parametro più significativo, gli articoli più citati, il Canada con 33 milioni di abitanti supera l'Italia con 60 milioni di abitanti, e addirittura Svizzera (6 milioni di abitanti) e Olanda (15 milioni di abitanti) producono un numero di articoli molto citati solo leggermente inferiore a quello italiano.
Oltre al numero totale di articoli prodotti e citazioni ottenute, è interessante anche confrontare la qualità media degli articoli prodotti, per capire se le citazioni sono ottenute pubblicando un grande numero di articoli poco citati (magari pubblicando un elevato numero di articoli sostanzialmente identici sulla stessa ricerca) oppure con un piccolo numero di articoli molto citati. Siccome il numero di citazioni dipende dalla disciplina e dal tempo intercorso dalla pubblicazione, King rinormalizza il numero di citazioni per articolo alla media della disciplina e (in sostanza) per anno di pubblicazione. In questo modo si ottiene un numero pari a 1 per chi pubblica articoli di qualità media tra le 30 nazioni considerate, e superiore a 1 per chi pubblica gli articoli migliori. Nel confronto, l'Italia si posiziona ultima, assieme alla Francia, tra i paesi europei ed anglosassoni avanzati eccetto l'Australia. Arriva tuttavia sopra la media che corrisponde al valore 1 (ottiene 1.12 nel primo periodo e 1.07 nel secondo) e supera i seguenti paesi (nomi in inglese, per rapidità ...): Australia, Israel, Irlanda, Spain, Luxembourg, Japan, Portugal, Poland, Greece, South_Korea, Singapore, Brazil, Russia, China, Taiwan, India, Iran.
L'articolo di King è già stato utilizzato in passato in difesa della ricerca in Italia per mostrare che la produttività dei ricercatori italiana è molto elevata. Cito R. Perotti et al: Come si vede, l'Italia ha un rapporto "pubblicazioni/ricercatore" molto vicino a quello dell'Olanda, e piu alto di quello degli altri paesi nella tavola. Anche il rapporto "citazioni/ricercatore" e nelle primissime posizioni, molto vicino a quello di Regno Unito, Olanda e Danimarca, ma molto maggiore di quello di tutti gli altri paesi. Dello stesso tenore sono i dati illustrati da DTI (UK Department of Trade and Industry, 2004), che include anche scienze sociali e business. Questi risultati, apparentemente incoraggianti per il nostro paese, sono stati ampiamente citati nella stampa italiana, da ultimo nella risposta del ministro Moratti ad un articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 Novembre 2004.Tuttavia essi risultano fortemente ridimensionati quando si tenga conto del fatto che la composizione dei ricercatori varia molto da paese a paese. La definizione di ricercatore include una varietà di figure professionali, di cui i ricercatori accademici sono quasi ovunque una minoranza. Ma è noto che i ricercatori accademici pubblicano molto piu degli altri ricercatori. Usare il numero totale di ricercatori al denominatore delle prime due colonne, anziché il numero di ricercatori accademici, può quindi distorcere notevolmente i risultati. La colonna 3 mostra chiaramente che i paesi sud-europei tendono ad avere una percentuale di ricercatori accademici molto piu alta che i paesi anglosassoni dove la maggior parte dei ricercatori e costituita da scienziati e ingegneri che lavorano in aziende private. In particolare, negli Stati Uniti i ricercatori accademici sono meno di un sesto del totale. Questo e il motivo per cui nella gli Stati Uniti hanno - molto implausibilmente - il piu basso valore "pubblicazioni/ricercatore" dopo il Portogallo.Quando al denominatore usiamo i ricercatori accademici invece dei ricercatori totali, la posizione dell'Italia si ridimensiona notevolmente. Ora l'Italia ha rapporti "pubblicazioni/ricercatore" e "citazione/ricercatore" ben inferiori agli USA, ma anche a Regno Unito, Olanda e Danimarca. R. Perotti e altri continuano il loro studio rapportando quindi le pubblicazioni ai soli ricercatori accademici, e concludono (il riassunto è mio):
per numero di citazioni diviso numero di ricercatori accademici l'Italia supera Portogallo, Spagna, Francia e Germania ma è inferiore tutti gli altri paesi considerati (nord-europei e anglosassoni).
come impact factor medio (numero citazioni diviso numero articoli) degli articoli prodotti, l'Italia precede solo Spagna e Portogallo tra i 10 paesi presi in considerazione.
i due risultati precedenti risentono della ripartizione dei lavori pubblicati nelle diverse discipline, che hanno un numero di citazioni diverso. Rapportando le citazioni disciplina per disciplina alla media di disciplina, si può ottenere un impact factor standardizzato degli articoli pubblicati dai ricercatori accademici italiani, e questo risulta ancora una volta terz'ultimo tra i paesi considerati e superiore solo a Spagna e Portogallo. Si noti che anche King arriva ad una conclusione simile, accomunando però l'Italia anche alla Francia.
Sostanzialmente, i ricercatori italiani producono un numero elevato di articoli, di qualità media però non elevata. Tuttavia moltiplicando i due numeri, il numero di citazioni totali per ricercatore supera Francia e Germania, e questo non è un risultato disprezzabile.
R. Perotti et al. considerano più significativo il confronto sulla qualità media degli articoli, e concludono che l'Italia arranca nelle ultime posizioni. Altri (citati prima) considerano più significativo il numero di articoli o il numero di citazioni per ricercatore e concludono che l'Italia primeggia del mondo (se non si distingue tra ricercatori accademici e del settore produttivo) oppure che ha una produttività più che dignitosa se ci si restringe a considerare i ricercatori accademici.
Ora passiamo a considerare quanto scrive G.A.Stella:
TERZI AL MONDO - La prova? In rapporto al loro numero, i nostri ricercatori sono i terzi al mondo dopo i britannici, che svettano con 3,27 citazioni sulle maggiori riviste scientifiche internazionali, e dopo i canadesi, che seguono a quota 2,44. Ma con il nostro 2,28 noi ci piazziamo davanti agli Stati Uniti (2,06), alla Francia (1,67), alla Germania (1,62) e al Giappone, che chiude il pacchetto di testa con 0,41.
G.A.Stella riporta dati incomprensibili e senza rinviare a qualche pubblicazione. Il suo corrispondente appare essere Ugo Amaldi, così introdotto nel paragrafo precedente:
Il professor Ugo Amaldi, che lavora al Cern di Ginevra [...] dice di essere furibondo, con le classifiche internazionali. Sono bugiarde, spiega. «Perché non viene fuori un dato fondamentale. E cioè che nella ricerca di punta noi italiani restiamo forti. Fortissimi, in certi settori».
Per quanto ciò non sia chiarito da G.A.Stella, i dati provengono effettivamente da una breve nota di Ugo Amaldi: si tratta semplicemente dei rapporti tra il numero degli articoli più citati della tabella 1 di King e il numero di ricercatori (universitari e del settore produttivo) della tabella 3 di King. Questi rapporti sono poi moltiplicati per 100. Non si tratta quindi di "citazioni sulle maggiori riviste" ma di "numero di articoli molto citati prodotti da 100 ricercatori".
Come ho fatto presente privatamente a Ugo Amaldi, questi dati non tengono conto del fatto che in Italia i ricercatori sono prevalentemente accademici, mentre in altri Paesi lavorano tipicamente prevalentemente per il settore privato, rinviandolo all'articolo citato di R. Perotti et.al. Ugo Amaldi ha replicato mostrando attenzione e gentilezza e osservando tra l'altro che almeno come numero di citazioni diviso ricercatori accademici anche R. Perotti assegna all'Italia una posizione più che dignitosa, come già visto sopra.
Aggiungo a tutti i dati precedenti alcuni dati che ho raccolto nel 2006 sulla spesa in ricerca e sulla produttività tecnologica dei paesi avanzati, si riferiscono probabilmente ad anni tra il 2001 e il 2004. Chi ha ragione?
Questo lo lascerei decidere ai lettori. Personalmente non sono soddisfatto del fatto che la qualità media degli articoli italiani sia agli ultimi posti tra i paesi avanzati, e considero questa indicazione prevalente sulla produttività in termini di numero di articoli. Anche il numero di articoli molto citati mi sembra meno che commisurato alla spesa pubblica in ricerca. Per me il ritardo dell'Italia c'è non solo come spesa ma anche come produttività, ma il ritardo di produttività non è tragico (in scienze e ingegneria) come si potrebbe temere: fino al 2001 facciamo molto meglio del Messico e della Turchia e non siamo lontani dai Paesi avanzati, che per alcuni parametri superiamo.
In ogni caso, anche se non concordo nel magnificare la produttività scientifica italiana, sono assolutamente d'accordo sul fatto che sia essenziale per l'Italia aumentare il numero dei ricercatori, che ci vede arrancare nelle ultime posizioni. Il ritardo viene principalmente dal settore privato, che non fa ricerca, ma anche lo Stato italiano spende in ricerca il 25% meno della media UE15. Oltre ad aumentare la spesa, a mio parere è necessario migliorare significativamente anche la sua allocazione in funzione del merito e della produttività all'interno del comparto ricerca, per aumentare la qualità e il rendimento per la società delle spese in ricerca.
di alberto lusiani,
Link: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/La_produttivit%C3%A0_scientifica_dell%27Italia#body

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